Istantanee dalla scuola

11 marzo 2010 – 22:23

fotocopie

La collega prepara il compito in classe per la IVD. Mette giù le domande, stampa il quizzone e trotterella fiduciosa verso la portineria, dove c’è il modulo da compilare per richiedere le fotocopie.

“Mi servono per martedì, 30 copie. I ragazzi sono 30.”

La bidella la guarda: “Prof, ma non ha saputo che adesso dovete procurarvi voi la carta?”

“Eh?”

“Ma sì, prof. Non è stato comunicato ufficialmente ma ormai i suoi colleghi lo sanno, lasciano i fogli allegati alla domanda.”

“Mi sta dicendo che io devo comprare, a spese mie, i fogli per fotocopiare i compiti in classe?”

“Ma lo fanno tutti, prof…”

La collega gronda ghiaccioli dalla voce: “I compiti in classe sono un obbligo di legge. La scuola deve mettermi in condizione di farli. Io non compro nessun foglio: chiamo i giornali, piuttosto.”

“Prof, aspetti che le chiamo al telefono l’addetta alle fotocopie.”

Le passano l’addetta che, stupita di fronte a una docente tanto recalcitrante, le fa notare: “Ma lo fanno tutti i suoi colleghi, anche la prof Tizia, pure la prof Caia…”

“Sì? E io chiamo i giornali, invece.”

Alla fine gliele hanno fatte, le fotocopie. Trenta, per trenta verifiche.

E pensava, la collega, che i prof che si comprano la carta per le verifiche a spese loro sono dei gran complici di questo sfascio.

Invece di andare in piazza e fermare il traffico. Invece di rifiutarsi di fare le verifiche, se non ci danno la carta su cui farle. Invece di raccontarlo al mondo, quello che ci sta succedendo.

No. Loro aprono la borsa e comprano i fogli di carta allo Stato.

E dire che saremmo degli educatori. A me viene da pensare, più che altro, a certe eterne figure di Madri Sofferenti che tirano su figli capaci solo di sputargli in faccia. Non a caso, a noi sputa in faccia l’Italia intera, dal ministero in giù, mentre andiamo a comprare i fogli di carta.

In diretta da Firenze: caccia grossa a Miguel Martinez

9 marzo 2010 – 14:28

Dunque, è successo che la settimana scorsa siamo di nuovo comparsi di fronte al giudice: io, il mio avvocato e l’avvocatessa di Magdi Allam.

E l’avvocatessa, tranquillamente, ha dichiarato di fronte al giudice che Magdi Allam era da scagionare perché la mia email gli era stata data da uno dei destinatari diretti, “che non è la sig.ra De Feo né il signor Piccardo”. Dichiarato di fronte al giudice.

Si torna a questo post, quindi: dei tre destinatari che rimangono, chi è stato? Chi è l’informatore di Magdi Allam, tra questi tre?

Visto che io sono a Firenze, ché ieri avevo questo impegno, ho pensato bene di andarglielo a chiedere direttamente, a Miguel Martinez:

Dimmi, Miguel: sei stato tu? O quale degli altri due? E tu come mai hai fatto da complice in questa porcheria?

E quindi siamo andate sotto casa sua, io e Anika Persiani che lo conosce personalmente.

Un freddo che non ti dico, neve e tutto, e noi sotto, in un bizzarro bar chiamato “Dolce Vita”.

miguel 004

Anika gli manda un sms: “Sono a prendere un caffè al Dolce Vita. Se sei a casa, riesci a scendere? C’è una sorpresina.

Mi sa che il Nostro lo sapeva, quale era la sorpresina, perché si dà per disperso, non risponde, fa scattare la segreteria telefonoca quando Anika cerca di raggiungerlo.

Alla fine mi decido a chiamarlo io. Dopo un po’ di squilli, risponde: “Ciao, Lia.”

Ciao, Miguel: direi che è arrivato il momento di confrontarci, no?

No. Io non voglio. No comment. Perché vuoi farlo?

Be’, perché abbiamo questa faccenda in sospeso da anni, Miguel. No?

Ma io non ci sono, sono in una fabbrica a insegnare inglese e sarò lì nei prossimi giorni.

Sei fuori Firenze, Miguel?”

Una pausa e un sospiro: “Sono a Firenze, ma non me la sento di incontrarti.”

Poi taglia corto: “Chiamami tra un’ora, ma tanto non ti incontro.

Racconto tutto alla Cloro che, intanto, ci ha chiamato. Lei lo richiama: “Ma scusa, affrontala, no? Mica ha lì un randello. Dille quello che hai da dire.

Ma tanto è inutile, lei ha già tutte le sue paranoie.”

Guarda, Miguel, che io c’ero, quando tu e la Valent vi sentivate. Lei era da me, in uno dei periodi in cui parlavate di questa storia. Sono testimone di come è stato il vostro rapporto in quel periodo. Quindi mi pare che tu le debba davvero qualche spiegazione, a Lia.

E Miguel che fa? Riattacca.

Solita signorina, quest’uomo. Il coraggio fatto Ectoplasma.

Io comunque non demordo, sono qua.

Ti aspetto, Miguel. Chi è stato? Sherif? Tu? O Dacia? Quale dei tre, tesoruccio mio….?

Vieni fuori e fammi vedere la tua faccina, Miguel.

Chiacchieriamocela

6 marzo 2010 – 19:12

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Io, l’8 marzo dovrei essere qui a parlare di donne e incontri tra culture assieme a un po’ di gente.

Se qualche fiorentino amico (amico, mi raccomando, ché una rissa sarebbe fuori tema) vuole fare un salto, si palesi.

INCONTRO DI CIVILTA’ (AL FEMMINILE)

Lunedì 8 aprile alle ore 18 per festeggiare la Festa della donna Incontro di civiltà (al femminile) per la festa della donna. Per abbattere le barriere culturali fra donne, vittime di violenza trasversalmente, in ogni angolo di mondo, indipendentemente da religione o cultura di appartenenza.

Ore 18.00
Intervengono:
Lia di “Haramlik” , responsabile del blog: “Haramlik – spazio della casa riservato alle donne nella cultura tradizionale islamica”; Lia è una blogger, professoressa d’italiano in Egitto.

Safa’ a Warawra, di origine palestinese , attrice teatrale e commentatrice di forum, da 10 anni in Italia

Paolo Sarti, del progetto “Maschio per obbligo ” di Firenze (Associazione “medici per i diritti umani ” )

Erika Bernacchi, Amnesty International, responsabile della campagna “Mai più violenza sulle donne”

Modera Anika Persiani

ore 20:00
Buffet con musica e proiezione ” la notte di Carmen ”

ore 20:30
in salotto con le ospiti – domande e risposte…e festa WONDERWOMAN – musica al Femminile – a cura di MondaY !

In occasione della serata sarà possibile sottoscrivere petizioni sulla campagna “MAI PIU’ VIOLENZA SULLE DONNE”, promossa da Amnesty Internation

Noi che andiamo in ospedale a Genova

2 marzo 2010 – 16:47

ps

La sera di martedì c’è una cena a casa mia. La mattina di mercoledì mi sveglio con un cerchio alla testa e un dolore al fianco destro. Mi dico: “Non può essere il fegato, lo sanno tutti che non fa male fino a un attimo prima di ucciderti.” Soffoco i sensi di colpa, vado a scuola, aspetto che passi. Non passa.

Giovedì e venerdì il dolore al fianco destro persiste. I miei sensi di colpa anche, visto che è un periodo in cui tutti vogliono rieducarmi e fare di me una donna sana e a dieta, quindi mi guardo bene dal dirlo a chicchessia. Vado a scuola. Zoppico un po’, ma vado.

Sabato mattina comincio a confessare, anche perché sono quattro giorni che ho la mano sul fianco. SMP mi guarda preoccupato e osserva che dovrei vedere un medico. Io vado a scuola.

All’uscita da scuola – sempre sabato – mi dico che mi deve stare succedendo qualcosa. Mi dico anche che forse aspettare fino al lunedì successivo è imprudente, quindi mi risolvo ad andare al Pronto Soccorso. L’ospedale più vicino alla mia scuola è Villa Scassi. Un po’ perplessa per il nome (Scassi…?) mi ci dirigo, arrivo affannata perché è in cima a una salita (e sennò non saremmo a Genova, del resto), entro e mi guardo attorno perplessa. Che bruttissimo posto, gessù.

Nell’atrio ci sono lavori in corso, all’accettazione ci sono due telefoniste coi capelli sporchi e la ricrescita, i medici sembrano indistinguibili dai malati e questi dagli infermieri. L’atmosfera non pare amichevole: sono certa che verrò guardata con disprezzo, appena dirò che ho un semplice mal di fianco, ché l’ambiente pare di quelli dove devi presentarti con qualche arto mancante, se vuoi essere preso in considerazione. Nella sala d’attesa, un’umanità parecchio male in arnese pare stare lì per passare il tempo, in mancanza di posti migliori dove andare.

L’istinto mi dice di fuggire, guadagno la porta, ci ripenso e torno indietro perché il fianco fa sempre più male. Cerco di richiamare l’attenzione di un infermiere, non ci riesco ma mi rendo conto che è un ceffo inguardabile e ha l’aria cattiva. Do retta all’istinto e ri-fuggo, stavolta sul serio. Sull’autobus che mi porta verso il Galliera (ospedale lindo e pinto, gestito dalla Curia) mando un sms di rimprovero al Signore Molto Perbene: “Ma insomma, io non sono di Genova, perché non mi hai detto che Villa Scassi è come Napoli? Volevi forse uccidermi?” SMP mi informa, abbastanza sostenuto, che lui di ospedali non se ne intende.

Al Galliera mi accolgono, mi sorridono, mi coccolano e mi informano che sono vittima di una colica renale. “Ma no!“, faccio io. “Eh, sì!”, fanno loro. Mi fanno un paio di flebo, mi spiegano che prima di lunedì non potrò fare l’ecografia e si offrono di ricoverarmi fino ad allora. Declino l’offerta con decisione e striscio ad aspettare il lunedì a casa mia, dove almeno mi è permesso fumare.

Domenica vedo tutte le stelle del firmamento. Cerco “colica renale” su Google ma non mi pare di avere i sintomi descritti da Wikipedia. Mi riconosco di più in quelli del cancro al colon, per dire. Sono constatazioni che non fanno sentire meglio.

Nella notte tra domenica e lunedì il dolore non mi lascia dormire, quindi ho tutto il tempo per pensare al da farsi. “Se davvero è il rene, a farmi tanto male, qua mi ricoverano di sicuro. Sarà da asportare, non c’è altra spiegazione.” E, siccome sono una che nelle emergenze si organizza, mi rendo conto di dovere organizzarmi per un soggiorno ospedaliero e che è meglio farlo per tempo, visto che mi muovo a stento.

Alle 3 di notte mi lavo i capelli, alle 3 e mezza metto un po’ di pigiami in lavatrice, alle 5 li stendo sui termosifoni. Preparo il beauty-case, recupero i saponcini rubati in giro per alberghi, raccatto le ciabatte, scelgo libri, metto il computer piccolo nella borsa e, con l’alba, sono pronta per essere scodellata da SMP davanti all’ospedale. “No, va’ pure, è inutile stare lì in due, ti chiamerò, non preoccuparti, cerca di sopravvivere senza di me, addio.” Mentre aspetto l’ecografia, letteralmente piegata in due dal dolore, mi domando che cicatrici lascino le asportazioni di un rene.

La faccio breve: all’ecografia, il mio rene risulta essere il più bello del mondo, oltre che in ottima salute. Mi rimandano in Pronto Soccorso, mi stendono su una barella, mi piazzano una, due, tre flebo, mi portano a spasso per tutto l’ospedale, mi tolgono litri di sangue, mi fanno un mucchio di radiografie – quella al torace me la fanno tre volte, ché dicono che ho una cerniera metallica sul petto e, per quanto io giuri che non è vero, non se ne convincono fino a quando non scoprono che è il cuscino che ho sotto di me, ad avere una cerniera metallica – e infine mi abbandonano per qualche ora accanto a una vecchina moribonda. La vecchina è anche sorda, oltre che moribonda. Ogni tanto, arriva l’infermiere e grida: “C’è qualcuno che la aspetta fuori?” La vecchina dice di sì, col poco fiato che ha. E l’infermiere: “No, guardi che fuori non c’è nessuno! Abbiamo chiamato ma non risponde nessuno!” Io penso che magari è che alla vecchina piace pensare che ci sia qualcuno che aspetta lei, dietro ’ste porte, e che l’infermiere le sta togliendo gli ultimi quanto inoffensivi sogni. Ma forse sono io che faccio letteratura dalla mia barella, e la vecchina è piena di figli che sono semplicemente andati a mangiare.

Nove ore dopo il mio ingresso, arriva la diagnosi. Era un mal di schiena. Per il resto sono un fiore. Scoppio di salute, proprio.

Mi tolgono la flebo, mi buttano giù dalla barella che occupo indegnamente, mi dimettono consigliandomi un Aulin.

Io, quindi, adesso sono a letto che mi curo il mal di schiena. L’Aulin ha già cominciato a fare effetto, comincio a stare meglio.

Soprattutto, ho l’acqua accanto a me.

Perché la dottoressa che mi aveva diagnosticato una colica renale – il cielo la fulmini – mi aveva raccomandato di non bere, ché l’acqua mi avrebbe fatto aumentare il dolore, diceva.

Io, quindi, da sabato a lunedì mi sono a stento inumidita le labbra, e non ti dico che sete avevo, alla fine.

(La prossima volta vado al San Martino, faccio così.)

Mal di futuro

16 febbraio 2010 – 21:23

pa

Lui non mi vuole più vedere, ha detto che sono squalificata fino a dimagrimento avvenuto. Cartellino rosso da mio padre.

E io, che da quando sono nata vedo dare per scontate le cose buone che faccio e i miei difetti sotto i riflettori, l’ho chiamato per dirglielo: “Possiamo parlare un attimo delle mie virtù? Dei miei successi? Ma quante ne conosci, che si reinventano la vita come tua figlia? Ma perché non mi dici mai che sono brava?”

E lui ha detto di no. Che qualsiasi mia virtù è sempre stata oscurata dal fatto che tratto male la mia salute, e che lui non è disposto a perdonarmelo. Che sarà inflessibile. Che non ci rivedremo, se non butto giù i chili di troppo messi su con la me stessa gaudente che vive alla giornata e non vede futuro. E io vedo quanto sta giocando pesante, alla sua età e nel suo stato di salute, e come è disposto ad andarsene cazziandomi e a lasciarmi lì come un’idiota pur di darmi una lezione.

E’ tremendo. E’ peggio di me.

Ed io gli dicevo: “Ok, ho capito che adesso stai pagando i lussi di una vita, ma ti sei dimenticato del piacere vissuto? Io lo so, che mi toccheranno conti da pagare, ma penso a quanto sono stata felice, a che bella vita ho avuto, e sono certa che questo mi terrà su, nel momento del conto. Come puoi dirmi che non è così?”

Dice di no. Che ci si pente e basta. Che pagare il conto è brutto e non c’è uscita, e che la consapevolezza di cui parlo non esiste. Che, anzi, ricordarsi felici rende più amara una vecchiaia fatta di conti da pagare.

E mi vuole proteggere da me stessa, come al solito. Perché mi sa uguale a lui, ma donna. Più delicata, quindi. Con un margine di allegria inferiore rispetto a quello che si è permesso lui. Ed io che penso che, certo, fisicamente sono più debole ma ho carattere da vendere e non mi pentirò, mi terrà su la volontà fino all’ultimo respiro e poi saprò morire senza rimpianti. Che di allegria ne ho da vendere anche se ho meno credito di lui, verso la vita.

E lui dice di no. Che è un’illusione. Che devo proteggermi dai rimpianti, adesso. Che sennò non starò in piedi, non sarò la moribonda intera che immagino di diventare. Lui vuole che io invecchi bene e che mi prepari da adesso. Che smetta di fumare le nostre Marlboro venti anni prima di quanto abbia smesso lui. Che non ami la mia birra e il mio vino come lui ha amato i suoi. Che mi muova come non ho mai fatto e lui sì, io bradipa e lui sportivo, sempre più forte di me.

Gli ho detto che, cazzo, sapersi a termine e arrivarci con il minore rimpianto possibile è la sintesi dell’intelligenza, che è una vita che ci conto, che fumo e mangio e bevo tenendolo a mente, che mi preparo a non pentirmi da quando sono nata.

E lui dice di no. Che ci si pente, invece.

E io non capisco se si è pentito perché in fondo si è sempre creduto più forte di quanto io abbia mai osato credermi, con aspettative di vita più durevoli e la tempra della sua famiglia di centenari. Centenari in un’epoca che non è la nostra.

O se è solo che è umano e ha paura, e la stessa umanità toccherà anche a me.

Io volevo invecchiare pensando “Que me quiten lo bailado”. Che mi tolgano ciò che ho già ballato, se ne sono capaci. E’ una vita che ci spero, che me lo sogno come motto.

E lui, invece, mi sta scombinando tutti i piani. Ha messo sul tavolo una posta da spavento.

Non mi vuole tornare a vedere, se non ridivento bella.

Ed io sono in scacco, e non sono capace di fare ciò che vorrei, ciò che devo.

Ma porca miseria.

Che scherzo, dai.

Ci avevo da fare

12 febbraio 2010 – 21:20

trasloco 001

Ho cambiato casa. Mi sono impossessata di tutto il mio palazzo, o comunque quasi. Nella mia ex casa c’è adesso mio fratello, determinato a fare il pendolare da Milano e a passare quanto più tempo possibile nel suo buen retiro nuovo di zecca. Io invece sono al piano di sotto, nella casa nuova – quella che appena l’ho vista ho pensato: “Tu sarai mia”, e non sbagliavo – e vivo con SMP. Siamo qui da quasi tre settimane e non ci siamo ancora lasciati. Direi che è strepitoso, come inizio.

Passo le mie giornate all’Ikea, non riesco più a staccarmene. L’angolo delle occasioni dell’Ikea è la mia perdizione del momento, e parlo disinvoltamente di poltrone Ektorp (pagata 80 euro) e tavoli Norden (120 quello grande) e non l’avevo mai fatta in vita mia, questa cosa. Non avevo mai messo su casa con un uomo.

Dunque, le differenze. Rispetto a traslocare da sola, traslocare con un uomo ha un mucchio di vantaggi. Sollevi molti meno pesi, tanto per cominciare.

E poi risparmi un sacco: la cucina l’ha montata con le mani sue, mentre io lo contemplavo ammirata ricordando il terribile pomeriggio in cui vennero gli omoni dell’Ikea a montarmi quella della vecchia casa, tre anni fa: ero al telefono con non so chi, ad esaurirmi appresso al mio divorzio islamico, e intanto gli operai montavano ante e segavano piani di lavoro domandandosi da che razza di pazza fossero finiti, suppongo, ché mi si sentiva dibattere di regole coraniche e non li degnai di uno sguardo, li salutai distrattamente mentre se ne andavano e manco mi presi la briga di vedere come fosse venuta, la cucina montata. La sera venne Marzia, ricordo. Entrò festosa, cominciò a farmi i complimenti per il mio progresso abitativo e poi mi guardò: “Non te ne frega niente, vero?”

Esatto. Non me ne fregava niente.

Stavolta me ne frega eccome, invece, e mi sto godendo ogni piccolo progresso, ogni mensola, ogni lampadina nuova come se stessi giocando alla casa di Barbie, con un divertimento abitativo che non conoscevo e che sono felice di scoprire, alla tenera età di 48 anni.

Divertimento in cui non mi sento nemmeno intrappolata, peraltro: i primi giorni ci guardavamo straniti, io e SMP, pensando a cosa diamine stessimo combinando. “L’importante è prenderla con la dovuta leggerezza”, dissi io a un certo punto. Credo che diventerà il motto di questa casa.

Riesco a scrivere poco perché parlo molto. Non sono abituata a vivere con qualcuno, ho i meccanismi ancora da regolare. Prima, quando pensavo una cosa la scrivevo. Adesso la dico. Dovrò trovare una terza via, qualcosa che mi faccia imparare a dire delle cose e a scriverne altre, imparerò ad orientarmi.

Mi guardo attorno e, in certi momenti, mi sento come una che viene beccata a fare qualcosa di male: direi che ne ho fatto, di casino, in tre anni a Genova. ‘Sta prof grassottella che compie gli anni ogni secondo continua a fare danni, pare, ed è tutta salute. E poi una rivoluzioncella periodica ci vuole, ché sennò come fai. Sono contenta. E’ un bel periodo.

SMP cucina cose genovesi, i testaroli al pesto e tutte ’ste cose. Si fa la spesa nelle botteghe dei vicoli, in Canneto. Ride quando pronuncio la zeta. Ascolta Rai3 in tutte le stanze grazie a un mucchio di radio strategiche.

Non si può dire che non me la stia vivendo, questa città.

Ci ho le Billy da montare, poi torno.

trasloco 003

Miguel Martinez vs. Cuore: l’intervista e le balle

17 gennaio 2010 – 17:30

intervista_miguel_martinez1

Apprendo che Miguel Martinez osa scrivere, sul suo blog:

[...] Guarda che io sono una persona molto attenta a non raccontare fattacci personali né miei né degli altri, peggiori nemici compresi.
Eppure tutti gli attacchi contro di me su Internet sono costruiti con abili ritagli di cose che ho scritto, oppure manipolando contatti con altre persone, oppure mettendo insieme cose vere con cose false.

Ora: succede che questo sedicente discretissimo tizio abbia diffuso i miei dati e ogni sorta di manipolazione della mia esistenza (sessuale, familiare, su mia madre e fratelli etc.) lungo un migliaio di commenti sparsi sul suo blog. Succede che lo abbia fatto per distogliere l’attenzione dal fatto che una sentenza del Garante della Privacy lo indicava implicitamente, assieme a qualcun altro, come la “talpa” che aveva girato a Magdi Allam una mia email privata finita sul Corriere. Succede che qui si sia reagito cercando di mettere in guardia, con testimonianze e materiali, altri incauti dall’avere a che fare con lui. E succede che il materiale che ho usato ne smascheri le bugie e sia verificabile e trasparente.

Visto che ancora si lamenta, tuttavia, mi sorge il dubbio che confidi sulla pigrizia di chi non va a aprire i file jpeg per vedere che ciò che lui dice non è riportato in “ritagli”, su questo blog, ma nella sua interezza. E quindi ho pensato che forse valeva la pena di trascriverlo anche in formato testo, ché così gli togliamo motivi per lagnarsi. Procediamo, dunque.

Antefatto:

Nella redazione di Cuore di via Castiglione, a Bologna, si presenta un tale Miguel Martinez, tizio che si attribuiva un passato in Ordine Nuovo e in altre organizzazioni filoterroristiche di estrema destra. Arriva, quindi, e propone un suo materiale su Nuova Acropoli. Associazione che, a suo dire, celava una catena di reclutamenti per azioni di altro genere. Luca Bottura, all’epoca a Cuore, verifica per quello che può e lo intervista. Valerio Marchi, competente studioso di eversione nera, scrive il pezzo principale.

Si scatena un putiferio su Cuore, con tanto di arrivo della Digos in redazione e querela di Nuova Acropoli (poi archiviata). A quel punto Martinez – per paura o per motivi più torbidi – tenta di smentire tutto. Ci si dedicherà per lungo tempo, e in tutti i modi: a volte contando sulla bontà di studiosi comprensivi sul piano umano (vedi Ugo Tassinari), altre volte diffondendo smaccate menzogne. Peccato che l’intervista sia assolutamente autentica, invece.

Qui la  riporto per esteso. In seguito trascriverò l’articolo di Marchi.

Intervista:

Come si entra a Nuova Acropoli?

Anche da sinistra. Esternamente si presentano come ambientalisti e paladini del laicismo. Il mio però è un caso a parte.

Quanto a parte?

Ero studente, venivo da Ordine Nuovo e non hanno dovuto usare i sotterfugi che utilizzano con le altre “matricole”.

Quali?

Si inizia con un corso, all’interno del quale l’adepto viene seguito individualmente. Lo si sonda, se ne capiscono gli interessi, lo si indirizza verso un lavoro all’interno dell’organizzazione. All’inizio in maniera subdola, fintamente assembleare. In realtà attraverso l’introduzione di argomenti militari, abituandolo a eseguire gli ordini.

In quanto tempo?

Per trasformare un lettore di Cuore in un capomanipolo del Corpo di sicurezza, ci vogliono circa due anni. Si comincia con l’utilizzo di piccoli codici (segnali particolari, gergalità, giochi di ruolo), e ci si ritrova inquadrati, stretti in divise similnaziste, a fare il saluto romano. O a sparare.

Dove?

Si addestrano in un terreno vicino Roma, la Commenda. E’ sulla Cassia, a Montefiascone.

Altre violenze?

No. L’organizzazione non va sputtanata, non bisogna tradirsi. Al massimo qualche scazzottata con i punk che non gradiscono Wagner e la musica celtica.

E il processo mentale, qual è?

Non è obbligatorio essere disturbati mentalmente per farsi coinvolgere. Può bastare una forte dose di idealismo.

C’è coscienza di ciò che si persegue?

Io ho avuto tutto chiaro da subito, ed è per questo che ho salito i gradini dell’associazione.

Tutto chiaro cosa?

L’obiettivo finale è la costruzione di uno Stato piramidale, dittatoriale.

Attraverso i corsi da annunciatore FS?

In Italia, non essendo riusciti a entrare organicamente nei centri di potere, ci si accontenta di pompare denaro all’organizzazione internazionale. Attraverso un uso dei media che anno dopo anno si è affinato.

Come?

Dal ‘57 all’82 non si sono mai occupati di ecologia. Poi, visto che l’argomento “tirava” sui giornali, hanno cominciato a pulire parchi su parchi. Previa allerta ai cronisti, ovviamente.

Come si fa carriera?

Chi porta dentro altra gente, chi è affidabile, chi fa parlare i giornali va avanti. E pian piano arriva a sentirsi importante, all’interno di un mondo che riconosce per buone solo le proprie leggi totalitarie.

Esiste qualche barlume di buonafede?

A livello intermedio sì. Buonafede e fanatismo insieme. Nei vertici no.

Lei ha mai avuto un lavoro regolare?

No. Solo lavori collaterali. E anche adesso sono in queste condizioni, anche se – a 38 anni – sto per laurearmi. Ma non è facile recuperare.

E farsi una famiglia?

Ho conosciuto mia moglie [nota mia: si tratta della prima moglie, che adesso vive a Roma] all’interno di Nuova Acropoli, ma lei è sempre stata meno importante dell’organizzazione.

Come ne è uscito?

Ero da solo in Egitto, come capo dell’organizzazione locale. Ho avuto accesso all’archivio generale: piani per conquistare il mondo accanto a foto di vecchietti travestiti da gerarchi. Lontano da tutto, ho avuto modo di capire come tutto ciò fosse al contempo grottesco e pericoloso. [Nota mia: pericoloso soprattutto per lui, ché in Egitto le sette sono penalmente perseguibili e, se lo avessero beccato, avrebbe avuto guai serissimi. E' plausibile pensare che, più che prendere coscienza, sia fuggito di fronte a qualche problema.]

Adesso ha paura?

No. Se mi succede qualcosa, non sarà difficile scoprire chi è stato.

[Luca Bottura]

Bon. Ora, tutti hanno il diritto di cambiare idea, e ci mancherebbe che Martinez non fosse libero di rinnegare il proprio passato. Anche ammesso che lo abbia fatto, però (e qui ne dubitiamo) rimane comunque censurabile l’attitudine a mentire e a manipolare i fatti, trattandosi di una persona che pretende di fare attività politica.

Ed ecco qui Miguel Martinez che smentisce l’intervista di cui sopra, invece, e guardate in che termini:

L’articolo che citi era una falsa “intervista” creata da un umorista di Cuore in base a un dossier su Nuova Acropoli, che avevo preparato io stesso, e che diceva tutt’altro (i suoi contenuti sono sostanzialmente quelli che si trovano sul mio sito).
Ma evidentemente non conosci il vecchio Cuore, altrimenti lo avresti capito da solo; anche perché nessuna persona sana di mente darebbe una “intervista” come quella – vi immaginate Berlusconi che dà un’intervista sul tipo “tutte le mie truffe”?
Ovviamente non provo rancore, visto che esiste il diritto all’ironia, comunque a suo tempo ho mandato una nota a Cuore per smentire. L’ho mandata anche a Nuova Acropoli, perché un conto è la critica, anche pesante, che faccio a quell’organizzazione, e un altro le fantasie demenziali che non servono a nessuno.
Nella seconda edizione del suo libro “Fascisteria”, lo studioso Ugo Tassinari riconosce che l’”intervista” era una goliardata di Cuore.

Balle: né Cuore aveva motivo di mettersi a fare dell’ironia su uno sconosciuto come lui, né Tassinari ha mai accusato Bottura e Marchi di avere voluto fare una goliardata. Ma tant’è. Preso in castagna, Martinez tace. Poi, confidando nella smemoratezza generale, scrive cose come quella che ha provocato questo post. (Anzi, sai che ti dico? Io la metto al sicuro, la pagina web con le balle di Martinez. Nello stesso sito in cui lui conserva la foto della bambina di Marrazzo.)

(Segue: Mein Kampino, di Valerio Marchi)

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Contrordine. Sì, ecco.

5 gennaio 2010 – 19:57

Non sto a spiegare, ché è tutto complicato e contorto e poi vabbe’. Comunque, quello qui sotto è il video goffo e insensato che mi sono nervosamente messa a girare nella casa nuova. Quella con SMP.

In realtà l’ho fatto stamattina, subito dopo che avevamo portato dentro un divano. Ma il livello di nervosismo era analogo a quello di ieri, che io ero a casa mia tranquilla e mi arriva un sms che fa: “Sono di sotto, nella casa nuova. Vieni? Porta un metro.” E io so’ scesa e lui era effettivamente dentro ’sta casa, e da quel momento le chiavi sono nella mia tasca e credo che ci dormirò anche, con le chiavi in mano.

Io, quindi, starei andando a vivere con SMP. Nella casa più bella del mondo, ché mi ha fulminato come nessuna prima. E con ’sto matto da legare genovese, che dimmi tu se è modo di fare pace con una donna, questo.

Non ho altro da aggiungere. E che dico?

Regali

30 dicembre 2009 – 21:55

EGYPTAIR - MS 704
      MILAN IT            CAIRO EG               1530     2010
               MALPENSA            CAIRO INTL
NON STOP       TERMINAL 1          TERMINAL 3             DURATA   3:40
                                                        NON FUMATORI
               PRENOTAZIONE CONFERMATA- L TURISTICA
               IMBARCO: PASTO
               EQP:AIRBUS INDUSTRIE A320-100/200

EGYPTAIR - MS 833
      CAIRO EG            ASMARA ER              2315     0305
               CAIRO INTL          ASMARA INTERNATIONA
NON STOP       TERMINAL 3                                 DURATA   2:50
                                                        NON FUMATORI
               PRENOTAZIONE CONFERMATA- L TURISTICA
               IMBARCO: PASTO
               EQP:AIRBUS INDUSTRIE A320-100/200

Volevo andare in Eritrea da non so più quanti anni. Ci vado a Marzo, ho il biglietto Milano-Cairo-Asmara. E, ora che ce l’ho, non capisco perché non l’ho fatto prima.

E’ un po’ poco, rimanere solo i dieci giorni di Pasqua. Però, insomma, almeno farsi un’idea. Sono graditi consigli e dritte.

Volendosi fare un regalo, una se lo sceglie bello.

Vabbe’, tanti auguri

25 dicembre 2009 – 02:20

natale

Qui, per non farci mancare niente ci facciamo succedere di tutto. E quindi succede che sono riuscita a lasciarmi col Signore Avvilentemente Perbene (d’ora in avanti SAP) addì 22 dicembre, e direi che ci vuole mira, a scegliersi così le date.

E poi succede che sono a Milano, adottata al volo dalle amiche di sempre, e tutto sommato un po’ mi fa ridere e un po’ mi rende contenta, questo fatto di venire a Milano per farmi consolare e sentirmi inglobata tra i miei, ché gli anni non passano invano e quelli che ho passato in questa città fanno parte di me, e quando ci vuole me lo ricordano. Mi sento grata. Stasera, a cena, c’era una collega della mia materia ma di una nidiata successiva alla mia, sebbene lei avesse più anni, ed io le chiedevo i fatti suoi sapendo che avrei potuto essere al suo posto, con la sua vita e la sua scuola, se non fossi fuggita a Genova. Sono pensieri che mettono allegria, ti fanno pensare alle vite parallele che non hai vissuto e che forse ti rimangono da vivere. Chennesai.

Stasera mi sento la vita nelle mani e sono contenta, dopo essere stata tra gente che mi vede vivere da tanti anni, da vent’anni come minimo, e con cui ho imparato a lavorare e tutte quelle cose che una poi vuole dimenticare, quando scappa da Milano, ma che hanno fatto di te ciò che sei. Stasera ero una delle prof più brave della Terra, con ’ste amiche e complici. Così mi sentivo. E grata.

Stasera non ho manco dovuto cucinare, e niente vermicelli con le vongole e pesce e struffoli e domani lasagne, capretto e dolciumi, niente. Ho messo le gambe sotto al tavolo delle amiche e ho mangiato felice un sacco di cose esotiche, senza struffoli e senza capitone. Non so da quanto tempo non mi succedeva, di non cucinare a Natale. Davvero, che bello.

Domani mattina farò una torta di mele, come sforzo supremo per il pranzo di Natale nella casa da cui scrivo. Poi riconsegno la macchina a mio padre, che al grido di: “Non rompermi le balle e non mi assillare con i riti tribali natalizi!” mi ha liberato perché è generoso, mio padre, e mi ha lasciato andare a divertirmi senza sensi di colpa, e poi cerco di andare in Spagna da Pupina, se trovo uno straccio di buco in aereo. Io ci provo, anche se la vedo difficile assai.

Mi riprendo la mia vita, in questi giorni, e il friccicorìo è sempre quello.

Mio padre, ieri, mi ha guardato e mi ha detto: “Sì, lo vedo che non riesci a prendere la cosa sul serio fino in fondo. Sei sempre stata così. E mi sa che è una fortuna, avere la capa fresca a oltranza che hai tu.” Si è messo a ridere, e io pure.

So’ curiosa di conoscere il 2010.