I miei dieci centesimi a Magdi Allam che chiede l’elemosina

Un’elemosina non si nega a nessuno. Lo prescrive anche l’Islam.

Tenga, buon uomo: dieci centesimi, e non se li beva.

Tenga, buon uomo: dieci centesimi, e non se li beva.

 

(Certo che, con Dacia Valent morta e sepolta e Magdi Allam ridotto a chiedere l’elemosina su YouTube, se fossi in Sherif El Sabaie e Miguel Martinez mi gratterei con forza là sotto.)

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Mio Cairo

A settembre saranno dieci anni che non vivo più al Cairo. Passa il tempo, eh?

Dieci anni dall’unico, vero, enorme errore della mia vita. Non avrei dovuto andare via. E’ vero che non avevo letteralmente più un soldo, è vero tutto. Ma, se solo fossi riuscita a resistere ancora un anno, l’anno successivo mi avrebbero preso ad Asmara per una supplenza annuale e poi, da lì, una volta dentro il sistema, ce l’avrei fatta. Allora non lo sapevo, certo. La chiamata per Asmara mi arrivò che ero già a Genova, di ruolo, e non potevo più accettare. Certe volte, una vorrebbe morire.

Non c’è stato giorno, in questi dieci anni, che quella stramaledetta città-pianeta non mi sia mancata. E’ una condanna a una nostalgia perpetua, la mia. Potessi tornare indietro. Non avevo mai avuto un rimpianto in vita mia, prima di quella sciagurata decisione. Ero proprio stata attenta a non averne, sempre. E invece, in un colpo, me ne sono costruita uno gigantesco che non mi passerà mai.

Cerco con tutte le mie forze qualcosa, in questi dieci anni, che mi dica che in fondo feci bene a tornare. Mio padre, forse. Ho potuto essergli più vicina. E avere conosciuto Marzietta. Salvo queste due cose. Ma, dio santo, potessi tornare indietro rimarrei là. Mille volte. Un milione di volte.

Oggi è saltato in aria il Consolato italiano, al Cairo. E, pensa come funziona il cervello, la nostalgia si è fatta più intensa che mai. Forse perché ci associo tante cose, a quel consolato: il CRI, dove si andava certe sere a mangiare italiano. Certe questue lavorative. Un amante. L’odore di quelle strade, il casino a tutte le ore, certe sere di Ramadan. Guardo le foto e vorrei solo essere là, fosse pure tra i calcinacci.

Non ho mai avuto paura dell’Egitto, e del Cairo ancora meno. Al contrario: non mi sono mai sentita sicura come lì, mai prima, mai più dopo. E le bombe sono sempre scoppiate. Ne ricordo un mucchio, anche solo nel periodo in cui ero lì. Quella del Khan al Kalili la scansai per caso. Eppure non sono mai stata capace di temerla, Umm el Dunia, la Madre del Mondo. Non lo so fare.

Ho trascorso in America Latina questi ultimi tre anni. E’ stato bello, mi ha fatto bene, dovevo anche farlo, da un punto di vista professionale. Ma non è la stessa cosa. Ho la sensazione di avere girato mezzo pianeta, in questi anni, e non è mai la stessa cosa.

Non so se ci riuscirò mai, a tornarci. Mi verrebbe voglia di farmici almeno seppellire, gessù.

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Le lacrime di coccodrillo dei razzisti perbene

E’ tutto il giorno che vedo sulle bacheche dei vari social network una marea di gente che si mostra scandalizzata e sconvolta per i commenti messi in giro da chi gioisce per l’ennesima ecatombe di immigrati in mezzo al mare. Circolano gli screenshot di tamarroni  (tutti col cognome discretamente oscurato, fosse mai) che dicono: “Evvai, settecento straccioni in meno!”, e il commentatore perbene scuote la testa: “Che brutta gente! Che pessima Italia!” Il commentatore perbene neanche se le sogna, certe frasi. Mica è così, lui. O lei.

tamarri

Un po’ di questi tizi li conosco: ci ho discusso su internet oppure ho scientificamente evitato di discuterci. A volte li ho buttati fuori dal mio feed per non leggerne gli sproloqui – appunto – razzisti. Anche se meno grezzi di quelli dei tamarroni, certo.

Sono quelli per i quali i mille Guernica creati da Israele ogni tot di mesi sui corpi di arabi indifesi sono “per legittima difesa”. Sono quelli che la categoria di colonialismo e resistenza anticoloniale, a Israele, non la applicano mai: per loro siamo sempre a che, se non ammazzi gli arabi, dietro l’angolo c’è Auschwitz.

Sono quelli che diffondono dalla mattina alla sera l’ultima novità sull’Isis ma non si sono mai, veramente mai vergognati per le nostre guerre, le nostre distruzioni di terre altrui,  i nostri Abu Ghraib e le nostre quotidiane schifezze. Sono quelli che, se accenni a una connessione logica tra causa e effetto, strillano: “Senza se e senza ma!”

Sono quelli che, a mezzo secolo da Orientalismo, continuano a sposare e a diffondere la narrazione mainstream sugli arabi senza porsi mezza domanda, mai, sulle esigenze ideologiche e politiche di questa narrazione, grati del senso di superiorità razziale e culturale che ne traggono.

Sono quelli che, come le “femministe” europee che in epoca coloniale (ma ancora oggi, ovviamente) parlavano delle “povere donne arabe/indiane/africane” e del dovere di difenderle dai loro orribili uomini, ma senza mai interpellarle e appoggiando di fatto ogni appetito coloniale sui loro destini, oggi hanno in agenda i gay del mondo arabo, e rieccoli a fare finta di essere molto preoccupati per i loro diritti, ovviamente senza mai interpellarli e offendendosi assai se qualcuno gli fa notare il concetto di “pinkwashing”.

Sono quelli che della voce della gente normale (le donne, i gay, i ragazzi, gli intellettuali), in quei pezzi di mondo, non solo se ne fregano ma, anzi, la evitano accuratamente, ché i loro veri intelocutori sono i mostri, i barbuti, quelli delle fatwe strane, ché per mantenere in piedi le loro convinzioni hanno bisogno di un contrappunto suggestivo.

Sono quelli che non hanno scritto un rigo contro l’orribile spettacolo dei nostri media che, fino a ieri, hanno tenuto in prima pagina la storia dei “musulmani che buttano i cristiani in mare”.

Qualche volta sono quelli che alcuni anni fa ragionavano e adesso hanno smesso, fosse mai che perdono qualche amichetto nei socialini.

Sono i tessitori quotidiani, instancabili, della disumanizzazione degli arabi. Ché sennò come gli fai la guerra, come li bombardi, come li massacri, come gli fai tutto quello che gli facciamo da sempre, quello che gli facciamo sempre di più, sempre peggio?

E adesso si sorprendono e si scandalizzano per la voce dei tamarri. Della gentarella senza mezzi culturali e intellettuali che parla con gli strumenti del proprio ceto, tra un rutto e una bestemmia, ma che ripete quello che gli è stato insegnato. Niente di più. Ma è sempre così, con gli alunni, non lo sapete? Pure i miei studenti, quando ripetono ciò che gli spiego, lo fanno in modo più rozzo e sgrammaticato di come gli ho insegnato. Per forza.

E’ pieno di gente perbene, oggi, che si guarda allo specchio e ci tiene a dire: “Questo non sono io. Io sono meglio!” Ci tengono molto, lo vedo.

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L’Egitto e la vergogna

A proposito della condanna di Alaa, copio e incollo dal blog di Paola Caridi:

Solo qualche parola a caldo, dopo la condanna di @alaa. PEN international chiede la liberazione di Alaa Abdel Fattah, condannato a cinque anni di reclusione per aver protestato contro una legge liberticida sulle manifestazioni di piazza. Lo chiede PEN international, non lo chiedono le cancellerie. Non lo chiedono i governi europei. Non lo chiede l’Europa, che a Alaa Abdel Fattah negò il premio Sakharov, rendendolo in questo modo più debole. Il silenzio dell’Occidente è impressionante, e la dice lunga non solo sull’ignavia, ma sulla pochezza della strategia mediterranea europea. Non è solo il destino di un uomo, in gioco, che pure sarebbe motivo sufficiente per esprimere al governo egiziano il disagio dell’Italia e dell’Europa. In gioco sono le stesse libertà e gli stessi valori per cui milioni di persone sono scese in piazza, esprimendo la ferma condanna del razzismo e della violenza, contro la strage di Charlie Hebdo. Per @alaa, icona di piazza Tahrir e dei giovani della rivoluzione, egiziano, arabo, musulmano, laico, democratico, lucidissimo lettore della controrivoluzione di Al Sisi, non si spendono parole e atti politici, da parte di un Occidente vecchio, rinchiuso, miope, vigliacco. In galera, assieme ad Alaa Abdel Fattah, sono molti tra i protagonisti della rivoluzione del 2011. Sono molti ragazzi, tantissimi ragazzi, laici e islamisti, sono migliaia: in prigione perché la controrivoluzione ha bisogno di renderli ancor più silenziosi. Si chiamano prigionieri politici, nella catalogazione delle associazioni per la difesa dei diritti umani e civili. Mi aspetterei, da parte di opinionisti italiani più o meno brillanti, diverse “lettere a” amici arabi e musulmani. Magari, in questo caso, per chiedere scusa.

Non c’è nessuna scusante per il silenzio dell’Occidente tutto e, per quanto ci riguarda, dell’Italia.

Non c’è nessuna scusante nemmeno per tutti coloro che affollano blog e social network disquisendo di mondo arabo, politica e libertà, e poi tacciono dinanzi a una cosa tanto enorme. Stiamo parlando di libertà di espressione. La stessa di cui ci riempiamo la bocca credendola così “occidentale”.

Non siamo stati capaci – nella migliore delle ipotesi – di difendere la migliore generazione che il mondo arabo ha visto da quando ho memoria.

Ce lo meritiamo, il male.

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In morte di Dacia Valent

dacia

Quando Dacia Valent, ormai tanti anni fa, scrisse il primo dei suoi numerosi post contro di me, diverse persone mi esortarono a difendermi. La mia amica Marzia venne a casa a cercare di convincermi: “Non puoi non risponderle”. Io ero completamente passiva. In realtà volevo espiare. Non era solo la decenza a impedirmi di partecipare a una lotta nel fango di livello infimo: c’era anche, nel mio silenzio, una volontà di espiazione, un desiderio di punirmi, una specie di voluttà nel ricevere il giusto castigo per avere fatto la cazzata, la grandissima, smisurata cazzata di fidarmi di quella donna. Come avevo potuto? La Valent, a quel punto, poteva scrivere quello che voleva, non era niente in confronto a quello che mi dicevo io da sola davanti allo specchio: “Cretina. Incommensurabile cretina. Lo sapevi, che non dovevi fidarti di lei, e invece lo hai fatto. Ben ti sta.”

Aveva passato mesi a cercare di convincermi a darle il certificato che attestava il mio matrimonio in moschea con Hamza Piccardo, che allora aveva non ricordo quale carica nell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia. Voleva denunciarlo sui giornali come poligamo, visto che lui aveva già una moglie, e fare scoppiare il relativo scandalone che io invece consideravo insensato, inutile e indecente, tanto nel metodo come nel merito. I miei problemi con Piccardo erano altri, e della presunta poligamia non me ne poteva fregare di meno. Cercò di convincermi con le buone, poi con gli insulti, infine con le minacce. L’ultima volta che ci sentimmo al telefono, mi disse che mi avrebbe fatto pagare la mia mancanza di collaborazione. Lo stesso giorno girò a Magdi Allam una mia email diretta a Piccardo e, il giorno dopo, il Corriere della Sera montò lo scandalo pubblicandola in prima pagina. In mancanza del certificato, si fecero bastare un’email che io ero stata tanto idiota da inoltrare anche a lei.

Poi mi mandò segnali concilianti, che volevano dire: “Dai, ormai lo scandalo è scoppiato, cavalcalo.” Sognava la pubblicità, l’interesse della stampa, e di presiedere l’ennesima associazione inventata, stavolta sui diritti delle musulmane. La pretestuosità del tutto la lasciava completamente indifferente. La scaricai e denunciai per diffamazione sia Allam che il Corriere. E lei reagì con tutta la violenza e la malafede che aveva, accusando me di avere inoltrato la email e dando inizio a quelli che sarebbero diventati anni di insulti via web.

Ma come ero arrivata a quel punto? Come avevo potuto mettere nelle sue mani quella email, uno strumento tanto potente per fare del male a me e ad altri?

All’inizio la conoscevo solo via blog. Erano anni in cui eravamo in quattro gatti a opporci alla demonizzazione dei musulmani sul web, e molte delle cose che scriveva non mi dispiacevano. Eravamo dalla stessa parte. Tornai in Italia dopo avere vissuto qualche anno in Egitto e lei si procurò il mio numero di telefono e mi chiamò. Aveva una conversazione scoppiettante, molto avvolgente. La trovavo buffa. Abbastanza svitata ma nel complesso simpatica, e poi in Italia mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, ci chiacchieravo volentieri. Una sera, al telefono, mi disse: “Uff, ho Piccardo sull’altra linea che si è lasciato con la moglie e non fa altro che lamentarsi!” Io, scherzando, le dissi: “E mandalo a me, che sto sfidanzata!” La mattina dopo mi ritrovai nella casella email una lettera assurda del personaggio in questione: aveva preso una mia foto da Flikr, in cui ero abbracciata al mio ex compagno. Aveva ritagliato via l’immagine dell’ex e si era messo al posto suo. Il titolo era: “A volte i sogni si avverano.”

Io, ‘sto tizio lo avevo stimato per anni. Avevo pure il Corano di cui si dichiarava traduttore. Ricordo che guardai la email, mi dissi: “No, questo deve essere un incubo, ora mi faccio un caffè e questa roba idiota sparirà”. Mi feci il caffè, tornai a guardare il pc ma l’email era sempre là. Avrei dovuto fuggire allora. Invece mi dissi: “Ma no, dai, non può essere un idiota. Forse è solo un po’ goffo. Cominciamolo a conoscere e poi vediamo.” Come avrei appreso in seguito, curiosity killed the cat. Ma questa è un’altra storia.

Dopo un po’ cominciai a rendermi conto che la Valent era matta. Non antipatica, no. Però matta. C’erano state le elezioni, la sinistra aveva vinto e la Valent si mise in testa che Piccardo avrebbe dovuto chiedere un sottosegretariato. Visto che lui non ne aveva nessuna intenzione, cercò di convincere me. In questi termini: “Senti, tu hai accesso alla sua email. Manda una lettera a Diliberto dal suo indirizzo e chiedi tu il sottosegretariato fingendo di essere lui, così scavalchiamo la sua sciocca ritrosia.” “Dacia, ma sei matta? Non ci penso nemmeno!” E così litigammo, io venni accusata di tradimento e smettemmo di sentirci. A Piccardo manco glielo raccontai, se non ricordo male. Non volevo infierire, né mettere zizzania tra di loro. E’ capitato spesso che io le usassi delle cortesie di cui poi mi sarei pentita.

Alla Valent, Piccardo piaceva assai. Una volta andammo a trovarla a Roma, e lei ci ricevette con un vestitone colorato che copriva fino ai piedi le sue forme da grande obesa ma che le lasciava le tette quasi completamente scoperte. Fu una visita surreale e a modo suo divertente: viveva in una casa che aveva la porta blindata – per motivi di sicurezza, diceva – ma aveva perso le chiavi e quindi la porta rimaneva sempre aperta, notte e giorno. Ci aveva preparato una pizza per cena, ma si bruciò nel forno e  rimanemmo digiuni. Allora ci offrì un tè e, per sé, finse di servirsi un bicchiere d’acqua, ma era evidentemente gin. Facevano una strana coppia, lei e il musulmano osservante che cercava di evitare sia la visione delle tette che quella del gin. Ce ne andammo in fretta. Poi, come dicevo, smisi di sentirla. Mi aveva bollato come traditrice della causa, vista la mia mancata collaborazione nell’inganno a Diliberto, e io avevo l’età per sapere che le matte, per quanto buffe, possono essere pericolose. Non mi mancava.

Si rifece viva lei quando io e Piccardo ci lasciammo, qualche mese dopo. A mia discolpa posso dire solo che ero in un periodo veramente spaventoso. Avevo un mal di cuore terrificante, a cui si sommava un trasferimento a Genova, dove non ero mai stata e che non sapevo manco da che parte iniziare a fare. Dormivo in una casa vuota, con il solo sacco a pelo a terra, e la mia cucina consisteva in un bollitore elettrico per farmi il tè. L’acqua la prendevo dal bagno, ché altri rubinetti non ne avevo. La mia unica amica a Genova era Marzia, che mi era provvidenzialmente sbucata dal blog. Ma, tolta lei, mi sentivo solissima. Di lì a sfogarmi con Dacia, nelle telefonate chilometriche mi faceva, ci misi un attimo. Tutto quello che non potevo scrivere, lo dissi a lei. Mi confidavo, le aprivo il cuore, parlavo come un’idiota. Le raccontai l’infinito.

Nella conversazione era brava, davvero. Poi aveva il senso dello spirito, che è una cosa che mi disarma da sempre. Fammi ridere e io dimenticherò in un attimo tutte le perplessità che nutro nei tuoi confronti. E, di ridere, ne avevo davvero bisogno.

All’inizio non ero incazzata con Piccardo. Ci soffrivo parecchio, ma un uomo che decide di tornare da moglie e figli lo capisci, non è che ti puoi incazzare. Stava facendo una cosa ragionevole e stava a me farmela passare. Ma che mal di cuore, gessù. Era un dolore fisico, non finiva mai.

Cominciai a incazzarmi quando al dolore si sommò il senso di umiliazione, quando mi sentii strofinare in faccia l’infinita ipocrisia, la doppia morale di tutta l’impalcatura islamica che mi aveva circondato nei mesi precedenti e di cui già da tempo vedevo le contraddizioni e le incongruenze.

Mi incazzai per un materasso. Quando feci chiedere al tizio di una moschea di mandarmi un paio di marocchini fidati per farmi portare a casa un materasso che Marzia gentilmente mi regalava, e la risposta fu: “Ah, ma è per Lia di Haramlik? Allora non posso mandarle nessuno, è la moglie di Piccardo e sarebbe una mancanza di rispetto nei suoi confronti.” Si vede che era più rispettoso farmelo portare in spalla per tutti i vicoli di Genova. Chiesi spiegazioni a lui, al mio ex. E lui, candido: “Sai, mi sento in colpa perché l’islam dice che ti dovrei aiutare. Anzi, ti dovrei proprio mantenere per i prossimi mesi, secondo la mia religione. Solo che se vengo a aiutarti rischio di cadere in tentazione, quindi non posso.”

Hai presente l’ultima goccia? Ecco. Tutta la zuppa islameggiante che mi aveva circondato nei mesi con lui, così diversa dall’islam bello che avevo conosciuto in Egitto, e così primitiva, rozza, maschilista, contraddittoria, doppia e tripla, piegata alle convenienze, intrisa di superstizione e, a volte, addirittura di malvagità, mi sommerse e mi soffocò e, per non affogarci dentro, decisi di reagire. Vuoi fare il musulmano? E allora lo fai come si deve, non come conviene a te. E se l’islam ti dice di aiutarmi, tu mi aiuti. E se ti dice di mantenermi, tu mi mantieni. Sennò ti inchiodo a tutte le tue contraddizioni. Non davanti alla stampa, ovvio che no. Davanti ai tuoi, davanti alla tua stessa comunità. Il mio era un discorso interno, opposto a quello di un Magdi Allam. Non era contro l’islam, al contrario: era un richiamo a prenderlo sul serio, a essere coerenti. Mi pareva il minimo.

E invece la Dacia si prese le mie confidenze, i miei sfoghi e la mia email e portò tutto da Magdi Allam. Ancora mi chiedo quanto si fece pagare.

Le settimane prima che la storia approdasse sul Corriere furono un supplizio. Dacia era fuori controllo ormai da un pezzo e io, consapevole di avere fatto una cazzata a lasciarmi andare con lei, cercavo solo di tenerla buona, come chi cerca di tappare la falla di una nave con il dito. Aveva scoperto un filone con cui rientrare in politica, farsi intervistare, tornare sui giornali e in tv, e questo filone era la poligamia e io il suo asso nella manica, quella che le poteva dare tutto questo. Se solo le avessi mollato il mio stupido certificato che attestava un altrettanto stupido matrimonio in moschea, fatto per fare sesso senza che il musulmano facesse peccato. Se solo avessi collaborato. Già si vedeva, a capo di una fantomatica associazione in difesa delle musulmane, mentre denunciava per poligamia il pezzo grosso dell’islam nostrano davanti ai taccuini adoranti. “Ma lui ti ha costretta al matrimonio!!” “Dacia, ma sei scema? Io sono una quarantenne italiana, non una dodicenne yemenita! E con quale minaccia mi avrebbe costretta? Quella di non venire a letto con me?” Mi sembrava incredibile che una donna pur dotata di senso dello spirito, quale lei era, non vedesse l’assurdità della sua pretesa.

Mi ritrovai a inseguire una pazza. Ore di telefonate tutti i giorni, e mentre era in linea con me chiamava mezzo mondo. Il sindaco di Pioltello, per denunciare il poligamo locale. I giornalisti di Repubblica, e io riattaccavo prima che riuscisse a avere la linea. Settimana dopo settimana, vedevo fino a che punto ignorasse qualsiasi tipo di etica: era capace di mentire su qualsiasi cosa, di coinvolgere i bambini del poligamo di turno, di passare sopra ogni tipo di senso morale. Non aveva nessun freno inibitorio. Un delirio. Infine, la falla oltrepassò il mio dito e finimmo a picco, con Magdi Allam che, trionfante, sventolava la mia email dal Corriere.

Quando cominciò a aggredirmi sul blog, la conoscevo ormai troppo bene. Sapevo anche che faceva paura a un sacco di gente. Aveva veri e propri dossier su chiunque avesse avuto a che fare con lei, e una capacità di ricatto di notevole portata. Era una collezionista di punti deboli altrui, e su questo fece leva per assicurarsi la solidarietà dei suoi due sodali, Sherif El Sabaye e Miguel Martinez. Con Sherif non dovette manco sforzarsi. Il tipo è talmente pavido che anticipa le minacce, va di sua sponte da chi gli conviene. Con Miguel Martinez, la cosa fu un po’ più sottile e allo stesso tempo grottesca. Mi sono chiesta a lungo quali fossero i motivi per cui Martinez dava man forte a un’informatrice di Magdi Allam , ma la verità è che ho sempre saputo quale fosse la leva principale del suo comportamento e, dopo tanti anni, forse si può anche dire: è che Martinez, quando andava a Roma, diceva a sua moglie che dormiva a casa di Dacia ma, in realtà, andava a dormire dalla prima moglie. E Dacia non avrebbe esitato a smettere di coprirlo e a raccontarlo alla moglie nuova che, incidentalmente, in quel periodo era pure incinta. Cosa non si fa per la famiglia.

Ha continuato a gettarmi rabbia addosso per anni, la cara Dacia. In un modo viscerale, che le veniva dalla pancia e le cui motivazioni non si esauriscono in un mancato exploit mediatico. L’odio di Dacia era più profondo di così.

Ricordo le immagini che accompagnarono una serie di suoi post: nel primo c’era la vagina di una donna bianca, bruttissima, spelacchiata. Nel secondo, una vagina coi colori dell’arcobaleno. Nella terza, infine, la vagina di una nera: bellissima, perfetta. Non è che ci voglia Freud, per spiegare la successione.

Ogni suo post su di me traboccava di riferimenti sessuali. E di sesso mi aveva parlato in continuazione, da sempre. Credo che per lei fosse un’ossessione, un fuoco, qualcosa che le bruciava dentro. Quando al telefono mi pregava, e poi mi urlava di darle il certificato, sembrava che la stessi paralizzando mentre era sull’orlo di un orgasmo che continuavo a sottrarle, a impedirle di avere. E quella prima pagina del Corriere, infine, glielo concesse. Se il termine “isterica” ha un significato vero, Dacia lo incarnava.

Se di orgasmo si trattò, comunque, fu l’ultimo della sua vita.

Si ritrovò senza più niente. Provò a tenersi ancora a galla per un po’, col premio farlocco della IADL, e poi sprofondò nemmeno tanto piano, con litigi sempre più generalizzati, sempre più violenti, sempre più insensati. Passò un periodo da una sua amica, a Milano. Lo passò bevendo un bottiglione di vino da cinque litri ogni giorno, poi litigò e usò il blog per coprire di insulti l’altra e, giacché c’era, pure le sue bambine. La sua ex amica, completamente sgomenta, divenne amica mia.  Cominciò a collezionare denunce, poi condanne. Solo con me ha preso due anni di reclusione, fra i due processi che le ho appioppato. E ventimila euro da risarcirmi. Mettici anche i processi avuti con altre persone e prima o poi sarebbe finita in galera.

L’ultima volte che ho avuto sue notizie, è stato leggendo una tizia che cercava di tirare su dei soldi per lei, dicendo che non aveva da mangiare né da comprarsi le medicine. Ma io l’avevo sempre vista fare colletta in un modo o nell’altro. Era il modo in cui si guadagnava di vivere. Non mi impressionai molto.

Seguii un po’ la storia: la davano in un paesino del Lazio,sola e disperata, ancora troppo giovane per accedere alla sua agognata pensione da europarlamentare. Il ritratto che ne facevano era impietoso:

Dacia va e viene dagli ospedali, che però non le danno poi le medicine di fascia C di cui lei ha bisogno…E’ un gatto che si mangia la coda, senza medicine, senza soldi ( ha solo 50 anni e non può accedere alla pensione da eurodeputata), sta morendo sola e disperata. Se qualcuno di voi tutti si può movere per aiutarla…E’ un caso umano e un pò di Pietas talvolta farebbe bene a tutti.

Conoscendola, una non sapeva se crederci o no: a me disse che si era ricoverata per un tumore, una volta, che invece risultò essere un intervento di chirurgia bariatrica. Per dire.

Invece adesso è morta, e sul serio. Non mente. E, dopo tanti anni dalla prima volta che ne sentii la voce (“Ciao, Lia, sono Dacia Valent”), eccomi qua a scriverne ‘sta specie di necrologio. Era un genere che le piaceva, ricordo.

No, non fingo dispiaceri che non provo e che non potrei provare. Penso che al mondo ci sia una persona cattiva in meno. Una volta tanto, non è morto qualcuno destinato a mancarmi.

Però sono una persona sportiva e lei, quando ragionava, sapeva essere spiritosa. E quindi non posso non pensare che una parte di lei sia contenta di essere morta prima di prendere la sua famosa pensione: io ci tenevo tanto quanto lei, a che la prendesse, ché lì dentro c’erano i ventimila euro che mi doveva.

Mi ha fregato. Se sta da qualche parte, so che le farà piacere.

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Cuba, gli USA, gli opinionisti e un po’ di correttezza storica

Discutendo di Cuba su un social network prevalentemente piddino, qualche tempo fa, mi ritrovai sbeffeggiata da una tizia che con l’aria ironica chiedeva, più o meno: “Ma davvero gli USA hanno cercato di impadronirsi di Cuba? E quando è successo? Non starai esagerando?” Era convinta di avere a che fare con qualche fanatica demonizzatrice di USA, una che esagera, magari distorce. “Impadronirsi”, addirittura.

Uno dei grandi paradossi su cui si basa l’opinione pubblica, nel cosiddetto Occidente, è che studiamo solo la nostra storia ma, nel contempo, pretendiamo di discutere di Cuba, America Latina, mondo arabo, paesi musulmani e via elencando. La ragazza del SN ignorava completamente la storia di Cuba (ma anche quella di USA, Spagna e America Latina in generale) e la sua ironia era integralmente figlia di una formazione che per sintesi definiremo liberal e che è ideologica quanto qualsiasi altra. La sua reazione istintiva di fronte a un dato storico che non coincideva con la sua visione del mondo (“Sì, gli USA hanno fatto degli errori ma non dimentichiamo che sono i buoni”) consisteva nel sospettare di ideologismo l’interlocutore.

Ricordavo l’episodio leggendo la lezione di storia che Noam Chomsky impartisce al New Yorker, il quale commenta in questi termini l’apertura degli USA a Cuba:

La pace con Cuba ci riporta momentaneamente indietro all’era dorata in cui gli Stati Uniti erano una nazione amata in tutto il mondo, quando era in carica un J.F.K.  giovane e bello,  prima del Vietnam, prima di Allende, prima dell’Iraq e di tutte le altre miserie, e ci consente di sentirci orgogliosi di noi stessi per aver finalmente fatto la cosa giusta.

Le parole sono importanti, le prospettive storiche non ne parliamo. Non è un caso che uno dei grandi smascheratori delle narrazioni più o meno tossiche che ci arrivano dai media sia un linguista. L’articolo di Chomsky, storicamente impeccabile, è da leggere integralmente. E dimostra, una volta di più, quanto il pensiero dominante sia particolarmente insidioso quando viene spennellato di progressismo. In genere ne vediamo gli effetti riferiti a Israele, ma pure con Cuba non si scherza.

 

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E quindi: no, JFK non è stato uno che faceva la cosa giusta:

Una delle decisioni di maggior importanza di Kennedy fu nel 1962, quando egli cambiò efficacemente la missione dell’esercito latinoamericano dalla “difesa dell’emisfero” – un residuo della seconda guerra mondiale – alla “sicurezza interna”, un eufemismo per la guerra contro il nemico interno, la popolazione. I risultati sono stati descritti da Charles Maechling, che diresse la pianificazione statunitense della contro-insurrezione e della difesa interna dal 1961 al 1966. La decisione di Kennedy, ha scritto, ha modificato la politica USA dalla tolleranza “della rapacità e crudeltà dei militari latinoamericani” alla “complicità diretta” nei loro crimini, al sostegno statunitense ai “metodi delle squadre di sterminio di Heinrich Himmler”.

E prima di JFK? La Dottrina Monroe si impone in America Latina col ‘900, ma potremmo andare ancora più indietro: la guerra tra USA e Messico è di metà ‘800.  La politica del “grosso bastone” di T. Roosevelt è dell’inizio del secolo scorso. L’occupazione di Cuba da parte degli USA è sancita dall’emendamento Platt nel 1902. E poi l’occupazione di Haiti, le varie “guerre delle banane” che nel nostro immaginario sembrano addirittura una cosa buffa e che dureranno fino a metà degli anni ’30. E poi la terrificante tragedia del Guatemala, a partire dagli anni ’50. E poi il terrorismo contro Cuba, a base di bombe, attentati e disastri aerei provocati, e infine quella che Chomsky chiama la “vaccinazione” del resto dell’America Latina contro le influenze cubane: i colpi di Stato, le dittature militari, l’addestramento dei torturatori, i desaparecidos, le invasioni militari di reaganiana memoria.

Io non so cosa avessero in mente al New Yorker, citando i loro bei vecchi tempi immaginari. So che la storia dell’America Latina è un incubo dettato dagli USA e che non dai un passo, in certi paesi, senza rendertene molto dolorosamente conto.

Chomsky ricorda un episodio che mi ha fatto venire i brividi:

l’assassinio di sei eminenti intellettuali latinoamericani, sacerdoti gesuiti, da un battaglione salvadoregno d’élite, fresco di un addestramento aggiornato presso la Scuola Speciale di Guerra JFK a Fort Bragg, eseguendo gli ordini dell’Alto Comando di assassinarli con tutti i testimoni, la loro governante e sua figlia. Il venticinquesimo anniversario dell’assassinio è appena trascorso, commemorato dal consueto silenzio, considerato appropriato per i nostri crimini.

Ci sono stata l’estate scorsa, in quello struggente inferno in terra che è il Salvador. Un posto dove il turismo lo fai tra le tombe, dai gesuiti a Romero ai murales colmi di nomi di gente sterminata, sotto gli occhi di un esercito che ancora si vanta delle sue vittime.

Intanto si è fatto il 2015 e gli USA si sono aperti a Cuba. Ne sono sinceramente felice, non sono tra quelli che si atteggiano a duri e puri sulla pelle degli altri popoli. E’ una buona notizia per i cubani. E, soprattutto a livello di principio, è la vittoria di un’isola che ha sofferto 50 anni di embargo senza piegarsi.

Trovo però che abbia ragione Chomsky quando afferma che, a livello più ampio e sostanziale, la vittoria è stata degli USA:

Il modo per affrontare un virus che potrebbe diffondere un contagio consiste nell’uccidere il virus e nel vaccinare le vittime potenziali. Tale politica sensata è esattamente quella che Washington ha perseguito e, in termini dei suoi obiettivi primari, tale politica è stata molto riuscita. Cuba è sopravvissuta, ma senza la capacità di conseguire il temuto potenziale. E la regione è stata “vaccinata” con dittature militari malvage per impedire il contagio.

Noi non sapremo mai cosa sarebbe stata Cuba se non l’avessero soffocata per mezzo secolo. Vediamo i miracoli che l’isola è ruscita a fare nonostante l’embargo, e vediamo che comunque a Cuba si è sofferto molto e ancora si soffre. Possiamo dividerci in schieramenti e urlarci contro che la colpa è degli USA o che, niente affatto, è di Fidel. Ma il fatto è che non abbiamo la controprova: se Cuba non fosse stata strangolata da una punizione lunga cinquanta anni, cosa sarebbe oggi?

Neanche il futuro si accompagna a grandi certezze. A Cuba c’è un sacco da fare. Certo, riempirla di complessi turistici è un attimo, mentre rimettere in piedi tutti gli aspetti della realtà cubana che hanno bisogno di intervento senza, nel contempo, smantellare il molto che funziona, è impresa più complessa.

Io credo, ed è anche una speranza, che il cambiamento sarà lento, graduale. L’idea è migliorarsi la vita, non vendersi l’anima. Non più di quanto sia fisiologico, con o senza aperture USA. La mia sensazione è che il paese tiene, è solido. Inguaiato eppure saldo. E i cubani non mi sembrano minimamente intenzionati a rinunciare a tutto ciò che li distingue dai paesi affini: al loro stato sociale, alla sicurezza delle sue città libere dal narcotraffico e i suoi effetti, ai loro bambini che non lavorano ma studiano.

Io dico che ce la fanno: è da tanto tempo che mostrano al mondo di cosa sono capaci.

Però non è che sia tanto brava nelle profezie, io.

 

 

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Due istruzioni per viaggiare in Messico. Secondo me.

Due istruzioni per il Messico, senza pretese di completezza e senza nemmeno voler passare per esperta del tema, ché decisamente non lo sono. Tra l’altro questo è un paese gigantesco: io ci sono stata quattro volte, mi pare, e questa volta mi sono fermata per due mesi e mezzo. Che bastano giusto a guardarsi un po’ attorno, anche perché intanto avevo da lavorare. Un po’ di dimestichezza comunque l’ho presa, e le due note che seguono sono banalotte ma potrebbero riuscire utili a qualcuno. Gradite aggiunte e/o correzioni. Dunque.

Il viaggio

L’aereo per il Messico costa parecchio, specie se vai a Città del Messico. Durante l’anno si possono trovare buone offerte, ovviamente, ma se ti tocca viaggiare in alta stagione forse conviene prendere un charter per Cancún ed eventualmente prendere un volo interno per spostarti. La compagnia Volaris ha ottimi prezzi e begli aerei nuovi. Io per un Puebla-Cancún (due ore di volo circa) ho speso sui 90 euro. In pullman non avrei speso molto meno e ci avrei messo 30 0re.

Un’altra possibilitò per volare dall’Europa è tenere d’occhio il sito di Pullmantur Air. Da Madrid, ogni tanto hanno voli di sola andata a 180 euro. Ricorda, comunque, che all’arrivo in Messico devi sempre avere un biglietto di uscita. Va bene anche se è un semplice biglietto di pullman per passare la frontiera col Guatemala, l’importante è avere qualcosa. Alcune compagnie non ti fanno neanche imbarcare se non ce l’hai, quindi attenzione.

 

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Le spese

Il Messico è uno di quei posti dove spendi quello che vuoi (o sai) spendere: un capitale o pochissimo, dipende da te. Qualche esempio basato su come mi organizzo io: per gli alberghi, non ho mai speso più di 450 pesos a notte, che sono 26 euro. E’ il prezzo per cui puoi trovare cose carine, pulite e centrali un po’ ovunque. Qui i miei alberghi a Oaxaca, Puebla, Città del Messico, Playa del Carmen. Tutti sperimentati con soddisfazione, soprattutto sull’indispensabile versante pulizia. Se intendi fermarti a lungo, l’affitto di una stanza o di un appartamento ammobiliato è ovviamente molto più conveniente. A Oaxaca, il mio appartamento in pieno centro storico costava 5000 pesos al mese, ovvero 290 euro, utenze e wifi compresi.

Per quanto riguarda il cibo, parti da un principio: in Messico si mangia bene, sul serio. E frutta, verdura e carne sono normalmente di ottima qualità. Puoi spendere tre euro per un menù del giorno (o sei, alla Biznaga di Oaxaca, dove però il cibo è sopraffino), puoi spenderne 30 per cenare a base di specialità in ristoranti molto belli, poi spenderne 300 se sei pazzo e magni e bevi cose strane cosparse di polvere d’oro. Vedi tu. Lo stesso dicasi per la vita notturna, i locali etc. Posti belli per tutte le tasche, dalla taverna ai locali chic.

Ovviamente ti verrà voglia di comprare di tutto: artigianato, camiciole, huipiles, amache, cose d’argento, mezcal, spezie e polvere di verme dell’agave. Parti con la valigia poco piena: sono cose belle e buone e costano poco.

Sul fronte spese di trasporto interno, sappi che i trasporti urbani funzionano benissimo in tutti i posti dove sono stata, dalla metropolitana di Città del Messico agli autobus delle diverse città, e costano qualche centesimo. I taxi nelle città piccole hanno un prezzo fisso per la corsa, che si aggira sui 30/40 pesos. A Playa del Carmen, Tulum e posti simili sulla Riviera Maya, invece, i temibili taxisti tenderanno ad abusare di te e spesso dovrai soccombere. Combatti quel tanto per salvare almeno l’onore, comunque. Per i trasporti interurbani ci sono gli ottimi pullman di ADO, non economici ma belli ed efficienti, e poi ci sono i minibus, o taxi collettivi. In questo periodo, i biglietti di ADO comprati con almeno tre giorni di anticipo hanno sconti anche del 50%. Informati sulle promozioni, ce ne sono spesso.

Cose da portare

Dipende da dove vai e quando, ovviamente: parliamo di una specie di continente, non di Camogli. In linea di massima, comunque, pochissima roba. Se ti manca qualcosa te lo compri qua. Questo sì, portati una felpa. Specie se vai a Città del Messico o comunque nell’interno, dove può fare freschetto. Se vai in quel frigorifero che è il Chiapas, portatene due. E qualcosa per la pioggia. E un adattatore per le prese di corrente americane. E se sei presbite come la povera sottoscritta, portati un paio di occhiali da lettura di scorta, ché qui sono brutti e cari. E il minimo di farmacia necessaria, ché pure i farmaci so’ carissimi. Poi basta, non mi viene in mente altro.

Dove andare

Dappertutto. E potrei chiuderla qui. Poi, vabbe': a me è piaciuta moltissimo la zona che comprende Città del Messico, Puebla e lo Stato di Oaxaca, costa del Pacifico compresa. E’ la mia preferita tra le zone che ho visitato. Poi c’è il Chiapas, splendido e interessantissimo, e le splendide cittadine in Yucatan e Campeche, e ci sono ovviamente i Caraibi della Riviera Maya, con gioie e dolori del turismo ma anche con spiagge che, vedi Tulum, sono tra le più belle che abbia visto in vita mia.

Forse il valore aggiunto di Oaxaca e dintorni sta nella gente. Enorme cortesia, ospitalità, socievolezza discreta. Un posto di rara dolcezza dove, se solo potessi, mi trasferirei senza pensarci un attimo. A Puebla sono rimasta poco, purtroppo, ma abbastanza per capire che merita una visita molto più approfondita: è più metropoli di Oaxaca, molto più grande e, quindi, di una bellezza più dispersiva, mentre Oaxaca è una specie di gioiellino tutto racchiuso nel suo  meraviglioso centro. Una città intrigante, vivacissima, molto orientata al buon vivere, alla buona cucina, all’offerta culturale, ma anche con sacche di miseria metropolitana che a Oaxaca non vedi. Complessa. Me ne sono andata a malincuore, sarei rimasta molto di più. E la capitale, ovviamente: non date retta a chi dice che Città del Messico è pericolosa, lo è quanto qualsiasi metropoli. Pare che fino a qualche anno fa lo fosse molto di più, e che adesso la situazione sia cambiata molto in meglio: a me, francamente, è sembrata vivibilissima, gigantesca, elettrizzante, meritevole non di una ma di mille visite. E traboccante di gentilezza messicana. Un po’ freddina dal punto di vista climatico, se proprio devo trovarle un difetto, ma è che io so’ freddolosa.

E poi c’è il Pacifico. E sul Pacifico ci sono spiagge bellissime. Se solo ci si potesse fare il bagno. A meno che tu non vada in giro con una tavola da surf, quindi, la tua domanda deve essere: si può fare il bagno là dove sto andando? Per dire, a Zipolite è un mezzo casino. A Mazunte invece si può, anche se questo non mi ha impedito di vedere un’amica scaraventata sulla sabbia da un’onda di troppo e costretta quindi al collarino ortopedico, e con tutti che le dicevano che come era stata fortunata a non rompersi niente. Bastardissimo, il Pacifico, con una corrente che ha una forza disumana. E frustrante: non è mica bello, stare su una spiaggia meravigliosa e non potere mettere in acqua niente più che mezzo polpaccio, se va bene. Si tratta di scovare i punti specifici, quindi, e non li troverai a base di tentativi. Li devi proprio cercare sulla guida, o chiedendo alla gente. Ché sennò finisce che ti fai male, sul serio. Guarda qua ‘ste povere turiste ad Acapulco, in cosa si sono ficcate per averci solo CAMMINATO nel momento sbagliato, sulla spiaggia:

Per fortuna c’è Mazunte, come dicevo, e a Mazunte c’è un angolo di spiaggia che si chiama il Rinconcito, e lì puoi nuotare qual papero nell’acqua e divertendoti molto di più che in mille mari dei Caraibi, ché le onde, quando sono a misura umana, so’ divertenti. Non ti annoi, in acqua. Proprio no. E fai un sacco di ginnastica senza volerlo, io dopo due giorni mi sentivo un leone. Mazunte è un altro posto dove potrei vivere. Dove vorrei proprio vivere, anzi. Mi farebbe anche meglio di Oaxaca, dove ci sono troppi locali e ristoranti perché io possa mantenermici in forma. A Mazunte diventerei un fiore, lo so per certo.

Insomma: se puoi vacci, in Messico. Non mi vengono in mente molte destinazioni migliori, in questo periodo. E’ un peccato che una certa sua fama di posto “pericoloso” possa scoraggiare dal visitarlo. Io, tolte tre settimane con un’amica, l’ho girato da sola più che tranquillamente e ricomincerei domani. Un paese della madonna, sul serio.

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Scene di lotta di classe di professori a Oaxaca

Sono dalle parti del mercato, poco più a sud dello Zócalo, e passeggio tranquilla quando comincio a vedere polizia in assetto antisommossa dappertutto. La strada in cui sono è stata chiusa al traffico e questi qua sono appostati ovunque, pure dentro i portoni, e sono tantissimi e, soprattutto, orrendi: divise nere, caschi neri, manganelli neri, protezioni tipo robocop alle gambe e alle braccia. E, ancora, giubbotti antiproiettile neri, manganelli neri, nere le pistole enormi e i mitra, nerissimi i capelli e i baffi e scure le facce, in ogni senso, e ci sono anche le donne e sono enormi, fanno paura quanto gli uomini. E i manganelli li hanno in mano, e pure i mitra, e quanti sono.

“Ma che succede?”, chiedo a una negoziante. E lei mi dice che verso lo Zócalo c’è una manifestazione. “Madonna quanto fa paura la polizia messicana”, penso io. “Poveri manifestanti”.

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Oltrepasso delle barricate fatte con gli autobus del trasporto urbano disposti in modo da chiudere le strade e mi avvicino allo Zócalo. E, mentre cammino verso la piazza, mi cominciano a apparire dei tizi con le facce coperte dai fazzoletti, bastoni in una mano ed enormi machetes nell’altra. Sono i manifestanti. E hanno una faccia da “poquísimos amigos”, come dicono in Spagna, un cipiglio che abbasso gli occhi e affretto il passo, ma tu hai visto quei machetes? Machetes enormi, affilatissimi. Con quelli si taglia la canna, e la testa di una persona in un attimo. Ma che è? “Poveri poliziotti”, penso ribaltando il pensiero di un attimo prima. Questi fanno molta più paura. Soprattutto, non sono contemplati nel mio concetto europeo di come va il mondo.

Nella piazza, i negozi sono tutti chiusi. Saracinesche abbassate, e non mi sorprende. I tizi con le facce coperte e i machetes sguainati fanno capannello in ogni angolo. Tanti sono seduti a terra sotto i portici, appoggiati alle saracinesche. Altri passeggiano, e quei fazzoletti sulla faccia sono uguali a quelli dei banditi dei western, allacciati dietro, a coprire dal naso in giù. E quei machetes. Ho gia parlato di quei machetes? “Esta guerra no es mi guerra”, penso io, e me ne vado su verso la parte del centro che è più salotto, quella con gli stranieri a passeggio e i locali belli, che è a solo pochi isolati dallo Zócalo ma è come spostarsi in un altro mondo: la gente mostra il volto e le facce che vedi sono serene. Le frontiere invisibili, già.

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Mi infilo alla Biznaga e chiedo lumi alla ragazza che serve al bancone. “Ma che è, che succede allo Zócalo?”

“E’ il presidio dei lavoratori della scuola, quelli accampati in piazza da due mesi, e dovrebbero liberare la piazza”

“No, aspetta: mi stai dicendo che quelli coi fazzoletti in faccia e i machetes SONO PROF??”, chiedo io, e non so se essere stupefatta o genuinamente ammirata di fronte a questi temibilissimi colleghi.

“No, quelli col machete no. Sono simpatizzanti, diciamo. Gente che li appoggia.” (Devono essere quelli di Antorcha Campesina, deduco.)

“Ma… ma scusa, hanno i machetes.”

“Sì. Caso mai li volessero sgombrare con la forza. Servono per dissuadere la polizia.”

“Ma … ma scusa, con un machete lo uccidi, uno.”

“Certo”, mi fa lei, guardandomi come si guarda chi ribadisce l’ovvio. “Quindi la polizia non interviene, sta solo nelle strade attorno.”

“Ma scusa, se la polizia intervenisse questi li prenderebbero a machetatas?”

“Be’, se cerchi su Google quello che è successo qui nel 2006 capisci la dinamica.”

Passo dai ragazzi che vendono il pane, poco più giù, e pure loro mi dicono che è meglio seguire la via della trattativa, che le autorità lo sanno. Altrimenti si crea “un problema social. Un problema social muy serio.” E se so di Oaxaca 2006. I prof hanno imparato molto, da Oaxaca 2006.

Torno a casa cercando di immaginare le mie colleghe genovesi accampate con le tende a piazza De’ Ferrari coperte da gente che impugna sciabole, e l’idea mi affascina mentre tengo a bada l’angolo della bocca che mi chiede di scoppiare a ridere da sola per strada.

Poi, siccome il cielo è saggio, viene giù il peggiore temporale che io abbia mai visto in Messico, e diluvia sui mitra e sui machetes, sui caschi e sui fazzoletti da cowboy, e non c’è guerra possibile se la natura non vuole.

Intemperanze messicane a parte, devo comunque dire che era da due mesi che mi ripromettevo di scrivere di questo sciopero dei professori in lotta contro una legge di riforma che ricorda molto da vicino le nostre. E’ un tipo di sciopero strategicamente notevolissimo: in pratica, i prof hanno messo su un accampamento, con tende e tutto, nel mezzo della piazza principale della città e tutto attorno, trasformando l’area in un immenso campeggio. Tutta quella zona della città è in ginocchio, letteralmente: negozi che non riescono a lavorare perché le tende ne coprono l’entrata, ristoranti vuoti, strade chiuse, pedoni che avanzano a fatica, piegati in due sotto i tendoni stesi da un lato all’altro delle strade per proteggere dalla pioggia le tende in cui dormono i colleghi. Da due mesi e rotti: quando sono arrivata c’erano già, e ci sono ancora.

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Non solo: occupano le stazioni radio e i giornali che non riferiscono correttamente le loro richieste, fanno azioni dimostrative come picchettare i caselli autostradali e fare andare via le macchine gratis o richiedendo il pedaggio per sostenere la loro lotta, attaccano la quotidianità di tutto lo stato di Oaxaca. Ma, intanto, le scuole sono aperte, il servizio scolastico è garantito e loro ci vanno, a scuola. Quindi, non perdono lo stipendio. Semplicemente, mantengono il presidio attraverso un sistema di turni che coinvolge le famiglie, i parenti, i prof di altre zone, tutto studiato alla perfezione. Mi è persino capitato di vederli correggere i compiti, fuori dalla tenda, e tutto attorno al presidio sono sbucate bancarelle che vendono software didattico e roba di aggiornamento professionale. E a Città del Messico vidi, assieme a Enrica, un presidio piccolo, con tende in piazza della Rivoluzione (nomen omen), dove vendevano biglietti a basso costo per Oaxaca, per i professori che volevano venire qui a contribuire. Enrica e io ci fermammo a conoscerli e pareva di parlare coi colleghi della CGIL o dei Cobas: stesse rimostranze, stessi ragionamenti, problemi estremamente simili nella loro sostanza. Solo che il risultato del modo di procedere di qui è che la scuola funziona normalmente e a essere in ginocchio è la città. Altro che i nostri scioperi di un giorno in cui perdiamo lo stipendio, i ragazzi ci smenano o fanno festa e nessuno se ne accorge tranne noi.

Certo, bisogna essere uniti per fare una cosa del genere (machetes a parte, li sto escludendo dal pensiero). Avere uno spirito di corpo fortissimo. E la voglia di politica che noi abbiamo perso ma che nella giovane America Latina è viva e vegeta.

Io, che dire: la cosa dei machetes è lontana dalla mia sensibilità, diciamo così. Ma il concetto – trovare forme di lotta che non penalizzino gli studenti e che siano economicamente sostenibili, oltre che seriamente incisive per quanto riguarda la vita quotidiana della popolazione tutta – forse merita qualche ragionamento.

E perbacco, i colleghi messicani.

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Hay amores que roban el alma…

Questa taverna (cantinas, le chiamano qua) dalle parti del mercato di Oaxaca esiste da così tanti anni che le pareti, spesse quanto quelle di un convento, rendono il cellulare inutilizzabile. Siamo io, un barista grosso e sudato, quattro signore dai tratti indios (qui sono in genere zapotecas, non maya come in Quintana Roo) sedute al tavolo in fondo e un ragazzotto dall’aria inquietante e la felpa bucherellata che beve mezcal seduto al bancone con la testa bassa, senza guardare nessuno. Le zone attorno ai mercati non sono eleganti in nessun paese del mondo.

Il grande vantaggio di fermarsi in una cantina così poco trendy sta nella musica: corridos, uno dopo l’altro, invece della bella musica che si ascolta altrove, e io adoro la musica popolare e se è in spagnolo la amo di più. Storie di donne traditrici, insulti messi in musica (Paquita la del Barrio, ma dimmi tu), cavalli bianchi che muoiono per avere cercato la libertà, vicende di narcos e codici d’onore. In messicano, ciò che Los Chichos e Los Chunguitos sono per la Spagna. E, con certe canzoni, ritmi che vorresti alzarti in piedi e ballare a saltelli sventolando una gonna immaginaria e un tovagliolino di carta a mo’ di fazzoletto, lanciando urletti qua e là. Coi Chichos avrei voluto sapere ballare il flamenco, ricordo bene. E, mentre sono qui che penso a quanto condivide un’anima tremendamente simile, il mondo ispanico, arriva Rocío Jurado, altra immensa insultatrice canora, e mi scaccia Los Tucanes de Tijuana cantando, indovina, Señora. Él me dijo que era libre y yo lo creí. Ciao, Spagna, sapevo che ti saresti affacciata. Succhio la mia fetta d’arancia cosparsa di polvere di verme e sono completamente, profundamente nel mio brodo. Questa è casa mia, ci sono nata.

Il Messico è sempre stato un paese ospitale, generoso con i paesi fratelli. Accolse frotte di spagnoli repubblicani dopo la Guerra Civile (c’è una mostra che li ricorda a Città del Messico, in questo periodo) e non c’è paese latino che non abbia visto qui gente in fuga dai colpi di stato, dai genocidi, dalle persecuzioni che hanno marcato la storia di questo continente. In Messico ci finì Che Guevara, in fuga dal Guatemala messo a ferro e fuoco con la solita benedizione degli USA, e ci incontrò Fidel Castro, a sua volta esule dalla Cuba di Batista. Passano tutti di qua, si direbbe.

E’ un paese dove potrei vivere. Dove forse vorrei vivere. Non mi era mai successo di pensarmi in un posto che non fosse l’Egitto, prima di venire qui. Ed è che, strano a dirsi, ci sono un mucchio di cose in Messico che mi ricordano l’Egitto. La gentilezza della gente, l’assoluta cortesia, l’importanza delle forme. Un’eleganza antica che attraversa le classi sociali. E questo trionfo dei sensi coniugato in modo apparentemente diverso dal Medio Oriente ma in fondo così simile: profumi, sapori, stoffe, mollezze. Immagini che sembrano bellissime fotografie e invece sono solo passanti o pezzi di strada. E la voglia di fare festa. Tutta questa gente che ride, ce n’è tantissima. Come là.

E l’essere complicati, ovviamente. La prevalenza dei sensi e la centralità delle forme usate per rendere la vita vivibile. Perché sennò ti fai male.

C’è come un filo che lega tutto: la mia Napoli, la Spagna, il Medio Oriente, questa America Latina. Nei Caraibi non lo senti con tanta forza, questo filo, e il Centro America è fatto di paesi piccoli che sanguinano ancora, non è fatto per questi pensieri. In Messico lo senti eccome, invece. Capisco che gli spagnoli dell’esilio venissero qui a frotte. Lo avrei fatto anche io.

C’è tantissima Spagna. Quella bella, quella hidalga. E lo spagnolo che parlano qui sembra la bella copia di quello d’Europa. Aprono la bocca e sembrano tutti colti, splendidamente educati. “Y usted, ¿de dónde nos visita?” In Spagna ti chiederebbero, molto più brutalmente: “Oye, ¿de dónde eres?” Sono antichi, l’ho già detto. Allo stesso tempo, la Spagna non ha cancellato quello che c’era prima del suo arrivo. Lo ha affiancato, volente o nolente. C’era una civiltà vera, qui. Evoluta, importante, complessa. E c’è ancora. Il mondo preispanico è arrivato fino a qui nei tratti somatici della gente, nel gusto estetico, nel cibo, nella sensibilità, nella storia e nelle tante cose che ancora non so e che ci vogliono varie vite per sapere, ma intanto le percepisci d’istinto, a pelle. Il Messico è figlio di due genitori e ha preso da entrambi. Chi dice che gli spagnoli distrussero quello che trovarono è pazzo o ignorante, o non è mai stato qua.

Il barista simpatico, grasso e sudato è stato affiancato da una signora a cui le mie domande curiose su questo e quell’altro sono riuscite simpatiche, e si sta prendendo cura di me come se fosse la mia mamma. Ogni tanto arriva con qualcosa da farmi assaggiare. Ora mi ha portato un pezzetto del cuore del maguey, la “palma” dell’agave. E’ dolce e fibroso. Potrei non andarmene più da questo posto, e intanto Rocio Jurado non canta più e sono tornati quelli di prima, sicuramente vestiti di nero, con i cappelli e gli stivali di pelle d’iguana.

Come è tipico dei popoli ospitali, i messicani sono immensamente patriottici. E’ fatta di orgoglio, l’ospitalità. Del piacere di fare scoprire all’altro quanto si ha di buono, della certezza di leggergli l’ammirazione negli occhi. Forse è per questo che i popoli più razzisti e respingenti sono i più disgraziati, quelli dove il piacere incide meno nella vita quotidiana. E settembre è il “mes patrio”, ho appreso. Il 16 è la festa nazionale ma si stanno preparando dal giorno 1. Hanno messo bandiere tricolori ovunque, e il rosso bianco e verde della loro bandiera impera nelle vetrine, nelle camiciole dei bambini, nel chile en nogada che improvvisamente viene offerto dappertutto: il verde del peperone, piccantino e ripieno di carne e frutta secca, il bianco della salsa di noci che lo ricopre e il rosso dei chicchi di melograno di cui viene cosparso. La versione messicana della nostra pizza Margherita tricolore. Dicono che il 16 bisognerà essere allo zocalo, non si può mancare. Non ne ho nessuna intenzione, infatti.

Non è che io abbia molto spazio per nuovi amori, in ‘sto cuore stropicciato assai. Vivo sulle difensive ormai da anni, di passaggio ovunque, col terrore di crearmi nuove nostalgie se lascio che le cose mi oltrepassino la pelle. Nostalgie, santo cielo: l’ultima cosa di cui ho bisogno. Madonna. Eppure ‘sto paese scava.

Vorrei restare.

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Inno al mezcal e alla donna più bella del pianeta

Questa cosa merita un post tutto per sé. Io non mi stanco di guardarla. Godetevelo.

Qui il testo per ispanisti gaudenti.

(Da Oaxaca con passione)

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