Omaggio a Fidel

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.

Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.

E’ difficile, per una come me, arrivere all’aeroporto praticamente in fuga, pregustando il mondo normale che riabbraccerai entro un’ora, sopportare con odio le ultime angherie cubane prima di entrare nell’aereo (un assorbente dieci dollari di cui otto te li metti in tasca tu, negoziante cubana che abusa del mio stato di straniera in difficoltà?) e poi, nel momento esatto in cui l’odio ti trabocca da dentro, vedere gli sportelloni di un aereo angolano che si aprono e i passeggeri che cominciano a scendere: in sedia a rotelle, in barella, uno più sciancato dell’altro. Africani che vanno a curarsi a Cuba. Gente che noi, in Europa, lasciamo morire con indifferenza se non soddisfazione, e che la poverissima Cuba invece accoglie e cura. E tu che fai? Guardi, ti rendi conto, e che te ne fai più del tuo odio? Ti accorgi che sei una straniera viziata o, peggio, che non sei proprio nessuno. Che la Storia, da quelle parti, non sei tu, non passa per l’Europa. Tu sei lo spettatore pagante, se ti va bene, oppure aria, vattene. Cuba mette a fuoco altro da te.

L’Europa, in effetti, è lontanissima. Ed è straniante sentire gli europei che parlano di Cuba e dicono sempre, puntualmente, tutto il contrario di quello che vedi tu. Dai massimi sistemi a quelli minimi. Cominciamo dai primi: “E’ una dittatura, la gente vuole fuggire, gli omosessuali perseguitati, i dissidenti“. In realtà, l’immagine di dittatura cubana che si ha all’estero è quella dei primi anni 70, del cosiddetto “quinquenio gris” che la stessa ortodossia politica della Cuba di oggi definisce come “intento de implantar como doctrina oficial el Realismo socialista en su versión más hostil.” La definizione è di EcuRed (la Wikipedia cubana, per intenderci) ma io stessa ho sentito criticare, addirittura ridicolizzare quell’epoca nelle aule universitarie dell’Università dell’Avana. Sono passati 35 anni da allora, gente. Cuba non è quella cosa lì. I cubani fanno il diavolo che gli pare. E pure gli stranieri.

Diceva la mia padrona di casa: “Tre cose non si possona fare, a Cuba: le droghe, lo sfruttamento dei bambini e, se sei straniero, una smaccata propaganda antistatale. Per il resto, se vuoi camminare per strada nudo e a testa in giù nessuno ti dice niente.” I dissidenti? Avranno una dignità quelli legati alla Chiesa, suppongo, ma credo che tutti sappiano che le varie Damas en  Blanco, per non parlare poi della Sanchez, prendono soldi per ogni manifestazione che fanno (famoso un loro sciopero perché non erano pagate abbastanza). Io non ho conosciuto nessuno, letteralmente nessuno, che ne parlasse con un minimo di rispetto. E’ gente pagata, punto, chiusa la questione. Poi, certo, la gente parla di poltica, immagina il futuro, esprime idee. C’è chi ama (amava, gessù…) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l’ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c’è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C’è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli. Sono uniti da fare schifo, i cubani. E se si sentono minacciati, di più. Ne sanno qualcosa gli USA, che inasprirono l’embargo nel momento esatto in cui cessarono gli aiuti dall’URSS e a Cuba fecero, letteralmente, la fame. Speravano in una rivolta, gli USA. Si ritrovarono con un popolo che si rimboccò le maniche per l’ennesima volta e ne uscì in piedi, come sempre. Inventandosi cose come il pastrocchio di soia, ripugnante intruglio distribuito alla popolazione come “proteinas para el pueblo“. Perché poi sono pratici: il corpo ha bisogno di proteine, vitamine, carboidrati? In qualche modo li ingurgitavano. E nei parchi ci sono gli attrezzi per fare ginnastica, tipo palestra. E se non ci sono medicine, ricorrono alle piante, alla medicina naturale. Ne escono sempre. E si concedono pure il lusso di esportare i loro medici in Venezuela, come altri esporterebbero, chessò, rame, in cambio di petrolio venezuelano. Questo, hanno fatto i cubani: hanno esportato medici in cambio di petrolio. Perché questo è quello che hanno: la loro formidabile, benché odiosissima, gente. Suona retorico, lo so. Odio scriverlo, odio dirlo. Però è vero. Incredibilmente, è vero. Come, poi, questi medici, questi professionisti cubani riescano ad essere bravi nonostante ristrettezze di ogni genere (falla tu, ricerca, in un paese con internet a pedali) io non lo so e non l’ho capito. Ma ce la fanno.

Gli omosessuali, poi: a Cuba si celebra il Pride, per dire. Sono finiti gli anni 70, “Fresa y chocolate” fu girato con sovvenzioni statali, non scherziamo. Ma, soprattutto, ricordo una pubblicità progresso dello Stato, dei cartelloni esposti nelle farmacie che mi colpirono molto. Era una cosa sulla prevenzione dell’AIDS e c’era la foto di due gay che si baciavano. Ma a differenza dell’Europa, dove i due gay sarebbero stati giovani e bellissimi, nella foto cubana c’erano due signori di mezz’età, bruttini, normali. Due comuni cittadini, come li avresti potuti incontrare sul pianerottolo. Né giovani, né belli, né magri, niente. Due signori che si baciavano e un pacato invito all’amore che non escludeva la prevenzione. Sobrio. Rispettoso. Bello. Mi sembrò un esempio da seguire. Del resto, Cuba è molto poco patinata. Non ha neanche la pubblicità, se è per questo. Solo pubblicità progresso e grosse scritte motivazionali un po’ ovunque. E’ il buono dell’avere molto poco da comprare, nessuno cerca di convincerti a farlo.

Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all’Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un’ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza. Ecco, questa è una cosa importante: il divario tra i vecchi e i giovani, a Cuba. Con la crisi degli anni Novanta, il sistema scolastico cubano si ritrovò a piedi, come molte altre cose. Con il grosso dei maestri esportati in giro, ci si ritrovò con i ragazzi più grandi a fare lezione ai più piccoli, per dire, e a un generale decadimento dell’istituzione. Per questo e altri motivi, si percepisce uno stacco culturale importante tra i cubani da una certa generazione in giù. I giovani non valgono quanto i loro padri. E questo sarà un problema, in prospettiva. Poi, è vero, la gente fuori dall’Avana (o da Varadero, gessù) è meglio. Molto meglio. Ma i cubani sono, dicevo, isolani. Cocciuti, orgogliosi, quello che vuoi tu, ma non amichevoli. Ma manco per il cazzo, proprio. Se sono amichevoli, anzi, è meglio che ti preoccupi. Avranno i loro motivi, e sono motivi che non ti convengono. Esagero? Sì, un po’. Sintetizzare crea stereotipi, è ovvio. Però, ecco, stereotipo per stereotipo, quello dello stronzo mi pare più azzeccato di quello del felice danzerino. Fermo restando che ballano benissimo, è ovvio.

Ma siamo sempre lì: se da una parte io li detestavo – a un certo punto li detestavo proprio tutti, senza eccezioni – dall’altra, poi, mi accorsi in fretta che, nel resto dell’America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come un’onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell’altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. “Io mi sono laureato a Cuba, gratis!” “Mio padre è stato salvato da un medico cubano!” Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l’isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l’abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato. E alla fine, è questo: li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “E’ vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.

Cosa si può dire di Fidel nel giorno della sua morte? Questo, probabilmente: che ha dato un senso allo sfuggente concetto di “cubanità”. Concetto che i cubani inseguivano da un secolo, prima che arrivasse lui. Che ha preso un popolo che lottava per la sua indipendenza da cent’anni – prima contro gli spagnoli e subito dopo, come una grottesca beffa, contro gli USA che ne presero il posto – e lo ha reso, per la prima volta nella sua storia, indipendente. Parliamo un po’ di questo, di cosa è la “cubanità”. I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza. Cuba è giovane. Diceva uno dei suoi grandi intellettuali, Fernando Ortiz: “Tutto quello che in Europa è successo nell’arco di millenni, a Cuba è successo in soli quattro secoli“. Cuba non ha storia che non sia di appena ieri, non ha spiritualità come la intendono i popoli antichi, non ha religione che non sia un minestrone di riti mischiati, non ha un colore, una faccia, un’identità che non sia quella dell’essere cubani, appunto. Qualsiasi cosa ciò voglia dire. E diceva sempre Ortiz: “La cubanità non la dà la nascita, in un paese come il nostro, né la residenza, il colore, non te la dà nessun dato oggettivo. La cubanità te la dà la volontà di essere cubano“. E’ cubano chi ha voluto costruire Cuba. E Cuba, quindi, ha cominciato a nascere nel 1868, quando bianchi e neri insieme hanno cominciato a lottare contro la Spagna. Insieme, questo è importante. Lì è stato lo spartiacque. E l’hanno combattuta per 30 anni, fino al 1898. Quando sono arrivati gli USA, che fino ad allora se ne erano rimasti a guardare tifando per lo più Spagna, e hanno sfilato la vittoria ai cubani. Hanno dichiarato guerra a una Spagna ormai sfiancata, l’hanno sconfitta e si sono presi Cuba. I cubani, quindi, invece di una vittoria si sono trovati davanti a un passaggio di consegne. Invece della loro costituzione si sono ritrovati l’Enmienda Platt, e un padrone nuovo a cui obbedire.

Però i cubani sono cocciuti, come dicevo. Per i cinquanta anni successivi si sono rotti la testa studiando, protestando, guerreggiando – la rivoluzione fallita del ’30 – e ancora e ancora, tra due dittature e mille governi-fantoccio, mentre la loro economia dipendeva dagli USA, mentre persino il razzismo si accodava a quello degli USA impiantando l’apartheid che gli spagnoli mai avevano conosciuto, mentre sull’isola dilagavano il gangsterismo e la corruzione e le carceri erano piene – allora, mica oggi! – di oppositori politici. E poi è arrivato Fidel, la cui storia è talmente folle che sembrerebbe finta, se non fosse invece reale e documentabile. Si cita spesso “La Storia mi assolverà”, credo il più delle volte senza averlo letto. E’ l’autoarringa con cui lui, ben prima della Rivoluzione, spiegò ai giudici che lo avrebbero condannato il perché dell’assalto alla caserma Moncada, fatto da lui, il fratello piccolo Raul e un manipolo di studenti, studentesse, ragazzi vari, e finito malissimo. E’ la fotografia della Cuba sotto Batista e gli USA. E’ una dichiarazione di intenti – o, all’epoca, di sogni – ed è, soprattutto, l’autoritratto di un gigante. E’ molto difficile leggerlo, sapere che quell’uomo stava entrando in carcere e non sentire un rispetto immenso. Poi vennero l’uscita dal carcere, l’esilio in Messico, l’acquisto di una barchetta (il Granma) con cui partire, stipandola all’inverosimile, all’assalto di Cuba, lo sbarco (su cui il Che disse: “Fu più che altro un naufragio”), la polizia di Batista che stermina i naufraghi, Fidel che alla fine si ritrova con – boh, vado a memoria – meno di venti superstiti e dice: “Ce l’abbiamo fatta, vinciamo sicuro.” E vince. Sul serio. E, per la prima volta nella sua storia, Cuba diventa uno Stato sovrano. Questo, è stato il punto.

E poi vince ancora, e ancora, e ancora. Contro gli USA. Prendendoli sempre, incessantemente, per il culo. Gli USA proiettano propaganda anticastrista sul loro palazzone all’Avana? Castro fa circondare il palazzone da bandiere più alte, una per ogni stato che all’ONU si è dichiarato contrario all’embargo, e così lo impacchetta rendendolo praticamente invisibile. Gli USA mandano navi al largo di Mariel per prendere dissidenti in fuga e mostrarli al mondo? Fidel fa svuotare tutte le carceri e i manicomi di Cuba e ne spedisce gli ospiti tutti da loro, riempiendo gli USA di matti e delinquenti comuni cubani. La lista è infinita, la vicenda umana di Fidel anche. Il rapporto tra USA e Cuba, alla fine, è strano. Ma strano forte.

Gli USA e Cuba si amano e si odiano, sembrano parenti in lite. I primi hanno sempre voluto mettere le mani sui secondi, prima cercando di comprare Cuba alla Spagna, poi prendendosela con le cattive. I secondi hanno sempre sofferto l’ingombrante ombra e le mire squalesche dei vicini, e hanno fatto tutto quello che un popolo può umanamente fare per farsi trattare alla pari. Cuba non ha voluta fare la fine di Puerto Rico, tutto qui. Non ha voluto essere una colonia. Ma, alla fine, la sua storia recente è stata comunque pesantemente condizionata dagli USA. Avrebbero chiesto aiuto all’URSS, virando fortemente sulle posizioni sovietiche, se non avessero dovuto difendersi dagli USA? Avrebbero avuto bisogno di un partito unico per 50 anni se non avessero avuto bisogno di essere tanto compatti dinanzi a un nemico tanto potente? E come sarebbe, oggi, Cuba, se non uscisse da 60 anni di embargo? Se è riuscita a dare cibo, salute e istruzione a tutti i suoi cittadini NONOSTANTE l’embargo, cosa avrebbe fatto senza il limite, l’impoverimento a cui è stata condannata? Voi lo sapete? Io no, francamente. Quello che so, è che l’embargo li ha compattati ancora di più. E, conoscendoli, non era difficile da capire.

Però ho visto un sacco di cittadini USA, a Cuba, e ben prima che Obama aprisse il paese. Col cappello in mano e colmi di ammirazione, li ho visti. Che arrivano per dei corsi di studio all’università, o da soli, passando per il Messico per non farsi scoprire dalle proprie autorità. Perché gli statunitensi non potevano andare a Cuba per ordine degli USA stessi, ma lo Stato cubano li ha sempre fatti entrare, facendo col visto lo stesso giochino che Israele fa con chi non vuole il timbro d’entrata sul passaporto: te lo dà su un pezzo di carta. E ho visto un sacco di cubani che desideravano andarci, negli USA, e fare soldi, vedere l’abbondanza, visitare i parenti. Sono talmente vicini, in linea d’aria, che sembra incredibile.

Io, alla fine – e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria – di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell’isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all’altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l’indipendenza e l’ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell’America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l’ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l’alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So’ gente orgogliosa, che gli vuoi dire.

Per quanto possa sembrare paradossale, io non pensavo che Fidel potesse morire. Pensavo che avrebbe seppellito pure me. Mi fa proprio uno strano effetto, questa morte, ed essendo io una donna del Novecento penso che, stavolta, di giganti non ne rimane proprio nessuno. Ora: i cubani di oggi, i giovani cubani di oggi, saranno all’altezza della storia incredibile che gli lascia Fidel?  Io credo che lui abbia cercato anche, riuscendoci spesso, di tirare fuori il meglio dal proprio popolo. Di dargli disciplina, serietà, educazione, cultura. Di fare di un popolo caraibico il popolo serio per eccellenza di tutta l’area. Operazione non facilissima, va detto.

Lascia un popolo povero ma viziato, nonostante la cura da cavallo degli anni Novanta. Che non paga bollette, che ha la sopravvivenza assicurata, che si crede ‘sto cazzo. E che è umanamente e culturalmente in declino da un po’. Dove le differenze razziali, dagli anni novanta in poi, si sono accentuate. Da quando le rimesse dall’estero sono diventate vitali, e si dà il caso che il grosso dei cubani emigrati fosse bianco e abbia, quindi, mandato denaro alle famiglie bianche, mettendo loro e solo loro in condizione di partire con la piccola impresa. Un popolo che ha più aspettative che voglia di lavorare, e a cui il turismo – soprattutto quello italiano, e va detto a nostro disonore – ha fatto un gran male.

Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi “difetti” la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero – e lo fanno appena possono – e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un’italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.

Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.

Tocca invece invidiare un po’ il Padreterno, se c’è, ché finalmente se lo vede là, ‘sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno.

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Poligamia e colpi di sole

Dalla mia altalenante connessione internet marocchina, mi pare di capire che in Italia sia successo quanto segue:

A) In un momento di islamofobia senza precedenti, marcato dal rinvigorirsi di stereotipi razzisti di ogni tipo e dalla sempre crescente solitudine e demonizzazione degli immigrati musulmani, la bella pensata di chi ha un microfono per parlare “a nome dei musulmani” è… chiedere la legalizzazione della poligamia. Un problema urgente, proprio. Migliaia di profughi ringraziano: gli mancava quello, per raccogliere ulteriori simpatie.

B) Con tutti i musulmani che ci sono in Italia, l’autore di tanta pensata è – roba da matti – Hamza Piccardo, che qua abbiamo personalmente avuto come marito poligamo e abbiamo sudato sette camicie per fargli adempiere a quei due precetti in croce che la poligamia prevederebbe. Un signore che non appena ha provato a essere poligamo ha 1) preso una valanga di calci nel sedere, prima da Moglie Uno e poi da Moglie Due; 2) si è sorpreso e sbalordito quando Moglie Due ha reclamato i diritti di Moglie Uno; 3) pur di non adempiere ai suoi obblighi da musulmano con Moglie Due ha innestato un casino di proporzioni epiche che si è concluso solo quando l’intervento di… Magdi Allam lo ha indotto a rinsavire, mentre scandalacci vari gli mordevano il sedere e Moglie Due, mossa a pietà, stava pure a parargli il culo.
Praticamente, l’uomo più inetto in cose di poligamia del mondo mondiale.

C) Nell’agosto italiano, al pensoso intervento di Piccardo ha ribattuto quell’altro fine intellettuale che è Vittorio Sgarbi, il quale ha rilanciato proponendo la legalizzazione della poliandria. Un dibattito dal livello altissimo, proprio.

Conclusione: no, non c’è una conclusione. Nulla di tutto questo è serio. L’Italia in generale non è un paese serio. Peccato che poi, come al solito, dietro alla cialtronaggine di quei pochi che hanno un microfono ci siano tutti quelli che il microfono non lo hanno e si arrangiano come possono, sempre peggio e sempre più soli.

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Quando insegnare con la sclerosi multipla è “una vittoria”

E’ notizia di un paio di settimane fa. Ho cercato di dimenticarla ma mi riappare nei pensieri a scadenza fissa, non la metabolizzo. Parla di una donna licenziata dalla scuola perché malata di sclerosi multipla. Quindi lasciata senza mezzi di sostentamento. Quindi in causa con l’Ufficio scolastico, quindi sottoposta a una serie di visite, quindi riammessa, quindi finita sui giornali con frasi come:

“Ora può tornare in cattedra, perché la malattia le starà anche debilitando il corpo, ma non la mente.”

” Ora è riuscita a dimostrare di essere perfettamente in grado di insegnare.”

“Ha fatto diverse visite specialistiche alle Molinette, che hanno evidenziato soltanto problemi a camminare e una lieve depressione causata proprio dalla perdita del lavoro. ”

A me -non so a voi- il senso comune dice un’altra cosa: che se stai fisicamente male, e tanto male, in realtà non puoi affatto insegnare. Tanto meno lingue in un alberghiero, dove gli studenti fiutano la tua debolezza da lontano, non sei una materia di indirizzo e ti fanno sputare sangue. Che se sei depressa, la tua sclerosi multipla c’entra qualcosa. Che il lavoro a scuola, tra esposizione ai virus e stress, peggiora il tuo stato. Che i medici delle Molinette, molto probabilmente, hanno avuto pietà di una donna che deve mantenere figlie piccole e madre ottantenne. E per questo l’hanno riammessa. Giustamente.

In generale, medici, giudici e prof sono le tre categorie che stanno tenendo insieme con lo sputo uno Stato impazzito, non è una novità. In un paese civile, se dopo venti anni di insegnamento ti arriva una diagnosi del genere, hai diritto a una pensione che ti consenta di vivere, non a 600 euro al mese. Se non ti possono dare la pensione, in una scuola civile ti destinano “ad altro incarico”, fuori dalle aule. A quei lavori – biblioteca, progetti, funzioni strumentali varie- che nel nostro paese incivile vengono fatti, gratis e nel tempo libero, dai professori che di mattina sono in classe. In un paese civile, una prof nella merda non viene salvata dall’altro spezzone di Stato -la Sanità- che mette una pezza contro la barbarie, come del resto fa con gli immigrati, con gli indigenti, con tutti quelli che finiscono nel tritacarne nostrano senza che ci sia uno straccio di opinione pubblica ad accorgersene.

In realtà, è la stupidità dell’opinione pubblica, ciò che mi ha davvero colpito in questa storia. Che la gente possa trovare consolatorio leggere: “Uh, ma guarda, anche se hai la sclerosi multipla puoi insegnare, che bella vicenda!”

Io sono stata convinta per tutta la vita che organizzarsi in società avesse un fine preciso: quello di dare quando si è forti per ricevere quando si è deboli. Ora che non è più così, io non vedo più il senso. In nome di cosa, esattamente, io dovrei dare le mie forze a una società che mi lascia per strada appena cado? Qual è lo scopo? Ci vantiamo tanto di essere passati da una società basata sul gruppo, sulla famiglia, a una basata sull’individuo, e questo individuo è una persona sana in età produttiva. Ma quando smetti di essere quell’individuo lì, fammi capire, che caspita fai, in una società che, semplicemente, non è disegnata per te? E la cosa che mi fa impazzire è che ci arriviamo tutti, prima o poi. Ma tutti, proprio. E quando saranno finiti gli adulti che possono permettersi di invecchiare grazie alla generazione precedente -quella che ti ha lasciato la casa e due lire- che ne sarà della gente? Di voi, tipo?

A me fanno impazzire le donne, soprattutto. Noi abbiamo avuto -e in qualche angolo ancora rimane, per poco- una legislazione che poneva rimedio a delle realtà sociali: quelle che ci dicono che, anche a parità di lavoro, le donne guadagnano meno. Che l’assistenza a bambini e anziani ricade sulle nostre spalle. Che se un membro della coppia deve progredire professionalmente, quello che ha meno prospettive di guadagno (la donna, appunto) tende a mandarlo avanti sacrificando le proprie prospettive. Questa realtà, ché di realtà si tratta, è stata compensata in diversi modi: con uno specifico trattamento in caso di separazione, per esempio, o, per parlare del mio ambito lavorativo, con il punteggio extra dato a scuola in base ai figli piccoli, queste cose qua. Sono ormai anni, invece, che si è fatto maggioritario, tra le donne in età produttiva che si dichiarano femministe, un atteggiamento di disprezzo verso queste compensazioni, come se fossero offensive: no, non dateci soldi quando ci separiamo. No, aboliamo le facilitazioni per fare rientrare al lavoro le donne che fanno figli. Togliamo le graduatorie. Massì, che belle le leggi che ti obbligano a spostarti di centinaia di chilometri, per giunta a cazzo, se vuoi insegnare nella scuola. Una sorta di voluttà nell’andare contro i propri interessi di genere che sarebbe comica, se non fosse spaventosa.

Lo capisco: sarebbe bello se, nella scuola per esempio, tutti i prof fossero trentenni sani ed entusiasti. Se, nelle coppie, nessuno facesse figli e nessuno ci buttasse il tempo appresso. Se fossimo tutti borghesi luccicanti e benestanti. Se tutti avessimo la certezza di invecchiare bene e con agio. Ma sappiamo che non è così, che non sarà così. E allora, davvero, che cazzo la abbiamo creata a fare, la società? Non era meglio rimanere cacciatori, farci una grotta che almeno era gratis, morire presto? Perché tutto ‘sto casino?

E, no, la prof con la sclerosi multipla, ripeto, non dovrebbe andare in classe. Non è una vittoria. Farla riammettere è stato un gesto di solidarietà da parte di alcuni servitori dello Stato verso un’altra servitrice dello Stato in una condizione di emergenza. E nonostante lo Stato. Non capirlo, sorridere compiaciuti, farsi consolare da questa pornografia giornalistica, fa di noi degli esseri ripugnanti i cui pensieri devono assumere una sola forma: quella di un gigantesco boomerang.

 

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I miei dieci centesimi a Magdi Allam che chiede l’elemosina

Un’elemosina non si nega a nessuno. Lo prescrive anche l’Islam.

Tenga, buon uomo: dieci centesimi, e non se li beva.

Tenga, buon uomo: dieci centesimi, e non se li beva.

 

(Certo che, con Dacia Valent morta e sepolta e Magdi Allam ridotto a chiedere l’elemosina su YouTube, se fossi in Sherif El Sabaie e Miguel Martinez mi gratterei con forza là sotto.)

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Le lacrime di coccodrillo dei razzisti perbene

E’ tutto il giorno che vedo sulle bacheche dei vari social network una marea di gente che si mostra scandalizzata e sconvolta per i commenti messi in giro da chi gioisce per l’ennesima ecatombe di immigrati in mezzo al mare. Circolano gli screenshot di tamarroni  (tutti col cognome discretamente oscurato, fosse mai) che dicono: “Evvai, settecento straccioni in meno!”, e il commentatore perbene scuote la testa: “Che brutta gente! Che pessima Italia!” Il commentatore perbene neanche se le sogna, certe frasi. Mica è così, lui. O lei.

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Un po’ di questi tizi li conosco: ci ho discusso su internet oppure ho scientificamente evitato di discuterci. A volte li ho buttati fuori dal mio feed per non leggerne gli sproloqui – appunto – razzisti. Anche se meno grezzi di quelli dei tamarroni, certo.

Sono quelli per i quali i mille Guernica creati da Israele ogni tot di mesi sui corpi di arabi indifesi sono “per legittima difesa”. Sono quelli che la categoria di colonialismo e resistenza anticoloniale, a Israele, non la applicano mai: per loro siamo sempre a che, se non ammazzi gli arabi, dietro l’angolo c’è Auschwitz.

Sono quelli che diffondono dalla mattina alla sera l’ultima novità sull’Isis ma non si sono mai, veramente mai vergognati per le nostre guerre, le nostre distruzioni di terre altrui,  i nostri Abu Ghraib e le nostre quotidiane schifezze. Sono quelli che, se accenni a una connessione logica tra causa e effetto, strillano: “Senza se e senza ma!”

Sono quelli che, a mezzo secolo da Orientalismo, continuano a sposare e a diffondere la narrazione mainstream sugli arabi senza porsi mezza domanda, mai, sulle esigenze ideologiche e politiche di questa narrazione, grati del senso di superiorità razziale e culturale che ne traggono.

Sono quelli che, come le “femministe” europee che in epoca coloniale (ma ancora oggi, ovviamente) parlavano delle “povere donne arabe/indiane/africane” e del dovere di difenderle dai loro orribili uomini, ma senza mai interpellarle e appoggiando di fatto ogni appetito coloniale sui loro destini, oggi hanno in agenda i gay del mondo arabo, e rieccoli a fare finta di essere molto preoccupati per i loro diritti, ovviamente senza mai interpellarli e offendendosi assai se qualcuno gli fa notare il concetto di “pinkwashing”.

Sono quelli che della voce della gente normale (le donne, i gay, i ragazzi, gli intellettuali), in quei pezzi di mondo, non solo se ne fregano ma, anzi, la evitano accuratamente, ché i loro veri intelocutori sono i mostri, i barbuti, quelli delle fatwe strane, ché per mantenere in piedi le loro convinzioni hanno bisogno di un contrappunto suggestivo.

Sono quelli che non hanno scritto un rigo contro l’orribile spettacolo dei nostri media che, fino a ieri, hanno tenuto in prima pagina la storia dei “musulmani che buttano i cristiani in mare”.

Qualche volta sono quelli che alcuni anni fa ragionavano e adesso hanno smesso, fosse mai che perdono qualche amichetto nei socialini.

Sono i tessitori quotidiani, instancabili, della disumanizzazione degli arabi. Ché sennò come gli fai la guerra, come li bombardi, come li massacri, come gli fai tutto quello che gli facciamo da sempre, quello che gli facciamo sempre di più, sempre peggio?

E adesso si sorprendono e si scandalizzano per la voce dei tamarri. Della gentarella senza mezzi culturali e intellettuali che parla con gli strumenti del proprio ceto, tra un rutto e una bestemmia, ma che ripete quello che gli è stato insegnato. Niente di più. Ma è sempre così, con gli alunni, non lo sapete? Pure i miei studenti, quando ripetono ciò che gli spiego, lo fanno in modo più rozzo e sgrammaticato di come gli ho insegnato. Per forza.

E’ pieno di gente perbene, oggi, che si guarda allo specchio e ci tiene a dire: “Questo non sono io. Io sono meglio!” Ci tengono molto, lo vedo.

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L’Egitto e la vergogna

A proposito della condanna di Alaa, copio e incollo dal blog di Paola Caridi:

Solo qualche parola a caldo, dopo la condanna di @alaa. PEN international chiede la liberazione di Alaa Abdel Fattah, condannato a cinque anni di reclusione per aver protestato contro una legge liberticida sulle manifestazioni di piazza. Lo chiede PEN international, non lo chiedono le cancellerie. Non lo chiedono i governi europei. Non lo chiede l’Europa, che a Alaa Abdel Fattah negò il premio Sakharov, rendendolo in questo modo più debole. Il silenzio dell’Occidente è impressionante, e la dice lunga non solo sull’ignavia, ma sulla pochezza della strategia mediterranea europea. Non è solo il destino di un uomo, in gioco, che pure sarebbe motivo sufficiente per esprimere al governo egiziano il disagio dell’Italia e dell’Europa. In gioco sono le stesse libertà e gli stessi valori per cui milioni di persone sono scese in piazza, esprimendo la ferma condanna del razzismo e della violenza, contro la strage di Charlie Hebdo. Per @alaa, icona di piazza Tahrir e dei giovani della rivoluzione, egiziano, arabo, musulmano, laico, democratico, lucidissimo lettore della controrivoluzione di Al Sisi, non si spendono parole e atti politici, da parte di un Occidente vecchio, rinchiuso, miope, vigliacco. In galera, assieme ad Alaa Abdel Fattah, sono molti tra i protagonisti della rivoluzione del 2011. Sono molti ragazzi, tantissimi ragazzi, laici e islamisti, sono migliaia: in prigione perché la controrivoluzione ha bisogno di renderli ancor più silenziosi. Si chiamano prigionieri politici, nella catalogazione delle associazioni per la difesa dei diritti umani e civili. Mi aspetterei, da parte di opinionisti italiani più o meno brillanti, diverse “lettere a” amici arabi e musulmani. Magari, in questo caso, per chiedere scusa.

Non c’è nessuna scusante per il silenzio dell’Occidente tutto e, per quanto ci riguarda, dell’Italia.

Non c’è nessuna scusante nemmeno per tutti coloro che affollano blog e social network disquisendo di mondo arabo, politica e libertà, e poi tacciono dinanzi a una cosa tanto enorme. Stiamo parlando di libertà di espressione. La stessa di cui ci riempiamo la bocca credendola così “occidentale”.

Non siamo stati capaci – nella migliore delle ipotesi – di difendere la migliore generazione che il mondo arabo ha visto da quando ho memoria.

Ce lo meritiamo, il male.

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Cuba, gli USA, gli opinionisti e un po’ di correttezza storica

Discutendo di Cuba su un social network prevalentemente piddino, qualche tempo fa, mi ritrovai sbeffeggiata da una tizia che con l’aria ironica chiedeva, più o meno: “Ma davvero gli USA hanno cercato di impadronirsi di Cuba? E quando è successo? Non starai esagerando?” Era convinta di avere a che fare con qualche fanatica demonizzatrice di USA, una che esagera, magari distorce. “Impadronirsi”, addirittura.

Uno dei grandi paradossi su cui si basa l’opinione pubblica, nel cosiddetto Occidente, è che studiamo solo la nostra storia ma, nel contempo, pretendiamo di discutere di Cuba, America Latina, mondo arabo, paesi musulmani e via elencando. La ragazza del SN ignorava completamente la storia di Cuba (ma anche quella di USA, Spagna e America Latina in generale) e la sua ironia era integralmente figlia di una formazione che per sintesi definiremo liberal e che è ideologica quanto qualsiasi altra. La sua reazione istintiva di fronte a un dato storico che non coincideva con la sua visione del mondo (“Sì, gli USA hanno fatto degli errori ma non dimentichiamo che sono i buoni”) consisteva nel sospettare di ideologismo l’interlocutore.

Ricordavo l’episodio leggendo la lezione di storia che Noam Chomsky impartisce al New Yorker, il quale commenta in questi termini l’apertura degli USA a Cuba:

La pace con Cuba ci riporta momentaneamente indietro all’era dorata in cui gli Stati Uniti erano una nazione amata in tutto il mondo, quando era in carica un J.F.K.  giovane e bello,  prima del Vietnam, prima di Allende, prima dell’Iraq e di tutte le altre miserie, e ci consente di sentirci orgogliosi di noi stessi per aver finalmente fatto la cosa giusta.

Le parole sono importanti, le prospettive storiche non ne parliamo. Non è un caso che uno dei grandi smascheratori delle narrazioni più o meno tossiche che ci arrivano dai media sia un linguista. L’articolo di Chomsky, storicamente impeccabile, è da leggere integralmente. E dimostra, una volta di più, quanto il pensiero dominante sia particolarmente insidioso quando viene spennellato di progressismo. In genere ne vediamo gli effetti riferiti a Israele, ma pure con Cuba non si scherza.

 

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E quindi: no, JFK non è stato uno che faceva la cosa giusta:

Una delle decisioni di maggior importanza di Kennedy fu nel 1962, quando egli cambiò efficacemente la missione dell’esercito latinoamericano dalla “difesa dell’emisfero” – un residuo della seconda guerra mondiale – alla “sicurezza interna”, un eufemismo per la guerra contro il nemico interno, la popolazione. I risultati sono stati descritti da Charles Maechling, che diresse la pianificazione statunitense della contro-insurrezione e della difesa interna dal 1961 al 1966. La decisione di Kennedy, ha scritto, ha modificato la politica USA dalla tolleranza “della rapacità e crudeltà dei militari latinoamericani” alla “complicità diretta” nei loro crimini, al sostegno statunitense ai “metodi delle squadre di sterminio di Heinrich Himmler”.

E prima di JFK? La Dottrina Monroe si impone in America Latina col ‘900, ma potremmo andare ancora più indietro: la guerra tra USA e Messico è di metà ‘800.  La politica del “grosso bastone” di T. Roosevelt è dell’inizio del secolo scorso. L’occupazione di Cuba da parte degli USA è sancita dall’emendamento Platt nel 1902. E poi l’occupazione di Haiti, le varie “guerre delle banane” che nel nostro immaginario sembrano addirittura una cosa buffa e che dureranno fino a metà degli anni ’30. E poi la terrificante tragedia del Guatemala, a partire dagli anni ’50. E poi il terrorismo contro Cuba, a base di bombe, attentati e disastri aerei provocati, e infine quella che Chomsky chiama la “vaccinazione” del resto dell’America Latina contro le influenze cubane: i colpi di Stato, le dittature militari, l’addestramento dei torturatori, i desaparecidos, le invasioni militari di reaganiana memoria.

Io non so cosa avessero in mente al New Yorker, citando i loro bei vecchi tempi immaginari. So che la storia dell’America Latina è un incubo dettato dagli USA e che non dai un passo, in certi paesi, senza rendertene molto dolorosamente conto.

Chomsky ricorda un episodio che mi ha fatto venire i brividi:

l’assassinio di sei eminenti intellettuali latinoamericani, sacerdoti gesuiti, da un battaglione salvadoregno d’élite, fresco di un addestramento aggiornato presso la Scuola Speciale di Guerra JFK a Fort Bragg, eseguendo gli ordini dell’Alto Comando di assassinarli con tutti i testimoni, la loro governante e sua figlia. Il venticinquesimo anniversario dell’assassinio è appena trascorso, commemorato dal consueto silenzio, considerato appropriato per i nostri crimini.

Ci sono stata l’estate scorsa, in quello struggente inferno in terra che è il Salvador. Un posto dove il turismo lo fai tra le tombe, dai gesuiti a Romero ai murales colmi di nomi di gente sterminata, sotto gli occhi di un esercito che ancora si vanta delle sue vittime.

Intanto si è fatto il 2015 e gli USA si sono aperti a Cuba. Ne sono sinceramente felice, non sono tra quelli che si atteggiano a duri e puri sulla pelle degli altri popoli. E’ una buona notizia per i cubani. E, soprattutto a livello di principio, è la vittoria di un’isola che ha sofferto 50 anni di embargo senza piegarsi.

Trovo però che abbia ragione Chomsky quando afferma che, a livello più ampio e sostanziale, la vittoria è stata degli USA:

Il modo per affrontare un virus che potrebbe diffondere un contagio consiste nell’uccidere il virus e nel vaccinare le vittime potenziali. Tale politica sensata è esattamente quella che Washington ha perseguito e, in termini dei suoi obiettivi primari, tale politica è stata molto riuscita. Cuba è sopravvissuta, ma senza la capacità di conseguire il temuto potenziale. E la regione è stata “vaccinata” con dittature militari malvage per impedire il contagio.

Noi non sapremo mai cosa sarebbe stata Cuba se non l’avessero soffocata per mezzo secolo. Vediamo i miracoli che l’isola è ruscita a fare nonostante l’embargo, e vediamo che comunque a Cuba si è sofferto molto e ancora si soffre. Possiamo dividerci in schieramenti e urlarci contro che la colpa è degli USA o che, niente affatto, è di Fidel. Ma il fatto è che non abbiamo la controprova: se Cuba non fosse stata strangolata da una punizione lunga cinquanta anni, cosa sarebbe oggi?

Neanche il futuro si accompagna a grandi certezze. A Cuba c’è un sacco da fare. Certo, riempirla di complessi turistici è un attimo, mentre rimettere in piedi tutti gli aspetti della realtà cubana che hanno bisogno di intervento senza, nel contempo, smantellare il molto che funziona, è impresa più complessa.

Io credo, ed è anche una speranza, che il cambiamento sarà lento, graduale. L’idea è migliorarsi la vita, non vendersi l’anima. Non più di quanto sia fisiologico, con o senza aperture USA. La mia sensazione è che il paese tiene, è solido. Inguaiato eppure saldo. E i cubani non mi sembrano minimamente intenzionati a rinunciare a tutto ciò che li distingue dai paesi affini: al loro stato sociale, alla sicurezza delle sue città libere dal narcotraffico e i suoi effetti, ai loro bambini che non lavorano ma studiano.

Io dico che ce la fanno: è da tanto tempo che mostrano al mondo di cosa sono capaci.

Però non è che sia tanto brava nelle profezie, io.

 

 

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Due istruzioni per viaggiare in Messico. Secondo me.

Due istruzioni per il Messico, senza pretese di completezza e senza nemmeno voler passare per esperta del tema, ché decisamente non lo sono. Tra l’altro questo è un paese gigantesco: io ci sono stata quattro volte, mi pare, e questa volta mi sono fermata per due mesi e mezzo. Che bastano giusto a guardarsi un po’ attorno, anche perché intanto avevo da lavorare. Un po’ di dimestichezza comunque l’ho presa, e le due note che seguono sono banalotte ma potrebbero riuscire utili a qualcuno. Gradite aggiunte e/o correzioni. Dunque.

Il viaggio

L’aereo per il Messico costa parecchio, specie se vai a Città del Messico. Durante l’anno si possono trovare buone offerte, ovviamente, ma se ti tocca viaggiare in alta stagione forse conviene prendere un charter per Cancún ed eventualmente prendere un volo interno per spostarti. La compagnia Volaris ha ottimi prezzi e begli aerei nuovi. Io per un Puebla-Cancún (due ore di volo circa) ho speso sui 90 euro. In pullman non avrei speso molto meno e ci avrei messo 30 0re.

Un’altra possibilitò per volare dall’Europa è tenere d’occhio il sito di Pullmantur Air. Da Madrid, ogni tanto hanno voli di sola andata a 180 euro. Ricorda, comunque, che all’arrivo in Messico devi sempre avere un biglietto di uscita. Va bene anche se è un semplice biglietto di pullman per passare la frontiera col Guatemala, l’importante è avere qualcosa. Alcune compagnie non ti fanno neanche imbarcare se non ce l’hai, quindi attenzione.

 

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Le spese

Il Messico è uno di quei posti dove spendi quello che vuoi (o sai) spendere: un capitale o pochissimo, dipende da te. Qualche esempio basato su come mi organizzo io: per gli alberghi, non ho mai speso più di 450 pesos a notte, che sono 26 euro. E’ il prezzo per cui puoi trovare cose carine, pulite e centrali un po’ ovunque. Qui i miei alberghi a Oaxaca, Puebla, Città del Messico, Playa del Carmen. Tutti sperimentati con soddisfazione, soprattutto sull’indispensabile versante pulizia. Se intendi fermarti a lungo, l’affitto di una stanza o di un appartamento ammobiliato è ovviamente molto più conveniente. A Oaxaca, il mio appartamento in pieno centro storico costava 5000 pesos al mese, ovvero 290 euro, utenze e wifi compresi.

Per quanto riguarda il cibo, parti da un principio: in Messico si mangia bene, sul serio. E frutta, verdura e carne sono normalmente di ottima qualità. Puoi spendere tre euro per un menù del giorno (o sei, alla Biznaga di Oaxaca, dove però il cibo è sopraffino), puoi spenderne 30 per cenare a base di specialità in ristoranti molto belli, poi spenderne 300 se sei pazzo e magni e bevi cose strane cosparse di polvere d’oro. Vedi tu. Lo stesso dicasi per la vita notturna, i locali etc. Posti belli per tutte le tasche, dalla taverna ai locali chic.

Ovviamente ti verrà voglia di comprare di tutto: artigianato, camiciole, huipiles, amache, cose d’argento, mezcal, spezie e polvere di verme dell’agave. Parti con la valigia poco piena: sono cose belle e buone e costano poco.

Sul fronte spese di trasporto interno, sappi che i trasporti urbani funzionano benissimo in tutti i posti dove sono stata, dalla metropolitana di Città del Messico agli autobus delle diverse città, e costano qualche centesimo. I taxi nelle città piccole hanno un prezzo fisso per la corsa, che si aggira sui 30/40 pesos. A Playa del Carmen, Tulum e posti simili sulla Riviera Maya, invece, i temibili taxisti tenderanno ad abusare di te e spesso dovrai soccombere. Combatti quel tanto per salvare almeno l’onore, comunque. Per i trasporti interurbani ci sono gli ottimi pullman di ADO, non economici ma belli ed efficienti, e poi ci sono i minibus, o taxi collettivi. In questo periodo, i biglietti di ADO comprati con almeno tre giorni di anticipo hanno sconti anche del 50%. Informati sulle promozioni, ce ne sono spesso.

Cose da portare

Dipende da dove vai e quando, ovviamente: parliamo di una specie di continente, non di Camogli. In linea di massima, comunque, pochissima roba. Se ti manca qualcosa te lo compri qua. Questo sì, portati una felpa. Specie se vai a Città del Messico o comunque nell’interno, dove può fare freschetto. Se vai in quel frigorifero che è il Chiapas, portatene due. E qualcosa per la pioggia. E un adattatore per le prese di corrente americane. E se sei presbite come la povera sottoscritta, portati un paio di occhiali da lettura di scorta, ché qui sono brutti e cari. E il minimo di farmacia necessaria, ché pure i farmaci so’ carissimi. Poi basta, non mi viene in mente altro.

Dove andare

Dappertutto. E potrei chiuderla qui. Poi, vabbe’: a me è piaciuta moltissimo la zona che comprende Città del Messico, Puebla e lo Stato di Oaxaca, costa del Pacifico compresa. E’ la mia preferita tra le zone che ho visitato. Poi c’è il Chiapas, splendido e interessantissimo, e le splendide cittadine in Yucatan e Campeche, e ci sono ovviamente i Caraibi della Riviera Maya, con gioie e dolori del turismo ma anche con spiagge che, vedi Tulum, sono tra le più belle che abbia visto in vita mia.

Forse il valore aggiunto di Oaxaca e dintorni sta nella gente. Enorme cortesia, ospitalità, socievolezza discreta. Un posto di rara dolcezza dove, se solo potessi, mi trasferirei senza pensarci un attimo. A Puebla sono rimasta poco, purtroppo, ma abbastanza per capire che merita una visita molto più approfondita: è più metropoli di Oaxaca, molto più grande e, quindi, di una bellezza più dispersiva, mentre Oaxaca è una specie di gioiellino tutto racchiuso nel suo  meraviglioso centro. Una città intrigante, vivacissima, molto orientata al buon vivere, alla buona cucina, all’offerta culturale, ma anche con sacche di miseria metropolitana che a Oaxaca non vedi. Complessa. Me ne sono andata a malincuore, sarei rimasta molto di più. E la capitale, ovviamente: non date retta a chi dice che Città del Messico è pericolosa, lo è quanto qualsiasi metropoli. Pare che fino a qualche anno fa lo fosse molto di più, e che adesso la situazione sia cambiata molto in meglio: a me, francamente, è sembrata vivibilissima, gigantesca, elettrizzante, meritevole non di una ma di mille visite. E traboccante di gentilezza messicana. Un po’ freddina dal punto di vista climatico, se proprio devo trovarle un difetto, ma è che io so’ freddolosa.

E poi c’è il Pacifico. E sul Pacifico ci sono spiagge bellissime. Se solo ci si potesse fare il bagno. A meno che tu non vada in giro con una tavola da surf, quindi, la tua domanda deve essere: si può fare il bagno là dove sto andando? Per dire, a Zipolite è un mezzo casino. A Mazunte invece si può, anche se questo non mi ha impedito di vedere un’amica scaraventata sulla sabbia da un’onda di troppo e costretta quindi al collarino ortopedico, e con tutti che le dicevano che come era stata fortunata a non rompersi niente. Bastardissimo, il Pacifico, con una corrente che ha una forza disumana. E frustrante: non è mica bello, stare su una spiaggia meravigliosa e non potere mettere in acqua niente più che mezzo polpaccio, se va bene. Si tratta di scovare i punti specifici, quindi, e non li troverai a base di tentativi. Li devi proprio cercare sulla guida, o chiedendo alla gente. Ché sennò finisce che ti fai male, sul serio. Guarda qua ‘ste povere turiste ad Acapulco, in cosa si sono ficcate per averci solo CAMMINATO nel momento sbagliato, sulla spiaggia:

Per fortuna c’è Mazunte, come dicevo, e a Mazunte c’è un angolo di spiaggia che si chiama il Rinconcito, e lì puoi nuotare qual papero nell’acqua e divertendoti molto di più che in mille mari dei Caraibi, ché le onde, quando sono a misura umana, so’ divertenti. Non ti annoi, in acqua. Proprio no. E fai un sacco di ginnastica senza volerlo, io dopo due giorni mi sentivo un leone. Mazunte è un altro posto dove potrei vivere. Dove vorrei proprio vivere, anzi. Mi farebbe anche meglio di Oaxaca, dove ci sono troppi locali e ristoranti perché io possa mantenermici in forma. A Mazunte diventerei un fiore, lo so per certo.

Insomma: se puoi vacci, in Messico. Non mi vengono in mente molte destinazioni migliori, in questo periodo. E’ un peccato che una certa sua fama di posto “pericoloso” possa scoraggiare dal visitarlo. Io, tolte tre settimane con un’amica, l’ho girato da sola più che tranquillamente e ricomincerei domani. Un paese della madonna, sul serio.

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Scene di lotta di classe di professori a Oaxaca

Sono dalle parti del mercato, poco più a sud dello Zócalo, e passeggio tranquilla quando comincio a vedere polizia in assetto antisommossa dappertutto. La strada in cui sono è stata chiusa al traffico e questi qua sono appostati ovunque, pure dentro i portoni, e sono tantissimi e, soprattutto, orrendi: divise nere, caschi neri, manganelli neri, protezioni tipo robocop alle gambe e alle braccia. E, ancora, giubbotti antiproiettile neri, manganelli neri, nere le pistole enormi e i mitra, nerissimi i capelli e i baffi e scure le facce, in ogni senso, e ci sono anche le donne e sono enormi, fanno paura quanto gli uomini. E i manganelli li hanno in mano, e pure i mitra, e quanti sono.

“Ma che succede?”, chiedo a una negoziante. E lei mi dice che verso lo Zócalo c’è una manifestazione. “Madonna quanto fa paura la polizia messicana”, penso io. “Poveri manifestanti”.

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Oltrepasso delle barricate fatte con gli autobus del trasporto urbano disposti in modo da chiudere le strade e mi avvicino allo Zócalo. E, mentre cammino verso la piazza, mi cominciano a apparire dei tizi con le facce coperte dai fazzoletti, bastoni in una mano ed enormi machetes nell’altra. Sono i manifestanti. E hanno una faccia da “poquísimos amigos”, come dicono in Spagna, un cipiglio che abbasso gli occhi e affretto il passo, ma tu hai visto quei machetes? Machetes enormi, affilatissimi. Con quelli si taglia la canna, e la testa di una persona in un attimo. Ma che è? “Poveri poliziotti”, penso ribaltando il pensiero di un attimo prima. Questi fanno molta più paura. Soprattutto, non sono contemplati nel mio concetto europeo di come va il mondo.

Nella piazza, i negozi sono tutti chiusi. Saracinesche abbassate, e non mi sorprende. I tizi con le facce coperte e i machetes sguainati fanno capannello in ogni angolo. Tanti sono seduti a terra sotto i portici, appoggiati alle saracinesche. Altri passeggiano, e quei fazzoletti sulla faccia sono uguali a quelli dei banditi dei western, allacciati dietro, a coprire dal naso in giù. E quei machetes. Ho gia parlato di quei machetes? “Esta guerra no es mi guerra”, penso io, e me ne vado su verso la parte del centro che è più salotto, quella con gli stranieri a passeggio e i locali belli, che è a solo pochi isolati dallo Zócalo ma è come spostarsi in un altro mondo: la gente mostra il volto e le facce che vedi sono serene. Le frontiere invisibili, già.

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Mi infilo alla Biznaga e chiedo lumi alla ragazza che serve al bancone. “Ma che è, che succede allo Zócalo?”

“E’ il presidio dei lavoratori della scuola, quelli accampati in piazza da due mesi, e dovrebbero liberare la piazza”

“No, aspetta: mi stai dicendo che quelli coi fazzoletti in faccia e i machetes SONO PROF??”, chiedo io, e non so se essere stupefatta o genuinamente ammirata di fronte a questi temibilissimi colleghi.

“No, quelli col machete no. Sono simpatizzanti, diciamo. Gente che li appoggia.” (Devono essere quelli di Antorcha Campesina, deduco.)

“Ma… ma scusa, hanno i machetes.”

“Sì. Caso mai li volessero sgombrare con la forza. Servono per dissuadere la polizia.”

“Ma … ma scusa, con un machete lo uccidi, uno.”

“Certo”, mi fa lei, guardandomi come si guarda chi ribadisce l’ovvio. “Quindi la polizia non interviene, sta solo nelle strade attorno.”

“Ma scusa, se la polizia intervenisse questi li prenderebbero a machetatas?”

“Be’, se cerchi su Google quello che è successo qui nel 2006 capisci la dinamica.”

Passo dai ragazzi che vendono il pane, poco più giù, e pure loro mi dicono che è meglio seguire la via della trattativa, che le autorità lo sanno. Altrimenti si crea “un problema social. Un problema social muy serio.” E se so di Oaxaca 2006. I prof hanno imparato molto, da Oaxaca 2006.

Torno a casa cercando di immaginare le mie colleghe genovesi accampate con le tende a piazza De’ Ferrari coperte da gente che impugna sciabole, e l’idea mi affascina mentre tengo a bada l’angolo della bocca che mi chiede di scoppiare a ridere da sola per strada.

Poi, siccome il cielo è saggio, viene giù il peggiore temporale che io abbia mai visto in Messico, e diluvia sui mitra e sui machetes, sui caschi e sui fazzoletti da cowboy, e non c’è guerra possibile se la natura non vuole.

Intemperanze messicane a parte, devo comunque dire che era da due mesi che mi ripromettevo di scrivere di questo sciopero dei professori in lotta contro una legge di riforma che ricorda molto da vicino le nostre. E’ un tipo di sciopero strategicamente notevolissimo: in pratica, i prof hanno messo su un accampamento, con tende e tutto, nel mezzo della piazza principale della città e tutto attorno, trasformando l’area in un immenso campeggio. Tutta quella zona della città è in ginocchio, letteralmente: negozi che non riescono a lavorare perché le tende ne coprono l’entrata, ristoranti vuoti, strade chiuse, pedoni che avanzano a fatica, piegati in due sotto i tendoni stesi da un lato all’altro delle strade per proteggere dalla pioggia le tende in cui dormono i colleghi. Da due mesi e rotti: quando sono arrivata c’erano già, e ci sono ancora.

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Non solo: occupano le stazioni radio e i giornali che non riferiscono correttamente le loro richieste, fanno azioni dimostrative come picchettare i caselli autostradali e fare andare via le macchine gratis o richiedendo il pedaggio per sostenere la loro lotta, attaccano la quotidianità di tutto lo stato di Oaxaca. Ma, intanto, le scuole sono aperte, il servizio scolastico è garantito e loro ci vanno, a scuola. Quindi, non perdono lo stipendio. Semplicemente, mantengono il presidio attraverso un sistema di turni che coinvolge le famiglie, i parenti, i prof di altre zone, tutto studiato alla perfezione. Mi è persino capitato di vederli correggere i compiti, fuori dalla tenda, e tutto attorno al presidio sono sbucate bancarelle che vendono software didattico e roba di aggiornamento professionale. E a Città del Messico vidi, assieme a Enrica, un presidio piccolo, con tende in piazza della Rivoluzione (nomen omen), dove vendevano biglietti a basso costo per Oaxaca, per i professori che volevano venire qui a contribuire. Enrica e io ci fermammo a conoscerli e pareva di parlare coi colleghi della CGIL o dei Cobas: stesse rimostranze, stessi ragionamenti, problemi estremamente simili nella loro sostanza. Solo che il risultato del modo di procedere di qui è che la scuola funziona normalmente e a essere in ginocchio è la città. Altro che i nostri scioperi di un giorno in cui perdiamo lo stipendio, i ragazzi ci smenano o fanno festa e nessuno se ne accorge tranne noi.

Certo, bisogna essere uniti per fare una cosa del genere (machetes a parte, li sto escludendo dal pensiero). Avere uno spirito di corpo fortissimo. E la voglia di politica che noi abbiamo perso ma che nella giovane America Latina è viva e vegeta.

Io, che dire: la cosa dei machetes è lontana dalla mia sensibilità, diciamo così. Ma il concetto – trovare forme di lotta che non penalizzino gli studenti e che siano economicamente sostenibili, oltre che seriamente incisive per quanto riguarda la vita quotidiana della popolazione tutta – forse merita qualche ragionamento.

E perbacco, i colleghi messicani.

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Hay amores que roban el alma…

Questa taverna (cantinas, le chiamano qua) dalle parti del mercato di Oaxaca esiste da così tanti anni che le pareti, spesse quanto quelle di un convento, rendono il cellulare inutilizzabile. Siamo io, un barista grosso e sudato, quattro signore dai tratti indios (qui sono in genere zapotecas, non maya come in Quintana Roo) sedute al tavolo in fondo e un ragazzotto dall’aria inquietante e la felpa bucherellata che beve mezcal seduto al bancone con la testa bassa, senza guardare nessuno. Le zone attorno ai mercati non sono eleganti in nessun paese del mondo.

Il grande vantaggio di fermarsi in una cantina così poco trendy sta nella musica: corridos, uno dopo l’altro, invece della bella musica che si ascolta altrove, e io adoro la musica popolare e se è in spagnolo la amo di più. Storie di donne traditrici, insulti messi in musica (Paquita la del Barrio, ma dimmi tu), cavalli bianchi che muoiono per avere cercato la libertà, vicende di narcos e codici d’onore. In messicano, ciò che Los Chichos e Los Chunguitos sono per la Spagna. E, con certe canzoni, ritmi che vorresti alzarti in piedi e ballare a saltelli sventolando una gonna immaginaria e un tovagliolino di carta a mo’ di fazzoletto, lanciando urletti qua e là. Coi Chichos avrei voluto sapere ballare il flamenco, ricordo bene. E, mentre sono qui che penso a quanto condivide un’anima tremendamente simile, il mondo ispanico, arriva Rocío Jurado, altra immensa insultatrice canora, e mi scaccia Los Tucanes de Tijuana cantando, indovina, Señora. Él me dijo que era libre y yo lo creí. Ciao, Spagna, sapevo che ti saresti affacciata. Succhio la mia fetta d’arancia cosparsa di polvere di verme e sono completamente, profundamente nel mio brodo. Questa è casa mia, ci sono nata.

Il Messico è sempre stato un paese ospitale, generoso con i paesi fratelli. Accolse frotte di spagnoli repubblicani dopo la Guerra Civile (c’è una mostra che li ricorda a Città del Messico, in questo periodo) e non c’è paese latino che non abbia visto qui gente in fuga dai colpi di stato, dai genocidi, dalle persecuzioni che hanno marcato la storia di questo continente. In Messico ci finì Che Guevara, in fuga dal Guatemala messo a ferro e fuoco con la solita benedizione degli USA, e ci incontrò Fidel Castro, a sua volta esule dalla Cuba di Batista. Passano tutti di qua, si direbbe.

E’ un paese dove potrei vivere. Dove forse vorrei vivere. Non mi era mai successo di pensarmi in un posto che non fosse l’Egitto, prima di venire qui. Ed è che, strano a dirsi, ci sono un mucchio di cose in Messico che mi ricordano l’Egitto. La gentilezza della gente, l’assoluta cortesia, l’importanza delle forme. Un’eleganza antica che attraversa le classi sociali. E questo trionfo dei sensi coniugato in modo apparentemente diverso dal Medio Oriente ma in fondo così simile: profumi, sapori, stoffe, mollezze. Immagini che sembrano bellissime fotografie e invece sono solo passanti o pezzi di strada. E la voglia di fare festa. Tutta questa gente che ride, ce n’è tantissima. Come là.

E l’essere complicati, ovviamente. La prevalenza dei sensi e la centralità delle forme usate per rendere la vita vivibile. Perché sennò ti fai male.

C’è come un filo che lega tutto: la mia Napoli, la Spagna, il Medio Oriente, questa America Latina. Nei Caraibi non lo senti con tanta forza, questo filo, e il Centro America è fatto di paesi piccoli che sanguinano ancora, non è fatto per questi pensieri. In Messico lo senti eccome, invece. Capisco che gli spagnoli dell’esilio venissero qui a frotte. Lo avrei fatto anche io.

C’è tantissima Spagna. Quella bella, quella hidalga. E lo spagnolo che parlano qui sembra la bella copia di quello d’Europa. Aprono la bocca e sembrano tutti colti, splendidamente educati. “Y usted, ¿de dónde nos visita?” In Spagna ti chiederebbero, molto più brutalmente: “Oye, ¿de dónde eres?” Sono antichi, l’ho già detto. Allo stesso tempo, la Spagna non ha cancellato quello che c’era prima del suo arrivo. Lo ha affiancato, volente o nolente. C’era una civiltà vera, qui. Evoluta, importante, complessa. E c’è ancora. Il mondo preispanico è arrivato fino a qui nei tratti somatici della gente, nel gusto estetico, nel cibo, nella sensibilità, nella storia e nelle tante cose che ancora non so e che ci vogliono varie vite per sapere, ma intanto le percepisci d’istinto, a pelle. Il Messico è figlio di due genitori e ha preso da entrambi. Chi dice che gli spagnoli distrussero quello che trovarono è pazzo o ignorante, o non è mai stato qua.

Il barista simpatico, grasso e sudato è stato affiancato da una signora a cui le mie domande curiose su questo e quell’altro sono riuscite simpatiche, e si sta prendendo cura di me come se fosse la mia mamma. Ogni tanto arriva con qualcosa da farmi assaggiare. Ora mi ha portato un pezzetto del cuore del maguey, la “palma” dell’agave. E’ dolce e fibroso. Potrei non andarmene più da questo posto, e intanto Rocio Jurado non canta più e sono tornati quelli di prima, sicuramente vestiti di nero, con i cappelli e gli stivali di pelle d’iguana.

Come è tipico dei popoli ospitali, i messicani sono immensamente patriottici. E’ fatta di orgoglio, l’ospitalità. Del piacere di fare scoprire all’altro quanto si ha di buono, della certezza di leggergli l’ammirazione negli occhi. Forse è per questo che i popoli più razzisti e respingenti sono i più disgraziati, quelli dove il piacere incide meno nella vita quotidiana. E settembre è il “mes patrio”, ho appreso. Il 16 è la festa nazionale ma si stanno preparando dal giorno 1. Hanno messo bandiere tricolori ovunque, e il rosso bianco e verde della loro bandiera impera nelle vetrine, nelle camiciole dei bambini, nel chile en nogada che improvvisamente viene offerto dappertutto: il verde del peperone, piccantino e ripieno di carne e frutta secca, il bianco della salsa di noci che lo ricopre e il rosso dei chicchi di melograno di cui viene cosparso. La versione messicana della nostra pizza Margherita tricolore. Dicono che il 16 bisognerà essere allo zocalo, non si può mancare. Non ne ho nessuna intenzione, infatti.

Non è che io abbia molto spazio per nuovi amori, in ‘sto cuore stropicciato assai. Vivo sulle difensive ormai da anni, di passaggio ovunque, col terrore di crearmi nuove nostalgie se lascio che le cose mi oltrepassino la pelle. Nostalgie, santo cielo: l’ultima cosa di cui ho bisogno. Madonna. Eppure ‘sto paese scava.

Vorrei restare.

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