Miguel Martinez vs. Cuore: l’intervista e le balle

17 gennaio 2010 – 17:30

intervista_miguel_martinez1

Apprendo che Miguel Martinez osa scrivere, sul suo blog:

[...] Guarda che io sono una persona molto attenta a non raccontare fattacci personali né miei né degli altri, peggiori nemici compresi.
Eppure tutti gli attacchi contro di me su Internet sono costruiti con abili ritagli di cose che ho scritto, oppure manipolando contatti con altre persone, oppure mettendo insieme cose vere con cose false.

Ora: succede che questo sedicente discretissimo tizio abbia diffuso i miei dati e ogni sorta di manipolazione della mia esistenza (sessuale, familiare, su mia madre e fratelli etc.) lungo un migliaio di commenti sparsi sul suo blog. Succede che lo abbia fatto per distogliere l’attenzione dal fatto che una sentenza del Garante della Privacy lo indicava implicitamente, assieme a qualcun altro, come la “talpa” che aveva girato a Magdi Allam una mia email privata finita sul Corriere. Succede che qui si sia reagito cercando di mettere in guardia, con testimonianze e materiali, altri incauti dall’avere a che fare con lui. E succede che il materiale che ho usato ne smascheri le bugie e sia verificabile e trasparente.

Visto che ancora si lamenta, tuttavia, mi sorge il dubbio che confidi sulla pigrizia di chi non va a aprire i file jpeg per vedere che ciò che lui dice non è riportato in “ritagli”, su questo blog, ma nella sua interezza. E quindi ho pensato che forse valeva la pena di trascriverlo anche in formato testo, ché così gli togliamo motivi per lagnarsi. Procediamo, dunque.

Antefatto:

Nella redazione di Cuore di via Castiglione, a Bologna, si presenta un tale Miguel Martinez, tizio che si attribuiva un passato in Ordine Nuovo e in altre organizzazioni filoterroristiche di estrema destra. Arriva, quindi, e propone un suo materiale su Nuova Acropoli. Associazione che, a suo dire, celava una catena di reclutamenti per azioni di altro genere. Luca Bottura, all’epoca a Cuore, verifica per quello che può e lo intervista. Valerio Marchi, competente studioso di eversione nera, scrive il pezzo principale.

Si scatena un putiferio su Cuore, con tanto di arrivo della Digos in redazione e querela di Nuova Acropoli (poi archiviata). A quel punto Martinez – per paura o per motivi più torbidi – tenta di smentire tutto. Ci si dedicherà per lungo tempo, e in tutti i modi: a volte contando sulla bontà di studiosi comprensivi sul piano umano (vedi Ugo Tassinari), altre volte diffondendo smaccate menzogne. Peccato che l’intervista sia assolutamente autentica, invece.

Qui la  riporto per esteso. In seguito trascriverò l’articolo di Marchi.

Intervista:

Come si entra a Nuova Acropoli?

Anche da sinistra. Esternamente si presentano come ambientalisti e paladini del laicismo. Il mio però è un caso a parte.

Quanto a parte?

Ero studente, venivo da Ordine Nuovo e non hanno dovuto usare i sotterfugi che utilizzano con le altre “matricole”.

Quali?

Si inizia con un corso, all’interno del quale l’adepto viene seguito individualmente. Lo si sonda, se ne capiscono gli interessi, lo si indirizza verso un lavoro all’interno dell’organizzazione. All’inizio in maniera subdola, fintamente assembleare. In realtà attraverso l’introduzione di argomenti militari, abituandolo a eseguire gli ordini.

In quanto tempo?

Per trasformare un lettore di Cuore in un capomanipolo del Corpo di sicurezza, ci vogliono circa due anni. Si comincia con l’utilizzo di piccoli codici (segnali particolari, gergalità, giochi di ruolo), e ci si ritrova inquadrati, stretti in divise similnaziste, a fare il saluto romano. O a sparare.

Dove?

Si addestrano in un terreno vicino Roma, la Commenda. E’ sulla Cassia, a Montefiascone.

Altre violenze?

No. L’organizzazione non va sputtanata, non bisogna tradirsi. Al massimo qualche scazzottata con i punk che non gradiscono Wagner e la musica celtica.

E il processo mentale, qual è?

Non è obbligatorio essere disturbati mentalmente per farsi coinvolgere. Può bastare una forte dose di idealismo.

C’è coscienza di ciò che si persegue?

Io ho avuto tutto chiaro da subito, ed è per questo che ho salito i gradini dell’associazione.

Tutto chiaro cosa?

L’obiettivo finale è la costruzione di uno Stato piramidale, dittatoriale.

Attraverso i corsi da annunciatore FS?

In Italia, non essendo riusciti a entrare organicamente nei centri di potere, ci si accontenta di pompare denaro all’organizzazione internazionale. Attraverso un uso dei media che anno dopo anno si è affinato.

Come?

Dal ‘57 all’82 non si sono mai occupati di ecologia. Poi, visto che l’argomento “tirava” sui giornali, hanno cominciato a pulire parchi su parchi. Previa allerta ai cronisti, ovviamente.

Come si fa carriera?

Chi porta dentro altra gente, chi è affidabile, chi fa parlare i giornali va avanti. E pian piano arriva a sentirsi importante, all’interno di un mondo che riconosce per buone solo le proprie leggi totalitarie.

Esiste qualche barlume di buonafede?

A livello intermedio sì. Buonafede e fanatismo insieme. Nei vertici no.

Lei ha mai avuto un lavoro regolare?

No. Solo lavori collaterali. E anche adesso sono in queste condizioni, anche se – a 38 anni – sto per laurearmi. Ma non è facile recuperare.

E farsi una famiglia?

Ho conosciuto mia moglie [nota mia: si tratta della prima moglie, che adesso vive a Roma] all’interno di Nuova Acropoli, ma lei è sempre stata meno importante dell’organizzazione.

Come ne è uscito?

Ero da solo in Egitto, come capo dell’organizzazione locale. Ho avuto accesso all’archivio generale: piani per conquistare il mondo accanto a foto di vecchietti travestiti da gerarchi. Lontano da tutto, ho avuto modo di capire come tutto ciò fosse al contempo grottesco e pericoloso. [Nota mia: pericoloso soprattutto per lui, ché in Egitto le sette sono penalmente perseguibili e, se lo avessero beccato, avrebbe avuto guai serissimi. E' plausibile pensare che, più che prendere coscienza, sia fuggito di fronte a qualche problema.]

Adesso ha paura?

No. Se mi succede qualcosa, non sarà difficile scoprire chi è stato.

[Luca Bottura]

Bon. Ora, tutti hanno il diritto di cambiare idea, e ci mancherebbe che Martinez non fosse libero di rinnegare il proprio passato. Anche ammesso che lo abbia fatto, però (e qui ne dubitiamo) rimane comunque censurabile l’attitudine a mentire e a manipolare i fatti, trattandosi di una persona che pretende di fare attività politica.

Ed ecco qui Miguel Martinez che smentisce l’intervista di cui sopra, invece, e guardate in che termini:

L’articolo che citi era una falsa “intervista” creata da un umorista di Cuore in base a un dossier su Nuova Acropoli, che avevo preparato io stesso, e che diceva tutt’altro (i suoi contenuti sono sostanzialmente quelli che si trovano sul mio sito).
Ma evidentemente non conosci il vecchio Cuore, altrimenti lo avresti capito da solo; anche perché nessuna persona sana di mente darebbe una “intervista” come quella – vi immaginate Berlusconi che dà un’intervista sul tipo “tutte le mie truffe”?
Ovviamente non provo rancore, visto che esiste il diritto all’ironia, comunque a suo tempo ho mandato una nota a Cuore per smentire. L’ho mandata anche a Nuova Acropoli, perché un conto è la critica, anche pesante, che faccio a quell’organizzazione, e un altro le fantasie demenziali che non servono a nessuno.
Nella seconda edizione del suo libro “Fascisteria”, lo studioso Ugo Tassinari riconosce che l’”intervista” era una goliardata di Cuore.

Balle: né Cuore aveva motivo di mettersi a fare dell’ironia su uno sconosciuto come lui, né Tassinari ha mai accusato Bottura e Marchi di avere voluto fare una goliardata. Ma tant’è. Preso in castagna, Martinez tace. Poi, confidando nella smemoratezza generale, scrive cose come quella che ha provocato questo post. (Anzi, sai che ti dico? Io la metto al sicuro, la pagina web con le balle di Martinez. Nello stesso sito in cui lui conserva la foto della bambina di Marrazzo.)

(Segue: Mein Kampino, di Valerio Marchi)

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Contrordine. Sì, ecco.

5 gennaio 2010 – 19:57

Non sto a spiegare, ché è tutto complicato e contorto e poi vabbe’. Comunque, quello qui sotto è il video goffo e insensato che mi sono nervosamente messa a girare nella casa nuova. Quella con SMP.

In realtà l’ho fatto stamattina, subito dopo che avevamo portato dentro un divano. Ma il livello di nervosismo era analogo a quello di ieri, che io ero a casa mia tranquilla e mi arriva un sms che fa: “Sono di sotto, nella casa nuova. Vieni? Porta un metro.” E io so’ scesa e lui era effettivamente dentro ’sta casa, e da quel momento le chiavi sono nella mia tasca e credo che ci dormirò anche, con le chiavi in mano.

Io, quindi, starei andando a vivere con SMP. Nella casa più bella del mondo, ché mi ha fulminato come nessuna prima. E con ’sto matto da legare genovese, che dimmi tu se è modo di fare pace con una donna, questo.

Non ho altro da aggiungere. E che dico?

Regali

30 dicembre 2009 – 21:55

EGYPTAIR - MS 704
      MILAN IT            CAIRO EG               1530     2010
               MALPENSA            CAIRO INTL
NON STOP       TERMINAL 1          TERMINAL 3             DURATA   3:40
                                                        NON FUMATORI
               PRENOTAZIONE CONFERMATA- L TURISTICA
               IMBARCO: PASTO
               EQP:AIRBUS INDUSTRIE A320-100/200

EGYPTAIR - MS 833
      CAIRO EG            ASMARA ER              2315     0305
               CAIRO INTL          ASMARA INTERNATIONA
NON STOP       TERMINAL 3                                 DURATA   2:50
                                                        NON FUMATORI
               PRENOTAZIONE CONFERMATA- L TURISTICA
               IMBARCO: PASTO
               EQP:AIRBUS INDUSTRIE A320-100/200

Volevo andare in Eritrea da non so più quanti anni. Ci vado a Marzo, ho il biglietto Milano-Cairo-Asmara. E, ora che ce l’ho, non capisco perché non l’ho fatto prima.

E’ un po’ poco, rimanere solo i dieci giorni di Pasqua. Però, insomma, almeno farsi un’idea. Sono graditi consigli e dritte.

Volendosi fare un regalo, una se lo sceglie bello.

Vabbe’, tanti auguri

25 dicembre 2009 – 02:20

natale

Qui, per non farci mancare niente ci facciamo succedere di tutto. E quindi succede che sono riuscita a lasciarmi col Signore Avvilentemente Perbene (d’ora in avanti SAP) addì 22 dicembre, e direi che ci vuole mira, a scegliersi così le date.

E poi succede che sono a Milano, adottata al volo dalle amiche di sempre, e tutto sommato un po’ mi fa ridere e un po’ mi rende contenta, questo fatto di venire a Milano per farmi consolare e sentirmi inglobata tra i miei, ché gli anni non passano invano e quelli che ho passato in questa città fanno parte di me, e quando ci vuole me lo ricordano. Mi sento grata. Stasera, a cena, c’era una collega della mia materia ma di una nidiata successiva alla mia, sebbene lei avesse più anni, ed io le chiedevo i fatti suoi sapendo che avrei potuto essere al suo posto, con la sua vita e la sua scuola, se non fossi fuggita a Genova. Sono pensieri che mettono allegria, ti fanno pensare alle vite parallele che non hai vissuto e che forse ti rimangono da vivere. Chennesai.

Stasera mi sento la vita nelle mani e sono contenta, dopo essere stata tra gente che mi vede vivere da tanti anni, da vent’anni come minimo, e con cui ho imparato a lavorare e tutte quelle cose che una poi vuole dimenticare, quando scappa da Milano, ma che hanno fatto di te ciò che sei. Stasera ero una delle prof più brave della Terra, con ’ste amiche e complici. Così mi sentivo. E grata.

Stasera non ho manco dovuto cucinare, e niente vermicelli con le vongole e pesce e struffoli e domani lasagne, capretto e dolciumi, niente. Ho messo le gambe sotto al tavolo delle amiche e ho mangiato felice un sacco di cose esotiche, senza struffoli e senza capitone. Non so da quanto tempo non mi succedeva, di non cucinare a Natale. Davvero, che bello.

Domani mattina farò una torta di mele, come sforzo supremo per il pranzo di Natale nella casa da cui scrivo. Poi riconsegno la macchina a mio padre, che al grido di: “Non rompermi le balle e non mi assillare con i riti tribali natalizi!” mi ha liberato perché è generoso, mio padre, e mi ha lasciato andare a divertirmi senza sensi di colpa, e poi cerco di andare in Spagna da Pupina, se trovo uno straccio di buco in aereo. Io ci provo, anche se la vedo difficile assai.

Mi riprendo la mia vita, in questi giorni, e il friccicorìo è sempre quello.

Mio padre, ieri, mi ha guardato e mi ha detto: “Sì, lo vedo che non riesci a prendere la cosa sul serio fino in fondo. Sei sempre stata così. E mi sa che è una fortuna, avere la capa fresca a oltranza che hai tu.” Si è messo a ridere, e io pure.

So’ curiosa di conoscere il 2010.

Leonardo

16 dicembre 2009 – 19:51

testata_home

Il primo blogger che io abbia mai letto, il primo a cui io abbia mai scritto, il più bravo di tutti.

Da oggi, se lo godono anche i lettori dell’Unità.

(In bocca al lupo, collega!)

Quel fortunello di Magdi Allam

10 dicembre 2009 – 19:42

tribunale

Il tribunale di Milano, stamattina, oltre a Fabrizio Corona ci aveva da processare pure Magdi Allam, ché è un anno e rotti che lo tengo a processo ed è un anno e rotti che passa da un rinvio all’altro, il Nostro. Ed è che l’autorità che gli emette i decreti di citazione a giudizio mi appare un tanto distratta e, fino ad oggi, era riuscita a sbagliare:

1. il nome del mio difensore (nel primo rinvio a giudizio di Allam, il nome del mio avvocato, scritto a stampa, era stato cancellato con un tratto di penna e sostituito sempre a penna dal nome dell’avvocato che ebbi la malaugurata idea di assumere in prima battuta e che licenziai poco dopo, salvo vederlo ricomparire come un fastasma nel decreto, appunto, e per poco non impugno dell’aglio per scacciarlo);

2. il rito (il reato di cui è accusato Allam richiedeva l’udienza preliminare: per arrivarci, abbiamo dovuto inseguire erronee citazioni dirette che venivano restituite al pm e noi dietro, di rinvio in rinvio, tra i sorrisoni degli avvocati del Corriere);

3. il giudice (si sono sbagliati e ci hanno mandati in riva all’Adda non so quante volte, e invece il nostro posto era a Milano).

Oggi gli hanno sbagliato il nuovo decreto di citazione, invece: pare che glielo abbiano mandato senza specificare l’articolo del codice corrispondente al suo reato. E quindi, l’avvocata del Corriere: “Signor Giudice, se non ci viene specificato il reato come si tutelano i diritti della difesa?” E il pm: “Ma abbiamo mandato una copia dell’articolo per cui la signora lo ha denunciato, saprà pure che è accusato di quello!” E il mio avvocato: “Ché poi, insomma, nelle citazioni precedenti c’era, e in questa era scritta la data del reato e tutto: saprà pure cosa ha mandato in stampa quel giorno, no?”

No.

La citazione va rifatta, ci si rivede a Febbraio.

E il sorriso soddisfatto degli avvocati del Corriere mi ha fatto pensare che non gli basta essere grossi e forzuti, a quelli là. Pure fortunelli, sono. Questo pensavo, mentre poco più in là c’era Fabrizio Corona con un enorme orecchino formato vongola di brillanti che mostrava il cipiglio ai fotografi e ce lo avevamo pure io e il mio avvocato, il cipiglio, e con più ragione di quello là.

Che è comunque meno fortunato di Magdi Allam, e ciò me lo rende anche un po’ meno antipatico. Un po’, non troppo.

Memo: cose buone benché francesi

9 dicembre 2009 – 06:10

vin_chaud_aux_epices

Io, per anni, ho pensato che la Francia non fosse altro che il pezzo di strada che unisce l’Italia alla Spagna e viceversa. Non mi ha mai ispirato la minima curiosità, proprio. Pensavo vagamente che fosse un posto freddo dove tutto chiude presto la sera e si cucinano cose cremose.

In realtà c’ero anche stata, e non pochissimo: un’intera estate a Nizza quando avevo una quindicina di anni, con annesso corso di francese e relativo soggiorno presso famiglia locale. Lui era un cuoco che allungava le mani, la moglie una brava donna simpatica con cui non accennai mai a questa particolarità del marito. Avevano una bella casa e condivano, appunto, l’insalata con la crema.

La cosa che più mi colpì di Nizza fu, tutto sommato, la bellezza delle prostitute che stazionavano in non so quale elegante strada pedonale del centro: venivo da un anno trascorso nella scialba Inghilterra del sud e quelle spettacolari stangone elegantissime mi sembravano tutte dive del cinema, non mi spiegavo come potessero essere semplici prostitute. Chissà allora come erano le attrici vere, pensavo. Una rimane intimidita, a 15 anni.

C’è stato un periodo in cui ho parlato un francese abbastanza decente, tirato su tra quell’estate e un successivo anno scolastico trascorso in un collegio di Losanna e terminato in anticipo causa mio innamoramento per Marco e annessa fuga a Napoli, via dal collegio, dalle sue regole terrificanti e dalla signorina che ci controllava e che si chiamava Beretta, come le pistole. Poi l’ho dimenticato imparando lo spagnolo, il francese: le lingue affini fanno sempre a cazzotti, rinchiuse nello stesso cervello, e io non avevo studiato abbastanza grammatica per farle convivere. Del mio periodo francofono ricordo solo i complimenti ricevuti da un’elegante madre di famiglia parigina, una sera, in quel della Gomera: “Ma come parli bene francese!“, mi disse. E io, candida: “Oh, è che ho avuto molti fidanzati francesi“. Lei trattenne una risata e io capii di avere detto qualcosa che mia nonna non avrebbe approvato. Nei trent’anni successivi, comunque, l’ho dimenticato del tutto, come dicevo, e oggi faccio fatica pure a ordinare una ratatuille al ristorante. Sono formata per pronunciare roba molto più decisa.

La Francia non ha mai colpito la mia immaginazione, comunque, e i fidanzati francesi nemmeno: li ricordo maschilisti, quelli che mi sono capitati, e del resto ero piccola e bastava contraddirmi per farmi gridare al maschilismo. Ci fu un Didier che cercò di prendermi a schiaffi, una notte, in un albergo di Juan Les Pins. Mi rifugiai dietro il portiere dell’albergo e strillai molto, quindi fuggii e non ci rivedemmo più. Maschilista lui o, forse, insopportabile io. Chi può dirlo, dopo tanto tempo.

Tutto questo per dire che la sto scoprendo praticamente da zero, la Francia, ultimamente, e mi ritrovo a visitare luoghi che per me erano semplici cartelli autostradali, fino a ieri. Arles, per dire. Arles è un cartello sulla strada per la Spagna, pensavo. E invece no: esiste, ed è pure bella. Tu pensa che scoperte, si fanno.

E quindi – tanto per arrivare al dunque – ho scoperto anche il Vin Chaud, che è il motivo per cui sto scrivendo ’sto post. Lo avevo assaggiato l’anno scorso ad Avignone, in una serata trascorsa assieme a SSG davanti al caminetto di un ristorante, e questa volta l’ho studiato con più attenzione per capire cosa ha di buono, visto che l’italico vin brulè mi ha sempre fatto orrore e il vin chaud lo berrei pure per colazione, invece.

Ci ha che non ci mettono il chiodo di garofano, ci ha. E’ questo che me lo rende buono. Ho deciso che il chiodo di garofano lo rovina, il vino speziato.

E quindi volevo dire che nel vin chaud che piace a me bisogna mettere cannella, anice stellato, arancia e zenzero. E basta. Dovevo scriverlo, prima di scordarmene.

La ricetta più simile a ciò che mi piace deve essere questa, a occhio e croce:  http://scally.typepad.com/cest_moi_qui_lai_fait/2004/12/vin_chaud_aux_p.html

E ora posso tornare a dormire, che sono le cinque del mattino e avrei pure scuola, domani.

‘Ste due cose che non racconto

8 dicembre 2009 – 17:15

Intanto, che tutta ’sta storia è un parto. Trigemellare. E la firma del contratto per la stramaledetta casa nuova sarebbe dopodomani e io e SSG siamo riusciti a litigare giusto ieri sera, e non scrivo il perché del litigio  per amor di patria e per non arrossire a rileggerlo, ma i motivi per cui si riesce a litigare con gli uomini sono sempre straordinari, pensavo, ed è che gli uomini in generale sono semplici in tutto tranne che nei rapporti con le donne e, infatti, la cosa migliore è sempre averli come amici, pensavo, ché non sai gli esaurimenti nervosi che ci si risparmia a non andare oltre.

Questo, pensavo.

E poi pensavo che non si possono scrivere le cose in evoluzione, ché non sai manco tu cosa succederà tra un quarto d’ora e quindi nulla di ciò che pensi va fissato in forma scritta, ché poi rimane lì a tuo perpetuo disdoro e comunque porta sfiga.

Comunque sono arrabbiata, parecchio. Non si può portare una donna davanti a un aperitivo e poi lì, proprio lì, accusarla di non mettersi a dieta. Va oltre la crudeltà mentale, una cosa del genere. Ed io non ci posso stare, con le persone malvagie. E quindi, ecco, l’ho detto e amen. Così magari mi viene da ridere e la smetto di essere offesa, oppure no, boh. E’ un periodo che non so mai come è giusto che ci si senta. Incazzata, direi. Tanto per non sbagliare.

Giovedì riprende anche il mirabolante processo che mi vede contrapposta al Corriere della Sera e a Magdi Allam, a proposito di esaurimenti nervosi, e già mi vedo accasciata su una seggiola del tribunale che mi faccio un pisolo mentre gli addetti ai lavori discutono per una mattinata intera sulla data del prossimo rinvio. E poi arriva Berlusconi e gli fa “Liberi tutti!” in nome del processo breve e, dopo anni di udienze a vuoto, si va a casa. Mi ci gioco la nonna. E’ un mondo ostile, sì, in cui ci si affatica in eterno in nome di soddisfazioni che, man mano che ti pare di raggiungerle, si spostano sempre un po’ più in là.

Perché, poi, a me piacciono le cose chiare e invece si ricomincia con le nebbie, qui, e c’è il mirabolante Piccardo che, a quanto mi consta, tratta col Corriere per ottenere consolazione economica ma non vuole che io lo sappia e quindi io vengo di nuovo presa dalla Sindrome da Contemplazione dell’Umana Scemità – sindrome che mi colpisce ogni volta che mi sovviene l’italo-islam e poi ci vogliono settimane per farmela passare – e di nuovo mi chiedo cosa gli faccia, l’islam, alla coerenza di ’sta gente.

Perché, dico io: visto che usi le MIE dichiarazioni, la MIE smentite e le MIE prese di distanza per chiedere di essere risarcito, almeno non nascondere il risarcimento. No? E invece pare che lo voglia nascondere, pare. E quindi le benedizioni islamiche te le manda, il Mullah di noialtri, ma gli aggiornamenti sulle trattative economiche se li tiene. Gelosamente conservati. Bah. Poi ci si stupisce se una pensa che gli faccia male, l’islam, a ’sti commercianti di provincia riverniciati di esotismo.

E, insomma, oggi me ne sto a casa a rimurginare sui cavoli miei e però in questi giorni ero in Camargue, poi ad Arles, poi ad Antibes e ormai ho scoperto che mi piace, la Francia, ma poi tutto questo Occidente mi fa sentire stretta, inchiodata a codici e modi di essere che non capisco mai del tutto, e penso che è un sacco di tempo che non faccio un viaggio da sola in qualche posto meno ordinato, e che forse sarebbe ora.

Appena ho due lire, vado in Eritrea.

(Nella foto sotto, danze rituali dal significato oscuro. In Camargue.)

francia 008

Se prima non ci cade il cielo sulla testa

25 novembre 2009 – 09:29

La casa - quella, sì – sarà pronta a metà dicembre. Il contratto partirà dal primo gennaio. Il primo gennaio è il mio compleanno. Faccio 48 anni.

Dice che è tutto a posto, che ormai è fatta.

Io ci ho l’allerta-scaramanzia ai massimi livelli, ci ho.

(Deglutisco)

casa

Riflessioni sull’ammore, la domenica mattina.

22 novembre 2009 – 11:39

Fisioterapia-domc1

[...] che le persone non sono “roba nostra”. ci prestano il loro cuore per un po’, poi capita di doverglielo restituire. e quel tornare, quel rimanere, quell’indecisione, quel capire sempre sulla porta d’uscita che “forse mi manchi, forse però ti volevo bene davvero, forse eri tu la persona giusta” beh, è incoerenza data dalla paura di rimanere soli e dall’egoismo di un capriccio da bambini viziati.
non è la perdita la misura dell’amore (citando la winterson), troppo facile, pensare, di aver capito tutto quando ormai si è mandato tutto a puttane (si, uso spesso i francesismi). troppo facile, davvero. la misura sta nelle infinite piccole cose che curiamo cercando di far crescere il sentimento che c’è, le piccole cose, quelle che sembrano insignificanti. il ricordarsi quanto zucchero vuoi nel caffè ed accettare anche i difetti e le differenze che ci sono. la misura sta nell’attenzione che mettiamo nel guardare ed ascoltare piuttosto che vedere e sentire. e soprattutto nella capacità di smettere di “innamorarci” ed iniziare ad amare, con ogni singola particella di noi.
sembra impossibile. ma l’impossibile, si dice, è solo questione di esercizio.

Una si sveglia, fa un giro su internet dal letto, passa su FriendFeed e legge questo coso qua e poi le viene voglia di rileggerlo ancora e ancora, ché sai che è roba che ti parla ma la rimuovi un attimo dopo averla letta, non trovi più le parole giuste per pensarla e devi rileggerla, appunto, e poi ancora e ancora.

Io sono alle prese con una sorta di fisioterapia amorosa, una riabilitazione cardiaca consistente nello scongelare poco a poco il mio personale generatore di sentimenti, e solo adesso che lo faccio mi rendo conto di quanto ero andata lontano nello spegnere i miei interruttori. Qua, quando facciamo le cose le facciamo sul serio.

Mi osservo all’interno di un rapporto e capisco di essere alle prese con una rieducazione. Ricordarsi quanto zucchero vuoi nel caffè, queste cose. Non è più istintivo.

Non è sfiducia negli uomini: io di loro mi fido da sempre, mi hanno amato e trattato bene per il 90% della mia esistenza. E’ diffidenza verso me stessa, è che so di non essere proprio capace di stare male e che, per questo, io devo stare per bene. Per forza, proprio. La sofferenza mi è proibita, non ho i filtri per gestirla.

C’è stato un momento, nella mia vita, in cui – guardando esterrefatta l’uomo che avevo davanti – pensai: “No, aspetta, io non posso capire queste cose: non ne  ho esperienza. Fino ad oggi ero sempre stata con uomini perbene, io.”

C’è un prima e un dopo questo pensiero, nella mia vita. Nettissimo, e mi capita di starci facendo i conti adesso.

Mi riscopro, ultimamente, capace di guardare l’altro senza avere presente me stessa prima di qualunque altra cosa. Mi succede di desiderare che lui stia bene senza avvertire il bisogno immediato di rendere il mio benessere inattaccabile.

Mi succede che mi sto accorgendo di avere a che fare con un uomo perbene, come era sempre stato, e che non c’è bisogno di comportarmi come se avessi un delinquente per casa.

Il mondo, le persone della mia vita, sono tornate ad essere normali, ed ora tocca a me ricordare come ci si comporta, tra persone perbene. E’ un po’ come tornare a imparare la propria lingua.

Ed è una cosa che richiede – è verissimo – anche un certo esercizio.