L’Eurasia raccontata ai profani: un contributo

15 May 2008 – 20:55

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Citavo il Coordinamento progetto Eurasia, in un post dell’altro giorno, e una commentatrice è sbottata:

Il “progetto Eurasia”… di’bono pensavo che non avrei mai più sentito quella parola, dopo che ho visto come a cinque ore di fuso orario da qui la meglio gioventù se ne va sotto terra in nome di Evrazistvo e nazionalputtanate.
Il fatto di essere scappata (pure) da quelle cose mi rendeva più sopportabile la fuga
.”

Conosco l’autrice del commento e il suo curriculum e quindi, intrigata, le ho chiesto di spiegarci meglio il suo punto di vista. E lei lo ha fatto. Quello che segue è un racconto in presa diretta, nel suo stile spiccio e acutissimo, e si legge di un fiato.

Riceviamo e, grate, pubblichiamo, quindi. Buona lettura.

Provo a raccontare qualcosa in più. Posso fare la traduzione di quello che sta già nei libri o in internet, ma quelle comunque sarebbero cose che già si sanno, anche se scritte in altre lingue e riferite ad altri posti sulla Terra.

Quindi mi va bene l’idea che sia semplicemente una storia da raccontare.

Evrazistvo, dunque. Movimento eurasista. Io la parola Eurasia l’ho imparata alle medie, stava insieme alla Pangea, Panthalassa eccetera eccetera come si è trasformata la faccia della Terra. Tutto questo qualche anno prima di leggere Orwell, quindi “Eurasia” mi suona sempre come qualcosa di assolutamente reale e ha una connatazione neutra tendente al bello. Neutra perché essendo una cosa molto concreta può suonare tale quale a “mela” o “elefante”. Tendente al bello perché ce le vedevo un po’ come abbracciate, l’Europa e l’Asia, che formavano un solo continente e una sola parola.

L’idea poi che la Russia non dovesse mettersi a fare la scimmia dell’Europa e soffrire di complessi di inferiorità, ma cercare le sue origini sia a Oriente che a Occidente e tenerne conto per scegliere la direzione del suo percorso storico mi è sempre sembrata molto sensata.

Il discorso delle origini può essere affrontato in due modi. Può essere un’affermazione di sé stessi o negazione di quelli che non c’entrano un tubo, vitalismo o necrofilia, e persino la guerra alla fin fine si può farla o così o cosà. Perfino i tedeschi, finché elencavano le virtù della loro nazione per esortare a cacciare Napoleone a calci nel culo, o a fare il Risorgimento, sono rimasti nel giusto.

L’Eurasismo classico è quello degli anni ’20, nato in seno alla prima emigrazione: l’idea era quella di trasformare il partito unico in Unione Sovietica da comunista a eurasista – oppure, per la corrente di sinistra, collaborare col PCUS per mettere in atto l’ideologia eurasista.

L’Eurasismo classico era vitalistico, per quanto dicesse cose a volte strampalate. Quello attuale è fatto da una montagna di cazzate sparate con odio.

L’eurasismo attuale se l’è inventato Aleksandr Dugin (nato nel 1962, con rispetto parlando!) nel 2001. Il tizio ha preso la laurea in economia per corrispondenza, il dottorato (aspirantura) in filosofia e il post-dottorato (doktorantura) in scienze politiche. Lo dico perché in Russia le classi di laurea/dottorato/post-dottorato sono molto flessibili e può anche essere che qualcuno faccia i salterelli come Dugin o anche peggio, magari con laurea in geologia, dottorato in medicina e post-dottorato in storia. Inoltre (e non dico per pigliare per il culo, è proprio così!) il principio di non contraddizione è accettato spesso solo nominalmente, anche in ambito scientifico. Sempre in abito scientifico, non è raro che, anche persone preparate, alternino dati concreti e considerazioni sensate a frasi (parlo di studi accademici di alto livello su Pushkin) come “Pushkin era un grande scrittore. La nostra letteratura non sarebbe la stessa senza di lui. Tutti dobbiamo volergli bene”. E appunto parlo di studi di alto livello, non di opere divulgative, che inseriscono nel pieno dell’argomentazione frasi di questo genere, senza stabilire nessuna gerarchia tra queste uscite e ciò che viene dalla ricerca e dal metodo.

Tutto questo per dire che ci sono alcune condizioni che permettono che le porcate di Dugin vengano scambiate per qualcosa di serio. Approssimazione e precisione stanno sullo stesso piano, la preferenza va semmai alla prima. Queste condizioni riguardano l’accettazione della forma, l’accettazione del contenuto è qualcosa di ancora più semplice da spiegare.

Anzitutto l’Eurasia. Perché non sono gli Urali che fanno la differenza. E’ tutta pianura, per la maggior parte dei mesi dell’anno è bianca, è bianca la terra così come il cielo. Il confine non c’è. L’Eurasia è qualcosa di molto concreto, là. Qualcuno (Berdjaev, che con l’Eurasismo non era direttamente collegato) spiegava pure l’immensità dell’anima russa con l’immensità di questi spazi.

L’Eurasismo di Dugin, ora. Che vuol dire: creare l’Eurasia come unità politica, riprendersi gli spazi che il nemico americano ha sottratto alla Russia e prepararsi al grande scontro finale, che vedrà Eurasisti contro Atlantisti. Un discorso del genere fa presa sia su dei gran bastardi che non hanno mai lavorato in vita loro e vogliono continuare a mangiar pane a ufo, sia su nostalgici inaciditi, ma anche su una generazione nata negli ultimi anni dell’impero, che l’impero non può ricordarselo ma che sul proprio passaporto legge “nata/o in Unione Sovietica”. La generazione dei trentenni ha visto il crollo dell’impero dai banchi di scuola. Ora, loro sono troppo disillusi per credere in qualsiasi cosa. Se qualcuno sta nel movimento e ha dai 28 ai 40 anni, o è un coglione o è in malafede. Quelli in buona fede hanno meno di 28 o più di 40 anni. L’età l’ho misurata empiricamente.

Il movimento dedica particolare attenzione ai giovani. Il sito della gioventù eurasista, oltre a spiegare cosa fare contro il nemico americano, dà consigli a maschietti e femminucce in questi termini: 1) Uomo! Tu devi essere vigile e intelligente e pronto ad andare in guerra contro il nemico! 2) Donna! Tu pensa a fare figli solo con gli intelligenti e sta’ a casa a preparare il riposo del guerriero!

Ah, non sapevo come sarebbe stato meglio dirlo. Però lo dico adesso, se no non si capisce quello che viene dopo. La tentazione è quella di riderci tanto, su questi qua, ma non bisogna sottovalutare niente.

Non è subito chiaro, infatti, che tutte queste NON sono le puttanate di una banda di alcolisti anonimi. Insomma, in genere l’ideologia è un programma che dice come bisogna pensare, come prendere decisioni e in che modo va costruito il futuro. Ma quello che un europeo fa fatica a capire è che questa volta si tratta solo del ricamo ideologico su qualcosa che è già in atto.

Eurasia è Edinaja Rossija. Il nome del partito di Putin viene giustamente tradotto come Russia Unita, ma può suonare benissimo come “Russia unica”, “una Russia sola”. È il partito unico dell’Eurasismo classico e moderno. Recentemente ho sentito di ammissioni degli eurasisti stessi secondo cui Dugin avrebbe adottato Edinaja Rossija, divenendone il padre ideologico putativo. Le prime ammissioni sono del marzo 2008, io li ho anticipati sì e no di un mese, e ho poco da vantarmene.

I ragazzi che militano (e quindi non parlo dei semplici simpatizzanti) nel movimento di Dugin non sono in realtà molti, ma in compenso sono moltissimi i giovani militanti di Edinaja Rossija. Si può dire che l’eurasismo è la versione internazionalista di Edinaja Rossija.

Alla morte di El’cin, Dugin ne diede questo giudizio: “Ha fatto del gran male, perché ha liquidato l’Unione Sovietica, eppure ha fatto del gran bene, perché ci ha dato Putin”.

Dunque c’è stata la transizione necessaria da PCUS a partito eurasista.

In Eurasia, per la difesa dell’integrità del suolo patrio, serve innanzitutto un bell’esercito. Allora reclutano gli orfani, che son tanti, e li mandano a fare le esercitazioni da quando sono bambini. Ma non è che l’esercito sia solo un gigantesco orfanotrofio, ci sono pure i soldati di leva. Ma siccome qualcuno fa l’università e ha i rinvii, la polizia si mette ogni tanto fuori dalle università e carica qualche camionetta alla volta di ragazzi “in età”. I ragazzi per essere lasciati andare devono avere con sé tutti i documenti del rinvio, se per caso hanno solo i documenti dell’università, devono pregare dio che la loro madre, vedendo che fanno tardi, capisca che cosa sia successo e vada a portare subitissimo i documenti alla caserma giusta, altrimenti se passa troppo tempo i ragazzi vengono trasferiti e una volta arruolati tanti saluti. Chi studia è disertore.

Intraducibilità

1) Ah, chi ha meno di 30 anni in Eurasia è tanto se ha visto in tutta la sua vita 4 anni in cui il paese non era in guerra. Per cui un’europea ha tanto da ridere se vede i cartelloni in strada con scritto “Il piano di putin – La vittoria della Russia”, ma, lo ridico, per quelle risate ha poco da vantarsi. “Il piano di Putin” in russo di dice “plan Putina”. “Plan” in gergo significa anche “fumo”. Quindi faceva tanto ridere chiedere se si poteva fare un tiro di ‘sto plan di Putin, che doveva essere buono assai.

2) “Avtobus” non significa “autobus”. Significa “avtobus” e basta. Chiunque si sia fatto scarrozzare anche solo per due fermate da un avtobus saprà bene che non è un autobus.

Così “komunizm”, “liberalizm” e “fasism” non significano “comunismo”, “liberalismo” e “fascismo”.

Komunizm” è quello che in Russia si è tentato di costruire, senza successo, dal 1917 al 1991. Per i Russi, il loro non è mai stato un paese komunisticeskij, ma solo socialisticeskij. Komunizm dunque è solo un ideologia, e la struttura statuale che avrebbe dovuto metterla in pratica è scomparsa nel 1991, dopo 74 anni di storia gloriosa, con un fragoroso peto.

Liberalizm” è quella cosa che è rimasta dopo il peto, sotto El’cin soprattutto. Liberalizm dunque significa “epoca della storia patria dominata da mafiosi, puttane e pubblicità di ogni genere”.

Fašizm” è una cosa che stava a ovest, ci hanno fatto la guerra. Ah, noteremo en passant: anche Komunizm viene dalla Germania e dunque dall’ovest!

Per Dugin il Novecento ha partorito tre –ismi. Komunizm, Fašizm, Liberalizm. In Occidente K e F son passati, rimane L. In Russia son passati K e L, chissà che con F non vada meglio.

Morale della favola

Indovinello: abbinate i nomi alle figure.

Dostoevskij F.M. – Dugin A.G. – Solženicyn A.I.

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La cartina che sta appesa nella terza foto rappresenta l’Eurasia, con centro nella capitale Novosibirsk, o Novonovosibirsk. Le freccette immaginate voi che cosa voglion dire.

Sono molto contenta che in questa foto si veda bene dove sta l’Europa.

L’Europa ha le palle nell’uscio tra atlantismo, new american century, eurasismo, cazzate di Huntington… tutte queste porcate prevedono uno scontro finale in cui l’Europa deve decidere da che parte stare.

Vista da un’europea impantanata nella Russia centrale, l’Europa è tutta un’altra cosa. Gli Europei sono gli unici in grado di sputare in faccia a chi propone una scelta in questi termini, perché di lotte per l’egemonia, scontri finali e ideologie in genere ne abbiamo pieni i coglioni. Siamo postmoderni, siamo Babele e la nostra forza deve essere la coscienza di un’identità molteplice. Veniamo dopo la modernità, e significa che siamo grandi abbastanza per non cercare la protezione di un’ideologia, di formule matematiche da cui far scaturire le decisioni. Siamo grandi abbastanza per prendere decisioni di volta in volta, sempre rimettendoci in gioco da capo. La nostra salvezza sarà non scegliere.

Eppure, proprio perché siamo vecchissimi e postmoderni, un po’ lo sappiamo già come andrà a finire. Finirà come tra gli dei di Babele appunto. La dea madre sarà massacrata dagli dei maschi e il dio che prenderà il suo posto dimostrerà che, non essendo in grado di generare, può sostituire la capacità generatrice delle donne e della terra con la capacità creatrice del pensiero/parola/logos. E con questa capacità creeranno solo scontri finali all’infinito.

Pierina Broccoli

“Gaza vivrà”: qualcosa non quadra

14 May 2008 – 23:02

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Allora: c’è una squinternata che, chissà perché, ha deciso di mettersi a fare giochini su Google coi dati della sottoscritta e di qualche altra malcapitata che, nel tempo, ci ha avuto a che fare. Nulla che meriti attenzione né, tantomeno, un post sul blog, se non fosse che c’è qualcosa che proprio non mi quadra, ovvero questo:

[…] e questo link godetevelo, perché è favoloso: ci sono tutte le personalità di Anika Persiani, da Saidatun a Hasnaa Malik, dalla stessa Anika a Ilenia Mancini, Maria Montini, Valentina Daoud, e così via…

Non è il link a cui si riferisce la frase, il problema: tra l’altro porta a un post dei tempi in cui la cosiddetta IADL fingeva di esistere e ce l’aveva in particolare con me, quindi niente di nuovo.

Il punto è che ho fatto una rapida ricerca su Google e sia Anika Persiani che Ilenia Mancini appaiono - entrambe - come firmatarie dell’appello Gaza Vivrà in Toscana. E pure qualcun altro dei nomi che appaiono nel link risulta come firmatario.

I casi sono due, quindi: o è vero che Anika Persiani e quest’altra gente sono tutti la stessa persona, e allora l’appello di Gaza Vivrà contiene un po’ di firme farlocche, oppure l’autrice di questa rivelazione mente. E stiamo parlando di una persona che è notoriamente amica e sodale di un dirigente del Campo Antimperialista aka Gaza Vivrà, ovvero il solito Miguel Martinez, che non mi pare che l’abbia smentita. Curioso, davvero.

Il mistero lo può risolvere solo il Martinez, temo. E quindi, Martinez, come stanno le cose?

La tua amica scrive balle (in un post concepito per esprimerti solidarietà contro la mia cattiveria, oltre tutto) o l’appello “Gaza Vivrà” conteneva firme fasulle?

So’ curiosa, davvero: dopo il precedente dei “duemila grandi elettori della IADL“, qui non si sa più che pensare.

P.S. Dicevo io, che il nome di Hasnaa Malik non mi era nuovo: ce l’ho tra i commenti di una vecchia discussione, ed era una totale sconosciuta che si presentava come membro della IADL, affermava di conoscermi e di avermi persino trovato casa a Genova. Senza che io l’avessi mai nemmeno sentita nominare. :D

Siamo a livelli di happening, come dire. Altro che Palestina.

I rosso-bruni non esistono e anche Martinez si sente poco bene

12 May 2008 – 18:24

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Come la pensi io sulla Fiera del Libro di quest’anno, l’ho scritto con abbondanza di dettagli mesi fa: ne penso tutto il male possibile (1, 2, 3 e 4). Solo che penso anche che il discorso sulla Palestina, in Italia, sia infestato da una galassia di fascisti effettivi, ex fascisti e semplici svoltatori professionisti impegnati a parassitarlo. E ritengo che questa infestazione crei una serie di effetti a catena che non portano da nessuna parte se non alla totale perdita di credibilità - e persino di frequentabilità - del discorso stesso. E, fin qui, sto ripetendo cose che chi mi legge sa ormai a memoria, lo so.

L’infestazione si chiama rosso-brunismo: i ‘bruni’ ci mettono la teoria, ovvero i sempiterni “patria-razza-suolo-tradizione-spiritualità-etc” riformulati in termini meno abrasivi per le orecchie contemporanee, e i “rossi” (in evidente carenza di idee, poveri noi) ci mettono entusiasmo, ingenuità, buona volontà e manovalanza. Poi, quando si rendono conto di dove si sono cacciati, normalmente scappano. Siccome sono tanti, però - certo più dei quattro gatti del versante “bruno” e/o svoltatore - vengono rapidamente sostituiti da nuovi entusiasmi e da nuove manovalanze. E così in eterno, mentre la Palestina rimane sempre più sullo sfondo, puro pretesto da cannibalizzare.

Il giochetto funziona se viene gestito con l’opportuna ipocrisia (ché sennò te la sogni, la manovalanza) e, in ambito bloggarolo, è rappresentato dal Kelebek del solito Martinez che, come da copione, si è recentemente esibito nella seguente prestazione:

Il rossobrunismo si basa su una menzogna radicale, perché il suo stesso oggetto non esiste.

L’estrema sinistra che conta è Bertinotti, che non è certamente un amante del nazismo né dell’Islam; l’estrema destra che conta è la Santanché, crociata deshabillé dell’Occidente contro Islam e comunismo; l’estremismo islamico che conta è anticomunista e antioccidentalista. Essendo intrinsecamente falso, il complottismo rossobrunista fa giochi di prestigio con i dettagli: Hitler emetteva francobolli, anche l’Iran emette francobolli… Tizio è cugino di Caio che vent’anni fa ha scritto un articolo su una certa rivista…

Oppure, il complottismo rossobrunista si fonda sul semplice nulla.

Come nel caso di Torino. Non mi risulta che ci sia alcun gruppo di “estrema destra” che manifesterà sabato a Torino; e anche se ci fosse, si può dire che si sia “dato appuntamento” con qualche gruppo di estrema sinistra? Non sto dicendo che se fosse vero, sarebbe la fine del mondo. Sto solo dicendo che non è vero.

Vabbe’. Si vede che è insopprimibile, questa necessità di prendere per il naso la gente. Comunque, e a beneficio soprattutto di chi mi ha chiesto di specificare meglio i componenti della galassia rosso-bruna di cui già parlavo qui, torno a citare il già citato Fascisteria, in una rapida carrellata esemplificativa di attività e personaggi:

Nella dura esperienza delle carceri “speciali” [Maurizio Murelli, ndr] si tempra nell’area di Quex. Quando è liberato, gli ultimi fuochi di guerriglia sono spenti e Murelli individua la sua missione di “uomo di milizia” nell’editoria: con il Centro culturale Barbarossa di Saluzzo (formato insieme ad alcuni reduci di Europa civiltà) dà vita alle omonime edizioni e poi alla rivista Orion che, nel corso degli anni, si consolida come stella polare dell’area rosso-bruna. Il gruppo - dopo un breve flirt con i leghisti - trae nuova linfa dalla nascita dell’opposizione nazionalcomunista in Russia. Murelli, citando un sovietologo marxista come Vittorio Strada, sottolinea il dinamismo della nuova destra russa nel superare la contrapposizione antifascismo-anticomunismo […]

La rivista tira 2000 copie ed è lo snodo di un piccolo circuito editoriale, con un centro studi (che si definisce terminale di Sinergie europee), un bollettino monografico, Origini, un foglio di agitazione politica, Aurora, dal taglio fortemente “socialista”, la casa editrice Barbarossa e una libreria fantasy in centro a Milano, La bottega del fantastico […] Al movimento - il Fronte europeo di liberazione ha qualche centinaio di simpatizzanti in tutt’Italia - aderiscono alcuni dei più prestigiosi sodali di Freda (in rotta da anni con il “professore”): da Carlo Terracciano a uno dei fondatori di Prima Linea, condannato per l’omicidio del consigliere provinciale missimo di Milano, Enrico Pedenovi, quel Chicco Galmozzi, dissociato dalla lotta armata ma non dal comunismo e patito di Fiume.

“Quelli che vanno a fondare Sinergie Europee” dichiarano apertamente che “la politica va intesa per quel che realmente è: la continuazione della guerra con altri mezzi”, e annunciano la ridiscesa in campo in un processo di aggregazione che richiama con forza l’esperienza degli anni ‘60 di Jean Thiriart […] Il punto di partenza è la destra radicale: “Insieme eterogeneo di correnti ideologiche (dai neonazisti veri e propri ai corporativisti, dai teorici della rivoluzione conservatrice ai “cercatori del Graal”, dalla sinistra fascista alla corrente spiritualista e idealista dello stesso fascismo, dai razzisti ariani e celti ai semplici anticomunisti duri).” (cfr. Allievi, Dassetto, Il ritorno dell’Islam) Da essa, una scheggia rivoluzionaria è approdata a una posizione antimperialista e antimondialista, di lotta dura alla “congiura delle élite” plutocratiche, sioniste e massoniche, dalla parte dei popoli.

La nuova sintesi che Orion propone ha caratteri di originalità: una peculiare visione in chiave islamica della possibile alleanza con l’ex Unione Sovietica e il mondo islamico.

E l’intellettuale di punta, il garante internazionale ne è proprio il professor Claudio Mutti, che del leader belga fu discepolo. […] La sua ultima creatura editoriale, Eurasia - Rivista di studi Geopolitici, raccoglie la collaborazione di […] Costanzo Preve, di Claudio Moffa, di Danilo Zolo. Il personale del Coordinamento progetto Eurasia è in prevalenza riconducibile all’area rosso-bruna.

Ugo Maria Tassinari, Fascisteria, Sperling & Kupfler, 2008, pagg. 333-334

Bon: nulla che non sia detto, stradetto e teorizzato da un mucchio di analisti di ’sti fenomeni e che, per giunta, non si possa recuperare tra internet e la libreria più vicina, quello che riporto qui sopra. Per quale motivo il Martinez si prenda la briga di dichiarare che il “rossobrunismo” non esiste, mi è oscuro. Del resto, la gente di Eurasia era a Torino sabato, con Mutti a parlare di Egitto e Galoppini con la sua conferenza su “Stato d’Israele o entità sionista?” e l’incontro era annunciato proprio sul forum dei comunitaristi, gruppo molto vicino a Martinez stesso, se non vado errata. Che cavolo dice, quindi?

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A me tutte ’ste balle ambigue, tutti ’sti “non si dice” e ’sti giochi delle tre carte danno, come è noto, un fastidio disumano. Non tanto per il discorso rosso-bruno in sé, quanto per il fatto che l’ambiguità rende impossibile capire un’infinità di aspetti del discorso in questione e impedisce di porsi, eventualmente, in modo critico rispetto ad essi. Davvero: questo eterno nascondersi, questa inconfessabilità costante che permea discorsi, mentalità e progetti politici di gente che sposa una causa che, personalmente, ho amato abbastanza da inseguirla in capo al mondo per qualche anno della mia vita, mi ripugna.
La Palestina, l’islam, meritano di meglio.

Quindi: si può capire cosa hanno da nascondere, per favore? Perché ciò che viene dibattuto su libri e riviste deve essere negato su internet? Si può sapere per quale motivo deve esserci gente che, chissà perché, arriva al paradosso di negare la propria stessa esistenza?

Noio… volevàn savoir…

Cercare di fare parlare chiaro il Martinez è come tenere ferma una biscia, quindi proverò a estendere la mia domanda a un circuito più ampio, visto che da lui è impossibile avere risposte.

Facciamo un esempio: il 19-10-2005 il Giornale esce con un articolo abbastanza stralunante che si presenta come un “rapporto dei Servizi” che lo stesso Martinez attribuirà successivamente a Pio Pompa e al suo ambiguo gruppo di disinformatori. L’articolo è di quelli che io avrei buttato, e per certi versi continuerei a buttare, nel cestino della carta straccia: già il solo fatto di dipingere Martinez come un addestratore di paramilitari latinoamericani è, a mio parere, oltre qualsiasi soglia del ridicolo. Perché, semplicemente, addestrare paramilitari mi pare un’attività fortemente maschile che non mi quadra con ciò che ho capito dell’assetto personologico del Martinez. Non ci credo manco se lo vedo, quindi. E non lo dico per scherzare o per ironizzare sul personaggio: è che sono REALMENTE certa che Martinez potrebbe addestrarli al massimo all’uso del veleno nel tè coi biscotti, ’sti paramilitari. Non ad altro.

L’articolo è questo: sta di fatto che, all’epoca, Martinez lo fa circolare in una ristretta cerchia di gente del Campo Antimperialista in cui, bontà sua, mi include (senza mia responsabilità, devo dire: ero appena rientrata a Milano dall’Egitto e tutto avevo per la testa fuorché ’sti deliri). E, nella email di accompagnamento, tra le altre cose scrive: “Ci sono un paio di cose che non sono mai apparse in rete, e quindi deve essere davvero un rapporto di qualche tipo.

Io, presa tra scatoloni e trasloco, registro ’sta frase. Chiedo svagatamente spiegazioni, lui elude. Circa un mese dopo porto a termine il “Tradimento“, ovvero mi incazzo con sua moglie per futili motivi, ed esco dal suo clan. Con l’istinto che tira un respiro di sollievo.

Rimane la domanda: che cavolo vuol dire, riferito a un articolo di quella gravità, che “ci sono un paio di cose che non sono mai apparse in rete, e quindi deve essere davvero un rapporto di qualche tipo.“? Cosa avevano raccontato i servizi al Giornale, che Martinez segnalava stupito? Io non sono mai riuscita a saperlo, quindi colgo l’occasione per tornare a domandarlo. Se Martinez non risponde, forse tocca chiederlo agli altri membri del Campo Antimperialista, aka Gaza Vivrà, con cui lui ragionava per email. Tanto qui nessuno ha niente da nascondere, giusto?

Non credo che certe domande siano oziose e non le faccio per dispetto. Credo che, come ho già detto altre volte, una causa minoritaria come è la questione palestinese in Italia abbia, come unico capitale da spendere, la limpidezza. A fare sconti su quella, in nome di una goffa realpolitik che non serve a nulla se non agli interessi di qualche cialtrone, si ottiene come unico risultato la perdita, meritata, di credibilità. E lo stato miserevole in cui versa questa causa nel nostro paese lo dimostra ampiamente.

Rossobruni ma non geni

Non è solo Martinez, ad andare in tilt quando si nominano i rosso-bruni. Persino i fascisti dichiarati si adombrano. Mi si consenta un aneddoto personale, a questo proposito.

Diversi mesi fa, esprimendo le mie perplessità a proposito dell’appello Gaza Vivrà, avevo fatto degli esempi sui rapporti che legano ’sto mondicello rosso-bruno citando, tra gli altri, il Maurizio Murelli citato sopra. Lo avevo fatto anche con una certa discrezione - tra i commenti, e in risposta a uno che provocava - perché Murelli lo avevo conosciuto in quanto era, oltre che amico, tipografo del mio ex, e quindi mi era capitato di accompagnare il buon Piccardo nella suddetta tipografia, appunto, e di assistere, all’ombra dei poster di Mussolini che ne decorano le pareti, a pensose riflessioni su Evola e via dicendo. Io vivo male la commistione tra aspetti personali e generali del percorso che mi ha portato a mettermi le mani nei capelli, politicamente parlando, quando sono tornata in Italia, e quindi faccio del mio meglio per mantenermi su termini generali, appunto, e per ridurre al minimo gli aneddoti che riguardano altri. Citando Murelli sapevo di cedere un po’ a delle provocazioni, quindi, ma lo facevo en passant, ché comunque il punto del mio discorso era un altro e toccava questo signore solo in quanto esempio.

Poi invece scopro - un bel po’ di tempo dopo, seguendo un link altrui - che Maurizio Murelli si era adombrato assai, nel vedersi segnalato da me come rosso-bruno, e che considerava questa mia definizione (non diversa da quella serenamente datagli da Tassinari e da molta altra gente, appunto) come parte di un mio fantomatico “torbido giochetto”, per giunta - cito testualmente - “sporco e pericoloso: … con la stampa sionista e “sinistra” interessata a determinare il nuovo pericoloso mostro nemico dell’umanità democratica: il fascioislamismo.

E, per rendersi più convincente, mi informa: a) che lui ha alle spalle una condanna per concorso morale in omicidio; b) che alle persone come me “va METAFORICAMENTE sparato a vista” c) che comunque un buon sistema per “farmi piangere” (sniff) potrebbe essere quello di inventarsi, chessò, che il mio ex mi ha portato da lui ed io, nella sua tipografia, ci ho subito fatto uno spogliarello.

Ed io leggo questa cosa dello spogliarello e il diavoletto situazionista che è in me ne rimane assolutamente affascinato: no, ma ti immagini la scena? E per un po’ mi balocco con l’idea di correre a confermarlo, lo scoop di Murelli sui miei presunti strip-tease, divertita come poche volte nella mia vita.

Poi, vabbe’, io non sono una tipa cattiva e l’aspetto situazionista della scena non riguardava esattamente me, quindi scrivo due righe a Piccardo per avvisarlo: ” ‘Scolta, genio. C’è il tuo amico che, per farmi dispetto, minaccia di dire in giro che il segretario nazionale dell’Ucoii portava la sua legittima moglie islamica nella di lui tipografia e che lei ci si spogliava dentro. Forse è il caso di spiegargli che io la troverei buffa, come storia, ma forse tu no. P.S: ma dove li trovi, tu, gli amici? Nell’uovo di Pasqua?

Poi, visto che c’ero, segnalai lo scritto anche alla Questura sotto casa, ché tra concorsi morali in omicidio e pallottole metaforiche non ci si capiva niente, in quel post col mio nome e cognome esibiti in bella vista, e poi amen. A me interessava manifestare le mie perplessità sul rosso-brunismo di Gaza Vivrà o, almeno, di alcuni suoi sponsor. Chissenefrega di accapigliarsi con gli energumeni, dico io.

Poi però la rivedi dal Martinez, appunto, la Campagna per la Negazione dell’Evidenza, e ti girano le balle. Perché mi va benissimo che ci si debba “guardare dalla stampa sionista”, ma la cosa andrebbe fatta nella sostanza, non giocando a nascondino. In altre parole: il problema mi pare il fascioislamismo in sé, non il semplice fatto che la stampa sionista ne possa parlare.

La mia vicinanza al Medio Oriente è vicinanza a un mondo aggredito, a un insieme di popoli, di culture e di storie ricco proprio perché plurale, vario e dinamico, e che non merita di essere ridotto ai minimi termini di un gioco di scontro di presunte civiltà in cui, peraltro, può solo soccombere. A questa gente invece, come ho già detto mille volte, interessa del Medio Oriente una determinata componente islamista eletta ad antisistema per eccellenza, e vede in essa l’avanguardia di un neo-tradizionalismo da sposare nella sostanza. Tutto qua.

A me non sta bene, questa visione, e credo che non starebbe bene alla stragrande maggioranza di quelli che, sabato, manifestavano a Torino. Se solo se ne parlasse chiaramente, certo.

P.S. Il Kelebek si è bevuto il cervello, comunque. Lasciatemelo dire.

Il mendicante sornione (2)

8 May 2008 – 18:49

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(Il precedente, qui)

Quel che poteva essere

5 May 2008 – 18:44

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An-nisa chiude, pare, e si spegne un’altra lucetta dell’epoca in cui pareva che si potesse scoprire e dire qualcosa che avesse un senso, tra gli ‘innamorati di islam’.

Ricopio una parte del suo post, senza commenti.

An-nisa si ferma qui.
Per sempre, oppure solo per un po’.
Ormai di siti e blog dedicati alle donne musulmane e soprattutto al codice comportamentale femminile islamico ne trovate a iosa in giro per il web e questo non può che rallegrarmi. Quello che invece mi intristisce, mi spaventa e mi annoia è che, per il momento, il mondo islamico italiano - e non solo italiano - non ritiene possibile che possa concepirsi un blog femminile in cui le donne musulmane raccontino le problematiche profonde del vivere su un filo teso, avanzando con passo traballante in bilico tra due baratri ugualmente profondi e pericolosi.
E’ invece conveniente che vi si parli sempre e soltanto di quanto è bello, forte, facile e plateale essere musulmane di frontiera, l’avanguardia dello spirito, l’apoteosi.
Vi si deve raccontare di quant’è stato difficlle combattere il kufr, di come si era prigioniere e di come ci si è liberate dal giogo dell’occidentalismo ad oltranza, inshallah qualcuno vi spiegherà cos’è la sakinah. Altrove vi si parlerà delle mogli del profeta - saas - e di tutte le donne dell’islam che hanno combattuto e combattono per affermare i propri islamici diritti, per il femminismo, per diventare qualcuno, per non essere picchiate dai mariti, per non avere una co-moglie o per averla, per la propria terra, per i propri figli, per il jihad, per il diritto di mettere l’aceto nell’insalata.
Noi, però, aspettiamo un blog che sappia raccontare le storie di donne musulmane in carne ed ossa, di donne “normali” che ridono, piangono, s’innamorano, rimangono deluse e qualche volta accettano e qualche volta si ribellano, che vanno al di là del codice e delle etichette.
Qui abbiamo solo scherzato: una prova squilibrata e senza contenuti, un calderone a metà strada tra un diario e dieci manifesti che illustrano modi - non tutti islamicamente certificati e menomale - di essere, oggi, donne musulmane in Italia.
Spero sia stato interessante e, qualche volta, anche un po’ divertente.

Posso commentare solo che mi dispiace, ecco. E che la capisco, cosa che mi dispiace ancora di più.

Abbozzo di una fenomenologia del rosso-bruno

4 May 2008 – 23:12

Dice: “Ma perché essere rosso-bruno* è male? E che c’è di sbagliato nel fare un pezzo di strada, per cause sacrosante come la Palestina o l’antirazzismo, assieme a questi bizzarri tipi che, vabbe’, avranno passati inquietanti e presenti confusi ma, insomma, sono tanto idealisti e dicono tante belle cose?

*Rosso-bruni: destra radicale e sinistra convinti di avere obiettivi comuni.

Già. Perché è una pessima idea? Sarò breve: perché si dà spago a un ambiente asfittico e settario, zeppo di brutti tipi, dove la componente rossa ci mette la protesta e la componente bruna fa scivolare le idee, spacciandole per islam.

Ok. Ora proviamo a spiegarci meglio, una cosa alla volta:

Perché il rosso-bruno è settario, ed essere settari è Male.

L’habitat naturale del settario consiste in un piccolo “noi” circondato da un grande “loro”. Il settario vive quindi in una dimensione eroica, e grande è il tempo che investe a smascherare traditori e a sventare congiure del Grande Loro, altrimenti detto Mondo Esterno. E’ un paranoico che, in un mondo ostile, ha sempre ragione e che se non si difende perisce.

Questa è una forma di protervia mentale, ovviamente: il settario non pratica lo spirito critico verso il proprio gruppo, ché altrimenti non sarebbe settario, e può - deve, anzi - permettersi di eliminare l’autocritica dal proprio orizzonte. In questo modo, il settario diventa uno che può fare le cose più abiette e non vederle.

Io credo che queste siano caratteristiche antropologiche, più che politiche. La politica si limita a far loro da contenitore. Non è strano, quindi, che attorno a una determinata causa (la Palestina, metti) si riunisca gente che viene dall’estrema sinistra come dalla destra radicale, da esperienze religiose di nicchia come da qualsiasi possibile carboneria. Non dipende dalla causa in sé, quanto dal bisogno del settario di riproporre un Noi contro un Loro all’infinito.

Poi, come tutti, il settario cresce e invecchia. E, come tutti, si ritrova ad essere sempre più tiepido sul piano della Fede e a compensare la perdita di entusiasmo con l’affinamento delle capacità affabulatorie. E qui sopraggiunge la debacle etica, naturale punto di arrivo di ogni settarismo: sei un vecchio paranoico che ha passato la vita a fare il carbonaro, e quella che da giovani poteva chiamarsi ‘capacità di dedizione’ diventa, in vecchiaia, pura e semplice mancanza di scrupoli, mentre la Causa cede terreno all’interesse personale.

L’ultimo settario che ho conosciuto è un tizio, dirigente di un ente pubblico, che è da 40 anni in un gruppuscolo di estrema sinistra, nonché astensionista. E, a proposito delle elezioni, mi diceva: “Ma guarda che non è un male che abbia vinto Berlusconi. Anzi. I contratti migliori, per noi del pubblico, arrivano sempre quando governa la destra.” Ecco, appunto. Il settario vecchio, ovviamente, questi discorsi te li fa esclusivamente quando siete soli al ristorante. Se parla in pubblico, invece, pare Che Guevara. Identico. E’ un fenomeno che ormai ci è noto.

Il settario vecchio è dunque, fondamentalmente, un disonesto. Come spiega uno che se ne intende parecchio a chi gli chiede se esista buonafede negli ambienti con queste caratteristiche: “A livello intermedio, sì. Buonafede e fanatismo insieme. Nei vertici, no.

Questa disonestà può anche non venire mai chiaramente alla luce, almeno a livello pubblico e con pienezza di dettagli. E’ sufficiente tuttavia a connotare negativamente, grazie all’aura equivoca che porta con sé, sia gli ambienti in cui si radica che le cause che vampirizza.

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Perché la componente bruna dei rosso-bruni è piena zeppa di brutti tipi.

Se il settarismo è, di per sé, un percorso che sfocia nella perdita del senso etico, oltre che dello spirito critico, la commistione con gli ambienti neofascisti fa sì che si finisca facilmente accanto a gente che ha, con la pura e semplice delinquenza comune, un rapporto più disinvolto di quello che c’è normalmente a sinistra. Figurati che cocktail ne esce.

Le pulsioni criminali diffuse in certi ambienti di destra non sono un mistero e la storia della destra radicale in Italia è piena di vicende di delinquenza. Sono certa che non sia necessariamente composto solo da rapinatori, stupratori del Circeo e trafficanti di chissà cosa, l’ambiente, ma sono altrettanto certa che sia dominato da una certa elasticità morale e da una qualche simpatia indulgente verso il criminale inteso come tipo umano, individuo pur sempre in lotta contro la società, e certo coraggioso ed eroico a modo suo. L’autoindulgenza proterva tipica del settario si sposa, a destra, con la certezza che il mondo sia dei duri o, almeno, dei furbi. Il minimo che ti può capitare in questi ambienti, quindi, è di finire a frequentare gente che vive di gabole fiscali e non, che rubacchia se può, che picchia la moglie e fa lo stronzo coi figli, uguale a un berlusconiano qualsiasi. Questo, se va bene. Figurati se va male. In mezzo a delinquenti con gli zerbini sullo stomaco, ti ritrovi.

Diciamo che sono frequentazioni che non fanno bene, alla lunga. Posso capire che dei ragazzi siano sensibili a certe suggestioni, certamente, ma, passata la giovane età, appunto, si diventa brutti tipi e basta. O frequentatori di brutti tipi, cosa che non fa bene ed è pure pericolosa, ecco.

Perché, il rosso-bruno, non si capisce che diavolo voglia.

L’idea dei rossobruni consisterebbe, grosso modo, in una “difesa delle identità” locali in un contesto di “stretta solidarietà con tutti i popoli e tutte le forze politiche che rifiutano il progetto mondialista della globalizzazione“. Vista da destra, l’identità si esprime nella solfa della “tradizione” e di tradizione, come di spiritualità, l’islam ne ha quanta se ne vuole, ovviamente. E’ perfetto da parassitare, quindi, ed è lì che ci si incontra tra rossi e neri, in questo mondicello.

Quale islam, però? Non quello reale e concreto della gente normale, non quello dei paesi del Medio Oriente che aspirerebbero a starsene in pace, non quello della tolleranza e della varietà e ricchezza culturale che si è espressa per secoli in quei paesi. No, figurati. L’islam inteso come antisistema puro e semplice, in una monodimensione senza scampo. L’islam di una tradizione non importa se mitologica o reale, purché nutra l’immaginario di presunti rivoluzionari nostrani con poche idee proprie.

Quest’islam ridotto a casa okkupata da squatter dell’altrui pensiero finisce col creare effetti paradossali. Ci si può innestare dentro qualunque perversione fascisteggiante nostrana, nel silenzio compreso della zona sinistra dei rosso-bruni che pensa, suppongo: “Mah, si vede che tra gli islamici usa così. Se mi metto a ragionare sembro etnocentrico, magari.” Di esempi in proposito, su questo blog ne abbiamo fatti parecchi, e non ci ripeteremo. Mi limito ad osservare che l’immagine di islam che esce da questa operazione è, di gran lunga, l’operazione più inconsapevolmente razzista che io abbia mai visto. Oltre che la più perversa.

E la perversione e il razzismo scorrono sotterranei, dietro i discorsi invoglianti contro l’imperialismo, e non si dicono. Si sogna una società creata sulla falsariga di una campagna araba depressa, con tutte le sue dinamiche di sfruttamento e sopruso, e non si dice. Ovviamente. Mica ce l’hanno, il coraggio dei propri obiettivi, questi qua.

Nel puzzle rosso-bruno, quindi, a me pare che il rosso sia l’ingrediente della buona fede, di un relativismo culturale pericolosamente malinteso e di una posizione ovviamente critica verso l’esistente ma sostanzialmente priva di idee. E il bruno è l’ingrediente che ce le mette le idee, sintetizzabili in un pappone maschilista e guerresco che, di fatto, finisce col tradursi tristemente in un islam buzzurro e manesco guidato, come le sette insegnano, da qualche scafato opportunista. Piano piano, avviene questo innesto ideologico di incubi che, se non fossero venduti in salsa islamica, apparirebbero chiaramente come la cianfrusaglia fascista che sono. Si innestano dolcemente, invece. Un po’ alla volta, senza che i rossi quasi se ne accorgano. E la gente ci casca, specie in rete.

Tutto ciò ha l’aggravante di essere poco serio.

E a me dispiace assai, davvero.

Spara sulla Croce Rossa, Mmax, spatasciandosi dal ridere sul video della moltitudinaria assemblea del Campo Antimperialista segnalato qui da Diego. Per l’Haramlik, poi, che è in una fase di assorto interesse verso quel Richelieu da saldi del Miguel Martinez, l’esibizione da fine stratega del Nostro, che propone di cercare paeselli impegnati in cause locali contro Destra e Sinistra da parassitare, così da far sembrare che il Campo astensionista riempia una piazza, è gustoso assai. Siamo umane, e avere nuovi motivi per dirci: “Ma tu guarda che imbecille…” ci intrattiene in modo forse non nobile, ma senz’altro allegro.

Peccato che, casi personali a parte, qua di motivi per stare politicamente allegre ce n’è, appunto, pochini. Meno che dalle sionistiche parti di Mmax, sicuramente, e il suo “Khaverim, abbiamo vinto” sottolinea un po’ crudelmente l’ormai cronica impresentabilità del discorso-Palestina in questo paese, ahimè. Tutte le fortune, hanno ’sti sionisti.

“Ha solo cercato di far funzionare la scuola”

3 May 2008 – 13:39

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Qui si sottoscrive il post di Maurizio Pistone, segnalatomi da Paolo, sull’ex comune ministro Fioroni, anche se la gratitudine mi avrebbe portato a dipingerlo in termini più affettuosi. Avere un ministro che ti permette di lavorare - e quindi di vivere - decentemente per due anni, è una fortuna che io non avevo mai avuto prima. Lo rimpiangerò.

Non mi sarei mai aspettato, un anno e mezzo fa, di trovarmi a rimpiangere il ministro Fioroni.

Preciso che non sento la minima affinità ideologica e antropologica verso un democristiano di provincia dallo sguardo bovino, precipitato per puri motivi cencelliani dalle terze file della politica laziale al posto che fu di Francesco de Sanctis, Michele Coppino e Benedetto Croce. Eppure è una bella lezione di vita vedere che un uomo dalle modeste risorse, del tutto privo di esperienza specifica, dotato solo di un po’ di onesto buon senso, ha fatto per lo più bene, mentre fini intellettuali ed acclamate mèneger hanno combinato enormi disastri.

Come aveva dichiarato fin dall’inizio, non è mai stato attirato dalle riforme epocali, dalle grandi architetture di contenitori. Ha solo cercato di far funzionare la scuola. Ha rimesso in vigore l’unica buona idea della gestione Berlinguer, quell’esame di Stato che la lombarda intrepida castigatrice di mercanti cinesi aveva, come primo atto della sua gestione, gettato sotto le scarpe delle Mamme d’Italia (direte: questo era nel programma dell’Unione. Vero. Come erano nel programma dell’Unione la legge sul conflitto di interessi, l’abolizione delle leggi penali fai-da-te, e tante altre buone cose).

Certo, Fioroni non è mai stato un combattente. Si è sempre barcamenato tra burocrati della pedagogia ed esperti lalologi, ha bruciato i suoi granelli d’incenso davanti alle icone del Didattichese. Il suo capolavoro è stato ristabilire gli esami di riparazione dicendo e facendo dire che non sono esami di riparazione.

Difficile prevedere che cosa sarebbe riuscito a fare nella sua annunciata restaurazione del Merito, così bistrattato dal supermercato delle Competenze e dei Progetti e delle Cose che Servono. Un’impresa così grande e nobile richiede gli sforzi concordi di un’intera generazione di ministri e di docenti, non si poteva affidare ad un Governo in balia delle disavventure giudiziarie delle mogli di un paio di Ministri (quando c’era Lui, almeno, si metteva mano alle istituzioni per risolvere i guai personali del Presidente, non quelli delle signore e dei consuoceri).

È del tutto improbabile che l’ormai ex-ministro torni ad occupare quel posto. È più probabile che ricada nella penombra di piccole presidenze di Enti di modesto interesse locale. Ma io, nel poco tempo che passerò ancora nella scuola, e nella prossima lunga stagione della quiescenza, ricorderò la faccia larga e un po’ tonta di uno che per meno di due anni ci ha fatto sperare che non è fatale andare sempre Peggio.

Rimini..?

29 April 2008 – 23:51

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In tutto questo, poi, io settimana scorsa ero in gita a Rimini, nel senso che ci accompagnavo una classe. E non ci ero mai stata e per me era proprio un luogo dell’immaginario, quindi, nonché la sintesi di tutti i luoghi dove non andrei al mare. E invece mi ha colpito, devo dire. Non nel senso che ci andrei al mare, no. Nel senso che mica deve essere male viverci, direi. E del resto ci ho vissuto, in qualche modo, perché la Castelldefels in provincia di Barcellona dove ho passato tre anni era uguale identica a Rimini, ho scoperto. Solo più piccola e con meno chiese e palazzi. Del resto guardano entrambe il Mediterraneo da quel lato, Rimini e la costa sabbiosa sotto Barcellona, e forse il mare diventa così, se lo guardi da quella sponda.

Intanto ti svegli la mattina prestissimo, a Rimini, ché alle 7 c’è la luce che a Genova vedi alle 9, più o meno, e che a Milano vedi solo al cinema, e quindi il bioritmo si agita tutto e ti alzi pure di buon umore, oltre che all’alba. E poi c’è questa marea bassissima, la mattina presto, e la gente coi pantaloni rimboccati che cammina sulla sabbia raccogliendo telline. E poi vanno tutti in bicicletta, ovviamente, e i miei alunni genovesi erano lì che li guardavano perplessi e io mi sono persino chiesta se ci sapessero andare, loro, in bici, ché a crescere in una città verticale come Zena non è mica detto che impari, mi sa. E c’è pure il fatto che sono tanto gentili, i riminesi - ma proprio tanto - e l’albergatore era lì che ci offriva continuamente il caffè e ci si sentiva tutti molto accuditi, e i genovesi lì a mugugnare: “Ecco, uguale alla Riviera ligure, proprio! Da noi, altro che offrirti il caffè! Siamo tutti antipatici, noi, e qui invece sono simpatici!” Ma è che i genovesi, si sa, hanno questo spirito autocritico sviluppatissimo, quando sono tra di loro, e allora bisogna rassicurarli: “Ma no, dai, anche voi siete buoni! Avete uno stile diverso, certo, ma siete simpatici, giuro!” E loro ti guardano con sospetto.

Poi ci sono i tizi delle discoteche che appena vedono una scolaresca chiedono della prof e ti pubblicizzano il loro locale. E io, sbigottita: “Ma hanno 14 anni, i miei!” E loro: “Ah, ma abbiamo anche la sezione per i 13enni, in discoteca!” Poi hanno visto la faccia che facevo e hanno battuto in ritirata, saggiamente. Mi manca solo questo: portare una scolaresca a visitare le discoteche della costiera romagnola, ecco. Potrei dire di avere fatto ogni cosa strana possibile, a quel punto.

Invece mi sono fatta accompagnare un attimo in biblioteca, verso il secondo giorno, ché sapevo che quella di Rimini è una delle poche ad avere la raccolta completa di Cuore e volevo dare uno sguardo agli articoli che poi ho postato qui sotto, ché da ’ste parti abbiamo la curiosità persistente, e quindi ci siamo presentati sotto la biblioteca Gambalunga in branco, io e un sacco di adolescenti, ma poi loro sono andati a fare shopping col collega mentre io scartabellavo un attimo dentro, e chissà come gli sarò sembrata prof, ai ragazzi, che mi catapultavo nelle biblioteche mentre loro guardavano le vetrine. Una fa delle bellissime figure involontarie, certe volte.

E poi si mangia mica male, a Rimini. E c’era questo albergatore che continuava a presentarsi con lasagne, pasta pasticciata e Sangiovese, e le alunne: “Prof, ehm, ma lei non era a dieta??” E la prof: “Sì, chomp, perché?” e tuttavia sono riuscita a tornare a Genova dimagrita, e davvero non mi spiego come ho fatto. Miracolo delle visite ai monumenti del Centro Italia, suppongo, ché con tutte quelle chiese verso cui scarpinare le smaltisci, le calorie.

Rimini, insomma, non è mica una cattiva idea, per viverci. Poi magari d’estate te ne scappi, e pure veloce. Ma in questo scorcio di Aprile mi era simpatica e mi metteva allegria. Con tutta quella luce, davvero. Chiarissima.

Mo’ me lo segno. Metti che mi dovesse servire, prima o poi, una città italiana senza salite, una ci fa un pensierino.

Fouad libero, ed era pure ora

28 April 2008 – 15:44

Avevo parlato di Fouad qui e qui e la storia era stata poi ripresa sul Corriere Magazine da Edoardo Vigna (PDF qui link: fouadpdf).

Apprendo or ora (grazie, Cairoli!) che è uscita la seguente notizia:

Ora, dopo quattro mesi di interrogatori quotidiani, il blogger è stato rilasciato: non ha mai avuto un avvocato a sostenerlo, rare le visite, pochissime le informazioni trapelate riguardo ai motivi della detenzione. Ma le autorità saudite non sembrano essere tenute a giustificare alcunché: le leggi locali prevedono che i cittadini possano essere trattenuti per periodi fino a sei mesi senza che vengano formalizzate delle accuse.
Fouad è stato rilasciato senza essere stato investito di alcuna accusa, ma la strategia delle autorità saudite è di ampio raggio: molti dei blogger locali che dedicano la propria attività in rete all’analisi della sfera politica e sociale saudita si sono rifugiati nell’autocensura o hanno abdicato alla propria libertà di esprimersi liberamente.

Meglio tardi che mai, come dicevo.

Fascisteria, comunitaristi e vecchie conoscenze

28 April 2008 – 11:59

Nella nuova edizione di Fascisteria (di cui ho già parlato qui e qui) ho ritrovato un’altra vecchia conoscenza di questo blog: il “bravo compagno Outis“, come venne definito da un’amica di Martinez, che qualcuno ricorderà come quello che - Dio solo sa perché - mi “teneva d’occhio”, e io ne approfittai per chiedergli, con qualche post, di tenermi d’occhio anche il sugo, già che c’era (qui e qui).

Tassinari lo presenta così:

[…] Intanto, senza preoccuparsi troppo delle smentite e delle prese di posizione di Pasquinelli che attestano la totale chiusura del Campo agli ambienti neofascisti, Neri, leader di Socialismo e Liberazione,¹ continua a reclutare nella destra radicale. Nel 2006 un ex militante della CPA e collaboratore di Avanguardia diventa moderatore del forum collegato al movimento comunitarista (”Comunismo e nazionalitarismo” di PoliticaOnLine). Sua moglie, che curava sulla stessa rivista una rubrica ecologista con lo pseudonimo VegetAryan, lo segue nella trasmigrazione. Il suo nickname è “Outis” e appena pochi mesi prima, nel dicembre 2005, interveniva sul forum della destra radicale nello stesso portale web in difesa dei tre camerati di Viterbo militanti di Vertice primo, il gruppo di fuorisciti dalla CPA di cui egli stesso faceva parte, attaccando i compagni della Tuscia: “Non sono tristi… Sono MERDE! Antifà? Ahahah… ANTI-ANTIFASCISMO MILITANTE!” Ovviamente, come tutti i convertiti, rivela particolare zelo nel combattere il suo peccato originale e sarà quindi sempre pronto a postare comunicati e appelli sul tema dell’antifascismo militante.

In questa sede Neri si sforza invece di dare sostanza al suo discorso di vecchia data sul comunismo che ha salde radici premarxiane e si dà il nickname di “Muntzer“, il monaco protagonista della guerra dei contadini contro i signori luterani nella Germania stravolta dalla Riforma.

Ugo Maria Tassinari, Fascisteria, Sperling & Kupfler, 2008, pag. 357

Il compagno Outis in realtà non si limita a moderare un forum: in un nanosecondo passa dall’essere redattore di Avanguardia a formare parte del Comitato di redazione della nuova ‘Comunismo e Comunità’: ” […] il Comitato di Redazione, che ha deciso di non avere un “direttore politico”, ma di condividere la direzione in comune. Il Comitato di Redazione è composto da (in ordine alfabetico): Matteo Brumini, Paolo Diretti, Riccardo Di Vito, Lorenzo Dorato, Maurizio Neri, Costanzo Preve, Mauro Tozzato.” Sempre a lui tocca il compito di raccogliere gli abbonamenti alla rivista, i cui importi vanno versati sul conto corrente a lui intestato.

Outis non me ne vorrà, spero, se ipotizzo con qualche fondato motivo che egli si firmi in rete anche col nome autentico di Riccardo Di Vito. Non sono la prima a ipotizzarlo e, del resto, lui stesso fece circolare il mio nome e cognome nel forum che moderava, e in termini ben più insultanti di quanto non lo stia facendo io, tanto da guadagnarsi persino una mia querela.

Senza contare che vorrei tanto sbagliarmi, oltre tutto: a giudicare dalla sua foto, se me lo incontrassi sotto casa mi verrebbe un serissimo mancamento:

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Io continuo a chiedermi che idea di società venga fuori, esattamente, dal coacervo di provenienze ed esperienze bizzarre che formano questo mondicello “antimperialista”. Soprattutto, mi chiedo quali benefici possano trarre la Palestina e, anche, l’islam, da simili sostenitori.

Me lo chiedo da tempo. D’altra parte, se prima non si capisce chi diamine siano, ’ste persone, diventa difficile capire che razza di mondo abbiano in mente.

Nota:
1. Maurizio Neri, arrestato alla fine degli anni ‘70 nell’ambito dell’inchiesta su Cla, nel 1999 ha guidato con Terracciano la scissione nazionalcomunista del Fronte Nazionale di Tilgher (dopo essere stato candidato alle elezioni provinciali del 1998 nel collegio di Terracina) per spostare il suo gruppo, a tappe forzate, all’estrema sinistra.