No, ma che vergogna

Si sono addirittura chiusi i commenti del blog, vista la latitanza di mesi, e manco me ne ero accorta.

E’ che sono stata a Cuba, da dove aggiornare il blog è complicato. E ora sono in Italia a fare un paio di cose non particolarmente interessanti. Ne ho fatta una moderatamente interessante nelle scorse settimane, invece, ed è stata la chiusura del primo processo contro la Valent. I vecchi lettori del blog ricorderanno la questione, immagino.

Tra un po’ ripasso e racconto come è andata. E poi dovevo finire di raccontare del Guatemala, ma dove ho la testa.

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Da San Salvador a Città del Guatemala

Ticabus, destinazione Città del Guatemala. Alla frontiera, un gruppo di donne che cuociono pupusas sono l’ultima immagine che ho del Salvador.

Passo la frontiera con un senso di liberazione, satura di filo spinato e paura generale e esigenze di sicurezza e orrori vari. Il Guatemala mi appare come il più pacifico dei paesi, in confronto: è la seconda volta che ci entro e, ricordo bene, almeno non è zeppo di gente che ti sconsiglia pure di camminare per strada.

Volendo fare un bilancio dei paesi visitati fino a ora, se il Nicaragua è il più seducente, vivibile e umano, il Guatemala è però il più bello. E’ più che bello, anzi: è magnifico. E’ magnifica la sua natura, è magnifica l’architettura coloniale di Antigua – altre celebratissime città coloniali scompaiono, al confronto – come sono magnifiche le rovine maya ed è magnifico l’artigianato – superiore di molto a quello dei vicini. E’ un paese così colmo di meraviglie che ti stupisce che non trabocchi di turisti, che non ne riceva ancora di più quelli che vedi.

E’ anche un paese la cui storia riesce a essere ancora più tragica di quella del Salvador o degli altri vicini. La Rough Guide la presenta con una cronologia essenziale, secca e proprio per questo raggelante:

1901
: la United Fruits inizia la coltivazione delle banane in Guatemala. Monopolizza le linee ferroviarie e i porti e stabilisce una presenza politica pervasiva.
1944: il Guatemala inizia un esperimento politico di 10 anni di “socialismo spirituale”.
1952: viene approvata una legge che ridistribuisce le terre della United Fruit Company. Centomila famiglie di contadini ne beneficiano.
1954: la CIA organizza l’invasione del Guatemala per rovesciarne il governo “filocomunista”.
1955-85: i governi militari che si succedono gettano il paese in una spirale di violenza, declino economico e corruzione.
1976: uno spaventoso terremoto lascia 23000 morti 77000 feriti e un milione di senzatetto. Dinanzi alla distruzione, aumenta la presenza di gruppi di guerriglieri.
1978: Lucas García prende il potere, rilancia la guerra civile e massacra circa 25000 civili, intellettuali, politici, religiosi e dissidenti.
1982: colpo di stato di Efraín Ríos Montt. Con le sue Pattuglie di Difesa Civile porta il paese al massimo livello di scontro.
1985: Vinicio Cerezo vince le prime elezioni legittime in 30 anni, ma l’esercito ha ancora chiaramente il controllo del paese.
1992: la guerra civile continua. Rigoberta Menchú vince il Premio Nobel per la Pace per la sua campagna in difesa della popolazione indigena del paese.
1996: gli accordi di pace vengono firmati il 29 dicembre.
1998: il vescovo Juan Gerardi viene assassinato due giorni dopo avere pubblicato un rapporto sui crimini di guerra che denuncia l’operato dei militari.
1999: Alfonso Portillo prende il potere. Il suo governo, estremamente corrotto, lascerà il paese virtualmente in bancarotta.
2007: viene eletto Álvaro Colom, primo presidente di sinistra in 50 anni.
2011: la criminalità è ormai da anni il principale problema del paese, a causa del narcotraffico e delle maras.

Città del Guatemala ha, come tutte le capitali centroamericane, fama di essere brutta e violenta. A me non lo pare. Forse ho ricalibrato il mio concetto di brutto e violento o, semplicemente, tanta fama è eccessiva. Chiedo lumi al tassista, come al solito, che stavolta è un signore gioviale che ha vissuto anche in Salvador e mi conferma che non c’è paragone tra le due capitali: “Non vede che qui gli edifici sono più puliti e si nota meno degrado?” Ha ragione. Mi spiega che hanno un bravo sindaco, che i trasporti cittadini funzionano bene e che, insomma, non si vive malaccio. Nonostante i problemi, certo.
Mi faccio portare a fare colazione in una bella zona. Viali, edifici moderni, tante belle cafeterias. Giro un po’ per i dintorni e all’improvviso, da lontano, mi pare di intravedere una sagoma che non assocerei al Centro America. Mi avvicino e, no, non sbagliavo. Non so cosa diavolo gli prenda ai centroamericani, con Israele, ma sono a plaza Israel e non c’è proprio dubbio:

L’unico legame che conosco io, tra Guatemala e Israele, è la vendita di armi e la consulenza militare che quest’ultimo ha prestato all’esercito guatemalteco durante la guerra civile. Tanta piazza sarà dovuta a questo? Non ne ho idea. Probabilmente.

Sono di buon umore. Decido di andare a visitare il centro – zona 1, lo chiamano – che è abbastanza fatiscente, povero, un po’ cupo persino di mattina. Camminando, arrivo alla cattedrale. Di buon umore, dicevo.
Le colonne che la circondano hanno qualcosa di strano: mi avvicino e, certo, sono nomi incisi nella pietra.

Ancora dolore, avrei dovuto saperlo. Se lo avessi saputo, anzi, forse non ci sarei nemmeno venuta, qua. Non oggi, non con ancora il Salvador addosso, non mentre sono già così satura di dolore e di inutilità del dolore. E invece ci sono e devo guardare, devo leggere, non posso rimuovere. Troppo tardi, e la cronologia che avevo letto sulla guida prende vita
Ma sarà meglio fare un post nuovo, per raccontare la cattedrale.

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Salvador (fine)

Il tassista che mi ha accompagnato al Museo Militare di San Salvador è un’anima candida. Si improvvisa guida turistica, vorrebbe farmi visitare lo zoo e vedermi fotografare le facciate delle chiese e lo intristisce la mia mancanza di interesse per ciò che propone. Parlare con lui della guerra civile mi deprime, non ne sa nulla e ancora meno ne vuole sapere. “Quindi per te le ragioni della guerriglia valgono quanto quelle degli squadroni della morte?”, gli domando, mentre tra me e me mi chiedo se non sia il caso di cambiare taxi. “Ma io ero un bambino, avevo paura!”, risponde lui quasi urlando, e gli si stampa in faccia una smorfia di malessere che mi fa vergognare di me stessa e dei miei pensieri. Rimango con lui, continuiamo a girare per la città. All’inizio di un vialone grigio mi fa: “Ecco, qui comincia il territorio della Mara Salvatruchas.”

Le maras sono la moderna piaga del Centro America e la dimostrazione definitiva della circolarità delle disgrazie di questa terra: esplosero come fenomeno negli Stati Uniti con l’arrivo dei rifugiati dalle guerre dell’epoca (quelle che gli USA finanziavano e armavano, sì), negli anni ’80. In origine erano gruppi di giovani latinos che si difendevano dalle aggressioni degli anglo, poi passarono al controllo del territorio e alla delinquenza. I “Salvatruchas”, il cui nome deriva dal Salvador, furono i protagonisti delle sollevazioni popolari del ’92 a Los Angeles. Nel 1996, il Congresso USA approvò una legge per cui ogni straniero condannato a più di un anno di prigione doveva essere deportato immediatamente nel proprio paese d’origine. In questo modo, paesi piccoli e poveri – Salvador, Honduras, Guatemala – che a stento si stavano risollevando dai loro sanguinosi conflitti interni, si videro arrivare migliaia di delinquenti cresciuti e formati negli USA che, ovviamente, trovarono nella povertà e nella corruzione locale il terreno ideale per espandersi fino a diventare, letteralmente, un intoccabile stato nello stato. Al sistema di estorsioni, rapine e rapimenti si aggiunse presto il narcotraffico, oggi principale fonte di reddito per le bande. E, con il narcotraffico e la diffusione di coca e affini, il livello della violenza esercitata dalle bande è cresciuto fino a diventare – non trovo altro termine – demenziale.

Qui tutti pagano una tangente alle bande, mi spiega il tassista. Negozianti, conducenti di autobus, gli stessi tassisti, chiunque lavori. Mi guardo attorno sconfortata, con ancora addosso il malessere della visita ai militari: “Insomma, a questo è servito? Tanto sangue, oltre un decennio di guerra, stragi e massacri per costruire questo paese qua? Miseria, analfabetismo, denutrizione, filo spinato, terrore, criminalità, questo è tutto quello che rimane?” E lui: “No, appunto, non è servito a niente. La generazione di allora, per cambiarsi la vita andava sui monti a combattere; questi sono nel narcotraffico. Prima avevano gli ideali, ora credono solo nel denaro.” Lo guardo, l’analogia mi colpisce. Le maras come nuova modalità di lotta di classe. Questo paese è una miniera di spunti per deprimersi.

“Ma vuoi vedere chi ha veramente il potere, e parlo di potere vero e di soldi illimitati, in questo paese? Ora te lo mostro.” Qualche minuto di macchina e siamo qua:

Villa Bautista. “Che roba è?” “E’ il regno dell’uomo più ricco e potente di tutto il Salvador.” La proprietà prende tutto l’isolato. Ci sono edifici, c’è una chiesa, c’è la scuola, c’è un’emittente radio, Radio Bautista 89,7. “La tua risposta è qui”, è il loro motto. Gente in uniforme ovunque, le donne con la gonna blu al polpaccio e gli uomini in camicia e cravatta. Al posto delle croci che mi aspetterei, ci sono coroncine e stelle di Davide fianco a fianco in ogni angolo, e la scritta all’entrata della chiesa recita: Tabernacolo biblico battista “Amici di Israele”, 1977.

Che brutta data, madonna. Questi devono essere di una destra che più estrema non si può – ma finisce mai, la destra estrema, in Salvador? – ma non capisco tutta ‘sta devozione per Israele. Il tassista non me lo sa spiegare. Io mi giro e, alle mie spalle, c’è un’altra targa per un’altra curiosa combriccola:

Avevo già letto da qualche parte che diversi dittatori centroamericani avevano appoggiato chiese evangeliche e sette varie in modo da indebolire la chiesa cattolica, durante gli anni della Teologia della Liberazione. Intanto, il tassista parla, si sfoga, e racconta – ormai dello zoo e delle basiliche non gliene frega più nulla manco a lui – ed è arrabbiato, non è più il pacioso e beato ignorante dell’inizio del nostro giro. E mi racconta che possiede mezzo Salvador, ‘sto Tabernacolo biblico degli amici di Israele, e poi mi parla di D’Aubuisson, che è morto nel suo letto senza che nessuno gli torcesse un capello, e del figlio che continua bellamente a fare politica nello stesso partito e dell’altro figlio che è stato ucciso per cose di narcotraffico ed è che, come ovunque, estrema destra e delinquenza esercitano un’irresistibile attrazione reciproca, l’una non esiste senza l’altra.

Il Salvador ha sempre votato a destra, dopo la guerra. Solo adesso, per la prima volta, la sinistra è arrivata al governo, ed è una delusione generale. Corrotti, inefficienti. “Hanno dimenticato da dove vengono”. Alle prossime elezioni perderanno, mi dicono. C’è troppa delinquenza, la gente ha paura, ci vuole mano ferma. Destra, dunque. Il Salvador è in loop e non sembra che ne possa mai uscire.

Questo è un paese che ti maciulla emotivamente. L’ho scritto altrove: era dai tempi della Palestina che non sentivo tanta amarezza durante un viaggio.
Cerco di capire cosa abbiano in comune, i due paesi, ed è il senso di sconfitta totale, senza speranza, che trasmettono. In entrambi i paesi si è combattuto – o ancora si combatte – per una causa sacrosanta, con rapporti di forza totalmente sbilanciati. In entrambi i paesi c’era un popolo da una parte e un esercito dall’altra. In entrambi i paesi, generazioni intere sono state decimate: dicono che in Salvador manchino gli uomini attorno ai cinquant’anni, sono morti. Soprattutto, tanto in Salvador come in Palestina, a essere uccisi sono stati soprattutto i migliori: i più intelligenti, i più colti, i più brillanti. Quelli che avrebbero dovuto costituire le future classi dirigenti. I più pericolosi, quindi. E, sia lì che qui, è stato tutto per niente. Rimane solo l’essere depauperati, tanto umanamente che delle risorse, e nessuna speranza futura. E, tutto attorno, l’ipocrisia internazionale.
Tonnellate di ipocrisia internazionale, per decenni.
Salvador e Palestina, guarda quante cose hanno in comune. Non ne avevo idea, pensa.

La sera, vado a mangiare nel ristorante del giorno prima, l’unico che c’è entro un isolato dall’albergo. Un isolato fatto di filo spinato e cellule fotoelettriche che si accendono quando passi. Come la sera prima, tanta bella gente all’interno e tante macchine parcheggiate fuori con dei tizi robusti – autisti, guardie del corpo? – che ci guardano dall’esterno, come dei pitbull che vegliano sul nostro pasto. Come la sera prima, ottima cucina, e pare uno sberleffo, un’umiliazione: “Di giorno vedrai tutto il male possibile ma, la sera, mangerai splendidamente, cara turista.” Mangio e ho vergogna.
Perdo tempo, penso, rifletto. Passa un’ora circa. Quando esco, sono le nove. E, davanti all’entrata, c’è la signora delle reception del mio albergo che mi saluta con un sorriso. “E’ qui per caso?”, chiedo io, incerta. “No, ho visto che tardava e sono venuta per accompagnarla dentro, a quest’ora è pericoloso camminare da sole.” Ah, ecco. Certo.
Sarà meglio ripartire, penso io. Se rimango in questo paese ancora un giorno, mi ammalo.

(P.S. A proposito di chi vince e chi perde, leggo solo ora questo bel post di Carotenuto sul Cile. Direi che viene a pennello.)

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Il Salvador ufficiale

Il monumento alle vittime dei massacri e degli omicidi compiuti in Salvador da militari e paramilitari sembra, come spiegavo altrove, sconosciuto ai più. In compenso, tutti sanno dov’è il museo di Storia Militare: il taxi ti ci porta senza esitazioni e, dentro, è pieno di ragazzini e ragazzine in visita.

Già dalla prima sala in cui entro, le cose vengono messe bene in chiaro. Il lessico adoperato non lascia spazio a nessun dubbio:

Accanto a ogni arma c’è il paese di fabbricazione, che è sempre lo stesso: EEUU, Estados Unidos.

Sono diverse sale, dedicate ognuna a un militare importante o a momenti significativi della storia militare del paese. La sala più antica è dedicata all’ex dittatore Maximiliano Hernández Martínez.
Wikipedia lo presenta come un “ardente fascista”, responsabile di avere stroncato l’insurrezione contadina del 1932 massacrando decine di migliaia di persone, normalmente indigeni che, prima di essere uccisi, venivano obbligati a scavare le loro stesse tombe. La targa posta all’entrata della sala a lui dedicata, invece, lo presenta così: “[...] uomo forte e onesto che, oltre a condurre il paese alla solvibilità economica durante la sua presidenza, contenne con decisione e patriottismo la minaccia comunista che gravò sul paese nel 1932.

Ma perché andare così indietro nel tempo quando c’è tanto da imparare della storia più recente? E così, tra i tanti militari a cui il percorso ti invita a rendere omaggio, vengo catturata in modo particolare – e, grazie a Dio, solo metaforico – dal prode Domingo Monterrosa Barrios che solo il giorno prima avevo ricordato qui sul blog come responsabile della strage de El Mozote, il “più cruento misfatto della storia recente dell’America latina, considerato il peggior eccidio compiuto nell’intero continente americano contro la popolazione civile.” E non è che ne abbia visti pochi, questo continente, di massacri.
Ricordo di nuovo brevemente cosa accadde:

Un corpo d’elite dell’esercito salvadoregno, il battaglione Atlacatl comandato da Domingo Monterrosa, invade il villaggio di El Mozote, circonda le abitazioni, separa gli abitanti in gruppi: uomini, donne e bambini. Li tortura, poi lo sterminio colpisce tutti indiscriminatamente: prima gli uomini, poi le donne infine i bambini. Alla fine si conteranno circa 1200 morti, tutti civili inermi. Il battaglione Atlacatl lascia la sua firma sul posto in un biglietto in cui insulta gli abitanti del villaggio chiamandoli “figli di puttana” ed accusandoli di dare rifugio ed ospitalità alla guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.

Lo stesso battaglione Atlacatl, in seguito, si renderà protagonista di altre prodezze dello stesso genere:

Documenti declassificati dal governo statunitense illustrano chiaramente che i soldati del battaglione Atlacatl vennero addestrati ed armati con fucili M-16 nel 1981 dai militari statunitensi nel Salvador. Il sostegno U.S.A. al battaglione Atlacatl continuerà almeno fino al 1989, data del massacro della Universidad Centroamericana “José Simeón Cañas” (U.C.A.). Qui il battaglione Atlacatl fucilò il rettore, padre Ignacio Ellacuría, e altri 5 gesuiti, più la moglie e la figlia del guardiano dell’Università.

Nel museo, il colonnello Monterrosa, assieme al suo braccio destro Armando Azmitia Melara e al battaglione tutto, sono onorati come eroi. Sfiorando addirittura il culto della personalità, direi:

Monterrosa e Azmitia Melara. Sopra, la scritta: I nostri eroi!!!.

E, come dicevo, ragazzetti ovunque, il museo ne era pieno. Scolaresche, bimbe che si fanno le foto davanti alle immagini dei suddetti eroi, ragazzini che si infiammano di orgoglio patriottico e così via. Rifletto sul fatto che i messaggi non hanno affatto bisogno di essere giusti, per arrivare a destinazione. E’ sufficiente che siano chiari, e quelli che vedo decisamente lo sono.

Ma vediamo ancora un po’ di foto, quelle che ci ricordano il protagonismo degli USA:

Mina made in USA

Plagio di simbolo o lapsus freudiano?

Foto di tutti i presidenti USA

Foto di famiglia

...e chicca finale.

Una a ‘sto punto crede di avere visto tutto, no? Mi si era pure scaricato il cellulare, a forza di fare foto che mi aiutassero a credere ai miei occhi. E non mi sentivo neanche tanto bene, devo dire la verità. Ché, sul blog, uno vede le immagini e basta. Ma lì, le immagini le vedevi mentre eri circondata dai militari in carne e ossa e, ripeto, da tutti ‘sti salvadoregni di domani in gita scolastica. Era una cosa molto faticosa da sostenere, specie se consideri che faccio la prof. Avevo voglia di andare a dormire, non ne potevo più. E, invece, mi sono ritrovata davanti alla sala dedicata agli Accordi di Pace del 1992 che posero finalmente fine alla guerra civile.
“Finalmente!”, penso io, assetata di qualcosa di bello.
Entro nella sala. C’è l’ultima pagina dell’accordo esposta in una teca, con le firme: c’è quella di Boutros-Ghali e sopra ci sono quelle dei membri del governo presieduto da Alfredo Cristiani e quelle del FMLN. Per quest’ultimo, si riconosce la firma di Schafik Handal e poi, tra le altre, quelle di ben tre guerrigliere donne. Colma di orgoglio femminista mi guardo attorno per vedere se le riconosco tra le fotografie… ehi, un momento. Dove sono le loro fotografie?

Non ci sono.
Nella sala del museo dedicata agli accordi che hanno messo fine a dodici anni di guerra civile in Salvador, ci sono foto e ritratti di tutti tranne che di coloro con cui si è fatta la pace.
Alle spalle della teca con il documento, due giganteschi ritratti occupano l’intera parete: uno è del presidente Cristiani, che governava all’epoca, l’altro è di Napoleón Duarte che, nel 1992, era addirittura morto.Tra le decine di altre foto che occupano le rimanenti pareti, non una – ripeto: nemmeno una – testimonia la presenza di coloro che, quegli accordi, li hanno firmati.

All’inizio lo domando, incredula, a due ragazzi che sono nella sala con me: “Scusate, ma perché quelli del FMLN non appaiono nelle foto?”. Mi guardano perplessi. “Voglio dire: in questi casi c’è sempre la foto dei due ex nemici che si stringono la mano, no? Perché qui non c’è?” insisto io, che mi sto pure incazzando. E loro: “Uh, è vero…”

Cerco di far riprendere vita al mio cellulare ma non c’è niente da fare, è completamente scarico. Devo rinunciare a fare la foto alle foto mancanti. Guardo il ritrattone di Cristiani. Guardo Duarte buonanima. Guardo gli inutili dignitari, gli ignoti lacchè, la massa inutile delle inutili fotografie che imbrattano le pareti e mi chiedo dove mai le troverò, le foto delle donne che firmarono in nome del Frente, e mi pare una cosa così ingiusta che mi si contorce lo stomaco e finisce che vado dal militare che è là fuori e chiedo spiegazioni a lui: “Le foto di quelli con cui avete fatto pace, perché non ci sono?”. “Boh, non ci sono”, dice lui. “Be’, è molto insolito che ci sia una pace senza che appaia il nemico con cui la si è fatta”, dico io. Lui ride.

Poi niente, me ne vado. Satura di museo, di militari, di assurdità. Il tassista, che mi ha accompagnato tutto il tempo, era lì che scuoteva la testa: “Effettivamente, sa che non ci avevo fatto caso? E’ strano che manchino le foto del FMLN, dovrebbero esserci…”
Non ci aveva fatto caso. Mica mi stupisce, povera anima. Mi avrebbe stupito il contrario.

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(Intermezzo) Mirabolanti avventure alle frontiere

(Interrompo un attimo le cronache salvadoregne per un paio di aneddoti freschi di giornata.)

Mattina presto. Partiamo in minibus da Flores, in Guatemala, diretti in Messico. Siamo io, due ragazzi honduregni, un signore della stessa nazionalità e una bella donna nicaraguense col figlio ventenne dall’aria un po’ hippy.

Alla frontiera col Belice, i due ragazzi vengono trattenuti al bancone dell’immigrazione. Io chiedo il permesso di fotografare un poster che promette diritto d’asilo ai rifugiati e le guardie, gentilissime, addirittura chiudono il loro ufficetto con una tenda per permettermi di farlo. “Sa, è che noi in Italia li buttiamo in mare, invece.” “Ma sul serio?”, e ridono. I due ragazzi, sempre lì al bancone, isolati dagli altri.

Quando finalmente ci raggiungono, quasi un’ora dopo, hanno 350 dollari USA in meno. “Ci hanno accusato di non avere prenotato un albergo in Belice e, per quanto gli dicessimo che eravamo solo in transito, non hanno voluto sentire ragioni. Ci dicevano che dovevamo continuare ad aspettare e che forse tra qualche ora ci avrebbero detto qualcosa. Lo fanno apposta. Abbiamo chiesto come si poteva sbloccare la situazione, e ci hanno risposto che con 350 dollari. Americani. Glieli abbiamo dovuti dare, sennò ci rimandavano indietro e ci costava di più.” Quel che si dice un’estorsione in diretta.

Siamo tutti abbastanza incazzati, ovviamente, e tutti raccontano aneddoti sulla frontiera del Belice che pare avere una pessima fama e sarebbe sempre meglio evitarla, e il signore honduregno dice che comunque sono proprio quelli del Belice a essere una manica di stronzi e: “Non li posso proprio sopportare, negri del cazzo!”, e la signora nicaraguense: “Vabbe’, ma non è che sono stronzi perché sono negri, che c’entra!”, e così scorrono i chilometri e io, solidale coi fratelli latini, guardo in cagnesco il paese dal finestrino e però devo ammettere che ha dei paesaggi bellissimi. Non c’è un cane che me ne abbia parlato bene, devo dire, tra chi lo ha visitato, e comunque già da prima mi interessava poco. Ci rinuncio senza problemi.

Raggiungiamo la frontiera col Messico sei o sette ore dopo. Scendiamo per i controlli soliti, già pregustando arrivo, doccia e cena quando – sorpresa! – dal bagaglio del giovane nicaraguense un po’ hippy spuntano quattro semi di marihuana. Che il cielo lo strafulmini. Si scatena un delirio.

Siamo noi più l’autista guatemalteco in questo immenso salone. E basta. E poi ci sono i soldati, oltre alle guardie di frontiera. All’inizio erano solo due, i soldati. Poi ne sono arrivati altri, poi altri ancora – tutti in mimetica, occhiali scuri e mitra a tracolla -  poi degli ufficiali, poi mi pareva che l’intero esercito del Messico stesse circondando ‘sti quattro semi e intanto tutta la roba del ragazzo veniva passata al setaccio e ammucchiata ovunque, e gli trovano dei pacchetti di caffè e li aprono con un coltello e tutto si riempie di odore di caffè – buonissimo, e ripenso con nostalgia al Nicaragua lontano – e poi se lo portano via per spogliarlo nudo e intanto la madre è lì, terrea, con la faccia di una che vorrebbe morire oppure uccidere il figlio o entrambe le cose – e poi arrivano i cani che annusano noi e il pullmino ma, a quanto pare, le loro ricerche non sono soddisfacenti e quindi arriva SuperCane.

SuperCane è una specie di imponente pitbull che pare completamente pazzo e che, probabilmente, la cocaina la riceve al posto dei croccantini, sennò non te lo spieghi. Arrivano di corsa, lui e un istruttore che lo tiene stretto al guinzaglio, e abbaia, si contorce, si agita e digrigna i denti e un soldato si mette dentro al nostro pullmino e, da lì, comincia a stuzzicarlo agitando un panno e SuperCane impazzisce ancora di più, salta e abbaia -urla, anzi – con gli occhi fuori dalle orbite e, a quel punto, l’istruttore molla di colpo il guinzaglio e SuperCane si avventa sul minibus.

Salta sopra, salta sotto, corre tra i sedili, li scavalca, si getta sul posto del conducente, salta di lato su quello affianco, fa una piroetta per tornare indietro, esce e rientra di corsa, passa di sotto e di sopra, torna a entrare, torna a uscire e poi, sempre di corsa e abbaiando e ansimando, se ne va. L’istruttore lo abbraccia forte e insieme corrono via. Gli altri cani, che già avevano annusato tutto senza dare tanto spettacolo, osservano in silenzio e, secondo me, anche un po’ schifati. Io, che durante i primi momenti di isteria di SuperCane mi ero rassegnata all’idea di stare viaggiando in un pullmino di narcotrafficanti, torno a prendere in considerazione l’idea di potere essere prima o poi libera di andarmene.

La faccio breve: alla fine sono arrivati due ufficiali e ci hanno detto che, vista l’esigua quantità di stupefacente ritrovato, il ragazzo poteva andare e noi pure. Ma che sarebbe bastato pochissimo di più per fare arrestare lui e tutti noi che viaggiavamo con lui e pure l’autista. E che, comunque, ormai eravamo tutti segnalati, per colpa del ragazzo, e che d’ora in poi alle frontiere messicane ci avrebbero sempre controllato. Tutti. Io non so se ce l’hanno detto per mortificarlo e farlo sentire in colpa o se è vero. Sta di fatto che, quando finalmente siamo risaliti sul pullmino – ed erano passate ore, intanto – il ragazzino era talmente abbattuto che ti passava pure la voglia – quanto mai legittima – di linciarlo. “Era una scatolina dell’università, non ci avevo proprio pensato, mi ero proprio scordato di quei semi…”

L’autista ha urlato molto, comunque. Che lui era un autista perbene, che non aveva mai trasportato droghe o clandestini e che tutti lo conoscevano e che figura, e la sua povera reputazione. La madre, terrea e boccheggiante, che ringraziava il cielo che non gli avessero infilato di soppiatto dell’altra droga nelle borse, i poliziotti, ché “loro lo fanno”. E l’autista: “Certo che lo fanno! Secondo lei perché mi alzavo ogni minuto a controllare il pullmino??”

Io no, niente, non mi sono agitata molto. Però, questo sì, arrivata a Chetumal sono andata a festeggiare la ritrovata libertà. Gamberoni in salsa piccante in una trattoria vicino al mare e poi ‘sto post prima di dormire, così l’ho raccontata e non ci penso più. Vado a dormire, senti, ché è stata una giornata lunghetta.

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Il Salvador, dicevamo

San Salvador è praticamente l’inferno in terra. Arrivi dal sano, piacevole Nicaragua, e l’impatto è devastante. Nella foto, una comune gabbia casa in un quartiere qualunque della città. Notare che le sbarre sono anche sopra, è impossibile penetrare da qualsiasi lato. E la gente vive così, il taxista non capiva cosa avessi da fotografare. Gli pareva normale.

Accumuli tensione: il taxi, che deve essere fidato e che ogni tot comunica la sua posizione alla centrale. Il filo spinato, le sbarre, il centro fatiscente. E l’itinerario che ti ritrovi a percorrere. Il ricordo delle violazioni dei diritti umani, il martirio di monsignor Romero e di tanti altri altri religiosi, i sei gesuiti, le suorine stuprate e uccise – uno se lo dimentica che c’è una Chiesa che, per essersi schierata dalla parte giusta, ha pagato un tributo di sangue altissimo, in Centro America.

Monsignor Romero non venne ucciso nella cattedrale, come molti pensano. Lo uccisero nella cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, a pochi passi dalla stanza in cui abitava. Era un’ospedale per malati terminali gestito delle suore e lui, rifiutando i lussi dovuti alla sua posizione, aveva scelto di stare lì.

Arrivo ed è chiuso. C’è una famiglia sconsolata che è venuta da fuori città e guardiamo tutti assieme il cartello che ci dice di tornare l’indomani. “Chiamiamo una suorina e facciamoci aprire!”, decido io, fiduciosa. E infatti la suorina è gentilissima, ci apre, entriamo. Gli altri si mettono a pregare, io sto là.

Non è facile scrivere su queste cose: vorresti postare decine di foto perché ognuna ti ha fatto un po’ di male, mentre la scattavi, e nella loro banalità ti sembrano importanti. Poi invece ti rendi conto che non ne vale la pena: le stesse foto sono ovunque, su internet, e forse non ha senso stare a condividere su un blog il proprio recente ripasso della storia salvadoregna o nicaraguense o guatemalteca.

Nella cattedrale, comunque,  lo hanno seppellito, e ci mancherebbe altro. Giù nella cripta, per essere precisi. Quando sono scesa c’erano famiglie indigene con bimbi che facevano merenda sotto un suo enorme ritratto, e uomini che conversavano davanti al sepolcro.

Subito dietro, la tomba di Enrique Álvarez Córdova. Hanno ammazzato un sacco di galantuomini, in Salvador.

Poi sono salita e sono entrata nella cattedrale vera e propria. E lì, di ritratti di Romero non ce n’erano. Ce n’era uno – incongruente, assurdo, come un errore e invece era lì, al posto d’onore accanto all’altare, ed era un messaggio che più chiaro non avrebbe potuto essere – di Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.

Sono andata via credendomi disgustata. Non avevo ancora visto niente, invece.

(Continua.)

 

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San Salvador 1: il monumento alla Memoria che nessuno conosce

Mi pareva di essere un’idiota: io che insistevo col chiedere dove fosse il Monumento alla Memoria e alla Verità, dedicato alle vittime degli orrori salvadoregni, e nessuno che sembrasse sapere di cosa stessi parlando. In tutta San Salvador. In albergo mi avevano guardato straniti. Il tassista non ne aveva mai sentito parlare. Alla centrale dei taxi, quello che dà le informazioni voleva spedirci a un fantomatico monumento alla Pace vicino all’aeroporto. I passanti, niente. I poliziotti, meno ancora. E io sempre più irritata e sempre più testarda: ma che diavolo, non me lo sto sognando, deve esistere per forza. La Rough Guide lo dava all’interno di un parco e ci eravamo stati e avevamo chiesto e un sacco di gente, tutta assorta a guardare partite di calcio tra donne, ci aveva assicurato che lì non esisteva nulla di simile. C’era da credergli, erano lì.


E il tassista che mi proponeva di andare a guardare la mirabile facciata di non so quale basilica, piuttosto. “Ma cribbio, è un muro lungo ottantacinque metri, non potete averlo perso e comunque non mi interessano le basiliche, e che senso ha che non sappiate dov’è il vostro monumento alla MEMORIA, che memoria è, ma si rende conto?”

Torniamo al parco. Lo giriamo in lungo e in largo e, siccome la testardaggine paga, alla fine lo troviamo. Esattamente alle spalle di quelli che guardavano la partita e che ci avevano assicurato che non esisteva. Sono incazzata, offesa, avvilita, me la prendo col tassista e lui mi giura che è mortificatissimo, davvero non sapeva che esistesse, e guarda ‘sto muro a bocca aperta e pure io. E’ un muro che contiene 30.000 nomi di morti ammazzati, non finisce mai.

Serve, come dice la targa qui sotto, a dare “a migliaia di madri e parenti uno spazio dove ricordare le persone amate e rendere loro omaggio”.

Ed è toccante, tristissimo, vedere tanti di questi nomi messi in risalto, sottolineati grattando la lapide, evidentemente nello sforzo, da parte di queste madri o comunque delle persone che li amavano, di farli emergere dalla massa, di evidenziarne l’identità. Tanta gente che cerca di rendere speciali i propri morti, almeno su quel muro. Guardo e mi sento straziata.




E’ tutto molto ordinato. Si dividono per annate e, nello stesso anno, in omicidi e sparizioni.

Poi, quando pensi di avere visto un sacco di orrore, c’è la zona del muro dedicata ai massacri. Voglio dire: quelle scritte in piccolo non sono nomi di persone. Sono nomi di luoghi in cui i militari e gli squadroni della morte hanno massacrato la popolazione.


Pensi, a questo punto, di avere visto tutto? No. Mancava una sezione.

Li stanno ancora cercando, quei bambini lì. Come lo so? Lo so perché uscendo dal parco, accanto al taxi parcheggiato, noto questo cartello a cui, prima, non avevo fatto caso:

Ci sono ancora i tizi di prima, la partita di calcio femminile. Chi diavolo sono, io, per giudicarli. Io non ero qui, in quegli anni. Loro sì. Forse lo fanno per continuare a vivere. Rimuovere, guardare la partita e, il monumento, non metterlo nemmeno a fuoco. Invisibile, altro che Memoria.

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El Salvador. Pare un paese complicato

Il bus per El Salvador parte da Managua in piena notte e raggiunge Estelì, Nicaragua del nord, alle 6 del mattino. Bisogna aspettarlo alla pompa di benzina sulla Panamericana, ed eccomi lì questa mattina all’alba, fiduciosa, che mangio biscotti e scruto l’orizzonte in attesa di vederlo spuntare e intanto cazzeggio, gioco con le rotelle della valigia e le faccio le foto.

Tra il Nicaragua e El Salvador c’è un pezzetto di Honduras: alla frontiera, i poliziotti honduregni mi perquisiscono da cima a fondo, tasche e taschine comprese. Con grande gentilezza, assolutamente, e altrettanto scrupolo. Ripartiamo. Il ragazzo del bus mi porta un caffè con la cannuccia e mi rendo conto che ha senso: il bus sobbalza ma tu non te lo rovesci addosso. Poi, un paio d’ore di montagne e vallate dell’Honduras, bellissime, e mucche e cow boy, e poi all’improvviso una piccola discarica abusiva, dietro a una curva, e un tizio che butta chissà cosa e un gruppo di avvoltoi che, posati a terra tutto attorno a lui, lo osservano, e dalla discarica viene su del fumo ed è identico all’inferno. Giusto per ricordarti che non sei in un’idillica Svizzera del sud, no, anche se per un attimo ti era parso.
Frontiera con El Salvador, ancora paesaggi verdi. Vulcani. Baracche. Soldati armati fino ai denti. Appaiono dei murales che raffigurano Monsignor Romero, sulle mura di qualche chiesetta.

Passiamo davanti allo svincolo per la cosiddetta Ruta de la paz. Da quelle parti c’è El Mozote. Alla vigilia dell’attacco USA alla Siria, ricordarne la storia fa particolarmente male.
Successe che di prima mattina, poco prima del Natale del 1981, alcuni reparti scelti dell’esercito salvadoregno, addestrati negli USA, svegliarono gli abitanti del paese e li portarono nella piazza centrale. Uomini e donne furono separati e si diede inizio a una delle pagine più sadiche della guerra civile: donne stuprate, neonati uccisi a colpi di baionetta, addirittura gruppi di bambini rinchiusi nella chiesa e uccisi a mitragliate dalla finestre, come bersagli di un videogioco.  Poi bruciarono il villaggio. I morti totali furono 767.

Nei giorni prima del massacro, i guerriglieri del FMLN avevano avvisato la gente del paese che qualcosa poteva succedere, cercando di convincerla a fuggire. L’esercito, tuttavia, aveva tranquillizzato la popolazione e, anzi, aveva invitato la gente dei villaggi vicini a spostarsi a El Mozote, assicurando che era il posto più sicuro. Una trappola per massacrarli tutti assieme e così punirli per il presunto appoggio dato ai guerriglieri della zona.
Il massacro fu ampiante denunciato dalle stazioni radio del FMLN ma il governo USA (l’amministrazione Reagan, a proposito di governanti criminali) dichiarò che non era vero nulla e che si trattava di semplice propaganda. Solo negli anni ’90, a seguito degli accordi di pace, cominciarono a esumare i corpi. Delle 143 vittime rinvenute, 131 erano bambini.

Il Centro America è un ottimo punto da cui osservare i crimini e l’ipocrisia di oltre un secolo di storia USA. Più leggi, più ti chiedi come faccia l’inferno a non inghiottirli, come si possa stare al mondo avendo una coscienza così nera. Pagheranno mai, gli Stati Uniti, per quello che hanno fatto e continuano a fare al mondo?
Intanto continuo a guardare dal finestrino: mais, ancora vulcani, caffè, ancora baracche, povertà. Arriviamo alla capitale, infine, e il bus attraversa il centro e penso: “Madonna santissima!” e mi viene voglia di fuggire. Strade che sembrano incubi, degrado cupo, soffocante. Filo spinato dappertutto, rotoli e rotoli di filo spinato a proteggere qualsiasi cosa, pure l’ultima baracca. Sporcizia, grigiore, individui dall’aria allucinata, una donna stesa sul marciapiede che ride, guardie armate di mitra a ogni angolo.

Alla stazione di arrivo, la compagnia dei bus ha i suoi taxisti. In divisa, così da essere riconosciuti. Pare che prendere un taxi a caso, a San Salvador, sia assai pericoloso, e che ci si possa fidare solo di quelli che appartengono a determinate compagnie molto riconoscibili. C’è un’atmosfera paranoica contagiosa e reagisco nell’unico modo in cui so reagire, guardando malissimo il tizio a cui tocca portarmi in albergo e insistendo per farmi spiegare come mai ha tanti assassini fra i suoi colleghi. L’insensata conversazione che ne deriva, con lui che mi assicura che non mi ucciderà mentre io lo scruto severa, stempera la tensione. Il nonsense mi tranquillizza sempre.

Arriviamo nella zona dove c’è il mio alberghino e lo scenario cambia completamente. E’ una San Salvador parallela, fatta di viali colmi di centri commerciali scintillanti e di villette circondate dal verde e di ristoranti e di belle macchine. E di ancora più filo spinato e guardie col mitra. Praticamente, a San Salvador, chi ha soldi vive chiuso dentro nel suo quartiere e si spende i suoi dollari tra un centro commerciale e l’altro – tutto molto americano – mentre nel quartiere dopo c’è l’inferno. In mezzo, eserciti di guardie private.

Poso la roba in albergo e filo di corsa all’Università Centroamericana: voglio visitare il Centro Monsignor Romero e la Lonely Planet giura che lo troverò aperto. Mente, ovviamente. E’ chiusissimo e riapre lunedì, non farò in tempo a andarci e ci rimango male. Tanto, proprio.

E così sono finita a mangiare qualcosa nel ristorante accanto all’albergo assieme alla San Salvador bene: belle donne, bei bambini, uomini con l’aria di essere proprietari di cose, nessuno con i tratti indigeni.
Mi portano dei molluschi in certe conchiglie nere e bisogna controllarne la freschezza guardando come si agitano quando gli spruzzi il limone sopra.
Me li mangio tutti.
Trovo che sia un pasto coerente con il luogo, così crudele.

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Matagalpa, la polizia, il karaoke

Il concetto di “Vado al bancomat e torno” non è lo stesso a Napoli e a Seattle. Così sono andata al bancomat, io. E poi mi sono accodata a una manifestazione sandinista che passava di lì.

Poi sono andata a vedere la casa natale di Carlos Fonseca. Poi sono andata a mangiarmi una pizza coi funghi. Poi ho scritto post. Poi ho guardato le mosche.
E poi, visto che non c’erano più mosche da guardare perché era andata via la luce e Matagalpa era tutta al buio, sono tornata al Naked Gringo e il suddetto gringo non era nudo ma, in compenso, era arrabbiatissimo e si era preoccupato e io lo guardavo perplessa e, insomma, c’era stata una lieve incomprensione culturale, tra noi, ed eccoci lì a cercare di venirne a capo, nel buio pesto della città senza luce, in un miscuglio di lingue tra il suo inglese e lo spagnolo di una banda di suoi amici che erano lì, pure loro a preoccuparsi per me, e addirittura avevano chiamato la polizia. No, giuro.
Praticamente ero ricercata a Matagalpa.

E poi niente: da una parte io cercavo di non ridere, dall’altra lui cominciava a sospettare di essersi preoccupato troppo. E’ finita che, nel buio, io ho inquadrato con la lucetta del mio cellulare la sua bottiglia di Castillo del Diablo, lui mi ha versato un bicchiere, i suoi amici hanno brindato al fatto che non ero cadavere nel bosco, dopotutto, e infine siamo andati tutti a ballare (e a cantare, lo confesso) in una deliziosa Matagalpa la nuit. Nella foto, Jonny el Gringo che si riprende dai grattacapi che gli danno le turiste.

Io ho sempre avuto un grosso debole per le temperamentali canzoni latine. Mettimi in un locale dove suonano corridos messicani e pop latino e farai di me un topo nel formaggio. Se poi mi continui a versare il Castillo del Diablo mentre tutti attorno a me ballano sotto dei pericolosissimi schermi da karaoke, io non rispondo più di me.

La mia collezione di canzonacce si è arricchita di nuove, insospettate perle che continuo ad ascoltare da allora. Una menzione speciale per la strabiliante “Querida socia” di Jenni Rivera: l’impenitente poligama che è in me non credeva alle sue orecchie, quando l’ha sentita per la prima volta, ed è con grande entusiasmo che l’ha cantata a squarciagola nella notte matagalpeña, ponendo particolare enfasi nella sua strofa più significativa:

Cara socia / quindi siamo d’accordo / sottolineamo solo un attimo l’ultima clausola / tu, dunque, gli lavi i panni / e io glieli tolgo.

Per me sono oggetto di venerazione, ‘ste cose.

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Expat in Nicaragua

A Matagalpa dormo all’Hostal Naked Gringo. Il suddetto gringo nudo (lo si può vedere, vestito, nella foto sul sito) è un simpatico tizio di Seattle con le unghie dei piedi laccate di nero che si è trasferito qui, mi diceva, perché ha “raggiunto l’età della pensione”. A me pare che non abbia nemmeno 50 anni ma, che vuoi che ti dica, mi pareva brutto fare domande. E’ qui da nemmeno un anno e non parla una parola di spagnolo. “Be’, mi pare che sia facile aprire un’attività in Nicaragua!”, ho detto io. “Scherzi??” ha detto lui. “Ho dovuto comprare tutti i mobili, dirigere gli operai, è stato difficilissimo!”
“…”, ho detto io.

In questo momento, sempre a Matagalpa, sono piazzata nell’accogliente ristorante italiano La vita è bella (il più diffuso dei nomi, tra i locali italiani incrociati dal Messico a qui) e uso la loro wifi dopo avere apprezzato la loro pasta coi funghi.

Il ristorante è italiano sul serio e la cucina è quella che potrei fare io, totalmente nostra e senza nessuna influenza locale. Però la clientela è tutta nicaraguense: se aspettassero i turisti italiani potrebbero bellamente chiudere, credo di essere l’unica in un raggio di miglia. Al taxista devi dire: “Mi porti dall’italiano!” C’è solo lui, non puoi sbagliare.

A Ometepe ce n’erano diversi, invece, e uno mi raccontava che negli anni ’90 la domanda tipica, tra gli espatriati, era: “Anche tu socialista?” Tutti in fuga da Mani Pulite. “Qui ci viveva pure il sindaco di Aosta, c’era un sacco di gente”, mi spiegano.

Parlando di ristoranti italiani, mentre ero di passaggio a Managua ho pensato di andare a mangiare dal più famoso dei nostri latitanti in Nicaragua, l’Alessio Casimirri dei sei ergastoli per via Fani e che cucina, dicono, molto bene. Una vicenda esistenziale notevole – e così ultra-italiana – finita nel porto tranquillo dei sobborghi eleganti di Managua. Mi incuriosiva, ebbene sì.
Sono arrivata fin lì ed era chiuso, maledizione, e un ragazzo mi ha detto che apre solo dal martedì al venerdì, e solo di sera. ‘Na voglia di lavorare che se lo porta via, proprio.

Lavorare con molta calma è, del resto, uno dei motivi per cui la gente si trasferisce qui, latitanze a parte. C’era scritto pure sul menù del bar dove facevo colazione a San Juan del Sur: “Siamo chiusi la sera per goderci il tramonto e perché, se avessimo voluto lavorare 15 ore al giorno, ce ne saremmo rimasti nei nostri paesi d’origine.”

Uno mi spiegava: “Qui non si viene per fare soldi. Qui si viene per stare in un bel posto durante le ore, poche, in cui ti guadagni ciò che ti serve per vivere.” E forse è la migliore destinazione di cui io abbia notizia in questo periodo, il Nicaragua.

La storia più bizzarra che ho sentito, comunque, è quella del lombardo che guidava felicemente le ambulanze al paese suo quando, un bel giorno, la mamma gli ha detto: “Voglio andare a vivere in Costa Rica!”, e lui ce l’ha portata e ha aperto un locale con cui mantenere entrambi. Poi la mamma ha detto: “No, voglio vivere in Nicaragua!”, e lui si è trasferito in Nicaragua e ha aperto un locale pure qua. Adesso la mamma ha deciso: “Voglio andare a Tenerife”, e lui sta pensando a cosa aprire lì. Insomma, ‘sta mamma formidabile si sceglie i posti e mette il figliolo a lavorarci, voglio fare pure io così. Non so come ho fatto a non pensarci, avrei potuto addestrare Pupina a tale nobile scopo e adesso vivrei felice, maledizione.

Una categoria molto in fuga, insomma, quella degli expat locali. Diversa dagli appassionati e inquieti stranieri del Medio Oriente o dai più banali donnaioli di Cuba, e per lo più amichevole e discreta. Che sia fuga dalla legge o dal semplice stress, mi pare che l’obiettivo comune sia quello di campare in pace. E mi sembra che ci riescano, pure.

 

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