Senti un po’, islam italiano
31 October 2006 – 15:22Due parole sulla mia proposta.
Quello che io vorrei è un’authority, dicevo, creata all’interno della stessa comunità islamica allo scopo di verificare, nei contenziosi da divorzio islamico, chi ha ragione e chi no secondo i principi coranici.
Non è un’idea dell’altro mondo: tra gli ebrei questa istituzione esiste, si chiama Consulta rabbinica ed ha appunto il compito di risolvere gli eventuali conflitti che si possono presentare nell’ambito del divorzio ebraico.
Va da sé che un simile organismo sarebbe del tutto privo di valore legale, esattamente come lo è quello ebraico e come pure lo sono i matrimoni islamici, le fatwe e tutti gli organismi che, già adesso, regolano da un punto di vista morale e religioso la vita dei musulmani d’Europa.
Rispetto agli altri, però, quello che io propongo avrebbe due particolarità:
1. Esisterebbe allo scopo di tutelare le donne.
2. Funzionerebbe come organo di autodisciplina e controllo: già il solo fatto di documentare quante volte si dà ragione all’uomo e quante alla donna obbligherebbe alla consapevolezza del proprio operato e all’assunzione di responsabilità tanto di fronte alla comunità quanto all’esterno.
Mi spiego meglio: certe volte si accusa l’islam italiano di volere fare uno “Stato nello Stato”.
L’accusa è, allo stesso tempo, ingenerosa e azzeccata.
Ingenerosa perché stiamo parlando di una comunità infinitamente più povera e sfigata di quanto i suoi detrattori amino dipingerla. Qui già è tanto se si riesce a sbarcare il lunario, figuriamoci mettersi a costruire infrastati.
Azzeccata perché, e non potrebbe essere altrimenti, la vita del musulmano è scandita da una serie di precetti pratici e concreti che richiedono l’esistenza di autorità consultive e di reti organizzative che si occupino di cose che vanno dalla nascita alla sepoltura, passando per il matrimonio, l’educazione dei bambini, l’alimentazione halal, i luoghi di incontro e di culto, la solidarietà interna, i beni comuni e via dicendo.
E fin qui nulla di male, se non fosse che tra tutte le iniziative messe in campo dall’islam italiano per consentire ai suoi membri di vivere esistenze islamicamente corrette non ce ne è una – dico una – dedicata espressamente alla tutela pubblicamente verificabile dei suo membri più deboli, ovvero le donne, i cui diritti – che mi risulta siano previsti dalla religione islamica tanto quanto, chessò, le regole alimentari - sono affidati all’improvvisazione e alla buona volontà (quando è buona) delle persone in cui incappano.
Il problema si pone con particolare forza nel momento in cui una comunità, di per sé tendenzialmente chiusa e cresciuta all’insegna dell’autodifesa verso un esterno concepito, a torto o a ragione, come ostile, non ha ostacoli che le impediscano di esercitare al proprio interno tutte le dinamiche di potere di cui è vittima all’esterno: dal clientelismo alle solidarietà corporative più o meno immorali, passando per il controllo autoritario dei comportamenti dei più deboli (nel nostro caso le donne) fino ad arrivare a modelli di patriarcato di rurale memoria che nel mondo arabo sono considerati, appunto, propri delle classi sociali meno avvantaggiate socioculturalmente, ma che in Italia, grazie a un terrificante connubio tra l’estrazione culturale di buona parte degli immigrati e i bollenti ardori da neofiti di buona parte dei convertiti, diventano semplicemente “islam”, con il più o meno disinteressato consenso dei vertici.
Capisco benissimo come non sia facile creare organismi di tutela delle donne che non si riducano alla pura demagogia, in linea di principio: i singoli sono i singoli, è ovvio, e non ti puoi certo fare più di tanto i fatti loro.
E’ necessario identificare argomenti specifici, quindi.
L’unico creabile, l’unico possibile mi pare possa essere, appunto, un organismo chiamato a seguire i divorzi. Del resto, pure tra noi le conquiste femminili sono partite da lì: dalla questione del divorzio, guarda caso.
E a che serve un’authority chiamata ad arbitrare i divorzi ma priva di poteri legali?
A contrapporsi allo “Stato nello Stato”, innanzitutto.
Perché nel momento in cui esiste un’entità chiaramente identificabile (e composta da membri scelti tra tutte le organizzazioni islamiche, non da una o dall’altra) a cui rivolgersi per contare i casi, conoscere le procedure e le decisioni e rendere possibile un follow-up della sorte di donne che, al momento, si rivolgono in solitudine alla Caritas e affini, questo aspetto della vita islamica si apre all’esterno, diventa conoscibile e, quindi, verificabile su basi oggettive. Dalla comunità stessa e all’esterno. Con tutti i circoli virtuosi che si instaurano ogni qualvolta i nostri comportamenti sono sottoposti a verifica.
Guarda, voglio fare un esempio scemo: io faccio la prof e la Costituzione mi garantisce libertà di insegnamento. Io li posso porre come mi pare, i mei argomenti, e non c’è nessuno al mondo che possa venire a discutermelo.
Allo stesso tempo, però, io devo dichiarare quello che faccio e metterlo a disposizione di chiunque lo voglia sapere. Non solo: i risultati del mio lavoro devono essere pubblici e il modo in cui ci arrivo deve essere esplicitato nel modo più chiaro possibile.
Poi certo, io posso anche lavorare da cani: a quel punto non mi cacceranno, ché è davvero difficile che ciò accada (manca la sanzione, appunto) però vivrei additata come prof impresentabile, non avrei voce né credibilità, non godrei del rispetto di nessuno e la mia vita sarebbe parecchio difficile.
La trasparenza serve a questo, ad agire sapendosi allo scoperto. A spingerci a comportarci meglio, quindi. E a tutelare, di conseguenza, chi dipende dal nostro comportamento, anche e soprattutto quando non esiste sanzione legale che possa obbligarci ad agire in un modo anziché in un altro.
Al momento, l’islam italiano soffre dello stigma del giudizio pessimo che ha di esso la nostra pubblica opinione e, allo stesso tempo, subisce e/o adotta al proprio interno molti dei comportamenti per i quali viene stigmatizzato.
E li subisce/adotta, il più delle volte, senza dirselo e senza assumersene la responsabilità, ché loro per primi ammetterebbero la non-islamicità di certe comodissime prassi, se solo si decidessero ad affrontarle seriamente.
Il circolo è vizioso, non virtuoso: io, comunità islamica, fingo di non vedere i miei peccati, li nascondo sotto al tappeto e li rinnego in pubblico. Tu, opinione pubblica, parti dal principio che io abbia solo quelli ma non possiedi strumenti per verificare quanto le tue percezioni siano giuste o sbagliate.
Si va a pelle, si ragiona per ideologie.
Siamo immersi in un mare di chiacchiere, amichevoli o ostili che siano.
Io non credo di sbagliare se dico che stiamo giungendo a un bivio, tutti quanti.
Ci sono, da una parte, settori di società che si sentono vicini al mondo islamico e alle sue esigenze ma che vorrebbero potere affrontare determinate questioni senza più lasciarle nelle disonestissime mani dei Magdi Allam di turno.
E c’è, dall’altra, una dirigenza islamica che deve affrontare i propri nodi trovando il coraggio di dialogarci davvero, con quei settori di società a cui chiede appoggio e sostegno.
Quello che si tende a chiedere, al momento, è appoggio incondizionato, atto di fede. Qualche volta persino omertà.
E gli amici dell’islam, coloro che vivono sulla frontiera tra islam e occidente rifiutandosi di giocare – da una parte o dall’altra - allo scontro di civiltà finiscono col ritrovarsi nella stessa, identica situazione in cui si ritrova tutta la sinistra italiana quando è costretta a turarsi il naso davanti a certi impresentabili carrozzoni politici perché, dall’altra parte, c’è Berlusconi.
Be’, non mi sta bene.
Io non la faccio, la diessina dell’islam, nemmeno se dall’altra parte c’è Magdi Allam.
Mica paglia, difendere il privilegio di potersi esprimere in buona fede.
5 Responses to “Senti un po’, islam italiano”
mbeh… ora il sasso è lanciato: qualcuno lo dovrebbe raccogliere e porlo a pietra miliare dell’inizio di un cammino di chiarezza. O perchè tale pietra miliare sia posta bisogna girare il tutto alle varie organizzazioni rappresentative dell’islam in italia? Già fatto, Lia? Speriamo che davvero qualcuna di queste autorità ora operanti a vario titolo nelle varie comunità raccolga il presente invito, anche solo per caso!
Sono sempre più concorde. Bello e calzante, ahimè… tristemente calzante, poi, l’ultimo paragone!
Bacetti da Qarmida
By qarmida on Oct 31, 2006
Trovo che sia un’ottima idea…..ma utopistica, ahimè
By michela72 on Oct 31, 2006
cara lia,
secondo me ti devi chiedere innanzitutto perchè hai accettato di sposarti con un rappresentante dell’islam italiano; eri attratta da lui o da ciò che rappresentava? come hai scritto tu stessa recentemente, tu hai flirtato con l’islam per molti anni, senza mai deciderti ad una conversione; non è che per caso sei passata dal flirtare con l’islam a flirtare con “il rappresentante dell’islam in Italia”, quasi sperando in questo modo di “assorbirne” la fede e farti guidare finalmente verso La Retta Via? ti scrivo con tanta sicumera perchè anche a me è successa più o meno la stessa cosa, e anche io sono rimasta molto delusa. ma vorrei dirti che tu non hai bisogno di nessun rappresentante dell’islam italiano che ti spieghi niente, perchè tu sei sicuramente molto più musulmana di lui, basta leggere i tuoi post per capirlo. tu sei talmente tanto musulmana, la tua fede in dio è così salda che ti permette di non avere paura dei tuoi dubbi, anzi li esprimi ad alta voce per condividerli con gli altri; tu puoi sostenere il peso delle tue contraddizioni e dei tuoi ripensamenti, mentre invece altri vivono le loro incoerenze di nascosto perchè sono condannati a dover dimostrare di essere “i veri musulmani”. ma cosa significa poi essere “i veri musulmani”? non sarebbe più importante essere semplicemente sè stessi, come dio ci ha fatto? hai sbagliato a fidarti di uno che si auto-proclama rappresentante di qualcosa, perchè uno è qualcosa o non lo è, punto e basta. l’islam non è nè quello che dipingono i giornali neocon nè quello che descrivono i rappresentanti dell’islam –siano essi italiani, egiziani, sauditi o marziani- l’islam è quello che c’è nei cuori dei credenti, ed è diverso da persona a persona perchè ogni cuore è diverso, e solo dio sa chi è credente e chi no. guarda, io dico che molti dei tuoi post (specialmente quelli sull’alto egitto) dovrebbero essere letti il venerdì nelle moschee, altro che; tu non hai niente da invidiare a nessun rappresentante di niente; dio è verità, il musulmano è chi è arreso a dio, e tu sei musulmana perchè sei arresa alla verità a tal punto che ti sei sentita costretta a condividere con gli altri un’esperienza dolorosa, deludente e sgradevole che ti è capitata solo perchè non potevi sopportare di tacere una verità che ritenevi importante.
fino a che cercherai l’islam negli altri, in quello che gli altri dicono, fanno o dicono di fare, rimarrai sempre delusa e in dubbio; quando invece scoprirai l’islam che è dentro di te, capirai che tutte queste sono dispute inutili.
“colui che indossa la propria moralità come il vestito migliore farebbe bene a starsene nudo..”
“e colui per il quale l’adorazione è una finestra da aprire ma anche da chiudere, non ha ancora visitato la dimora della sua anima le cui finestre sono aperte da alba ad alba”
“la vostra vita quotidiana è il vostro tempio e la vostra religione”
“e se volete conoscere Dio, non cercate di essere solutori di enigmi. Piuttosti guardatevi attorno e Lo vedrete che gioca con i vostri figli”.
(Khalil Gibran, il Profeta)
By salaam on Oct 31, 2006
Premessa: era un commento scritto su Macchianera, ma il sistema di commenti di blognation è andato a farsi friggere e quindi posto qua. Che magari è pure meglio.
Intanto complimenti per entrambi i post, mi sono piaciuti moltissimo (e aggiungo i complimenti per Haramlik, di cui in passato sono stato un lurker scostante, ma adesso nemmeno quello -__-’).
Ho solo una domanda da farti. E’ il fulcro di tutto il tuo discorso ma non l’hai mai affrontato nel dettaglio: quali sono questi diritti che vorresti difendere? Cosa prevede insomma il Corano per la tutela delle donne divorziate?
By eMMe on Nov 1, 2006
Mah. Posta la necessità di un riconoscimento dell’Islam alla pari con le altre confessioni, posto che non posso entrare nelle questioni interne alla politica della comunità musulmana d’Italia, posto che i cialtroni sono ovunque e nelle emergenze delle minoranze un po’ minacciate trovano sempre terreno fertile… Secondo me si può finire sempre come con i matrimoni cattolici in cui l’annullamento della Sacra Rota è spesso usato per non pagare gli alimenti al coniuge più “debole”. Insomma: al dunque, in queste faccende, ci si trova sempre a fare affidamento sull’integrità morale l’uno dell’altro: che dovrebbe essere il bello della situazione, e non solo il suo più grande rischio.
Un abbraccio, e in bocca al lupo per la tua campagna - spero di essere smentita.
By restodelmondo on Nov 1, 2006