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Quando avevo 15 anni andai a studiare in Inghilterra per un anno.
Ero a Margate, Kent, e trascorsi i primi mesi in casa di una famiglia ebrea di origine tedesca.
Lì conobbi l’antisemitismo e lo vidi all’opera, per la prima ed unica volta nella mia vita.

La mia landlady accendeva le candele per lo Shabbat. Prima di farlo, però, chiudeva bene le tende e si accertava che la luce delle candele non fosse visibile dalla strada: “Potrebbero tirare dei sassi e rompermi i vetri, è già successo.” “Ma perchè?” “Perchè siamo ebrei.” “Gessù.”

Era tipico, nell’Inghilterra di provincia di allora (1977), che ti si insultasse a partire dalla tua identità; curiosamente, se io cerco di riflettere su una tipica frase antisemita, l’unica autentica che mi viene in mente è in inglese: “F***ing jew!”.
Dico autentica perchè l’ho sentita mille volte e so che è stata di vitale attualità non solo prima della mia nascita ma anche nel corso della mia esistenza.
“Sporco ebreo”, per esempio, non mi suona autentica: l’ho sempre e solo letta come possibile frase pronunciabile da possibili antisemiti descritti, temuti ed evocati allo scopo di prenderne le distanze. E, se la sentissi, penserei a un film ambientato negli anni ’30/40 o, forse, a quei doppiaggi dall’inglese che creano insulti che a un italiano normale non vengono spontaneamente in mente: un po’ come “Dov’è il fottuto cacciavite”, perchè “f***ing” andrà pur tradotto in qualche modo.

Io, dunque, sono cresciuta in un mondo in cui un antisemita era colui che poteva discriminarti, deriderti, offenderti o danneggiare te e le tue proprietà non per le tue azioni ma per la tua semplice identità.

Poi è cambiato tutto, e non da moltissimo.
Io me ne sono accorta tre anni fa o giù di lì. Qualcuno mi diede dell’antisemita via internet e per poco non mi va di traverso il caffè. Pensai a un caso di delirio isolato. Poi arrivò un altro e poi un altro. Ed io mi ritrovai, un po’ come il protagonista de La macchia umana, a vedere mettere in discussione i miei sentimenti, la mia etica e i miei valori da perfetti sconosciuti armati di metro morale con il quale misurarmi le parole per giungere a un verdetto su ciò che ero.
Non su ciò che pensavo o dicevo. Proprio su ciò che ero.

Poi i “qualcuno” sono diventati un’abitudine e, lentamente, ho imparato a non farci caso più di tanto.
Mi fermo quando l’accusa parte da gente che potrei sentire vicina, però.
Con te mi imbestialii, letteralmente. Te lo ricordi anche tu.

Ho lentamente capito e – soprattutto – accettato il fatto che tu sia in buona fede, quando associ una mia determinata e concretissima opinione, che adesso ribadirò, all’antisemitismo.
Lo accetto come accetto il fatto che oggi è venerdì ma non riesco a spiegarmelo fino in fondo e, temo, non ci riuscirò mai.

L’opinione è questa: io osservo che la nascita di Israele, in quel luogo e in quel modo è stata un errore di portata immane.
E’ una semplice constatazione a posteriori e si basa sulla mera osservazione del fatto che è costata qualche milione di vittime, tra morti, esuli, rifugiati e vite che si trascinano in quelle carceri a cielo aperto che sono Gaza e, in parte, i Territori, nonchè in quella stessa società israeliana che anche i più insospettabili tra gli osservatori considerano, ormai, moralmente allo sbando.
Io non so a voi: a me, una decisione politica che distrugge l’esistenza di milioni di persone, scatena l’avvelenamento morale, ideologico e religioso di un’intera area della Terra – “la polveriera del Medio Oriente”, la chiamano – e lascia in eredità una sofferenza che si trasmette di generazione in generazione di palestinesi e israeliani amplificandosi ed estendendosi come una cancrena attraverso i decenni anzichè diminuire, cosa volete che vi dica: a me non pare una buona decisione.

Io ho ricevuto una formazione laica: per me Israele non è il prodotto di una volontà divina ma di una scelta politica compiuta da uomini. Per giunta, il tema mi interessa solo da una decina di anni, per cui l’ho conosciuto non attraverso le connotazioni mitologiche date alla sua storia ma quando tali connotazioni mitologiche erano già state smantellate dal lavoro di intellettuali e storici seri, dentro e fuori Israele.
Io, quindi, guardandomi attorno ho osservato: “E’ stato commesso un errore.”

Si può anche non pensarla così. Però, allora, vorrei sapere in base a quale metro voi distinguete le decisioni politiche giuste da quelle sbagliate.
Dai principi o dagli effetti?
Se, per voi, quello che conta sono semplicemente i principi, voi avete una visione ideologica della politica di gran lunga superiore alla mia.
E, si sa, l’ideologia resiste bene ai milioni di vittime sacrificate in suo nome.
Io, molto sommessamente, ritengo che siano negative le decisioni i cui effetti sono negativi.

Constato anche che l’errore commesso è assolutamente irrimediabile.
Israele deve continuare ad esistere per il più semplice dei motivi: perchè esiste già.
Esiste un popolo che, lì, c’è nato e cresciuto e che non potrebbe andare da nessun’altra parte, a meno di non fare una Palestina-bis.
Non si rimedia a un’ingiustizia con un’altra ingiustizia, quindi ritengo che, ovviamente, sull’esistenza di Israele non ci sia nulla da discutere.

Come dire: a me sembrano osservazioni dell’esistente, queste.
Io guardo una fotografia, non dipingo quadri.

Ho torto?
Va bene, ma spiegatemi perchè sulla base di ciò che vedete, non ideologicamente. Non in nome di Dio, dei desideri millenari, dei nostri peccati originali e storici e delle teorie che, sulla carta, sembravano così belle.
Facciamo un gioco: se a voi pare che sia stata una buona idea, fare Israele in quel luogo e in quel modo, ditemi perchè senza usare altri modi e tempi verbali che il presente indicativo. Niente condizionali, niente congiuntivi, niente categorie del pensiero connesse ad essi. Puro e semplice presente indicativo: constatazione dell’esistente.
Provateci.

Ora: a me pare evidente che io non sto affatto dicendo che Israele non dovesse esistere. Uno Stato che raccogliesse gli ebrei del mondo è un concetto che non mi pare, a priori, né condannabile né tale da suscitare immediata aderenza: dipende dal “dove”, appunto.
Dove abita un altro popolo la cui vita, da quel momento, diventa impossibile? Be’, no. Non mi pare giusto.
In “una terra senza popolo”, come si disse allora? Benissimo. Fantastico. Sono più che d’accordo.
O, persino, nella terra dei persecutori storici, perchè no. Fosse stata fatta nel cuore dell’Europa, Israele, mi sarebbe sembrata una decisione coerente con un’intera storia.
La tegola che è caduta in testa agli incolpevoli palestinesi, invece, la trovo ingiusta.
Semplicemente.
E comunque, ripeto, non è importante il giudizio morale sulla vicenda: è importante l’effetto che la vicenda ha causato.
Se la scelta di fare nascere Israele lì e in quel modo non avesse creato ingiustizie e vittime, noi non saremmo qui a discutere: la questione non sarebbe mai nata e Israele, e noi con essa, vivremmo in pace e letizia.
L’attuale disastro è figlio di quell’antico errore di base e, subito dopo, della negazione dell’errore.
Che ci piaccia o no.
A meno che non si decida che i palestinesi sono semplicemente pazzi, e allora c’è poco da discutere.

C’è un articolo che io trovo molto vero e che ho postato più volte: lo ripropongo, è qui.
Io non credo in nessuna pace possibile fino a quando queste considerazioni non saranno calate nella coscienza collettiva.
Ma non perchè non lo voglia, perchè sia contraria, perchè boh e chissà perchè.
Perchè non ci credo, semplicemente.
Non ritengo che sia possibile, non credo che funzioni.
Forse ho letto troppo Freud? E che ci posso fare.

Non è una posizione ideologica: è come dire che, per fare una torta, la temperatura deve essere di tot gradi anzichè di tot.
A me piacerebbe, che le cose andassero diversamente.
Mi piacerebbe che certi accordi si potessero fare, mi piacerebbe credere un sacco di cose.
Siccome, però, vedo che in gioco ci sono – e in un posto piccolissimo, guardate che è importante – degli uomini e delle donne con una storia di violenza, di odio, di repressione, di abuso e, soprattutto, di enorme disparità di forze e relative cupidigie, io non ci credo, a meno di una rivoluzione delle coscienze che non tocca ai palestinesi compiere.
E che consiste nel semplice riconoscimento dell’immane torto, dell’immane abuso commesso ai danni dei palestinesi.
Nel pieno riconoscimento dei palestinesi e della loro storia, dunque.
Tutto qui.
Sembra semplice ma siamo – noi – ad anni luce dal compimento di questa premessa.

Bene.
Io ho detto più o meno (mentre mangiavo pane e formaggio, mentre mi chiedo se partire per il mare) ciò che penso.

Sono cose contestabili, certo.
Per contestarle, si può discutere ciò che io ho detto o si può, in alternativa, discutere ciò che io sono.
Se si sceglie questa seconda strada, mi si darà dell’antisemita.
In questo modo, io diventerò una persona moralmente inaccettabile la cui esistenza è un pericolo per la società e i cui pensieri sono riprovevoli in sé, in quanto prodotti secondari di una personalità già a priori deviante e semplici strumenti di un obiettivo finale più o meno celato che consisterebbe nella discriminazione, offesa e danneggiamento degli ebrei in quanto tali.

Succederà, eh. Lo so già, che succederà.
Me ne rassegno.

Dirò una cosa con tristezza, più che con spirito polemico: non mi cambia molto, se il metro con cui si valuta l’antisemitismo di chi si esprime su Israele viene tarato sul semplice e rozzo “essere pro-palestinesi” o su un più elaborato e complesso limite situato sul sionismo.
Riconosco il diverso livello tra gli interlocutori, certo, ma il verdetto che mi riguarda non cambia.

Rimane il fatto che io so cosa sono.
La realtà esiste. La terra è rotonda. Oggi è venerdì. Io ne sono certa, come sono certa di non essere antisemita.
Vi potete mettere lì a milioni, a dirmi che questo computer e questa sigaretta non sono tangibili e che la terra è piatta, oggi è martedì e io sono antisemita.
Mi dispiace, ma l’unica autorità degna di fede su ciò che io sono o non sono, sono io. Appunto.
E non c’è forza al mondo capace di convincermi che io creda in cose in cui so perfettamente di non credere.
Non sono suggestionabile. Non sono ipnotizzabile.
Non sono antisemita, per quanto vi sgoliate.
Io lo so e nessuno può saperlo meglio di me.

Quindi, voi vi sbagliate.
E se vi sbagliate su una cosa che per me è tanto concreta, tanto fondamentale, chissà in quante altre cose vi sbagliate.
Se io ho una prova tanto inoppugnabile del vostro errore, se io sento concretamente la vostra errata interpretazione della realtà sulla mia pelle, nella mia vita, non oso pensare a quante altre volte la realtà di cui voi siete certi non sarà stata altro che un vostro sogno.

Questa patente di antisemitismo data a chi non ritiene di meritarsela, prima o poi si ritorcerà contro coloro che la dispensano.
A prescindere da dove venga situato il metro.
Sarà la colonna portante che, sgretolandosi, trascinerà dietro di sé tutti i ragionamenti che sostiene.
Perchè la realtà è testarda e tende a sopravviverci, che io sappia.

In allegato, nel “continua”, un mio vecchio messaggio su Adorno e il rapporto tra antisemitismo, “personalità autoritaria” e ideologia etnocentrica.

Trovo che sia più che mai di attualità: io credo che la moderna islamofobia non sia altro che il vecchio antisemitismo riadattato e perfezionato qui e là.
A proposito di antisemitismo.

E rimando, infine, a un articolo di Brian Klug ospitato su Fisica/Mente e dell’appropriato titolo: “No, l’anti-sionismo non è anti-semitismo.”

Basta, vado a comprarmi le pinne.

Adorno, Frenkel-Brunswick, Levinson, Sanford. La personalità autoritaria

Sono quattro volumi, non è esattamente una lettura da spiaggia.

Vol. I “La misurazione delle tendenze ideologiche”
Vol. II “Personalità autoritaria e interviste cliniche”
Vol. III Anti-semitismo, etnocentrismo e personalità autoritaria.
Vol. IV Analisi di gruppi specifici.

Dice:

Frutto di un’indagine condotta tra il 1944 e il 1949 nel quadro degli studi sull’antisemitismo […], La personalità autoritaria rappresenta il tentativo più importante di ricerca sociologica incentrata sull’impiego sistematico delle categorie psicoanalitiche.
[…]
Da ciò la novità di quest’opera che, attraverso l’elaborazione di una serie di scale (le scale dell’antisemitismo, dell’etnocentrismo, del conservatorismo politico-economico e delle tendenze antidemocratiche implicite), nonchè attraverso le interviste individuali e l’impiego di test e di domande proiettive, si propone di determinare le caratteristiche della “personalità autoritaria”, intesa come una struttura “profonda” della personalità che ha la sua origine nell’esperienza infantile del soggetto e nei suoi primi rapporti con l’ambiente familiare.

L’analisi condotta da Adorno e dai suoi collaboratori mette capo alla scoperta del rapporto tra “personalità autoritaria” e ideologia etnocentrica, rapporto la cui radice viene riconosciuta nel meccanismo di proiezione in virtù del quale l’individuo attribuisce ai membri dei “gruppi esterni” atteggiamenti che trova presenti in sé, ma di cui vuole ignorare o negare l’esistenza.

Così il rifiuto dei gruppi di minoranza (dagli ebrei ai neri) si rivela correlato con la sottomissione all’autorità e con l’aggressività autoritaria, e con una serie di altri atteggiamenti quali la tendenza all’esteriorizzazione, il convenzionalismo, l’orientamento in vista del potere e la rigidità.
La lotta contro il fascismo e la discriminazione sociale passa quindi attraverso la terapia della personalità e dei tratti “profondi” dell’autoritarismo.”

Quest’ultima frase è di poca utilità.
Io posso essere sinceramente convinta del fatto che un po’ di psiconalisi (ma di quelle vere) dovrebbe essere obbligatoria per legge, in quanto scuola di tolleranza e riconoscimento affettuoso dei limiti propri ed altrui.
Ma, per quanto io ne sia convinta, non è un’idea trasportabile alla pratica. E questo non è nemmeno l’unico dei motivi per cui quest’opera non può dare risposte utili o indicazioni sul come migliorare la situazione.

Quello che fa, questo studio, è offrirti delle descrizioni assolutamente perfette, travolgenti nella loro esattezza, della coerenza tra i vari tratti della personalità del nostro fascista odierno.

E’ una descrizione.
Una foto.

Ci sono dei test a cui corrispondono delle scale: la scala dell’antisemitismo, dell’etnocentrismo, del conservatorismo politico-economico e, infine, la scala delle tendenze antidemocratiche implicite (scala F di fascismo!).
E quest’ultima scala è strutturata in modo tale da essere un test della personalità vero e proprio.

Per cui l’ideologia, “l’idea politica”, diventa lo specchio della struttura del carattere.
E gli elementi che compongono “l’ideologia” sono tutti elementi che appaiono insieme, coerenti, nell’interpretazione del mondo di questi soggetti. E siccome non esiste etnocentrismo (che è il nucleo di quest’ideologia-personalità) senza meccanismi psicologici di proiezione, più lo metti in pratica e più sviluppi un’interpretazione aggressivo-persecutoria, o maniacale, della realtà.
Che è esattamente il mio grido: “Ma siete pazzi…?????” di fronte a certi discorsi.
E più l’etnocentrismo si fa collettivo, più siamo nella patologia sociale.

Ma non è la dimensione sociale, ripeto, quello che mi affascina: è la struttura mentale del fascista, fino alla paranoia, al delirio, alla selezione strumentale degli spicchi di realtà che servono a dare coerenza al suo discorso.

Poi, certo, mi spaventa l’inevitabilità della guerra che corrisponde, secondo questi studi, ai momenti storici in cui questo tipo umano si diffonde e prospera, rompendo gli argini e i tabù.