Indovina dove passo l’estate

23 July 2008 – 16:49

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Secondo me, io è inutile anche che ci provi, a stare lontana dall’Egitto. E infatti.

All’ora di pranzo mi è stato offerto lavoro al Cairo per Agosto. Alle 16,30 ho detto di sì. Ho già il biglietto, parto sabato e domenica mattina alle 10,30 entro in classe (in Egitto è feriale, la domenica). Vado a stare da Julia, la colleghina. Devo prendere del Pigato. La pasta da portare. Marzia mi presta la sua valigiona rossa.

Le amiche sono il sale della vita, ecco.

Omaggio a un’educazione sentimentale alla spagnola II

22 July 2008 – 09:48

Qua si ascolta Joan Manuel Serrat, oggi. I vicini se ne faranno una ragione, e i migliori tra loro apprezzeranno.

Traduz: Non scegliere solo una parte, prendimi come mi do: intera, così come sono. Non ti sbagliare. Sono sinceramente tua ma, amore mio, non voglio farti visita nella tua vita, vestita per l’occasione. Preferirei, col tempo, riconoscermi senza arrossire. Spiega al tuo cuore che c’è sempre una ragione, dentro qualsiasi gesto. Da qualunque parte la vedi, uno è solo ciò che è, e non ha altro addosso che i propri panni. La verità non è mai triste: è solo che non ha soluzione.

Non è prudente starsene eternamente camuffati. Né per stare con te, né per andare da nessuna altra parte. E non chiedermi di non pensare ad alta voce, nemmeno se è per il mio bene. Non chiedermi nemmeno di arrampicarmi su uno sgabello: se vuoi, proverò a crescere. E’ insopportabile vederti piangere, mentre io sto qui con nulla da fare. Spiegaglielo, al tuo cuore, che c’è sempre una ragione dietro qualsiasi gesto. Da qualunque parte la vedi, uno è solo ciò che è, e non ha altro addosso che i propri panni. La verità non è mai triste: è solo che non ha soluzione.

Omaggio a un’educazione sentimentale alla spagnola

21 July 2008 – 23:46

(No, non sono tipi sentimentali…)

Un po’ di sani cavoli miei

21 July 2008 – 17:41

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Siccome qui abbiamo un karma particolare con i traslochi, è successo che mio papà è finito in ospedale nel bel mezzo del suo. Poi lo hanno dimesso, giovedì, ed io sono partita in missione speciale per mettergli in funzione la casa nuova e tutte queste cose qua. Sono partita da Genova per Milano, quindi, portando con me un tavolo e una poltrona da giardino. Non che a Milano non le vendano, lo so, ma è che io volevo proprio quel tavolo e quella poltrona là e, soprattutto, li volevo subito, giacché la mia idea era di vedere il babbo comodamente in possesso del terrazzo, col suo sigaro e il caffè, mentre la figliuola preferita nonché unica si dava da fare come un’ape laboriosa. E quindi mi sono portata tavolo e poltrona in treno come bagaglio a mano, dicevo, ché tanto a suo tempo feci di peggio, col mio trasloco a Genova, e nulla mi può più spaventare. Lo Scienziato mi ha aiutato a caricare il tutto sul treno, mio fratello era al binario di Milano ad aspettarmi in versione-camallo e, vittoriosa, ho infine fatto il mio trionfale ingresso a destinazione sotto lo sguardo attonito del babbo che non è abituato a vedermi andare a spasso coi tavoli sotto il braccio.

Ci sono situazioni che vanno prese con serenità e con molta concentrazione. E poi te ne accorgi proprio che certe volte ci vogliono le donne, nella vita delle persone. Ci sono cose che sappiamo fare solo noi, non c’è storia. E una si sente importante, quando se ne accorge. Con un padre, poi, è talmente insolito ribaltare i ruoli e dare, anziché ricevere, che ho finito col vivere delle giornate importanti, molto. E mi venivano bene, le cose. Farne mille alla volta, farle tutte, farle con cura, prevederle, anticiparle, vederle ingranare, funzionare. Per me stessa, non ne sarei stata capace. Mi sarei persa, a un certo punto. Lo so, funziono così. Con lui, invece, è stato tutto scorrevole, un fiume di lavoro perfettamente incanalato. Perché mi sentivo importante, appunto. Ho messo una casa in funzione in quattro giorni, col babbo che mi guardava allibito: “Ma dove hai imparato a fare queste cose?? Non mi era mai parso che tu avessi delle capacità manuali tanto sviluppate…” “Eh, me le ha insegnate Marzia a Genova“. E non dimenticavo niente, poi: “Ma l’aria di Genova ti fa bene, figlia mia! Deve essere lo iodio, altrimenti non mi spiego come tu possa essere diventata una persona precisa…

Giovedì: viaggio, trasporto mobili, acquisti nell’ipermercato, montaggio mobili, preparazione cena studiata per le esigenze del pater (ma come la fanno mangiare, la gente, in ospedale? Sono dei criminali, sono…), altri acquisti in una Milano dove devi fare viaggi a caccia di farmacie, lavori vari e ho finito a mezzanotte. Cotta e dolorante, a meditare sulla mia scarsa preparazione atletica.

Venerdì: col fratello-camallo, sopra e sotto per la Lombardia, con puntate continue dal pater che, in tutto questo, era stato svegliato dalla notizia di un brutto lutto e non ci voleva proprio, visto anche il momento. Come dicevo, certe volte ci vogliono le donne. Si tratta di tenere un umore sereno e di trasmetterlo, di emanarlo. Essere molto progettuali su mille piccole cose, parlare di prese di corrente e studiare le comodità, sorridere e vedere sorridere, e inventare ricette di cucina e vederle funzionare, volgere la vita al bello.

E poi l’Ikea di Carugate, il Brico di Vimercate e poi lì non c’erano le cose e vai al Brico di Cinisello, e l’Esselunga di Pioltello e tutte le missioni speciali: trovare il tonno fresco, comprare un cuscino blu, decidere i mobili del bagno con le relative misure, prendere il fattapposta che si attacca al muro, fare le copie della chiave che ci vuole la tessera speciale per farla e trovare il ferramenta giusto è un’impresa, comprare un coltello che sia quello là e non altri e, ovviamente, non lo trovi da nessuna parte, e in tutto questo le tangenziali, ed io che odio guidare in tangenziale e sono pure arrugginita, automobilisticamente parlando, e i mega-parcheggi sotterranei e il telefono che non prende, il papà che chiama perché ha ricordato che si deve fare questo e quello e non riesce a prendere la linea, il fratello che mi segue sopra e sotto trasportando specchi e complementi d’arredo e poi ancora casa, ancora cucinare e congelare, preparare la cena, ricevere un sms da Scienziato: “Lo Sai di Tim: ho chiamato il 18/07 alle 19, 10″.

Richiamare e sentirsi fare un cazziatone in quanto accusata di essere sparita. “Ma io non sono sparita. E’ che ho avuto una giornata pazzesca, e il pomeriggio di ieri idem. Questo non è sparire.” Niente da fare. Accusata di sparizione dolosa e condannata, peraltro con brutti modi e con l’accusa di mentire, quando gli spiego che io ho ricevuto un solo avviso di chiamata e non i quattro che, secondo lui, avrei dovuto ricevere. Mentre sono a casa di mio padre, per giunta, che ovviamente si accorge che c’è qualcosa che non va. Glielo dico, ché lui è discreto e non chiede: “Lo Scienziato si è offeso perché dice che sono sparita“. E mio padre, perplesso: “Ma lo sa, cosa sei venuta a fare?” Eccerto, che lo sa. Mi mordo la lingua e archivio il tutto, ché ho faticato troppo per conquistare la serenità che c’era in casa fino a un momento prima e non intendo buttare via tanto lavoro.

Si fa mezzanotte, di nuovo, e mi accorgo che una cosa l’ho dimenticata: organizzarmi per andare a dormire da amici. Ed è un po’ troppo tardi per chiamare, a mezzanotte, e non dico niente per non fare preoccupare mio padre e per non metterlo in difficoltà, ché so che preferisce che io non dorma da lui accampata e sarebbe capace di cedermi il letto, piuttosto, e mi metto in macchina chiedendomi dove cavolo andare.

Finisco in una traversa di corso Buenos Aires: hotel Sole, una stella, scale con la moquette rossa, pulito, un pub sotto con i tavolini fuori per bere una meritata birra e fumare una sigaretta e ripensare all’accaduto. Il portiere di notte mi guarda perplesso: “Vuole dormire qua? Ma è sola..?” E poi: “Guardi che noi abbiamo solo camere doppie, le costa comunque 70 euro anche se è sola“. “Va bene, mi faccia vedere la stanza“. L’antropologa che è in me è incuriosita dalla prospettiva di incappare in un viavai di prostitute e clienti, ma in realtà sembro esserci solo io, in albergo. “Mi dia 60 euro, le faccio lo sconto“, mi dice il portiere. E poi: “Ah, ma lei è di Napoli! L’ho capito subito, appena l’ho vista! Io non sbaglio mai su queste cose, aveva un’aria troppo familiare!” Infine mi restituisce la carta d’identità e mi fa: “Posso chiederle una cosa? Lei cosa insegna?” E io: “Spagnolo alle superiori“. E lui: “Ecco. Sì, in effetti lei mi pareva una figura troppo complessa per insegnare alle elementari. Sa, mi piace osservare e elucubrare…“. Quando scendo al pub per la mia sigaretta e per mandare una raffica di sms-cazziatone allo Scienziato, mi scopro a canticchiare: “Io lavoro al bar, di un albergo a ore…

Poi mille cose ancora da fare, sabato, e cinquecento la domenica. Ho messo in piedi una casa, letteralmente, e lasciato Pater perfettamente organizzato, divertito e rasserenato. Domenica gli faccio: “Hai presente lo Scienziato? Più sentito“. E lui: “Mah. Se uno non capisce certe situazioni, direi che non è una gran perdita. Ti confesso che non riesco nemmeno a sentirmi colpevole.” “Sono d’accordo.”

E poi sono sbarcata a Genova ieri sera alle 8 e, mentre il treno si fermava in stazione, c’era il collega che mi chiamava per dirmi che era in piazzetta in centro storico con altra gente, e di raggiungerli. E così è stato il rientro: giù dalla metropolitana in piazza Sarzano e, con borsa e tutto, quattro passi ed ero in piazzetta a salutare, dare baci e ordinare un Vermentino. E un altro. E un altro. Abbiamo finito che ci mancavano solo i cori alpini e nessuno era in grado di guidare e mi hanno dormito sul divano, loro, e io ho dormito per 12 ore di fila e ancora non sono del tutto sveglia. Mi ci voleva.

Io a Genova ci sto bene, come è noto, e la gente mi piace. Mi piace averli per amici, ’sti genovesi, e per colleghi, per alunni, per tutte le cose che richiedono interazione. Ad averli come uomini, tuttavia, sto incappando in qualche problema: i miei due ultimi uomini significativi sono stati entrambi liguri, e dire quale dei due fosse più pazzo è un match. Perché hanno in comune una modalità di comportamento che gli spagnoli definiscono con l’espressione “rizar el rizo”, ovvero “arricciare il ricciolo”. Tu prendi una situazione che potrebbe essere tranquillamente serena e piacevole e la arricci, appunto. La complichi, la ingarbugli, ci ricami, ti inventi mille orpelli, crei stress e agitazione inutili e, infine, ottieni un disastro al posto della situazione serena e piacevole che c’era prima.

Non è una cosa che capisco molto. A me pare che la vita sia già difficile di suo e non mi pare il caso di contribuire ad arricciarla. Ma è che, forse, tutti noi abbiamo bisogno di un certo grado di complicazione, nell’esistenza, e chi non ne ha di sue se le inventa. Deve essere così. A Napoli si parla di “capa fresca”, non a caso, di fronte a questi comportamenti. Saggezza partenopea.

Oppure sono io, è colpa mia. Da qualche anno ho l’istinto che mi tradisce, in fatto di uomini. Prima me li sceglievo meglio, mi sono sempre potuta fidare di loro. Ora non più, mi pare. E’ come se avessi perso l’olfatto, mi lascio spiazzare. Il mio collega avanzava un’altra ipotesi, invece, poco fa: “Ma no. E’ che, secondo me, se vogliamo usare delle metafore animali, tu ti senti una cerbiatta e invece sei una tigre. E trasmetti questa contraddizione, si sente. Mandi messaggi in contrasto tra loro. Questo, secondo me, alla fine fa sì che attiri degli spostati, gente che non sa cosa vuole. Devi risolvere la contraddizione tu per prima, dammi ascolto.

Vabbuo’. Che io mi senta fragilina (dire “cerbiatta”, come fa il collega, mi provoca del sacrosanto disagio) è vero, ed è vero che mi succede solo da qualche anno. Prima tigreggiavo tranquilla e, in certi incidenti, non ci incappavo. Avevo una selezione all’entrata che lasciava passare solo tipi poco ansiosi, si vede. Avrà ragione il collega, non so che altro pensare. Mi risolverò la contraddizione. Tanto, quest’estate non ho veramente di meglio da fare.

Milano-Genova, si va e si viene

16 July 2008 – 14:47

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Sarà un’estate molto orientata su Milano, questa, ché ho da dare una mano a mio papà per alcune cose. E ho già cominciato, a dire il vero, e le prime volte non mi sono resa bene conto della situazione: ero ospite da amiche, con tante cose da dire e da ascoltare e la città è passata in secondo piano. Poi, l’ultima volta, sono stata qualche giorno a casa di mio padre, appunto. Lui non c’era, io ero lì sola e ho potuto riprendere contatto con la quotidianità meneghina. Come dire: rinfrescarmi la memoria su come si vive a Milano, ecco.

Mio padre abita in un comune alle porte della città dove hanno costruito un’enorme Esselunga e, di conseguenza, sono spariti tutti i negozi. Tra il centro abitato e l’Esselunga passa la statale e, per i pedoni che vogliono fare la spesa, c’è uno spaventoso ponte metallico a cui si accede, da entrambi i lati, lungo una rampa a forma di Girella. Fai un sacco di giri, letteralmente, per arrivare in cima. Oppure c’è l’ascensore, ma i vecchietti del luogo lo temono come la peste: pare che si sia bloccato col vecchietto dentro, in qualche occasione, e lì dentro la temperatura deve essere di 50 gradi: lo trovi lesso, il vecchietto, quando lo estrai. Si scala la Girella, quindi, o si va in macchina.

Ho vissuto per qualche giorno, dicevo, in un posto dove, per comprare - chessò - una bottiglia d’acqua, devi prendere la macchina, attraversare una statale, infilarti in un gigantesco parcheggio sotterraneo, poi prendere le scale mobili, attraversare ettari di scaffali al neon, raggiungere l’acqua e rifare l’operazione inversa, giù per il parcheggio sotterraneo e di nuovo in macchina, a dissetarti. Inutile dire che, di domenica, tutto questo sfolgorio è pure chiuso. Devi arrivare molto più in là, di domenica, per trovare altri mostri aperti e in grado di farti comprare ’sta cavolo di acqua.

Io, in effetti, ho comprato l’acqua e poco altro. Perché a Milano sono molto ligi con la raccolta differenziata, giustamente, ma nel palazzo in cui vive mio papà la raccolta dell’umido prevede che lo si depositi giù la domenica sera dopo le dieci. Ed io sapevo di dover partire per Genova di domenica pomeriggio, e cosa me ne sarei mai fatta dell’umido? Ho mangiato panini per tre giorni, quindi, con gravi danni per la mia dieta. Anzi, no: una sera sono andata a mangiare una pizza con mio fratello, in un posto dietro viale Padova. Due pizze, la birra, due macedonie col gelato. Cinquantatre euro. Lo riscrivo: 53 euro. Al chiuso, dietro viale Padova, senza manco potere fumare.

La domenica, poi, mi sono comunque ritrovata con della roba da buttare senza sapere dove: avevo dei mozziconi di sigaretta, il tappo di una Moretti, mezza fetta di cocco lasciata lì perché faceva orrore (il cocco dell’Esselunga, lo sconsiglio) e non si poteva mangiare. Ho messo tutto in un sacchetto. Il sacchetto, me lo sono cacciato in borsa. Per un attimo ho meditato di portarmelo a Genova. Infine, l’ho furtivamente abbandonato in un cestino di piazza Udine, con un certo timore di essere arrestata e portata in carcere per abbandono di mondezza non autorizzata.

Milano, per qualche strano motivo legato al suo clima, mi fa gonfiare le caviglie. Arrivo a sera che devo stare coi piedi in alto, sennò muoio. Ed è perché è tutto fermo, credo: l’aria, il caldo, il cielo. E la circolazione del mio sangue, giacché ci siamo. Io ho questa mania di empatizzare con i luoghi, e lì empatizzo tramite la paralisi del mio organismo, a quanto pare. Mettici pure i panini - ci vuole un attimo, a riprendere le abitudini alimentari che associ ai luoghi - e il fatto di andare in macchina lungo la pianura anziché scalare a piedi le salite di Genova: bastano tre giorni per ridurti uno straccio, e ho ancora una faccia che non me la merito, pesta e gonfia anche se sono rientrata a casa da giorni.

Sentivo la mancanza di una grossa mazza da baseball da tenere sul sedile accanto a me, guidando per la città: perché io ci tengo, al mio benessere, e credo che l’unica risposta sana ai colpi di clacson che ti arrivano da dietro non appena il semaforo rosso diventa verde consista nello scendere dalla macchina con la mazza, appunto, e sfracellare la testa dell’automobilista che ti clacsona. Non mi viene in mente - davvero - nulla di altrettanto intelligente da fare in alternativa. Solo che non ce l’avevo, la mazza da baseball, e mi sono dovuta rassegnare a una decina di travasi di bile. Poi, alla decima volta, guardando dallo specchietto la faccia acida, velenosa, ringhiante della signora che avevo dietro, ho pensato: “Dai, è che è solo infelice, perché mi ci devo incazzare?” E così ho trovato una sorta di equilibrio, rifiutandomi di farmi trascinare nell’infelicità altrui e concentrandomi forte sulla mia serenità. Che suonino il clacson quanto gli pare, problemi loro.

E poi sono ripartita, come dicevo, e ho preso la metropolitana col biglietto che avevo comprato in anticipo e tenuto in tasca per tre giorni. Arrivo, e la macchinetta del metrò non me lo prende. “Titolo di viaggio non valido”, diceva. E sono andata dal controllore e gli ho chiesto perché. “Ma come?”, gli faccio. “E’ un biglietto nuovo, lo guardi!”. E il controllore: “No, lei ha rovinato la banda magnetica tenendolo in tasca”. E io: “Oh, accidenti. Vabbe’, me lo convalida lei?” E lui: “No, deve ricomprarlo nuovo”. E io: “Ma come?? Ma perché??” Non c’è stato niente da fare: se tu compri un biglietto del metrò e lo spiegazzi un po’ tenendolo in tasca, lo devi ricomprare nuovo. Giuro. E giuro anche che l’euro speso per ricomprarlo mi ha fatto del grosso male all’umore. Me l’ero dimenticata, questa sensazione di essere derubata appena respiri che senti da quelle parti.

E poi, come Dio ha voluto, sono ritornata a Genova in tempo per andare a cena con lo Scienziato e ho guardato il cielo e non ero più abituata a vedere il moto perpetuo di nuvole che c’è qua, e mi chiedevo: “Ma pioverà? Ma dici che mi devo portare l’ombrello?” E invece no, era solo il movimento del cielo, dell’aria, del vento e della mia circolazione sanguigna, di nuovo, e siamo andati in Darsena, giù al porto, e c’è un ostricaro nuovo che però aveva finito le ostriche e ci ha consolato con un bicchiere di vino bianco, e poi abbiamo mangiato da un’altra parte, all’aperto e mi sentivo rinascere, io, e la sera dopo mi sono fermata con Marzia nella trattoria di piazza Erbe, piena di gente anche se era lunedì sera, e si stava benissimo e abbiamo speso una sciocchezza, altro che 53 euro per due pizze in viale Padova, ed io intanto misuravo quanto è importante vedere cose belle ovunque giri lo sguardo e quanto mi era mancato, e quanto ero felice di vivere qua.

Ho ripensato al mio certificato medico di incompatibilità con Milano, in questi giorni. E’ ovvio che la felicità non è uguale per tutti, e che ciò che per me è l’inferno può piacere moltissimo ad altri e che, comunque, quello che ho io è un certificato medico personale, non un editto imperiale teso a sancire l’impossibilità della vita a Milano a livello generale. Però una cosa la devo dire: quel certificato, per quanto riguarda me, è sacrosanto. E’ la cosa più profondamente vera che mi sia mai stata messa per iscritto.

Io, se fossi stata costretta a rimanere a Milano, mi sarei ammazzata. Mi buttavo dal balcone e non se ne parlava più. Davvero. Non lo scriverei, se non fosse esattamente così.

Esiste ancora, la Palestina

11 July 2008 – 00:03

 

Per quanto io possa sentirmi scoglionata e disillusa dalla grettezza personale e politica dell’ambiente filopalestinese che mi è capitato di conoscere in Italia, rimane il fatto che la Palestina esiste e che ciò che accade lì non si può rimuovere, pena un inaridimento della coscienza che nessuno si augurerebbe di subire.

Non c’è come il racconto delle piccole cose, per capire le persone e i loro luoghi. Le storie piccole, le testimonianze di chi ti parla semplicemente di ciò che vede. Come questa email arrivatami da una mailing list poco fa:

 

8/07/2008

Verso mezzanotte e mezza sentiamo degli spari, prima poco rumore e poi sempre piu’ forte, una vera sparatoria.

L’ambulanza di Feras, che abita di fronte a noi, si e’ mossa subito… mi preoccupo, oltre che per gli eventuali feriti, anche per lui: come sapete sparano sempre anche sulle ambulanze.

Ci chiediamo cosa stia succedendo, visto che la resistenza ha ormai consegnato le armi. Esplosioni di granate sonore, e poi un’esplosione piu’ forte, quella della bomba che ha fatto saltare le porte del municipio. Mi hanno detto che il dott. Ghassam Hamdan del Medical Relief e’ arrivato subito sul posto e ha parlato col un ufficiale dei soldati israeliani, dicendogli che non c’era bisogno di far saltare tutto, gli avrebbero dato le chiavi…

I soldati hanno allontanato tutti i giornalisti, portato via tutti gli archivi del comune…

Con che diritto, e perche’, dal momento che tutti i combattenti hanno consegnato le armi, e non c’e’ piu’ una resistenza armata nella citta’?!

Dalla finestra abbiamo visto passare due jeep, mentre un amico palestinese commentava “i soldati non si sarebbero permessi di fare questo quando c’erano i combattenti” e ancora “ Nablus faceva paura ai soldati israeliani, e le jeep arrivavano sempre in massa”. In effetti e’ stato cosi’ anche questa volta, pare ne siano arrivate 30-40 nel centro e altre nei dintorni, in tutto circa una 70ina, con un paio di bulldozer.

Parliamo con la gente. “Consegnargli le chiavi?!” C’e’ chi dice che sarebbe stata un’assurdita’, “lasciamo che entrino con le bombe, non assecondiamoli, almeno!” e poi “la scusa per le loro incursioni erano i combattenti, ma adesso che hanno consegnato le armi qual’e’ la giustificazione per quello che stanno facendo? e l’autorita’ palestinese cosa fa, perche’ non ci difende da questi attacchi?, quando c’era la resistenza Nablus era rispettata, adesso fanno lo stesso quello che vogliono, solo che nessuno puo’ opporsi…”

Non e’ che la gente voglia i combattimenti, e’ solo sfiduciata e stanca. Negoziati, discussioni … certo la maggior parte della gente non e’ per il confronto armato, ma si chiede “cosa cambia quando deponiamo le armi? Soltanto che non abbiamo piu’ niente con cui trattare, niente sul piatto della bilancia…” Il giorno dopo doveva esserci uno sciopero e una manifestazione contro questo attacco, ma i negozi devono stare aperti, lavorano gia’ cosi’ poco… Non possono permettersi di chiudere. E poi che vantaggio ci sarebbe, “Nablus e’ una citta’ palestinese, se chiudiamo i negozi non facciamo nessun danno agli occupanti”.

Cosi’ e’ tutto annullato, sciopero e manifestazione.

G.

 

Poi ci sarebbe anche la stampa, certo. Aspetto il giorno in cui la vedrò anche sulla grande stampa italiana, la chiarezza che c’è in questo momento sulla homepage de El País:

 

El Ejército israelí asalta hospitales, orfanatos, mezquitas y centros comerciales en varias ciudades palestinas por su presunta vinculación a Hamás.

Infine, per chi blatera di antisemitismo, da un lato e dall’altro: che dia uno sguardo a questa foto e mi dica se non sono uguali, quelli che arrestano e chi viene arrestato. Io vedo solo una differenza, ed è quella del potere:

 

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Incubi, ascensori, pugni, chat e blog

7 July 2008 – 23:50

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Nel sogno sono alla presentazione di un libro scritto da Schegge. Perché, non so voi, ma io ogni tanto mi sogno i blog. Poi il sogno è diventato un incubo ed io mi sono svegliata giusto un attimo prima di prendere un pugno in faccia da un violentatore pazzo conosciuto in ascensore. E’ andata così:

me: mi sono svegliata per via di un incubo e c’eri anche tu

Antonio: bu!

me: ero alla presentazione di un TUO libro

tu parlavi in inglese

poi mia madre era in ospedale

Antonio: yes i do

di che parlava il libro?

me: mi accompagnavi all’ascensore del palazzo

parlava di comunicazione

c’era una teoria

un capitolo sulla rarità

non riesco a ricordare, ma ho ascoltato con attenzione il tuo discorso

poi ti venivano a salutare e tu ti incazzavi perchè non salutavano anche me

Antonio: haha

me: insomma, mi accompagnavi all’ascensore ma era pieno di insetti

allora lo lasciavi andare in attesa che migliorasse

Antonio: oddio di solito sono io a essere una frana in presentazioni e saluti

me: poi però dovevi allontanarti un attimo e mi dicevi di aspettarti

ma mia madre era grave, quindi andavo all’androne dell’ascensore

e lì c’era un ragazzo che mi spaventava

allora mi rassicurava e si conquistava la mia fiducia

e invece poi era un pazzo stupratore

mi sono svegliata di colpo quando si preparava a darmi un pugno in faccia

ecco

Antonio: troppo caldo in casa?

No, non fa troppo caldo in casa. C’è che qui ci sopravvalutiamo sempre un po’, e invece poi siamo sensibbbili. Basta un po’ di trambusto e ci si agita. Ma vabbe’, non dura molto. Sono - fortunatamente - troppo pigra per agitarmi a lungo, ormai lo so.

Il violentatore del sogno era un tipo interessante. Un ragazzo, con l’aria brava. “Pettinato”, direbbero certi alunni miei nel descrivere il tipo. Mi affianca davanti all’ascensore e io mi spavento subito, capisco che è cattivo. Urlo e lui si sorprende, mi rassicura, carpisce la mia fiducia, entriamo insieme nel maledetto ascensore e da lì al bagno di casa sua. Nei sogni succede. E lì si rannicchia sotto al lavandino, lui, in posizione fetale, e comincia a piagnucolare di una sua amica che aveva trovato un pazzo che la seguiva, e piange e mi spiega: “Capisci, stava andando da una coppia di nostri amici e il pazzo l’ha seguita fin lì, così ci sono andati di mezzo anche loro!” Ed è davvero affranto, per la sorte dei suoi amici. Poi si alza, e io capisco che mi stava descrivendo un alter ego. Il pazzo è lui, lo sapevo che dovevo ascoltare l’istinto. E mi si piazza davanti e prepara il pugno da sferrarmi e gli appare un livido in faccia, in quel momento, come a dirmi che livido avrò io l’attimo dopo. E lì mi sono svegliata, con tanto di urlo. Gessù.

Antonio: sti ascensori me: ma io, astuta, mi sono svegliata e ho schivato il pugno

Antonio: ci sono sempre ascensori nei tuoi racconti

me: ci credo, con la salita in cui abito….

Antonio: no, ma in genere

è ricorrente

me: uhm, in egitto erano interessantissimi

ne ricordo uno senza porte

si andava su al settimo piano vincendo ogni vertigine

Era l’ascensore di un alberghetto a Midan Tahrir, Cairo. Un ascensore di quelli antichi, di legno, in un palazzone altissimo. Le porte, chissà che fine avevano fatto. E tu avevi il vuoto davanti a te, mentre salivi, e ti appiattivi contro la parete opposta al baratro e chiudevi gli occhi, faceva proprio paura. E i compagni di ascensore egiziani ridevano, divertiti dalla tua goffaggine da straniera, e venivi tranquillizzata da signore velate, da vecchietti e da bambini, mentre tu cercavi di non immaginarti precipitando giù. Ché poi bisogna anche fidarsi dei propri compagni di viaggio, mentre sei in un ascensore del genere. Stimolano la fratellanza tra i popoli, ’ste cose. No, perché se gli sei antipatica sai quanto ci mettono a dire: “Ops, è caduta…”? Una pensa di tutto, in un ascensore che ti conduce al settimo piano senza le porte.

Antonio: ciao :) sogni d’oro (prendi le scale)

me: si :D

E chiudo le finestre, anche. Qui soffia un vento notevole, stanotte, e sicuro che appena mi addormento comincia a piovere. Ora prendo la bottiglia d’acqua dal frigo e chiudo le finestre, stavolta non mi fregano.

Al Cairo faceva veramente caldo, tra giugno e luglio, molto più che in agosto, e anche lì ero già in vacanza, in questa stagione. E si viveva di notte, ci si svegliava tardissimo. Ricordo nottate al pc ad ascoltare Macchiaradio, mentre i gechi passeggiavano sulle pareti del soggiorno, e le spedizioni notturne a comprare i manghi per la mattina dopo, e il gelato a Le Carnaval. Di notte, tardissimo. E quell’odore di fumo che c’era in strada, specie d’estate, e poi qualche soffio di venticello e la gente che dormicchiava ovunque e la sensazione di serenità che provavo, rincasando coi miei manghi e col gelato.

Paolo: senti, Lia.. ti stai rimettendo a posto la vita

ma è un pezzetto alla volta

te dai l’impressione di essere uscita da un terremoto

un pezzetto alla volta

si sistema tutto

tre anni fa eri in Egitto, se non erro

me: ‘ncrocio le dita

Paolo: appesa a un filo

o sbaglio?

me: si, ma ero felice

un filo bellissimo

Paolo: eggrazie

stavi prendendo a prestito dal tuo futuro

Sai che non l’avevo mai vista da questo punto di vista? E’ vero. Sono andata lì chiedendo un prestito alla vita, e mo’ ci ho le rate. Vabbe’. E, avendo finito le rate sentimentali, lavorative, politiche, esistenziali, salutistiche e abitative, mo’ ci ho quelle dell’organizzazione della futura quotidianità. Occorre un versamento di serietà in quella zona. Rieducativo quanto la dieta, siamo lì. Genovesizzarsi è la parola chiave. E, no, non vado da nessuna parte, quest’estate. Dico davvero. Se solo oso muovermi, per favore, sparatemi. Grazie.

(Stiamo sempre a diventare grandi un pezzo alla volta, qui, e finisci con una parte e cominci con l’altra, poi ti distrai e c’è quella di prima da riprendere, e non si finisce mai.)

Cosette

7 July 2008 – 00:55

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  • Ho aiutato mio papà nel trasloco, in questi giorni, e lui mi ha riempito di paghette. Ho protestato, santo cielo, e lui mi ha guardato severo: “Da dove ti vengono questi raptus autonomistici? Non ti permettere, sai!” E poi abbiamo inaugurato la sua casetta nuova con una cena sul terrazzo: io ho fatto gli spaghetti al sugo di polipo e lui ha aperto una bottiglia di Franciacorta. Certe volte è proprio facile essere felici.
  • Mi sveglia il citofono, stamattina alle 11, e apro scarmigliata e pesta, ché sono due giorni che faccio festa notturna in centro storico e poi sono tutta un trambusto emotivo, tra una cosa e l’altra, ed era mio fratello che mi sbucava da Milano. Impugnando una scatola di caffè Kimbo. Di domenica mattina, ed io non avevo una briciola di caffè in casa. E quindi sono subito corsa a farmi un caffè, grata al mio salvatore domenicale, e mentre lo preparavo ho pensato a Scienziato, che non ha manco fatto in tempo a risbucare dalle mie parti e già c’era un casino da cui salvarmi, in extremis e per le orecchie. E gli faccio: “Ma no, non mi salvare, uff!” E lui, secco: “Zitta, roarr!” E una deve saperlo, quando le tocca stare zitta, e stavolta mi toccava. E pensavo a questa cosa tutta maschile di badare ai fatti e di ragionare a partire da quelli, mentre bevevo la mia tazzina di caffè materializzatosi grazie al fratello, e mi chiedevo che schifezza sarebbe la vita, se non ci fossero loro a raddrizzarla ogni tanto. Loro gli uomini, dico. Ci sono volte in cui hanno una marcia in più, c’è poco da discutere. Lo si ammette, davanti al caffè della domenica.
  • Riapre BlogBabel, ormai lo sanno tutti. Qui abbiamo dato una sbirciata in anteprima (onoratissime, a proposito) e c’è da dire che ci è mancato, in questo periodo di chiusura. Io non sapevo più di cosa si parlava in giro per i blog, senza di loro. Mi è parsa molto più slegata, la blogopalla, tutta fatta di frammenti che andavano per conto loro. Più piccola, o grande giusto quanto il mio feed reader. Mi immalinconiva, ’sta chiusura, e sono contenta che sia passata. Detesto gli impoverimenti.
  • Ho passato la domenica a fare fioretti, mentre sonnecchiavo per riprendermi da traslochi, bagordi e trambusti. Che devo essere più progettuale, più attenta alle cose concrete, più genovese e più disciplinata. E più a dieta, ché mi mancava solo l’osteria sotto casa a tentarmi, roba da matti. Un sacco di fioretti, ho fatto. Un centinaio. Dormendo tra l’uno e l’altro, sotto al ventilatore. E poi un sacco di sogni strani, tra un fioretto e l’altro. Una domenica passata a pensare per immagini, a sprazzi. Un puzzle di associazioni mentali che non ho la pazienza di rimettere insieme, e manco mi serve farlo. Non ho altri compiti che quello di trattarmi bene con la dovuta coerenza.

Comunque: la mia ex alunna preferita mi ha appena scritto: “La vita andrà bene, fa niente cosa succede“. Ed è esattamente ciò che penso anche io.

(Questo blog farebbe bene a spegnere la luce e a dormire, ché domani ha un sacco di cose da fare.)

¡Pudimos!

30 June 2008 – 01:22

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Mi chiama festosa e con la voce che trilla e, in sottofondo, si sente: “Campeones, campeoooones…” e un mucchio di urla e allegria e lei ride e mi dice che sono lì con Isra, Tizia, Caio e mi fa sentire il casino di Valencia e io pure rido, ché mi sono vista la partita dagli schermi di piazza Pollaiuoli pensando a lei e con una tavolata di tedeschi davanti che l’hanno presa sportivamente, onore a loro, e finiamo la serata nei vicoli, io e mio fratello, bevendo birra e mangiando mandilli al pesto e gelato e raccontandocela sulla Pupina, la star della nostra serata di italo-tifosi spagnoli per forza e non per caso.

Avevo chiamato mio padre, tra i due tempi: “Stai tifando il giusto?” “Epperforza!“, mi fa lui. “Sennò chi la sente, la Nip“. Perché loro sono Abu e Nip, nel loro codice, e non c’è chi li smuova di lì.

Io ho una figlia che è sempre stata un cucciolo, assai più piccola della sua età e senza il minimo di fretta nel crescere. Nessuno mi crede, quando lo dico, ché sembro la tipica mamma che vede la figlia bimba a vita. Poi la conoscono, gli altri, e confermano: “Ma è una bimba, tua figlia!!” E io che avevo detto, scusa? Pare che una dica stronzate, gessù, e invece è un cucciolo davvero, oggettivamente. Ci ho la figlia così, col naso a patata e piccina, bimba allegra. Mi è venuta così e amen.

Però se lo è portato via di casa a 19 anni, il suo naso a patata, in un mondo in cui a 30 anni sono ancora con la mammà, i figli, ed io so perché lo ha fatto: per recuperare la sua metà spagnola, il suo passaporto spagnolo, il suo certificato di nascita made in Sevilla, le radici del suo amatissimo papà spagnolo, la sua storia di Natali e feste comandate nella famigliona della Rioja e il fatto che, guarda caso, si era innamorata di uno spagnolo, chi l’avrebbe mai detto? Il perché lei lo abbia fatto è chiarissimo, lo è sempre stato. Un po’ meno chiaro è il perché io glielo abbia permesso.

Io ho fatto qualcosa di più che permetterglielo: l’ho spalleggiata, sostenuta, difesa da ogni obiezione. Le sono stata mostruosamente complice, nel suo portarsi via quel naso a patata con l’incoscienza dei 19 anni vissuti da bimba, e nessuna delle due era davvero consapevole di quanto fosse definitiva, quella serata a sbronzarci io e suo padre mentre lei dormiva per l’ultima volta con noi, e poi a Malpensa, il giorno dopo, con lei che si imbarcava col suo peluche e noi increduli, a non ostacolare la vita che scorreva e basta, senza altri compiti.

Perché lei lo abbia fatto, mi è chiaro. Perché io glielo abbia permesso, mi è un po’ meno chiaro. In apparenza.

Lascia perdere il fatto che l’istinto me lo diceva, che Milano come l’avevamo vissuta era a termine. Lascia perdere. C’entra, ma come c’entra sempre la consapevolezza che il grosso è fatto e il resto si trascina, non è davvero fertile. Sono campanelli d’allarme ma non è detto che uno li ascolti. Avremmo potuto non sentirli, entrambe.

La verità, per me, è che io non sono stata giovane a Milano. I vent’anni, io, li ho avuti in Spagna. E forse li avrei sentiti estranei, i vent’anni di mia figlia, se fossero stati milanesi. Così come sono, invece - e con tutta la diversità che c’è tra me e mia figlia, ché lei è il sole e io la luna, davvero - io li riconosco. Li ricordo, ci rido e mi emoziono con lei. Non mi sarebbe successo, se fosse rimasta qua. Sono quegli strani giochi dell’appartenenza, per cui ancora ricordo un “Ma ‘ndu l’è che lè?” detto in perfetto milanese dalla bimba che cercava non so cosa, piccolissima, ed io che sussulto dolente, come lui, e quasi non la capisco, eppure ce l’ho sotto al naso, mia figlia.

La Spagna è stata il luogo della mia formazione, e per davvero. E’ stata la mia prima vera casa, il luogo in cui ho imparato a stare al mondo. Ci ho finito il liceo e iniziato l’università, ci ho messo su famiglia e ci ho fatto la figlia, me la sono imparata e mi sono impregnata delle sue cose e, ancora oggi, è il paese che mi dà da mangiare. E’ il mio lavoro, e i prof vendono ciò che sono. E poi è il posto dove verrò sepolta quando morirò, me lo ha comunicato Pupina, e mi pare giusto così.

Quando andai in Egitto, non mi venne manco in mente di andare a presentarmi all’Istituto di Cultura italiano. Al Cervantes, invece, ci andai la prima volta che arrivai al Cairo, e la loro tessera della biblioteca (gratis, speciale per gli ispanisti) fu il mio primo documento egiziano. Eppure ero lì a insegnare italiano, gessù, per quanto mi scappasse da ridere. Chè poi non è che mi senta spagnola, io. Mi sento un’italiana cresciuta in Spagna, ovviamente. Esattamente ciò che sono. Ma, se sono all’estero, i piedi mi portano da loro, non da noi. Chennesò.

E quindi me la vivo su un territorio conosciuto, questa figlia in Spagna. Lei che festeggia Zapatero ed io che ricordo me stessa in piazza a festeggiare Felipe González. Lei che mi chiama trillante per la vittoria della Spagna agli Europei ed io che ricordo il Mondiale dell’82, con l’Italia che vince e la Spagna intera che fa il tifo con me e manco mi ricordo cosa diavolo ci facevo, a Madrid in quei giorni, ma ero lì e avevo visto il concerto dei Rolling Stones il giorno prima e poi le edicole erano piene di copertine con la foto di Pertini esultante e i titoloni: “¡Presidente encantador!” ed io che li guardo sollevata, ché avrebbero potuto anche prenderci in giro, per quel tifo sfegatato di Pertini, e invece mi sento accolta. E grata, appunto.

O la sera in cui il Barcelona vinse la Liga e vivevamo a Castelldefels, noi, e andammo in città a festeggiare ed era tutto un fiume di “Cava”, da Plaza Cataluña a Plaza de Colón, e quello spumante che scorreva giù dalla Rambla come un fiume chi se lo scorda piú?

E le serate a giocare, a sedurre, a diventare femmina. E autorizzarsi a essere forte anche se sei femmina, appunto, cosa non scontata da noi e scontatissima, invece, nel paese di Carmen. E quel mio rapporto comunque complicato con le femmine spagnole, tanto più dure di me e con mille moine in meno, ma poi così serenamente ragazzine in apparenza. Rapporto faticoso che mia figlia ha ereditato - e sennò non sarebbe figlia mia - e però a lei viene meglio, ché ci ha il cromosoma che è sempre mancato a me, e deve essere dalle parti del naso a patata che non è incompatibile col sapere usare un trapano, nel suo immaginario, mentre nel mio sono impensabili entrambe le cose: avere il naso a patata e usare un trapano, tutte e due. Ed è che mia figlia è spagnola - qualunque cosa ciò voglia dire, ché non è che io lo sappia spiegare benissimo - ed io no. Poi ha ereditato da me una certa levità negli approfondimenti chiacchieroni che le complicherà la vita, suppongo, ma comunque naviga meglio di me, là. E, soprattutto, si diverte esattamente come mi divertivo io, certe volte. Ed è un divertimento che capisco con ogni centimetro di me stessa.

Io non lo so, cosa è successo. Mi è partito il cucciolo, poi sono partita io e poi sono passati cinque anni e lei è cresciuta e io sono invecchiata e sono successe cose e nessuno le aveva davvero previste, e qui so solo che il cucciolo è là e non torna.

Però, senti: io me la sento più vicina che se fosse rimasta a Milano, e io con lei. Non avremmo avuto un territorio comune, se fosse andata così. Sarà che, per me, la vita è una cosa che si narra, e quindi è vitale che parliamo le stesse lingue, io e lei. E le parliamo, e lei continuerà da dove ci siamo fermati io e suo papà, dal punto esatto in cui le siamo bastati. Anche se a volte sembra di no, che ce ne voleva di più. Più figlia, più genitori. Ma poi no, poi va bene così. Forse abbiamo più spazio così. E avremo sempre un sacco di cose da dirci, in tutte ’ste lingue.

(E provaci - tu provaci - a dire che non è così…)

Ragioniamo

29 June 2008 – 13:50

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Dunque: partiamo dalla non insolita premessa che fa: “Nun ci ho ‘na lira“. Come è ovvio, la natura intrinsecamente ottimista di questo blog non si lascerà condizionare più di tanto da questo ostacolo, ma qualche considerazione bisogna pur farla. E la vera, grande considerazione che mi viene in mente è questa: “Se proprio non si ha una lira non si può andare in Eritrea, in quanto l’Eritrea pone problemi, per gli spostamenti interni e la severità governativa verso gli stranieri, che possono costringere a spese obbligate fuori budget“.

Questo mi riporta a considerare una meta a cui faccio la posta da un po’ e che, complice un’email malandrina ricevuta ieri, mi gira e rigira per la mente a mo’ di moscone e forse si potrebbe pure fare. Non so bene come, ma si potrebbe. L’email diceva: “[…] puoi andare fino a Mumbai, poi ti fai un po’ di costa e arrivi fino in Kerala, te lo organizzi anche in treno…è una fatica blu ma ne vale la pena“. E in India il più è arrivarci, credo. Poi ho idea che lasci più libertà dell’Eritrea, in quanto ai quattrini da spendere.

A questo punto interviene un prezioso link offerto dal sempre provvidenziale Pandemia, ed eccoci a guardare aerei su www.liligo.it.

Cerca che ti ricerca, trovo un volo Francoforte-Mumbai a 540 euro per agosto. Che non è male, diciamocelo. Non solo: lo scalo del ritorno, che è a Doha nel Qatar, lo si può fare durare una giornata intera. Se il Qatar ti dà il visto, una se ne può pure andare a passeggio per Doha, quel giorno lì, e mica mi dispiacerebbe. Rimarrebbe il Milano-Francoforte che, con Ryanair, costa sui 30 euro.

Bisogna fidarsi di Ryanair, però. Ché, non sia mai ti lasciano a piedi, hai perso il volo per l’India. E’ l’elemento stressante del tutto, questo, ma vabbe’. Io, insomma, a questo starei pensando. Sempre che mi caschino dei quattrini sulla cocozza prossimamente, ovvio. Una bella traduzione polposa, chennesò. Lunedì ci ingegneremo e vedremo se gli astri ci sorridono.

Sennò si pensava di scrivere di corsa al Cairo per proporsi come prof estiva. Di corsa vuol dire ieri. Non so. E’ che forse mi farebbe bene una meta diversa, per una volta. Anche se poi non lo so, se riesco a stare lontana dall’Egitto. Sta di fatto che già adesso è tardi, per proporsi come prof estiva. Figuriamoci domani, dopo o tra tre giorni. Boh.

Sennò una si contempla un attimo seriamente i conticini e se ne sta a Genova a fare la persona adulta e a risanarsi l’economia. Anche. Che è sempre meglio che starsene in un sacco di altri posti, stare a Genova d’estate, e certo vedrei più mare qui che in India o al Cairo. Ma ho due mesi interi davanti a me e mi pare un tale spreco di tempo, passarli tutti a Genova, che proprio mi spiace.

E poi ci sarebbe anche il volo Vueling a 80 euro per Valencia, a Luglio, ché ad Agosto la Pupina mi ha già detto che è piena di ospiti e la mamma le avanzerebbe, giustamente, e quindi una un salto dalla figliuzza lo farebbe, prossimissimamente, ma quella è un’altra cosa, non è un viaggio.

Doha.

Io la vorrei vedere, Doha nel Qatar.

Capace di andare in India e tornare per lo sfizio di fermarmi a Doha, nel Qatar. Vado a chiedergli un autografo a quelli di Al Jazeera, vado.