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L’ambasciata ha fatto un ricevimento ed io sono arrivata giusto in tempo per sentire esplodere, letteralmente, le note di “Fratelli d’Italia” nel salone.
C’erano tutti questi italiani e l’inno di Mameli ed io ho pensato che stare lì equivaleva ad appoggiare, in qualche modo, la guerra all’Iraq, ed ho pensato di andarmene.
In realtà lo pensavo da prima di uscire di casa, ma avevo appuntamento e sono andata.
Poi, sentendo l’inno, ho pensato che prima di fuggire dovevo almeno salutare chi si aspettava di vedermi lì e sono rimasta un attimo facendo violenza ai miei stessi piedi.
Ho chiesto un Ferrari, poi un altro, poi un altro.
I camerieri egiziani si ostinavano a chiamarlo ‘sciampàn’, non c’era verso.
Ho sentito il discorso dell’ambasciatore: ha detto che, oggigiorno, non ci sono più gli spargimenti di sangue a cui si riferisce il nostro inno ma che ci sono altri modi di costruire la patria.
Ed io, fissata con l’Iraq. “Ora me ne vado.”
Poi ha detto che chi non ama la propria patria non può amare gli altri paesi. Ed io ci ho riflettuto su ed ho pensato che amo moltissimo un sacco di posti, io, quindi forse amo anche l’Italia e non me ne accorgo: mi sono guardata attorno e, no, non amavo i presenti. Io guardo un assembramento di connazionali e non vedo niente.
Bei vestiti, questo sì.
Ho chiesto un altro Ferrari. “Ah, sciampàn.”

Poi me ne volevo proprio andare, ché mi pareva di essere finita in un telegiornale di quelli che ti fanno vedere l’Iraq e poi Roma, ma la mia amica si è opposta con decisione e mi ha portato davanti al buffet e c’erano le tagliatelle ai funghi, il risotto e la pasta al forno.
Io, è un anno che non vedo tagliatelle né risotti, e lasciamo perdere la pasta al forno.
Ho preso il piatto ed ho riconsiderato il mio senso della patria. E’ di quelle cose che non scegli, ho pensato: appartengo, non per mia colpa, a una tribù che si alimenta in un determinato modo e pure in capo al mondo riconosco l’odore della mia cucina.
Tre quarti di me volevano fuggire per non sentirsi corresponsabili di ciò che andiamo facendo per il mondo. L’altro quarto ha impugnato la forchetta. Un Ferrari, grazie. Eccola qui, la mia patria.

Una, poi, ascetica non lo è mai stata e grazie alle tagliatelle e allo sciampàn si è un po’ smollata e ha cominciato a cercare virtù in chi la circondava: le suorine e i missionari comboniani, per esempio. Ecco, loro mi piacevano. Ce ne fosse stato uno, di comboniano pettinato: tutti con delle creste scarmigliatissime e il saio chiarissimo col cordone un po’ storto e l’aria di chi ha altro a cui pensare. Loro hanno organizzato il doposcuola per i bambini (li chiamano ragazzi, qui) che lavorano nella cernita dell’immondizia e lo hanno organizzato bene: senza troppi pietismi, senza nessuna intenzione di sostituirsi alle famiglie o alle istituzioni egiziane; offrono un servizio che serve, semplicemente, e lo fanno con professionalità e rispetto.
Devo farmi un nodo al fazzoletto e ricordarmi che esiste, una nicchia di Italia di cui è bello sentirsi connazionali. Oltre ai cuochi, dico.

L’ambasciatore ha ricordato gli splendidi rapporti che ci legano al’Egitto, di cui siamo il secondo partner commerciale dopo gli USA: il rispetto, la profonda amicizia, la collaborazione, i progetti comuni.
Io ho pensato ai mal di pancia di qualche mio lettore che non lo sa, che noi siamo grandissimi amici dell’Egitto, e mi sono chiesta come mai non lo sapesse, ché pure non li scrivo io, i discorsi dell’ambasciatore. Ho qualche lettore un po’ confuso, ho pensato.

Alla fine, la bomba non ce l’hanno messa: so di mariti egiziani preoccupatissimi di vedere saltare in aria le proprie mogli (“Ormai gli italiani si sono fatti odiare, ‘sta festa è un’opportunità d’oro per mettervi una bomba”) ma siamo ancora tutti interi.
Fortunelli, che siamo.

Poi ci sono degli italiani-italiani, qui. Che non sono di passaggio e che ci sono nati e ci moriranno, in Egitto, eppure sono italiani.
Alcuni perchè i loro genitori o nonni trovarono asilo qui quando cadde il fascismo e loro potevano passare qualche guaio.
Altri perchè boh.
Tutti figli, comunque, di italiani che dovettero emigrare e a cui l’Egitto diede, in qualche momento, ciò che l’Italia gli negava.
Ora sono cambiati i tempi ma, se penso ai figli di quelli che emigrarono in Argentina, questi italiani d’Egitto mi sembrano ancora fortunati.

C’era una foto con dedica di un Craxi bello e giovane, sul pianoforte, e mi ha fatto ricordare un’Italia antropologicamente meno sconfortante e mi veniva da ridere.

E poi c’era la vecchietta di cent’anni, alta un metro e venti, col bastone e un naso grandissimo, da sola.

E poi qualcuno mi ha spiegato che, in molti paesi, ci sono anzianissimi connazionali che vivono di questo, di pasti all’ambasciata.
Che ci vanno per mangiare perchè hanno fame, e poi si portano a casa il cartoccio che gli dura qualche giorno, fino al prossimo ricevimento, al prossimo buffet.

Poi l’ho vista uscire, la vecchietta, e proprio non riusciva a scendere i gradini, non vedeva nulla, e le guardie l’hanno quasi presa in braccio per aiutarla ed erano dolcissime, attentissime.
Però la vecchietta (ma cosa pesava, forse 20 chili?) aveva l’aria seria e autosufficiente e non permetteva troppa tenerezza e si è allontanata col suo bastone, fiera.

Io, quando vedo molti italiani assieme, non vedo niente.
Un popolo leggero, mi pare. Che rimane in superficie, che non lascia traccia.
Li devo proprio guardare uno per uno, per sentire qualcosa.
Probabilmente è un mio limite.