Che cos’è l’antisemitismo (di nuovo)

Tra le infinite immagini, testimonianze e cronache che arrivano da Gaza, forse ciò che più mi ha sconvolto è stato vedere i ragazzi di Gaza Youth Breaks Out (GYBO) che, mentre erano letteralmente sotto le bombe, si sono sentiti in dovere di scrivere su Facebook che loro non erano antisemiti.

Seguo questi ragazzi dall’epoca in cui mandarono – letteralmente – a fare in culo Hamas e Vittorio Arrigoni si schierò al loro fianco. Pochissimo prima di essere ucciso.

Adesso li vedo scrivere messaggi come questi:

A tanto è arrivato l’uso politico, strumentale e in mala fede dell’accusa di antisemitismo.

Un mondo in cui queste persone sentono di dovere gridare al mondo che loro non sono antisemiti, mentre le loro case crollano e i loro cari vengono uccisi dai bombardamenti israeliani, è un mondo che ha perso la decenza, l’etica, la moralità, la semplice intelligenza. Il senso comune.

Anni fa avevo pubblicato uno stralcio di un articolo estremamente lucido scritto un filosofo figlio di ebrei tedeschi, Michael Neumann, che prova a fare un po’ di chiarezza sul concetto. Visto che l’impazzimento del mondo, lungi dallo scemare, sembra peggiorare senza fine, faccio il poco che posso e lo ripropongo.

L’articolo originale è apparso su Counterpunch nel 2002.

La traduzione che segue è mia.

Esiste in rete un’altra traduzione in italiano ma, tra i suoi vari difetti, ha quello di essere fatta abbastanza male. Questa mi sembra decisamente migliore e la metto a disposizione di chi la vuole.

 

CHE COS’E’ L’ANTISEMITISMO

 

Michael Neumann, Trent University, Ontario, Canada

 

Ogni tanto qualche intellettuale ebreo di sinistra fa un bel respiro, ci apre il suo buon cuore e ci comunica che criticare Israele o il sionismo non vuol dire essere antisemiti. Tra sé e sé, si congratula con se stesso per il proprio coraggio. E, con un sospiro, scaccia la preoccupazione che forse non sia un bene mettere questa pericolosa informazione nelle mani dei gentili – per non parlare di quelle degli arabi.

Altre volte lo fanno invece i gentili al loro seguito,: quelli il cui ethos, se non la cui identità, aspira all’ebraicità. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci che l’antisemitismo va comunque preso molto sul serio. Il fatto che Israele, appoggiato da una nutrita maggioranza di ebrei, stia combattendo una guerra razziale contro i Palestinesi, è il motivo fondamentale per cui stare in guardia. Non si sa mai. Metti che ciò provochi del risentimento!

Io la vedo in modo diverso. Penso che non dovremmo quasi mai prendere l’antisemitismo sul serio e che forse dovremmo perfino riderci su. Penso che l’antisemitismo sia particolarmente irrilevante nel conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dalle questioni reali. E passo a dimostrare che quello che dico è vero e anche sensato, e certo non gratuitamente malvagio come, chessò, strappare le ali a un insetto.

“Antisemitismo”, in senso stretto, non significa odio per i semiti: questo è confondere l’etimologia con le definizioni. Antisemitismo significa odio per gli ebrei. Ma su questo, immediatamente, ci ritroviamo dinanzi al vecchio gioco delle tre carte dell’identità ebraica: “Guarda! La nostra è una religione! No! E’ un’etnia! No! E’ un’entità culturale! Scusate, è una religione!” Non appena ci stanchiamo di questo gioco veniamo subito risucchiati nell’altro: “L’antisionismo è antisemitismo!”, che un attimo dopo si alterna con: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!”

Ora, cerchiamo di essere sportivi. Proviamo a definire l’antisemitismo nel più esteso dei sensi che gli potrebbe dare un qualsiasi sostenitore di Israele: l’antisemitismo può essere odio per la razza ebraica o per la sua cultura o religione, o anche odio per il sionismo. E non solo odio, ma anche disapprovazione o opposizione o leggera antipatia.

I sostenitori di Israele, però, non troveranno questo gioco divertente come si aspettano. Gonfiare il significato di “antisemitismo” fino a includere qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema è che l’inflazione dei termini, come qualunque altra inflazione, svaluta la moneta. Quante più cose vengono definite antisemite, meno orribile ci suonerà l’antisemitismo. Questo perché, anche se nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, ciò che non possiamo fare è modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla parte dei palestinesi, che io sostengo, e che è quella sostenuta dalla maggior parte degli europei, da molti israeliani, e da un numero crescente di nordamericani.

Questo in che senso? Poniamo il caso, per esempio, che un israeliano di destra dica che le colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni fondamentali per il popolo ebraico, e che opporsi a esse è antisemitismo. Possiamo accettare questa affermazione, che certo è difficile da confutare. Ma non possiamo però rinunciare alla convinzione, ben fondata, che tali colonie stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza di pace. A questo punto, le acrobazie terminologiche non ci servono a niente. Possiamo solo dire: al diavolo le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono moralmente inaccettabili. La conclusione logica è che, visto che abbiamo il dovere di opporci alle colonie, siamo costretti a essere antisemiti. L’inflazione dei termini fa sì che alcune forme di “antisemitismo” diventino un obbligo morale.

E’ ancora peggio quando è l’antisionismo ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol dire quindi opporsi al sionismo ed essere pertanto antisemiti nel senso ampio del termine. Più il concetto di antisemitismo viene ampliato per includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso appare come qualcosa di positivo. Considerati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, ecco che appare un altro semplice sillogismo: l’antisionismo è un obbligo morale; dunque, se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo stesso diventa un obbligo morale.

Di quali crimini parliamo? Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli e si limitano a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto, Israele “non è peggio di altri.” Primo: e allora? Anche a sei anni sapevamo che “lo fanno tutti” non era una scusante; ce lo siamo dimenticato? Secondo: i crimini sono equiparabili solo se li consideriamo indipendentemente dal loro scopo. Certo, altri popoli hanno ucciso i civili, li hanno guardati morire per mancanza di cure mediche, ne hanno demolito le case, distrutto i raccolti e li hanno usati come scudi umani. Ma Israele lo fa per correggere l’errore di Israel Zangwill che nel 1901 affermò “La Palestina è una terra senza un popolo; gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera così di creare una terra totalmente svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace.

Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti percorsero migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone che non avevano mai fatto loro alcun male e di cui riuscirono a ignorare la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano iniziale. Emersero man mano che l’amnesia razzista di un popolo perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò gli stupri, le mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato primo ministro di Israele. Ma questi crimini non bastavano. Oggi, quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a condurre una campagna di spoliazione, rendendo la Palestina lentamente, deliberatamente, invivibile per i palestinesi e vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine pubblico, ma l’estinzione di un popolo. Certo, Israele è abbastanza abile nelle pubbliche relazioni da farlo con un livello di violenza americano piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più gentile, che dipinge come vittime chi lo compie.

Israele sta costruendo uno stato razziale, non religioso. Io, come i miei genitori, sono sempre stato ateo. Ma la mia nascita biologica mi dà diritto alla cittadinanza israeliana; voi, che magari credete fervidamente nel Giudaismo, questo diritto non lo avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono quelli il cui destino è essere spinti verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E quindi no, sparare ai civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro comunisti ben armati o forze separatiste. Gli si spara perché Israele pensa che tutti i palestinesi debbano svanire o morire, così che chiunque abbia un nonno ebreo possa trasformare in lotti abitativi le macerie delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza in abbaglio; è chiara malvagità, deliberata strategia di uno stato concepito e operante in nome di un nazionalismo etnico sempre più aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, finora, ma le sue armi nucleari potrebbero uccidere forse venticinque milioni di persone in poche ore.

Vogliamo dire che è antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché ci sono argomenti abbastanza ragionevoli a sostegno di queste affermazioni. Paragoniamole, ad esempio, con quelle per cui i tedeschi in generale furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, ritardato mentale o bambino, fossero colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa non fu, ovviamente, quella di avere spinto prigionieri nudi dentro le camere a gas. Fu quella di avere sostenuto coloro che pianificarono quegli atti, oppure – come molti scritti ebraici soverchiamente moralistici vi diranno – quella di avere negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro, quella di non avere parlato né resistito, il loro consenso passivo. È da notare che, in questo caso, l’estrema pericolosità di ogni forma di resistenza attiva non è considerata una scusante valida.

Ebbene, praticamente nessun ebreo corre alcun tipo di rischio se esprime dissenso. Ed esprimere dissenso è l’unica forma di resistenza necessaria. Se molti ebrei lo facessero, ne deriverebbe un effetto enorme. Ma la stragrande maggioranza degli ebrei non lo fa e, nella maggior parte dei casi, non lo fa perché sostiene Israele. A questo punto, forse, dovremmo lasciar cadere l’intero concetto di responsabilità collettiva. Magari qualche persona intelligente cercherà di convincerci a farlo. Ma, al momento, la tesi di una complicità ebraica pare molto più forte di quella della complicità tedesca. Quindi, se non è razzista ed è anzi ragionevole affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro l’umanità, è altrettanto non razzista e ragionevole dire lo stesso degli ebrei. E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, sarebbe comunque ragionevole dire che molti, forse la maggior parte degli ebrei adulti, sostengono uno Stato che commette crimini di guerra, Perché è, semplicemente, la verità. Quindi, se dire queste cose è antisemita, può apparire ragionevole essere antisemiti.

In altri termini, c’è da fare una scelta. O si usa la parola “antisemitismo” adattandola alle propria agenda politica o la si usa come termine di condanna morale, ma non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di eticamente accettabile, esso deve essere definito in senso stretto e non strumentale. Sarebbe prudente limitare il concetto di antisemitismo all’odio esplicitamente razziale per gli ebrei, all’aggressione verso chi è semplicemente nato ebreo. Ma sarebbe una prudenza inutile: neppure i nazisti affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani.
Chiaramente, una visione simile deve essere considerata antisemita, sia che appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che se la sono bevuta

C’è un solo modo per garantire che il termine “antisemitismo” includa tutte e solamente le azioni o le posizioni negative verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da quelle su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il termine indichi tutte e solo quelle. Probabilmente, abbiamo in comune abbastanza senso morale da poterlo fare.

Per esempio, condividiamo abbastanza senso morale per dire che tutti gli atti e le avversioni basate sulla discriminazione razziale sono sbagliati, e possiamo quindi tranquillamente considerarli antisemiti. Ma non tutte le “ostilità verso gli ebrei” nemmeno quelle verso l’assoluta maggioranza degli ebrei, dovrebbero essere considerate antisemite. Né dovrebbe esserlo qualsiasi tipo di ostilità verso la religione o la cultura ebraica.
Io, per esempio, sono cresciuto nella cultura ebraica, e come accade a molte persone che crescono in una determinata cultura, essa ha finito con il non piacermi. Ma non ha senso considerare antisemita il fatto che non mi piaccia. E non perché io sono ebreo, ma perché la mia mancanza di apprezzamento è innocua. Forse non è innocua in assoluto: magari, in qualche sottilissima maniera, essa potrebbe in qualche modo incoraggiare qualcuno degli atti o degli atteggiamenti pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi brillanti, cordiali e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. Il mio non apprezzamento comporta pericoli infinitamente minori. Anche quando è molto diffusa, l’antipatia collettiva per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio, sembra essere ampiamente detestata in Nord America, ma nessuno, nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista.

Non tutte le azioni o gli atteggiamenti che possano recare danno agli ebrei sono da considerare antisemitismo. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento che l’azione potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di antiamericanismo significa solo che alcune forme di antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare qualche danno agli ebrei in generale, questo vorrà solo dire che alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili.

Se l’antisemitismo deve rimanere qualcosa di moralmente condannabile, esso deve applicarsi anche al di là delle azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non lo si può applicare al di là di un’ ostilità seria e chiaramente ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti inventarono fantasie storiche per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti inconfessati che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Sono azioni o operazioni di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per ciò che questi possono fare o non fare ma per quello che sono. Lo stesso vale per gli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare. Anche se non è sempre esplicitamente razzista, si fonda comunque su motivazioni razziste, e con l’intenzione di provocare danni reali. Un’opposizione ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a questa descrizione, nemmeno se offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta la semplice e innocua antipatia per ciò che è ebraico.

Dico tutto questo per suggerire che è meglio restringere la definizione di antisemitismo, in modo che nessun atto possa essere al tempo stesso antisemita e ineccepibile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza, poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha “l’autentico”, deprecabile antisemitismo nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale.

Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli ebrei che ruberebbero il sangue dei bambini gentili. Questo è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che hai dimenticato di rispondere all’ultima lettera di tua zia Paolina. In altri termini, dobbiamo dirci questo: che va semplicemente accettato il principio che l’antisemitismo è un male. Non farlo ci escluderebbe da un mondo etico. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci costringa a proclamare che l’antisemitismo è il Male di tutti i Mali. Non siamo bambini che devono imparare la moralità: è responsabilità nostra stabilire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo guardando le orribili immagini del 1945, o ascoltando i lamenti angosciati di sofferenti opinionisti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo male può manifestarsi, e perché.

Si ritiene che l’antisemitismo del mondo arabo sia molto pericoloso. Ma l’antisemitismo arabo non è la causa dell’ostilità araba verso Israele o verso gli ebrei. Ne è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari passo con il progredire dell’usurpazione territoriale ebraica, e delle atrocità commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino antisemitismo. Piuttosto, per banalizzarlo. Esso è arrivato in Medio Oriente con il sionismo e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la propaganda antisemita ma gli sforzi sistematici, decennali e costanti che Israele fa per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di pace, potremmo tutti riunirci e deprecarlo. Ma non farebbe comunque del vero danno agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere, permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe invitare Israele a intervenire. E ci sono davvero pochi motivi per aspettarsi che ciò accada: se tutti gli orrori delle recenti campagne israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente una qualche azione israeliana così spaventosa e criminale da oltrepassare, e di molto, gli attacchi stessi.

Se c’è un posto dove è verosimile pensare che l’antisemitismo possa avere effetti terribili, questo è piuttosto l’Europa occidentale. Là, il risorgere del neofascismo è del tutto reale. Ma è un pericolo per gli ebrei? Le Pen, per esempio, è sicuramente antisemita. Ma nulla ci fa pensare che voglia mettere in pratica il suo antisemitismo. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per stare in pace con gli ebrei e forse assicurarsi addirittura il loro aiuto contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei piani accuratamente nascosti contro gli ebrei, questo sì che sarebbe insolito: Hitler, come gli insorgenti russi antisemiti, erano assolutamente aperti sulle loro intenzioni, e certo non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli ebrei. Mentre è un fatto che che alcuni ebrei francesi vedono Le Pen come un fenomeno positivo o, addirittura, un alleato. (Si veda, per esempio, “ ‘Le Pen è un bene per noi’ dicono sostenitori ebrei”, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile).

Naturalmente ci sono ragioni storiche per temere un orrendo attacco contro gli ebrei. E tutto è possibile: domani stesso potrebbe esserci, a Parigi, un massacro di ebrei. O di algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia, queste dovrebbero essere applicate a circostanze che abbiano un minimo di analogia. E l’Europa di oggi assomiglia molto poco all’Europa del 1933. Inoltre, potremmo anche vedere le cose in positivo: cosa ci fa pensare che sia più probabile vedere un pogrom piuttosto che il dissolvimento dell’antisemitismo in un’ineffettiva malevolenza? Non esiste preoccupazione sensata che non debba basarsi sull’effettiva presenza di una minaccia.

Il fatto che si verifichino aggressioni antisemite potrebbe dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono parecchio fumose: non viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi a monumenti o simboli ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, è tale l’accento posto sull’aumento della frequenza degli attacchi che non ci si rende conto della bassissima incidenza del loro livello. Gli attacchi simbolici sono effettivamente aumentati in significativi numeri assoluti. Quelli alle persone, no [*]. Soprattutto, la maggior parte di questi attacchi è compiuta da immigrati musulmani: in altre parole, da una minoranza ampiamente odiata, perseguitata e soggetta a un rigido controllo poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria campagna di violenza contro gli ebrei.

Certo, è molto spiacevole che una mezza dozzina di ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha guardato bene il mondo. Queste aggressioni sono di competenza della polizia, non sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e degli altri, così da arginare chissà quale mortale malattia morale. Lo sarebbe solo se le aggressioni razziste avvenissero in società ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Chi ha davvero paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbe riservare le proprie angoscie alle aggressioni, di gran lunga più violente e di gran lunga più diffusamente accettate, di cui sono vittime gli zingari, la cui storia da perseguitati è pienamente paragonabile al passato degli ebrei. La posizione degli ebrei è oggi molto più vicina a quella dei bianchi, che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico.

Certo, molti rifiutano questo genere di freddo ragionamento numerico. Ci diranno che, con il passato che incombe su di noi, anche un solo insulto antisemita è una cosa terribile e che la bruttura non si può misurare dal numero di cadaveri. E tuttavia, quanto più osserviamo la cosa da un’angolatura ampia, tanto più l’antisemitismo diventa meno importante, anziché di più. Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e semplice: Significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il fatto che in Europa, oggi, gli ebrei sono cittadini integrati, che hanno moltissime meno ragioni di soffrire e di avere paura di quante ne abbiano altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza benestante sono tanto spregevoli quanto quelle contro minoranze povere e senza potere. Ma che degli aggressori siano ugualmente spregevoli non vuol dire che tutte le aggressioni siano altrettanto preoccupanti.

Non sono gli ebrei, oggi, quelli su cui si allungano le ombre dei campi di concentramento. I “campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi in cui militano molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra di volere articolare, e tanto meno di portare avanti, un programma antisemita. Né esiste alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono. L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo una potenza nucleare ebraica pronta ad accogliere qualunque rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci sono pericoli reali adesso, non significa dire che dobbiamo ignorare ogni pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei o politiche migratorie antiebraiche, dovremmo certo allarmarci. Ma preoccuparci per ogni cosa allarmante che potrebbe appena ipoteticamente accadere è fuori luogo: ci sono cose molto più allarmanti che accadono già!

Si può replicare che, se le cose non sono più allarmanti, è solo perché gli ebrei, e altri, sono stati così vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno imparando, per evitare di farsi notare gli basta tacere sugli ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non vigila affatto, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse sembrano essere dovute molto più alla repulsione francese verso il neofascismo che alle ramanzine della Anti-Defamation League. Supporre che le organizzazioni ebraiche e i coscienziosi opinionisti pronti a gettarsi contro l’antisemitismo stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come affermare che Bertrand Russell e i quaccheri siano bastati a salvarci da una guerra nucleare.

Potremmo anche dire che, quali che siano i pericoli reali, essi sono comunque atroci per gli ebrei e riportano alla mente ricordi insopportabilmente dolorosi. Questo può essere vero per quei pochissimi che ancora hanno questi ricordi, ma non lo è per gli ebrei in generale. Io sono un ebreo tedesco, e potrei benissimo rivendicare il mio status di vittima di seconda generazione o di terza mano. Invece, me ne frego altamente degli accadimenti antisemiti o di un clima di crescente antisemitismo. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose, per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati d’ansia non hanno poi tanto peso, se li paragoniamo alle autentiche sofferenze fisiche inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei.

Tutto questo non è per sminuire tutto l’antisemitismo e ovunque. Si sente spesso parlare di perversi antisemiti in Polonia o in Russia, sia nelle strade che al governo. Ma, per quanto ciò possa essere preoccupante, è anche privo di ogni influenza derivante dai conflitti israelo-palestinesi, ed è decisamente improbabile che questi conflitti possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, che io sappia, in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una questione spaventosamente seria, possiamo solo concludere che il sentimento antiarabo è qualcosa di molto più serio. E siccome qualsiasi gruppo antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e contro gli arabi, essi possono essere combattuti non in nome dell’antisemitismo ma in difesa degli arabi e degli immigrati.Non vale neanche la pena di concentrarsi sulla minaccia antisemita che questi gruppi comportano, quindi. Basta combatterli in nome della giustizia per gli arabi e per i migranti.

Riassumendo, oggi il vero scandalo non è l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini e, in generale, gli ebrei si sono precipitati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa importa? Perché dovremmo dedicarvi attenzione? Il fatto che la guerra etnica di Israele abbia provocato dell’aspra rabbia è più importante della guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche momento, in qualche modo, questo odio possa teoricamente uccidere degli ebrei è più importante della brutale e concreta persecuzione fisica dei palestinesi e delle centinaia di migliaia di voti dati a chi vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma dimenticavo. Come non detto, ritiro tutto. Qualcuno con la bomboletta spray ha scritto degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.

[*] Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith includono gli attacchi contro Israele nel conto; parlano piuttosto di “Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani e palestinesi, usati dagli antisemiti” E, come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come delle fallimentari campagne paramilitari contro gli USA e Israele. Ma se anche le si include nel conto, non sembra particolarmente pericoloso essere ebreo al di fuori di Israele.

Michael Neumann è professore di filosofia alla Trent University, Ontario, Canada. Gli si può scrivere a: mneumann@trentu.ca

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America Latina, tanta roba

Non mi sfugge, purtroppo, quello che succede in altre parti del mondo, ma io in questo momento sono in Messico da due notti, dopo quasi tre mesi a Cuba, e sto per salire su un bus da cui scenderò tra altre due notti. Sono un essere umano composto da una persona sola, però, e, con la mia attenzione, faccio quello che posso. Lo dico per i portentosi sionisti apparsi nei commenti al post qui sotto: adoro il vintage, ragazzi, e mi avete fatto ripiombare nel 2005, ma vi rispondo settimana prossima, se volete. Anche perché quello che avevo da dire l’ho detto e il resto sono schermaglie dialettiche che servono a fare ammuina, niente altro.

Sto cercando di essere consapevole per quello che riguarda i posti in cui sono adesso. Ci ho messo quasi due anni a costruirmi una preparazione decente sulla storia e la cultura cubane. Non ne avevo idea: sono un’ispanista tradizionale, cresciuta in Spagna e laureata in letteratura spagnola. Il mondo latinoamericano lo conoscevo molto superficialmente, prima di venire qui, e la mole di roba da imparare è stata notevole, e ancora non so un cazzo.

Sono due anni che lavoro su Cuba. Ho imparato, ho capito, la vedo. So parecchio sull’immenso casino che è essere caraibici, essersi liberati dall’oppressione europea, ritrovarsi con l’oppressione USA, dovere scegliere se sopravvivere essendo schiavi di un paese straniero, con una classe media che ha accesso alle merci, o se essere indipendenti e con tutti che sanno leggere e scrivere ma con nessuno in grado di comprarsi un cazzo di barattolo di Autan contro le zanzare perché non li vendono, dove sei tu, e se li vendono costano troppo.

Dove mi piazzo io ideologicamente è, credo, abbastanza chiaro. Poi, però, sono anche un essere umano fabbricato in Europa, e l’Autan mi manca. Inoltre, anche tolto questo primo strato di me stessa – quello che vuole internet, che vuole parlare con sua figlia, quello che vuole lo yogurt scremato e i sapori diversi, quello che vuole essere un essere umano femmina di 50 anni e non un portafoglio erotomane che cammina – vedo che esiste un mondo intero che non conosco, fuori da una Cuba che ci ho messo due anni a conoscere. Ed è che qui non si finisce mai: è un continente, guarda un po’, e nessuno ti insegna a conoscerlo, se vieni da un continente diverso.

Ti dico, per esempio: a Cuba non sto facendo altro che leggere di come la rivoluzione messicana influenzò gli intellettuali cubani, a suo tempo. Ma io non so un cazzo, di rivoluzione messicana. Quindi mi tocca mettermi lì e saperne un minimo. Perché nessuno te le insegna seriamente, ‘ste cose, se sei un’ispanista europea, e quindi sei qui, tu e il culo che ti devi fare. E le tue impressioni: quelle che sono materia di riflessione seria e quelle da blog, che ti vedono umana e disarmata nel vasto mondo, e che ti impongono la fatica di prendere posizione anche se la tua ragione ti dice una cosa e la tua debolezza te ne dice un’altra.

Perché io sto qui e vedo ‘sti bimbi messicani che chiedono l’elemosina e sono bimbi inesistenti a Cuba. Oddio: anche a Cuba può succedere che un bimbo lo faccia, ma in modo estemporaneo, fuori dal sistema sociale e non per sopravvivere. Qui c’è una classe sociale che produce bimbi accattoni. A Cuba, non c’è.

D’altra parte, io non sono un bimbo messicano ma una signora europea, e il Messico colma i miei bisogni più di quanto non lo faccia Cuba. Sono inchiodata in questa contraddizione, quindi, e non è detto che sia un male. Ricordarsi che il mondo è un posto complesso fa sempre bene.

Festeggio, intanto, la mia wifi gratis aperta giorno e notte, e i mille aggiornamenti dei miei apparecchi elettronici che paiono tarantolati di notifiche, dopo quasi tre mesi di blackout cubano. Skype. Whattsapp. La posta elettronica, tutte le meraviglie. Mia figlia con la sua voce. Parlare con i miei cari spendendo 50 centesimi e non 30 dollari per dieci minuti. E il lavoro, anche. Avere accesso alla rete, ora che so molto meglio cosa cercare. Fare ricerca nel 2014.

Che vuoi che ti dica: mi sento Alice nel Paese delle Meraviglie, da quando sono sbarcata in Messico per rimanerci almeno tre mesi, e mi sento una merda per questo.

Nessuno sa cosa sarebbe stata Cuba senza l’embargo. Come nessuno può dire cosa sarebbe oggi il Medio Oriente se non fosse spuntata Israele come un fungo, lì in mezzo.

Vediamo, tutti, il risultato di un mondo costruito senza rispetto, senza amore, senza pensare ai figli di nessuno. E tutti cerchiamo di sopravviverci dentro, finché è possibile.

Io sono qui col wifi, il Messico che mi tratta assai meglio di Cuba, le cose che per me sono la vita, la comunicazione normale con gli stranieri di qui che non sono erotomani malati ma gente che ti parla col solo scopo di chiacchierare, i negozi con la merce dentro, e vorrei non sentirmi in colpa. Ma non ce la faccio.

Sono felice, felicissima di essere in Messico. Ci rimango fino all’ultimissimo giorno utile. Però Cuba non si merita che io stia qui afferrata a uno scoglio senza nessuna voglia di andarmene. Non dovrebbe essere così.

Vivo il ripugnante senso di colpa dell’Europea “ricca” (che ridere) che sa che, fosse nata latinoamericana e povera, non starebbe dove sta, in Messico, ma in qualche favela. Ma che, essendo europea, bacia il suo wifi e il suo yogurt scremato e si sente restituita al mondo, dopo tre mesi senza sentire la voce di sua figlia e sentendosi carne da sfruttamento e macello senza potere nemmeno dare veramente torto a chi ti fa sentire così.

 

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La Palestina, la sinistra ufficiale e il silenzio

Notavo, prendendo spunto da quello che leggo sui vari socialini, che la visione più politicamente corretta sul conflitto palestinese è, attualmente, il silenzio. Un silenzio anche rivendicato, come unica risposta alla complessità, come generosa ripartizione di torti e ragioni che non può non tradursi in afasia e che, anzi, deve farlo. In omaggio a una qualche par condicio del pensiero.

Come riflettevo altrove, però, nessuno si sogna di dire che, chessò, di fronte alla tragedia del Ruanda, la posizione giusta da assumere era quella del silenzio. O di fronte a qualsiasi altra tragedia politica e sociale, passata o presente. Da quando, mi domando, di fronte alle grandi tragedie politiche, la risposta più eticamente corretta è il silenzio? E soprattutto – soprattutto – a chi o a cosa serve, il silenzio?

Servisse a qualcosa di pratico, davvero, il silenzio sulla questione palestinese. A qualcosa di più utile del semplice sollievo dalla stanchezza personale di chi si è assai sgolato al vento. Servisse a qualcosa di serio, questo non pensare, non guardare, non fiatare. Questa presunta imparzialità che, come ogni imparzialità, serve solo a perpetuare lo status quo.

E servisse a qualcosa di pratico, seguendo il discorso, la perpetuazione dello status quo all’ombra del silenzio di noi tutti.

Servisse, chessò, anche solo a risolvere cinicamente il conflitto attraverso lo sterminio di ogni singolo palestinese. Sarebbe una soluzione come un’altra, a ‘sto punto: mentre noi guardiamo, tutti insieme, dall’altra parte, voi li sterminate tutti e poi, oplà, niente più palestinesi, finito il problema. Ci scandalizzeremmo per tipo, due minuti, fino al prossimo mondiale di calcio, e poi avanti verso una vita felice.

Perché ci sono solo due modelli di conclusione per la questione palestinese, a mio parere: il modello sudafricano e quello statunitense. Degli indiani d’America, dico. La soluzione “due stati per due popoli” è una cazzata, lo sappiamo tutti e gli israeliani più di tutti. Basta guardare una cartina, per saperlo. Basta immaginare, in una prospettiva di secoli, che mostruosità sarebbe la conservazione a oltranza di uno stato etnico. Le leggi per preservarlo, le politiche. L’ottica religiosa sempre più estrema. In una prospettiva di secoli, ché gli Stati si suppone che debbano durare. E’ una cazzata, dai. Per giunta terrificante per gli israeliani stessi. Io non credo che ci vorrei vivere, in uno stato etnico italiano armato fino ai denti, nei secoli dei secoli, con tutti che ci sposiamo tra di noi per preservarci identitariamente e via dicendo.

E quindi, niente: Sudafrica, ovvero tutti a convivere e un voto a testa, oppure Stati Uniti, con pochi indiani sopravvissuti nelle loro riserve. Ovviamente, nei desideri più o meno confessabili di molti di noi, l’epica dei cowboys, coi palestinesi al posto degli Apaches, è più appetibile di un mondo in cui i negri che votano sono più dei bianchi. Lo capisco.

Il problema è che la società araba è più vitale, demograficamente, culturalmente e linguisticamente, di quanto non fosse quella dei pellerossa quando combattevano. Anche depauperandola culturalmente ed economicamente, distruggendone scuole e infrastrutture, tutto ciò che ottieni è peggiorarla, renderla in prospettiva più spiacevole e puzzolente, ancora più negra. Ma, numericamente, non la abbatti. Continuerà a stare lì.

Nemmeno con un programma massivo di sterilizzazioni, credo, si risolverebbe il problema. O forse sì, chissà. Pensiamoci, ma c’è sempre il problema della diaspora che, per giunta, non smette di avere la fissa del “diritto al ritorno”. Per andare a sterminare quelli bisogna passare al pettine fitto il pianeta intero, ce n’è fino in Cile, fino in Perù. Tantissimi in Giordania, Siria, Libano e via camminando. Mo’ ti voglio, a sterilizzarli tutti. Come fai.

E quindi, alla fine, la soluzione del conflitto sarà il modello Sudafrica. Noi non lo vedremo, purtroppo, ma non esiste altra possibilità. Israele ha già perso, ha perso dal primo giorno. Perché l’ha impostata male, troppo male. Non era il posto giusto, la Palestina. Lo dicono i fatti, non lo dico io. Lo dicono i morti a milioni che ‘sta scelta è costata da quando è stata fatta, in tutta la regione, in un effetto domino che, a prevederlo allora, magari avrebbe fatto cambiare idea pure al più sfegatato dei sionisti. Ma è andata così, e non c’è buon senso che non obblighi a prevedere che non esiste via d’uscita che non sia il Sudafrica.

Siccome lo sappiamo, i morti di oggi e quelli di domani sono doppiamente insopportabili. Perché muoiono, e perché muoiono inutilmente, senza che cambi di una virgola ciò che è già scritto. Quanto debba essere ancora lunga, ‘sta strada lastricata di morti che porterà all’inevitabile traguardo senza alternative, dipende solo da noi. Siccome siamo gente cattiva e stupida, sarà lunghissima.

 

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Io, Cuba e ‘sta serata a spasso

Stasera un tizio (uno che lavora in Rai, non a caso) mi ha detto una cosa illuminante su uno dei miei maggiori problemi a Cuba. Io gli dicevo che di fronte a qualsiasi bella immagine, pure quella del nero che suona il sax da solo sul Malecon, sento di averla già vista in mille film e documentari e non mi emoziono mai.
E lui mi ha detto che è quello che succede a New York, per esempio, e che comunque: “Questo è un merito del cinema, non è un demerito di Cuba”. Ha ragione. Non l’avevo mai vista così.
Anche se suppongo che sia un demerito dello stesso cinema il fatto che, al contrario, tutto quello che di bellissimo succede in Medio Oriente mi sorprenda sempre perché nessuno lo filma mai.

Incontrare un italiano capace di concepire una frase intelligente vale comunque già un’intera serata, da queste parti.

Era seduto al tavolo accanto al mio alla Carboncita, mangiava da solo e, benedetto ragazzo, con gagliardo appetito. Era alla carne con patate dopo la pizza quando una cubana lo ha abbordato sedendosi al suo tavolo con un bicchiere di rum in una mano e un Montecristo spesso quanto il mio polso nell’altra. Collanona di perle anni ’20, lunghe gambe tatuate, tacchi altissimi e barocchi, una lunga lista di uomini di cui parlare. Non potevo non ascoltare, ero lì accanto. Ci è passata accanto un’altra coppia che aveva finito la cena. Lui tracagnotto e italiano, lei in tenuta sadomaso con lunghi stivali borchiati, minishorts e top di pelle nera, berretto da SS, capello biondissimo e un orsacchiotto di peluche rosa sotto al braccio. La tizia col Montecristo commenta scandalizzata e poi nota che anche io sto ridendo. Scambiamo due parole sul suo sigaro. Poi lei torna al suo monologo, è eccessiva, troppo avvolgente, esagerata, il povero italiano boccheggia un po’ e poi approfitta di una sua momentanea assenza per lanciarmi una muta richiesta d’aiuto da un tavolo all’altro. “Che fai, fuggi o cedi?”, gli chiedo io. “Fuggo, fuggo”, fa lui. Poi abbiamo chiacchierato un po’ ed era, appunto, intelligente. Che cosa insolita.

Le chiacchiere mi hanno tolto la voglia di andare a dormire, ovviamente, ma non mi hanno fatto venire quella di andare per locali. Me ne sono venuta all’Hotel Presidente, mia base di questo periodo grazie alla portentosa linea internet a soli (!) quattro dollari e mezzo l’ora 24 ore al giorno, e mi sono piazzata a scrivere al solito bancone di mogano. Mi piacciono ‘sti banconi, che devo fare.

Ecco: tra le cose che mi piacciono di Cuba, i banconi di legno scuro dei bar sono forse al primo posto. Come i bar stessi e la loro aria da prima metà del Novecento. Il fermo immagine cubano, per cui ogni ufficio o banca o bar del paese ti sembrano il set di un fumettone su Superman o qualcosa del genere, quelle robe con la protagonista femminile che fuma da un lungo bocchino con i capelli tutti gettati da un lato. Poi, per fortuna, mi piacciono anche altre cose. Vediamo cosa.

Vabbe’, le cose che ho già scritto altre volte: il fatto che ci siano diritti, l’istruzione, la sanità, ma stasera non volevo parlare di politica. Anche se, alla fine, mi sa che la politica è la cosa che apprezzo di più a Cuba, nonché la cosa che finisce sempre col rimandarmi al mittente le mie stesse – troppo – facili critiche. Pensate di me quello che volete, mi assumo la responsabilità di quello che dico: ritengo che la cosa migliore di Cuba sia Fidel. Senza, questo posto non so cosa sarebbe. Il giorno in cui sarà possibile coniugare questo pezzo di mondo con la dignità senza passare attraverso i Castro, fatemelo sapere. Per il momento, la vedo durissima.

Mi piacciono, di Cuba, le stesse cose che detesto. Detesto il ruolo di noi stranieri, il nostro essere in fondo alla scala sociale e anche al sottoscala, la nostra funzione di polli perpetui senza riscatto possibile. Amo, allo stesso tempo, la solidarietà che hanno tra di loro i cubani, il loro fare catenaccio, il “grande complotto cubano” che li rende tutti fratelli a nostre spese, il loro “noi contro tutti” che è nel DNA del paese e di cui sono vittima ma che, allo stesso tempo, ammiro.

Detesto la fatica che ti costa fare ogni più piccola cosa, e le frasi che più senti ripetere quando sei qui, a partire da quello che dovrebbe essere lo slogan nazionale: “No es fácil”. Lo senti dire come intercalare: quando sei in coda, quando manca un prodotto o anche la luce, quando l’autobus non arriva o hai una sfiga qualsiasi o quando si parla, semplicemente, della vita. Nessuno dice mai: “Es difícil”. Si dice che “no es fácil”. E questo mi piace.

Accanto a “no es fácil” c’è la ben più tremenda “No hay conexión”. Quando ti dicono che “no hay conexión”, sai che ti aspetta l’inferno sotto forma di pellegrinaggio da una banca all’altra per prelevare soldi in qualche modo, mentre i quattrini che ti rimangono in tasca diminuiscono sempre di più e te la cominci a fare a piedi sotto al sole perché temi di dovere ormai scegliere tra prendere un taxi o mangiare. Mai ridursi all’ultimo momento per prelevare, a Cuba. Mai fidarsi di nulla di tecnologico o meccanico. Mai pensare di fare presto a sbrigare alcunché. Questo è un paese che richiede organizzazione. Ferrea, e per tempo.

Poi, per contro, c’è il miracolo: la tua gioia da bambina quando la macchinetta del POS sputa fuori, festosa, la tua autorizzazione a un pagamento. Ti batte il cuore, pensi che Dio abbia guardato giù verso di te. La sorpresa festosa di sapere che al Presidente hanno ancora tessere per collegarsi a internet, anche se è sera e non ci speravi proprio e diventi persino un po’ rossa, baceresti l’impiegata. Quella stessa impiegata che altrimenti ti direbbe “no hay” con l’aria distante e scostante e il sottotesto di “Non scassarmi il cazzo e arretra senza fiatare”, e invece ora addirittura ti sorride e tu ti commuovi tutta. A Cuba impari a non dare niente per scontato, e ogni volta che qualcosa va come la desideri è una festa autentica, il cuore che, letteralmente, si fa sentire. E poi sono belli certi piccoli gesti gentili, la solidarietà cubana quando decide di includerti. La fila in cui qualcuno, indicandoti, dice che “la compagna è prima di me” salvaguardando il tuo posto,  e sono le volte in cui ti senti un pizzichino meno straniera. Ma anche le volte in cui sei stranierissima e un cubano, dimostrandoti una coscienza di classe dinanzi a cui puoi solo toglierti il cappello, ti spiega perché. Ricordo un viaggio tra Guantanamo e Santiago, e il taxista che voleva da me un dollaro in più di quello che chiedeva ai suoi compatrioti in cambio del “privilegio” di farmi sedere davanti. E io che protesto, che mi dico discriminata, che rivendico di pagare come gli altri visto che viaggio come gli altri. E lui che mi fa: “Ma lei non dorme come me, e non mangia come me”. E io ammutolisco. Ha ragione. Caccio il mio dollaro e taccio per sempre. Cuba sa insegnarti delle lezioni, per quanto la cosa lì per lì ti faccia incazzare.

Torniamo sempre lì: il meglio di Cuba, per me, è la politica, figlia della sua storia. E’ la sua offerta culturale, infinita. Sono i libri che compri a pochi centesimi, introvabili e impensabili in Occidente. La lettura della realtà che c’è in quei libri, alternativa e rigorosissima allo stesso tempo. Io che esco da ‘ste librerie con lo zaino pieno da rimanere stroncata sotto il peso di quello che ho comprato, e ho speso quello che avrei speso per un mojito.

E poi mi piace moltissimo salire, di notte, su una macchina colma di negroni con le catene al collo, gli avambracci da culturista, il cappellino da baseball al contrario e l’aria da gangsta e sapere che è un semplice taxi collettivo che mi porta a casa e che manco li sfiora l’idea di torcermi un capello, pure se gli basterebbe un mignolo per fare di me una polpetta. E’ sempre bello potere girare di notte e di giorno senza ricordarti della sempiterna menata di essere una donna che viaggia sola.

Per contro, io non ho accesso a quello che piace a tanti stranieri di qua perché non partecipo al grande gioco locale della seduzione. E’ un handicap ma non so cosa farci. Non sopporto di essere fraintesa ogni volta che scambio mezza chiacchiera con qualcuno. Il lavoro che faccio qui, per giunta, è solitario, è studio senza colleghi. Faccio il topo di biblioteca o l’occupatrice di tavolini, la mia socialità è minima e faticosa.  La famosa “allegria cubana”, quindi, mi è ignota o, al massimo, la situerei nell’Oriente dell’Isola. Molti la vedono diversamente da me e me ne compiaccio. Beati loro. Però, permettetemi che lo dica, io ricordo l’allegria egiziana, dove pure non giocavo a nessun gioco di seduzione ma non passava un’ora senza che, in strada, mi scappasse da ridere per qualcosa. Dovrei smetterla di fare paragoni, lo so, ma il cuore continuo a averlo in Egitto e le battute di lì, meno sarcastiche ma tanto più sottili, mi fanno ridere di più. Sarà che io sono mediterranea, non caraibica. Come gli egiziani, appunto. Non posso farci niente, è qualcosa che non va via.

Amare un altro paese non mi impedisce di rispettare profondamente questo in cui sono ora. Non fossi venuta qua, non avrei mai saputo quanto meritevole di stima fosse. Suppongo che sarei finita nello stereotipo di tanti europei. Proprio io, che disprezzo tanto gli stereotipi sul Medio Oriente. Ed è che non finiscono mai, gli stereotipi: appartengo alla cultura più apparentemente libera e più intimamente condizionata del globo.

Non saprò mai raccontare Cuba come, a suo tempo, raccontai l’Egitto. Sono diverse le condizioni, sono diversa io. Sono, però, grata di essere qui, per molte ragioni. Tra queste, c’è l’avere ritrovato il senso di cosa vuol dire essere di sinistra. Venendo da un mondo in cui la stessa differenza tra sinistra e destra viene messa in dubbio, mi sa che mi ci voleva. Come ho già scritto altrove, se qualcuno ha dubbi sulla differenza tra i due concetti, faccia un giro tra Salvador e Cuba. O tra Guatemala e Nicaragua. La differenza tra destra e sinistra diventa chiarissima, di colpo.

Potranno passare mille anni, ma questa rimarrà la cosa più importante che ho imparato qui. Ed è un ottimo motivo per essere grati a questa strana, bizzarra, difficile e importantissima isoletta che rende significativo un mar dei Caraibi che, altrimenti, sarebbe poco più che vacanziero.


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(A proposito) Il processo Valent: qualche conclusione

E’ da qualche mese che dovrei raccontare come è andata a finire la mia causa contro la Valent. Non riassumerò gli antefatti: sono da qualche parte e comunque non ne ho voglia. Questo post è per i “vecchi” di questo blog e lo scrivo perché le storie devono avere una loro completezza, non sta bene lasciarle in sospeso.

Qualcuno ricorderà che, quando Dacia Valent cominciò a scrivere cose sciocche sul mio conto, dichiarò che sperava che io la denunciassi, ché non vedeva l’ora di vedermi in tribunale e chissà come lo avrebbe trovato divertente. Senonché, quando poi l’ho denunciata davvero, in tribunale non si è mai vista. Contumace a ogni udienza. Alla fine non veniva nemmeno il suo avvocato,  cosa che mi spiego solo ipotizzando problemi di onorari, tanto che il giudice a un certo punto, stanco di nominarle difensori lì per lì, minacciò di segnalarlo all’Ordine. Ma questo è successo dopo. All’inizio veniva, il suo avvocato, e cercava di rabbonire il mio con certi accenni alla sua assistita e alle sue incasinate cause pendenti che, devo dire, non mi commuovevano ma nemmeno mi irritavano. Questa causa l’ho portata avanti nello stesso modo in cui scrivo questo post: perché le storie devono avere uno svolgimento e una conclusione, è una questione di ordine mentale. Ma con un certo distacco. Del resto, dal momento in cui denunci una persona fino a quando arrivi a una sentenza passano anni. Se non si arrivasse al distacco, una starebbe poco bene.

All’epoca dei suoi primissimi post non l’avevo denunciata: avevo la causa contro Magdi Allam per la testa e speravo che la piantasse da sola. Poi, visto che invece di stancarsi si ringalluzziva per il mio silenzio e insisteva, non mi rimase altra scelta che cominciare a denunciarla. Ogni volta che mi insolentiva, stampavo il post e lo portavo alla Polizia Postale che, casualmente, era pure vicino a casa mia. Eccheddiavolo. Il risultato è che, a un certo punto, le cause contro di lei sono diventate più di una. Alcune mie denunce sono state unificate, altre no, ed è finita che i processi sono diventati due e io sono andata a testimoniare due volte davanti a due tribunali diversi. A Roma, tra un viaggio a Cuba e l’altro. Sono un tipo cocciuto, a modo mio, e non mi preoccupa stancarmi per un buon motivo. Una sentenza ce l’abbiamo, quindi, e l’altra arriverà.

Testimoniare su ‘ste cose è strano. Sali là sopra, davanti al giudice, giuri di dire la verità, parli in un microfono, ti senti un po’ un testimone di cose di mafia, come li hai visti in tv. Poi è una storia così complicata che fai fatica a riassumerla, ha mille diramazioni, hai la costante sensazione di non riuscire a trasmetterla. Ricordo che anche a scriverla ho sempre fatto la stessa fatica. Deve essere la storia che ho raccontato peggio.

Ho avuto un’avvocata – Silvia Tropea del Foro di Roma – rassicurante, oltre che brava. Io arrivavo lì disorientata, tra un viaggio intercontinentale e un secondo viaggio tra Genova e Roma, col treno all’alba e il fuso orario sballato e intanto la vita era andata avanti, avevo problemi freschi di giornata a cui pensare. A un certo punto del secondo processo, mia figlia stava addirittura divorziando; figurati la fatica di stare a concentrarmi sulla Valent. Silvia, oltre ad avere l’assoluto controllo della situazione, è ironica, è divertente, è buona, è una persona profondamente perbene. Ti sembra di avere accanto un trainer bonario che ti fa scivolare via lo stress. E’, quindi, esattamente la persona che vorresti avere al fianco in una cosa del genere. Grazie a internet, al blog e a Barbara (che non linko qui per non mischiarla a ‘ste cosacce) per avermela mandata. Da internet esce sempre il meglio o il peggio, le vie di mezzo sono rare.

Insomma: sono andata quando dovevo testimoniare, Silvia ha fatto il resto e poi è arrivata la sentenza. La Valent è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione e al pagamento di ventimila euro di risarcimento danni.

Riporto qualche stralcio della sentenza:

“La persona offesa costituita parte civile [ovvero io] è apparsa assolutamente attendibile, siccome precisa e puntuale nella sua deposizione, nonché priva di particolare accanimento rancoroso nei confronti dell’imputata, nonostante le plurime denunce che ha riferito di essersi vista costretta a sporgere nei confronti della Valent per le esternazioni frequent di quest’ultima (cfr. deposizione in atti dell’agente operante che ha raccolto le denunce ed accertamenti svolti dall’ufficio del PM.)

[...]

Appare quindi indubbio che l’imputata debba andare dichiarata colpevole del reato ascrittole, senza che alla medesima possano concedersi le circostanze attenuanti generiche od i benefici, in ragione della particolare inclinazione dimostrata a commettere reati del genere di quello per cui si procede (vedi sentenza irrevocabile in atti del tribunale di Roma del 21 maggio 2008).

[...]

Visti gli artt. 533, 535 c.p.p., dichiara DACIA VALENT colpevole del reato ascrittole e, per l’effetto, la condanna alla pena di anni uno mesi sei di reclusione e della multa di Euro 800,00, oltre alle spese processuali,

visto l’art. 538 ss. c.p.p., condanna DACIA VALENT alla refusione di spese di costituzione di parte civile, in favore della stessa, che si liquidano in Euro 1.600,00, oltre oneri come per legge, nonché al risarcimento del danno nei confronti della stessa, che si liquida in via equitativa in Euro 20.000,00, oltre interessi e rivalutazione;

[...]

Che effetti pratici avrà questa sentenza? Mah. Per quanto riguarda la condanna alla reclusione, è improbabile ma ormai non impossibile: le sue condanne si accumulano da anni, non sono certo stata l’unica a denunciarla. Dovesse accumulare ancora altri anni di reclusione, la sua situazione finirebbe col farsi delicata e richiedere prudenza, credo.

Per quanto riguarda il risarcimento, invece, è noto a tutti che tra qualche anno – ormai nemmeno moltissimi – dovrebbe raggiungere la sua agognata pensione di europarlamentare. Se per allora saremo entrambe ancora vive, mi unirò alla fila dei suoi creditori, con cocciuta pazienza. Vedremo.

Come mi sento? Be’, sono stata contenta, ovviamente, ma non è che abbia avuto chissà quale trionfante sensazione di vittoria. Tutti quei post della Valent furono causati, in principio, dalla necessità di un “facimmo ammuina” che confondesse le acque per coprire il fatto che la Valent aveva mandato a Magdi Allam delle cose mie affinché le pubblicasse. In questo, lei ebbe l’appoggio pieno dei suoi due consapevoli sodali, Sherif el Sebaie e Miguel Martinez. La differenza tra lei e questi ultimi, è che loro furono più scaltri e prudenti e lei più irruenta e fuori controllo. Ma non è che gli uni siano moralmente migliori dell’altra. E’ solo che l’altra compie reati chiari e diretti, ecco.

Cosa ne è stato di tutta questa gente, a distanza di anni?

Magdi Allam, dopo anni di pellegrinaggi religiosi e di irrilevanza politica, è stato appena trombato alle elezioni europee. Il suo ex Corriere della Sera, nel fare la lista dei trombati eccellenti, si è addirittura scordato di mettere il suo nome accanto a quello degli altri. Cito testualmente, dal giornale che lo ha avuto come vicedirettore: “Tra i bocciati di queste elezioni ci sono anche altri nomi illustri, come quelli di Clemente Mastella, Paolo Guzzanti, Melania Rizzoli, e dell’ex portiere Giovanni Galli.” La foto di Allam è presente alla fine della galleria dei trombati, ma il suo nome non è tra gli illustri. Non credo che siano fieri di averlo avuto come vicedirettore, e mi piace pensare che il suo incidente con me non abbia giovato alla sua reputazione là dentro.

La Valent è semiscomparsa. Qualcuno mi dice che gioca a Farmville su Facebook, perlopiù. Qualunque obiettivo si prefiggesse, nel provocare scandaloni inutili, direi che lo ha mancato.

Sherif el Sebaie è sempre lì, rabbioso, che scrive cose del tipo che è bene condannare a morte i Fratelli Musulmani a centinaia alla volta, ché quello è il modo giusto di trattarli. Mi domando cosa ne pensino Piccardo e musulmani italiani vari. Quest’ultimo, anni fa, gli fece addirittura fare scrivere la prefazione a un suo libercolo da Franco Cardini. Suppongo che se ne sia assai pentito. Per il resto, Sherif non è mai riuscito a richiamare l’attenzione come avrebbe voluto. E, d’altronde, un Magdi Allam in questo paese c’è stato già, non ne serviva un secondo. Ah: non si fa più passare per “dott.”, almeno quello.

Miguel Martinez sta sempre lì appresso ai 5 per mille, come ai tempi della IADL. Stavolta si è impegolato in qualcosa di ecologico, a quanto pare. Sarà una reminiscenza del suo passato nella setta, quando convinceva la gente ad affiliarsi portandoli a vedere nidi di uccelli nei boschi. Dice ancora che trova interessanti gli scritti di Sebaie, contro ogni senso del ridicolo. Pensa a cosa si arriva, quando si hanno vergogne da coprirsi a vicenda.

E il mio ex di allora, Hamza? Qualche volta mi ha mandato dei saluti a cui non ho risposto, mi sembrano cose inutili. Qualche altra volta gli ho detto di mettere al suo posto gente, tipo Sherif o un tizio del Campo Antimperialista di cui non ricordo manco il nome, quando lo tiravano in ballo in polemiche con me, e lo ha fatto. Poi, qualche tempo fa mi ha chiesto se poteva fidarsi di un suo “fratello”, voleva sapere che posizione avesse preso costui ai tempi della nostra diatriba. Gli ho risposto qualcosa del tipo: “Ti dava torto, come era giusto e onesto fare visto che avevi torto. Quindi, sì, direi che puoi fidarti”.

Hamza mi deve della gratitudine per come ho protetto lui e i suoi cari quando c’è stato da farlo, e a prescindere dalle nostre differenze. Fossi stata una donna diversa, ne avrei fatto coriandoli e lo sa. Ma la gratitudine è un sentimento ingombrante che richiede spessore e intelligenza, due cose che in lui non abbondano. Il suo punto di forza è sempre stato un altro: un narcisismo patologico che genera un’energia tutta rivolta verso se stesso, e che è abbastanza forte da convogliare su di sé pure l’energia di chi gli sta accanto. Possiamo chiamarlo carisma, in qualche modo. Ti può attrarre anche se non lo stimi. Se avesse avuto più spessore e intelligenza, del resto, tutto quel casino non sarebbe successo. Mi dicono che, in pubblico, ancora gli capita di dipingermi come una strega cattiva. Si vede che gli è utile, nel senso ampio del termine. Accettare che una possa essere migliore di lui deve essere complicato, per chi si crea un’identità da leader spiritual-politico e qualche volta vuole crederci pure.

In generale, tra protagonisti e comparse, posso ancora ribadire, a distanza di anni, che in questo mondicello attorno all’islam italiano ho incontrato quella che è, in assoluto, la peggiore gente che io abbia mai conosciuto in tutta la mia esistenza. Un ventaglio di personaggi con un ventaglio di storture che avevano la follia a un estremo e la delinquenza nell’altro estremo. E tutte le sfumature dell’una e dell’altra nel mezzo. Mai incontrata una così alta concentrazione di persone spaventose in un unico ambiente. Mai, proprio mai nella vita. E non ho vissuto poco.

Questa consapevolezza è ciò che veramente mi rimane di tutta quella vicenda. E’ interessante ed è utile dal punto di vista esistenziale, dell’esperienza, della conoscenza del mondo. Tornassi indietro, non ci rinuncerei. E’ stata però molto dolorosa dal punto di vista politico e, più in generale, delle cose in cui credo. Il maltrattamento brutale di una passione che era grande. Razionalmente, e anche affettivamente, continuo a credere nelle cose in cui credevo allora. Il mio senso della giustizia non è cambiato, la mia vicinanza e il mio interesse per le parti aggredite del mondo sono intatti. So distinguere tra le persone e i principii.

Ma l’irrimediabile, inutile bruttezza che gravita attorno a cause che meriterebbero difensori migliori rimane lì, ed esserne consapevoli ha un costo, per quanto riguarda l’intensità con cui si vivono le cose e la speranza che possano cambiare.

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Verso L’Avana, inciampando in Varadero

Continuo ad andare verso Occidente, con calma. Sto comunque lavorando, non c’è bisogno che mi scapicolli per arrivare all’Avana. Trascorro a Camagüey altri due giorni assolutamente analoghi a quelli dell’andata, con l’unica differenza che la gente si ricorda di me e mi saluta, nei locali in cui ritorno. Da qui all’Avana è ancora lunga, devo spezzare il viaggio e decidere dove fare la prossima tappa. Però è quasi un mese che viaggio e la mia curiosità comincia a essere sazia, non immagino una nuova meta che mi possa stupire. Mi succede ogni volta, a Cuba: dopo un po’ mi stanco, mi si esaurisce il desiderio di fare e di vedere. Probabilmente soffro le isole, alla lunga.

Camagüey si riscatta quando passo davanti a un centro culturale e decido di finire lì la mia serata. C’è una donna che canta accompagnata da una ragazza al piano. Il repertorio non è banale, percorre la storia musicale di Cuba. Ed è intervallato dalla lettura di poesie di Nicolás Guillén, importante poeta cubano che non conosco quanto dovrei e ne approfitto per colmare lacune. Fino a quando la cantante non si accorge di me, apprende che sono italiana e si mette in testa di farmi cantare a tutti i costi le canzoni di Laura Pausini, costringendomi alla fuga.

La mattina dopo vado alla stazione dei bus con le idee poco chiare, intenzionata a prendere il primo mezzo verso Occidente. Che risulterà essere diretto a Varadero.

“No quiero ir en su carro a Varadero” (interessante canzone dedicata alle italiane che pagano gli uomini a Cuba)

Varadero è la perla del turismo di Cuba. Ma siccome qui siamo snob, in anno e mezzo che frequento l’Isola non ci avevo mai messo piede, benché sia a 150 km scarsi dall’Avana. I fatti dimostreranno che non sbagliavo a starne lontana.

Il posto in sé è una lunghissima striscia di terra che, per quello che ci interessa, è fatta da un’interminabile strada principale attraversata da un centinaio di strade piccole. Parallela alla stradona lunga c’è la spiaggia.

Chi dice che la spiaggia di Varadero sia la più bella del mondo non deve averne viste molte: è una spiaggia lunghissima, di sabbia chiara, con le sue brave palme e un mare indiscutibilmente molto bello, ma dovrebbe essere più curata, specie attorno ai bar dove spiace vedere mozziconi e bicchieri di plastica abbandonati. E dietro c’è questa stradona, come dicevo. Che vuol dire che ogni cosa è a molti isolati dall’altra, e se un bancomat non funziona devi andare a quello dopo, che è al capo opposto della stradona, 40 o 50 isolati in più in là. E il posto dove si mangia decentemente è a venti isolati, internet è a trenta isolati tornando indietro e così via. Lungo la stradona, un susseguirsi di taxi e coco-taxi che ti sparano tariffe fuori dal mondo e da qualsiasi mercato, cubano o europeo che sia, e che dipendono solo dall’umore del tassista. Per lo stesso percorso ti possono chiedere un dollaro o cinque, e con tutta l’arroganza di chi è abituato a masticare turisti tutti i giorni. Mentre tu scarpini sotto al sole cocente e, pur di non avere a che fare con ‘sti tizi arroganti, ti fai venire le vesciche ai piedi, in pieno scontro tra la loro cocciutaggine e la tua. Per una come me, Varadero è la raffigurazione dell’inferno.

Né le avventure del mio arrivo contribuiscono a rendermi ben disposta verso il luogo. Perché arrivo di sera tardi, quando le casas particulares sono buie e sprangate, e decido di andare in albergo. All’hotel de cuyo nombre no quiero acordarme (ma lo farò per Tripadvisor, ‘sta cosa grida vendetta) la signora della reception mi dice che certo che c’è posto. Poi mi guarda e mi fa: “Ma perché non va in una casa particular, le conviene, ne conosco una qui vicino”. Il punto è che i cubani prendono una commissione, quando ti portano in una casa particular, mentre l’albergo è statale e lei non guadagna niente se mi fermo lì. Ed è sera tardi, sono stanca, non mi fido della sua casa particular e voglio andare a dormire, quindi insisto per prendere la stanza in albergo. E lei mi guarda e fa: “Oh, avevo sbagliato, qui non c’è posto!” Da prenderla a schiaffi. Ma intanto si è fatta l’una di notte passata e devo cedere. Finisco in ‘sta casa del cavolo che abbandono la mattina dopo, ma intanto sto già tirando giù tutte le madonne possibili.

Io di Varadero ho capito una cosa: è un posto che ha senso se te lo vivi da dentro un resort e uscendone il meno possibile ché, tanto, non è che fuori ci sia molto da vedere. Dal resort sfrutti la spiaggia al suo meglio, hai tutto a portata di mano, sei in una bolla che ti permette di isolarti dai cacciatori di turisti, non devi negoziare anche per respirare l’aria e quindi alla fine ti conviene pure economicamente, ché da viaggiatore indipendente spendi comunque cifre senza senso e per giunta ti incazzi. Infine, cosa da non sottovalutare, se te ne stai in un resort i tuoi soldi finiscono allo Stato cubano, che di sicuro li spenderà meglio degli avvoltoi in cui incappi altrimenti.

Sono rimasta lì due giorni, ho collezionato decine di aneddoti di cui voglio solo scordarmi e infine sono fuggita. Venendo da Varadero, quando finalmente arrivi all’Avana ti viene voglia di inginocchiarti e baciare il suolo. Mai più. Sarà sicuramente un posto bellissimo per la maggioranza dei turisti, ma io non sono fatta per questi luoghi. Delle cose che amo di Cuba, lì c’è pochissimo, e in compenso c’è parecchio di ciò che proprio non mi piace. Chi mi somiglia vada a Baracoa, che è meglio.

(Niente foto, non c’era niente che mi ispirasse)

 

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Di nuovo a Las Tunas

E poi sono tornata a Las Tunas che, senti, ha un suo perché. E’ piccolina, rurale e tranquilla e tuttavia ha l’unico internet cafè vero che io abbia visto a Cuba, aperto fino alle 11,30 di sera e con una linea degna di questo nome mentre a Santiago, per dire, ti colleghi da due Etecsa in croce, dopo una lunga fila, e solo fino alle sette di sera. Misteri di Cuba.

E poi se magna, a Las Tunas. Benedetti italiani, la loro esistenza non è vana.
Lo so che a Cuba parlo sempre di cibo, ma che posso farci. Io sono stata in tanti posti, nella mia vita, ma le difficoltà che ho col cibo qui non le avevo mai avute. Se non, forse, quando vivevo nella provincia inglese, a 14 anni, e pure lì rimanevo a fissare il soffitto, certe notti, e a ricordare il sapore del cibo vero. A parte quel remoto ricordo, non ricordo di essermi mai aggirata affamata per l’Egitto, o per qualsiasi altro posto, vagheggiando una cucina a me affine. Che diavolo. A Cuba, invece, mi succede. A me il riso e fagioli non piace. E’ un diritto umano, che non piaccia il riso e fagioli. Io, se posso mangiare da connazionali capaci, mentre sono a Cuba, e sfuggire alla dittatura del fagiolino strabollito, sono più contenta. Tanto vale farsene una ragione.

Al ristorante dove finisco stasera, gli italiani davanti a me sono un tale sulla quarantina, tamarramente belloccio, coi capelli alle spalle e una maglietta col coniglietto di Playboy e sotto la scritta “Miami”. Sì, proprio Miami. Poi c’è un ragazzotto con più basette che lumi: le due cose sono visibili. Spero per lui che sia almeno innamorato di qualcuna, giovane com’è. E infine c’è un panzone forse lombardo, abbronzatissimo, in calzoni corti e canotta, pieno di braccialetti colorati, sulla sessantina. E’ un po’ sbronzo, molto rumoroso, ed è accompagnato da una mulatta che avrà vent’anni e che cerca di mantenerlo nei limiti delle buone maniere. Lui chiede spaghetti al pesto (“Ma che sia un piatto come si deve, non come l’altra volta che mi avete dato un assaggio!”) e, tra una forchettata e l’altra della sua montagna di pasta, schiocca grossi baci alla mulatta. Ah, l’ammore.

Rifletto sul fatto che anche i conquistadores spagnoli erano, in linea di massima, dei poveracci, eppure una loro funzione culturale l’hanno svolta, che ci piaccia o no. Questi italiani nostri non portano una lingua e una cultura ma almeno du’ maccheroni li portano. Ci accontentiamo.

La piazza principale di Las Tunas ospita, tra le altre cose, un grande cinema-teatro la cui programmazione, come sempre a Cuba, ha un suo spessore culturale. Questa settimana è stata dedicata a Humberto Solás, con film e dibattiti.

Questo è un limite curioso del libro di Millar: non menziona, mai, l’offerta culturale di questo paese, che pure è una delle cose che non possono non sorprendere chi viene dall’estero. Per quanto l’autore sia acuto e preparato, la sua Cuba è fatta di jineteros, poveri di ogni risma, l’umanità in cui più facilmente incappano i forestieri, per quanto – anzi, a maggior ragione – cerchino di entrare in contatto con la cosiddetta “vera Cuba”, ammesso che il “vero + paese a caso” esista. Ne deriva una visione dell’isola che, certo, è sincera, ma è anche lacunosa e distorta. Del resto: 1) con uno straniero di passaggio, ovunque nel mondo, è più facile che ci chiacchieri uno sfaccendato che un professore universitario o un medico, per dire; 2) certe cose – un cinema, banalmente – le cerchi se conosci bene la lingua. Altrimenti è difficile uscire dai bar; 3) l’occhio umano è fatto per vedere ciò che vuole vedere, il cervello è pigro e cerca più conferme che sorprese. Se la tua idea di Cuba è quella di un paese povero e hai poco tempo per esplorarla, parlerai con la gente delle sue difficoltà economiche e non ti verrà nemmeno in mente di guardare le programmazioni dei teatri e l’affluenza ai dibattiti culturali. Cose che però, a loro volta, sono “vera Cuba”.

E’ sabato e le molte strade pedonali della città si preparano a una serata di festa, con decorazioni, tavolini colmi di dispensatori di birra, orchestrine e cantanti e tavoli con sopra dei maiali tutti interi arrostiti, con coda pelosa e tutto. Tra un po’ si balla.

Passo davanti alla casa-museo dedicata al cittadino più illustre di Las Tunas, Vicente García, e entro. Costui era un vecchio generale mambí, che è come a Cuba chiamano i loro partigiani che, nell’Ottocento, combatterono contro la Spagna per l’indipendenza dell’isola. Come altri generali dell’epoca, era un terratenente di ottima famiglia creola, discendente da spagnoli ma ormai cubana, con i suoi allevamenti, la sua casa padronale, i suoi schiavi. E, come gli altri generali, combattè una guerra che avrebbe portato non all’indipendenza (non ancora) ma comunque alla liberazione degli schiavi e, anche, alla messa a ferro e fuoco di buona parte dell’isola, letteralmente trasformata in terra bruciata per non lasciare agli spagnoli nulla da possedere. Vicente García diede fuoco a Las Tunas partendo dalla sua stessa casa, e quella che visito ne è la ricostruzione. Dell’edificio originale rimangono qualche trave ancora mezzo bruciata e le colonne, ristrutturate. Quella generazione di mambises venne sconfitta, tuttavia, e Vicente García partì per l’esilio, destinazione Venezuela. Lì, i vendicativi spagnoli lo assassinarono riempiendogli la sua verdura preferita di schegge di vetro che gli causarono una peritonite. Ci vuole della fantasia.

La mia guida, una bella signora che racconta le cose con molta passione, mi mostra i ritratti di lui e della moglie e di altre signore molto attive nella lotta. “Certo che in tutte le vostre rivoluzioni c’è una presenza femminile importante”, commento io. E lei: “Senza dubbio! Pensi che Donna Beatriz, la moglie, venne chiusa in casa dagli spagnoli senza cibo né acqua per farle confessare dove fosse il marito, e lei vide morire di inedia i suoi due figli più piccoli ma non parlò”. So’ cocciuti, i cubani.

Mi spiega che il museo funziona soprattutto per i ragazzini delle scuole. Di turisti, qui, ne circolano pochi, e quei pochi difficilmente vanno al museo. C’è una sala dove tengono conferenze e, il terzo mercoledì di ogni mese, si riuniscono a bere la cachánchara, la bevanda a base di acquavite preferita dai mambises. Mi pare un’iniziativa lodevolissima. Ogni 26 di settembre, poi, festeggiano l’incendio della città fingendo di darle fuoco di nuovo, con falò e gente a cavallo. Dove diavolo ero, io, lo scorso 26 settembre, che mi sono persa tutto ciò?

Las Tunas mi pare, per quanto piccina e sperduta, meglio amministrata di altre città assai più blasonate. Io ci sto bene e mi metto a pensare che sarebbe bello fermarmi qui, quando sono a Cuba, se solo non fosse così lontana dall’Avana e dalle cose che devo fare per forza lì. Poi, però, arriva la notte delle elezioni europee e mi ritrovo a sentirmi sola e raminga. Perché, come dicevo, qui è pieno di italiani.

Notte di elezioni a Las Tunas

Il fuso orario fa coincidere i risultati elettorali con la locale ora di cena. Io, che li ho appena visti su internet, porto la notizia al ristorante del tizio italiano. Gli altri connazionali presenti si girano verso di me, io ripeto i risultati e vedo facce deluse ovunque. Quelli del tavolo più vicino mi fanno: “Vabbe’, sai che ti dico? Io mangio lo stesso.” “Che siete, grillini?”, chiedo io. Loro tergiversano, evitano di rispondere. Soliti vecchi con solita mulatta d’ordinanza. Davanti alle loro laide facce incazzate, mi sorprendo renziana per la prima volta in vita mia. Quello su cui mi affaccio è un baratro antropologico, molto prima che politico.

Quando si alzano per andare via, uno dei due zoppica e mi spiega: “Sono caduto dalla moto l’altro giorno.” Gli rispondo col sorriso più dolce che ho: “Alla sua età bisogna riguardarsi”.

Sarà per masochismo, sarà perché in fondo davvero mi piacerebbe commentare i risultati elettorali con qualche connazionale, faccio un giro davanti al Cadillac che è pieno di gente. Mentre ordino al bancone, arriva uno che urla al barista “Due caffè!”, come se fosse a Milano. Il barista gli dice di aspettare il suo turno, che diamine. Io, in segno di solidarietà, gli chiedo: “Ma qui come li sopportate, questi connazionali miei?” e lui: “No es fácil”.

Mi guardo attorno. Vecchi tinti di biondo, vecchi pieni di collanine, una ragazza che fa sconciamente saettare la lingua davanti all’italiano seduto con lei e lui sorride, beota. E, accanto, famiglie locali, gente normale, senza che ci sia una divisione tra i laidi e quelli che non lo sono. Siamo tutti lì, uno vicino all’altro. E io che volevo parlare di elezioni europee.

Il barista mi ripete quello che dicono tutti, che gli italiani (e solo loro: non c’è uno straccio di nessun altro straniero) vengono qui perché costa poco. “Stanno una giornata intera con un caffè”. E’ vero, noto che quasi nessuno di loro beve alcolici. Ma è un’ingenuità dei cubani pensare che sia per risparmiare, in un posto dove un añejo 7 años costa 90 centesimi di dollaro. Più semplicemente, questa è gente che deve scegliere tra l’alcool e le donne, se vuole concludere la serata, per quanto viagra abbia dietro. E’ un problema tecnico. E via col caffè, un caffè per ogni italiano presente, a mezzanotte.

No, non sono poeti: a Santiago sono caduta vittima di un miraggio. Oppure è un’altra razza rispetto agli italiani incontrati lì, questi non tirano la sfoglia nei sottoscala. Questi sono solo brutti, ma di una bruttezza che mi sanguinano gli occhi se continuo a guardarli. Che diavolo ci faccio qui.

“Posso farle una domanda?”, chiedo al barista. “Certo!” Ha una quarantina d’anni, una bella faccia da persona normale. “Lei se lo ricorda, come era qui prima che succedesse questo?” Non ho bisogno di specificare cosa. “Sì che me lo ricordo. Io ho vissuto una gioventù da re, rispetto ai ragazzi di adesso. Io uscivo la sera e con 50 pesos in tasca ero un re”. “Yo era un rey”, ripete, e guarda altrove. Io mi sento una merda, invece, e vado a casa pensando che domani vado via, ché di vecchi tinti di biondo che parlano di figa nella mia lingua non ne voglio più vedere. Dio, sii clemente, abbattici tutti con un fulmine.

 

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Ay, Santiago

Santiago mi porta sfiga, è un dato di fatto. Se all’andata ero stata azzoppata da un ragno, stavolta mi si rompe addirittura lo schermo del netbook. Non so come sia stata possibile, non ricordo assolutamente che abbia preso colpi: in tutti gli spostamenti, è sempre stato nello zainetto, infilato a forza tra la felpa e il prezioso accappatoio in microfibra. Eppure, maledizione, lo apro e guarda qua cosa scopro. Mi sento male.

In qualunque altro paese, dopo avere bestemmiato andrei al negozio più vicino e comprerei un netbook nuovo. A Cuba, dire che non è così semplice è un eufemismo. Due terzi dello schermo sono ancora in salvo, comunque: se la situazione non peggiora, posso arrangiarmi e lavorare comunque. Se il disastro si espande, invece, sono nei guai: come diamine lavoro, senza computer? Che abbattimento, santo cielo. Me ne vado a passeggio, meglio che non ci pensi.

In un vicolo sgarrupato mi imbatto nell’improbabile insegna “Trattoria Toscana”. Svetta su una casa che è ancora più sgarrupata del vicolo, e su una parete c’è scritto a mano: “Da Tonino”. Il suddetto Tonino deve essere il signore in mezzo alla strada, con una sporta della spesa in mano, che discute in italo-spagnolo con una vicina. “Lei è Tonino”, gli comunico dimostrandogli il mio infallibile acume. E’ un sessantenne ben tenuto, con dei begli occhi azzurri. Mi ricorda SMP, gli somiglia molto. Nuova acuta constatazione: “E da lei si cena”. Ma è che dovreste vedere la casa, è un miracolo che stia in piedi. Forse gliel’ho detto perché non riuscivo davvero a crederci. Mi fa strada attraverso un cucinotto buio, mentre mi spiega che “Trattoria, lei lo sa perché è italiana, indica un luogo alla buona!”, quindi mi introduce con ampio gesto in uno stanzino. Non è un modo da dire: è proprio uno stanzino, non ha finestre. Pure mal messo. Dentro ci stanno, molto stretti, tre tavolini. E questo è quanto, lì si cena. Arriva un altro cliente, pochi minuti dopo, pure lui italiano sulla sessantina, e già sembriamo una folla, tutti dentro lo stanzino sgarrupato e semibuio come carbonari del maccherone. Sui tavoli, dei terrificanti sottopiatti di plastica con dei paesaggi cubani lisi dal tempo.

“Ho le tagliatelle e le pappardelle fatte in casa, poi ho la pasta Barilla e quella Agnesi, ah, e poi rimangono degli gnocchi che ho fatto ieri. Di sughi ho fatto quello di coniglio e il ragù toscano, non so se avete presente, col manzo e il maiale. Io vi consiglio quello, mi è venuto meglio. Intanto vi porto l’antipasto: c’è il formaggio che faccio io, una specie di prosciutto che pure faccio in casa, che non è proprio prosciutto perché qui è troppo umido, ma è ‘bbono, poi bla…bla…” e va avanti a spiegare che l’olio è extravergine perché lo piglia non so dove, le acciughe pure e via enumerando leccornie. Costui è l’autarchia fatta uomo, sono impressionata. Intanto chiama: “Katiusha! Katiusha! Oh che non vieni? C’è gente!” E Katiusha arriva.

E’ un’imponente sventola nerissima di una ventina d’anni, Katiusha, con le extensions nere e bionde lunghe fino al culo e gli occhioni a mandorla, ed è con tutta evidenza la ragione, non peregrina, per cui ‘sto tizio sta qua a farsi il prosciutto in un vicolo di Cuba, col suo stanzino.

Arrivano bruschette con l’olio ‘bbono, arrivano queste sontuose tagliatelle al ragù, arriva l’assaggio di “una ricotta che ho fatto stamattina” ed è ottima. E intanto parlano, lui e l’altro cliente, e il discorso cade su un altro italiano che preoccupa molto entrambi. “Lui gli ha comprato la casa, alla tizia, e lei un’ora dopo lo ha buttato fuori. Non è arrivato nemmeno a passarci una notte, nella casa!” “Nooooo! Ma che idiota, ma come si fa? Non impara mai, non c’è rimedio!”

E mentre osservo, ascolto aneddoti e mi faccio un mare di affari altrui, penso che forse sono ingiusta nel giudicare questi miei connazionali di Cuba. Perché queste legioni di quarantenni, cinquantenni, sessantenni e oltre, che vengono qui a immolarsi sull’altare della figa, forse sono dei poeti.

Quanto deve essere importante, per loro, l’esistenza di tutte ‘ste Katiusha, per farli stare qua a crearsi queste piccole Italie in un paese dove riuscirci è tanto complicato? Non è facile, Cuba. Proprio no. Né come burocrazia, né come opportunità, né come possibilità di integrazione, né come comunicazioni, da nessun punto di vista. Questi italiani di lungo corso fanno dei sacrifici veri, non sono finiti nell’Eden. Quanto diavolo gli devono piacere, le donne, perché ne valga la pena? Quanto li rendono felici? Ma sì, so’ dei poeti, a modo loro. Che gli vuoi dire.

Gli italiani che incroci in Egitto sono un’altra razza, completamente: gente di un livello culturale e intellettuale infinitamente superiore a quelli di qui, di solito. Gente che studia, che è lì per un interesse autentico. Questi sono molto più semplici e molto più tamarri e soprattutto, nel loro affamato cinismo, in qualche modo sono dei candidi. Provo della simpatia, mentre mi coinvolgono nella loro analisi dell’amico assente e mi spiegano, preoccupati, che quello si rovina, se continua così. A me non sembrano messi benissimo neppure loro, ma annuisco e mangio le tagliatelle fatte a mano. Questo stanzino è l’esatta riproduzione del mio paese, dalle miserie alle grandezze. Questi sono i miei connazionali ridotti all’essenza. Pago il conto volendogli del bene.

Sulla via del ritorno, sono distratta. E poi ho questa mania di camminare giù dal marciapiede. Un furgoncino mi evita per un soffio. Il conducente mi rimprovera con un assai pittoresco: “¡Mamita! ¡Cuídate pa’ llega’ a mañana!”

Mañana ci ho un altro bus, devo arrivarci per forza.

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Di nuovo a Santiago

Dopo lunga osservazione, capisco come si prende un taxi a Santiago: si fa un cenno ai motociclisti che sfrecciano con un casco di riserva appeso al manubrio. La moto si ferma, tu indossi ‘sto casco che è più da fantino che da motociclista, monti attenta a non scottarti col tubo di scappamento e via. Dopo i coco-taxi, i bici-taxi, gli asino-taxi, a Santiago tocca ai moto-taxi. Perché la città è piena di salite e discese e senza un motore non si va lontano.

Gli stranieri a Cuba si dividono tra quelli innamorati del cosiddetto Oriente (faccio una certa fatica, ad abituarmi a questo nome in mezzo ai Caraibi) e quelli che invece preferiscono L’Avana. Io faccio parte della prima categoria, ormai l’ho capito. L’importante è che non debba spiegare perché, visto che non mi è affatto chiaro. Perché la gente è più spiritosa, forse. Perché le fatiche sembrano meno faticose, quando la gente è più spiritosa. Perché sono terrona, e loro pure.

Paragonare Santiago all’Avana sarebbe un errore, comunque. Di quelli che ti impediscono di capire una città. Santiago non è in competizione perché possiede molto di meno in termini di comfort, tecnologia e modernità (oddio, tecnologia, prendete il termine per quello che vale) e molto di più in termini di capacità di intrigarti. Conoscerla, è già un concetto più ambizioso.

Torno alla casa particular dove ero stata all’andata e mi fanno un sacco di feste, e come va il piede? Sei guarita dalla puntura di ragno? L’altro ospite è un prof francese della Réunion che starà qui qualche mese a imparare a suonare le percussioni, in aspettativa dalla scuola. Perché le percussioni alla Réunion seguono un ritmo diverso (6×8, e mi fa una dimostrazione sul tavolo) rispetto a come si suonano a Cuba (4×4, altra dimostrazione) e alla Réunion sono più vicini alla tradizione africana mentre qui sono più autoctoni, mi spiega, e ci inoltriamo in una pensosa analisi dei giri che fanno le musiche e i popoli attorno al mondo e avanti e indietro nel tempo, dall’Africa al jazz degli Stati Uniti e ritorno, passando per il flamenco via India e non la finiamo più di parlare, mentre il rum si fa sentire e il giorno dopo avrò un mal di testa di quelli che vuoi morire. Basta rum, basta.

Il mio mal di testa me lo porto al Moncada, uno dei luoghi più simbolici della storia di questo paese. Il Moncada è un’ex caserma militare, nonché il posto dove tutto andò male quando Fidel, Raúl e un gruppo di uomini con loro cercarono di attaccarla, agli albori di quella che poi sarebbe diventata la rivoluzione cubana. Quella volta alcuni si persero, altri sbagliarono e, nella confusione, i militari riuscirano a sopraffare i guerriglieri, trucidandone molti e arrestandone alcuni, tra cui i fratelli Castro. Nel processo che seguì, Fidel, che era avvocato, si difese da solo. La sua arringa, poi pubblicata col titolo “La Storia mi assolverà”, possiede una forza che turba ancora oggi. Ma, tra i due fratelli, quello che davvero mi colpisce mentre percorro le sale del piccolo museo e guardo le fotografie e le prime pagine dei giornali dell’epoca, è Raúl. Era un bambino, cielo santo. Giovanissimo, esile. Eppure, il suo fu il gruppo che ebbe più successo nell’attacco. Guardo la foto di questo biondino che pare troppo giovane persino per avere una donna, figuriamoci per attaccare le caserme. Eppure.

Tolte le tre salette del museo, il resto della caserma venne trasformato in comprensorio scolastico alla fine della rivoluzione. Al posto dei soldati, centinaia di bambini e di ragazzini, dalle elementari alle superiori. Passo davanti alle classi, che hanno le finestre spalancate, e guardo le lezioni. L’impressione è ottima. Tutto è pulitissimo, ben tenuto, ci sono cartelloni e disegni alle pareti, ascolto i bimbi che rispondono in coro alle domande di ortografia (i perpetui problemi dell’ortografia spagnola, le stesse cose che insegno io) e che sembrano divertirsi, molto partecipativi, e c’è un enorme campo sportivo dove un tempo si allenavano i soldati ed è pieno di queste pulci che fanno ginnastica, e sono di ogni colore possibile: biondini, brunetti, mulatti, nerissimi, tutti allegramente mischiati, tutti nella loro divisa impeccabile e uguale per tutti, come uguale per tutti è la scuola.

Io non vorrei sembrare ideologicamente condizionata. Non credo nemmeno di esserlo, al di là di una mia generica collocazione a sinistra. Ma ho girato per buona parte del Centro America solo qualche mese fa e sarei cieca, idiota o in malafede se non vedessi la differenza. Dal Chiapas al Guatemala, dall’Honduras al Salvador e, anche se in misura minore, fino in Nicaragua, quello che vedi sono bambini che lavorano o che chiedono l’elemosina. Li vedi con la zappa in spalla, in Chiapas, diretti verso il campo, e avranno quattro o cinque anni. Minuscoli. Li vedi laceri, che si avventano sui bus turistici e chi lava i vetri, chi lucida le fiancate, chi prende le valigie, chi lustra le scarpe agli autisti. Li vedi sporchi, col moccio al naso, la mano tesa, e non vuoi nemmeno chiederti cosa ne sarà di loro. E li vedi vivere come possono all’interno di società violentissime, senza altro diritto o protezione che quello che gli può dare, a fatica, chi li ha messi al mondo.

Poi arrivi a Cuba e i bambini non lavorano, non chiedono l’elemosina, non fanno nulla di tutto questo: vanno semplicemente a scuola tutti quanti, lindi e pinti, con le loro belle divise, e sono protetti e tutelati dallo Stato, oltre che dalla mamma. E, quando non sono a scuola, sono a giocare. Hanno diritti. E se si ammalano vengono curati. Io ancora ricordo il prezzo spaventoso di un farmaco che dovetti comprare in Guatemala, e il farmacista che mi spiegava che i poveri, là, semplicemente restavano senza. I bambini che osservo adesso sprizzano salute, sono di un altro pianeta.

Se non si vede questo, quando si arriva a Cuba, si è ciechi. O si è, e per davvero, ideologicamente condizionati. L’evidenza deve avere un valore, e questa è evidenza. Pura, indiscutibile evidenza. Poi possiamo discutere fino all’anno prossimo dei difetti di Cuba, certo che sì. Ma partendo da questa indiscutibile realtà, per cortesia.

Rimango parecchio a sbirciare le lezioni altrui: vorrei avere il coraggio di entrare, presentarmi come prof straniera e chiedere di assistere da dentro, ma non oso. Ho nostalgia della scuola, intanto. Poi i bimbi cominciano a uscire e io li guardo per un po’ – vorrei fotografarli perché sono bellissimi, poi lascio perdere perché il mondo è brutto e non è più tempo di fotografare bambini – e infine fermo l’ennesima motoretta, monto su e vado. Con in mente ancora tutti questi colori, colori di pelle, colori di capelli, colori dei mille nastri nei capelli delle bambine. Tu pensa: avere il potere di trasformare le caserme in scuole, che bello che deve essere. Che soddisfazione. Sulla moto, penso che Cuba l’ha vissuto assai intensamente, la sua storia, e un po’ di questa intensità me la sento addosso pure io.

Il ragazzo che guida la moto è più prosaico, invece, e vuole sapere se in Italia c’è lavoro per un cubano. Guarda che l’Italia è piena di razzismo, gli dico. Se proprio vuoi andare a lavorare in Europa vattene in Spagna, rifletto. Almeno parli la lingua ed è tutto più facile. Ma la Spagna è in crisi, dice lui. Eh, sapessi l’Italia, dico io.

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Ma quanto piove a Baracoa

Piove parecchio. Assai. Dicono che sia la città più piovosa di tutta Cuba. Oltre che la più isolata e la più affascinante. Non hanno torto.

E’ effettivamente diversa, Baracoa, anche se non è facile spiegare in cosa. Ha una sua dolcezza e una sua eleganza. Lo percepisci nel cibo, per prima cosa. La cucina cubana tende a essere, come non mi stanco di ripetere, brutale. Serve a nutrire, con poche storie. E’ fatta di pochi piatti, a quanto pare bilanciati dal punto di vista nutritivo – lo dico perché i cubani sono, in media, in evidente splendida forma – ma tristemente monosapore e senza nessuna concessione alla fantasia, come se qui non ci fosse tempo da perdere in simili mollezze. I messicani, per dire, con un avocado, un po’ di pomodoro e cipolla e una spruzzata di lime si sono inventati il guacamole. I cubani, più sbrigativi, ti mettono un avocado a pezzi nel piatto, accanto ci mettono del cavolo a fette e più in là, se rimane spazio, ci fanno stare due fagiolini bolliti. A Baracoa, invece, con i loro ingredienti si sono sbizzarriti di più. Condiscono il pesce e i crostacei con una salsa al latte di cocco che è francamente buona. Fanno una polentina che si chiama bacán, a base di banane verdi e cocco, arrostita nelle foglie di banana, che per me è un po’ amara ma che, santo cielo, è un piatto tipico, locale, in un paese in cui la cucina tipica tende a riassumersi nel riso e fagioli onnipresente in tutti i Caraibi. Hanno delle zuppe insolite, originali. E hanno i loro dolci, tra cui impera il cucurucho che è a base di cocco e frutta secca, da quello che ho capito assaggiandolo, e che è dolcissimo che non vai oltre il secondo cucchiaio ma buono. E il cioccolato, in questa terra di coltivatori di cacao, e te lo danno in tazza la mattina per colazione, caldo e spesso al punto giusto. Alla Casa del Cacao ci aggiungono pure il rum, e ci sta benone. Per quale motivo, mi domando, la stessa salsa, le stesse aggraziate creazioni culinarie non si espandono oltre i confini di Baracoa? Ecchennesò, è un mistero.

La cittadina è fatta di casette basse, molte di legno, coloniali. C’è una chiesa, al centro della piazza, che dalla fondazione della città, nel 1511, fino a oggi, è stata ricostruita un’infinità di volte e la si vede nuova, ma ospita una croce che pare sia stata piantata da Colombo in persona. Trovo la chiesa chiusa per due giorni di fila e poi finalmente un sabato sera ci passo davanti mentre c’è la messa. Mi infilo dentro, veloce, e aspetto la fine della funzione prima di fare la turista. C’è parecchia gente, un bel gruppo di ragazze che cantano, dei deliziosi chierichetti mulatti e ricci con le loro tonache bianche. Sgattaiolo verso la famosa croce, ne ammiro gli attestati di autenticità ottenuti presso laboratori europei che hanno calcolato l’antichità del legno, contemplo la bandiera vaticana accanto all’altare. A Cuba ho visto chiese di tutti i tipi, oltre a quelle cattoliche. Quacchere, pentecostali, pure una grossa sinagoga all’Avana, e so che ci sono diversi centri di preghiera per i musulmani. Chi accusa l’isola di ostacolare la libertà di culto è poco aggiornato, come quelli che credono che qui stiano ancora a discriminare gli omosessuali. Sono cambiati i tempi, da parecchio. All’uscita dalla chiesa il parroco, ancora molto elegante coi suoi paramenti e alto, statuario, mi saluta e, da padrone di casa, mi porge la mano. Encantada.

Un paio di giorni dopo, al bancone del bar dell’Hotel Habanera – dove hanno addirittura il wifi o, meglio, lo avrebbero se solo funzionasse – la barista mi chiede di dove sono e poi mi fa: “Ma in Italia ci sono le chiese?”La guardo a bocca aperta: “Be’, sì, abbiamo il Vaticano, hai presente il Papa?” Lei scaccia l’idea del Papa con un gesto e mi chiede delle chiese pentecostali, le uniche che evidentemente ritiene tali. “Be’, di quelle ne abbiamo di meno”, ammetto. “No, perché io ho un cugino che vorrebbe una moglie europea”, mi spiega. “Non per andare all’estero, ma per stare qui con lei. Però lui è molto cristiano, quindi la vuole cristiana”. Ma tu pensa, due preghiere e trovo marito. Non sarebbe manco la prima volta. “E tuo cugino cosa ha da offrire?”, chiedo. Mi guarda, un po’ offesa per il sorriso che non riesco a trattenere, e non risponde. Pensandoci, forse il suo silenzio è un gesto di riguardo verso il comune senso del pudore, cristiano o meno che sia ‘sto cugino.

Che cerchino moglie o meno, gli uomini di Baracoa – ma un po’ di tutto l’Oriente cubano – dispensano bacetti e complimenti vari con grande prodigalità e assoluto buon umore. Il politicamente corretto qui non ha fatto breccia. Né li trattiene il fatto che io sarei una signora, ormai, mica una giovincella. Ridendo e scherzando (molto di entrambi) ho superato i cinquanta anni, come qui non mi stanco di ripetere. All’ennesimo tizio che mi lancia un bacio, sbotto ed esclamo: “Ma che vi prende, a tutti quanti? Ma che mania è questa?” Lui si schianta dal ridere, ora mi trova anche simpaticissima. Ma dimmi tu.

In uno dei rari giorni in cui non piove, vado a Playa Maguana con un tassista che mi parla con nostalgia struggente di quando l’URSS ancora esisteva e a Cuba si viveva bene. “Allora contavano l’amicizia e la lealtà, erano la cosa più importante”. Passiamo davanti a una costruzione adibita a albergo e lui mi parla di quando era riservata ai bambini che ci venivano in colonia. “Era para los pioneritos”. Non per i turisti. Teme che Cuba sia distrutta dalle giovani generazioni, dagli attuali ragazzini affamati di soldi. Diresti che abbia settant’anni, da come parla, e invece ne ha a stento quaranta. La generazione che è cresciuta in una storia e si è ritrovata in un’altra. Più tardi, mentre sono in acqua, vedo due figure familiari che mi salutano dalla riva: sono i due trentini di Guardalavaca. Piccola, Cuba. Ci ritroveremo ancora ogni tanto, a Baracoa, per condividere due tragos di rum e qualche chiacchiera.

Baracoa è uno di quei posti che ti risucchiano, dove i giorni scorrono senza che tu te ne accorga. Quando mi riscuoto dal torpore contemplativo, dall’osservazione della pioggia, dalla lettura e dalla scrittura, è passata una settimana. Come se fosse volata. E non ho nemmeno accumulato cose da raccontare, niente. E’ il posto in cui mi sono fermata di più, fino a ora, e quello su cui saprei meno cosa dire, se non che sono stata bene. Se mi decido a ripartire è, fondamentalmente, perché la pioggia incessante rende molto difficile prelevare soldi in banca, il collegamento per il pos funziona a singhiozzo. E poi ho un debito con Santiago, l’altra volta l’ho vista a stento. Mi schiodo, molto a fatica, e vado. Indovina come? Con un altro camion, sì.


 

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