A Massawa ci sono solo io, pare. Non vedo niente altro.

Entrando, nel cortile dell’albergo, c’era un coso strano. Dimmi tu cosa può essere:

cortilemassawa

Il Central Hotel è piacevole, con i suoi bungalow e i tavolini in riva al mare, ma il senso di vuoto è notevole. C’è una coppietta locale seduta a un tavolo in fondo, lei musulmana osservante in nero. E poi un signore di una certa età con l’aria nordica che è uscito dal bungalow più bello, mi ha salutato compito e si è seduto a un tavolo con due eritrei. Poi c’è la cameriera con l’aria triste che ci porta le birre, ma solo se riesci a porti nel suo raggio visivo e poi basta, niente altro. Niente a nord, niente a sud, a ovest, a est. Si fa notte. Le luci di Massawa Island alla mia sinistra, che sembrano illuminare edifici vuoti. Altre più lontano, suppongo si tratti della maggiore delle Dahlak.

Mi lascia perplessa il ristorante: grande, illuminato, apparecchiato, totalmente deserto. Inquietante. Credo che pedinerò il signore con l’aria nordica, per cenare. Appena si alza gli vado dietro, è l’unica. Del resto, il ristorante Luna suggeritomi ieri sera dai colleghi che ne magnificavano le patatine fritte, è chiuso che più chiuso non potrebbe essere.

Di sottofondo, musica locale e l’odore del mare sotto di me e anche quello del mio Autan, forte. Sui letti ci sono delle zanzariere azzurre. Mio nonno si prese la malaria, da queste parti, durante la guerra. Ora dicono che non ce n’è, a Massawa, e che il compenso c’è il dengue ma chissà se è vero.

Prima, quando sono scesa dal taxi collettivo, ho sbagliato strada e ho attraversato il ponte, finendo a Massawa Island che ha l’aria molto più vissuta, orientale, fascinosa e male in arnese rispetto a dove sono adesso, ma altrettanto vuota. Due bimbetti minuscoli mi si sono avvicinati e, compiti, mi hanno stretto la mano. Un signore senza un occhio mi ha poi indicato la strada, anzi l’isola giusta. Che è quella di fronte, appunto, e si chiama Taulud e ci arrivi a piedi se hai una buona resistenza al caldo, e sennò muori accasciato sulla tua valigia.

valigia

Il signore nordico adesso si è alzato e gironzola qua attorno con l’aria annoiata. Forse gli attacco un bottone, se non lo attacca lui a me prima. A noi viaggiatrici solitarie tocca essere socievoli, se vogliamo orientarci in Eritrea. E sennò me ne vado a letto presto col mio libro, ché dopo tanto viaggio e ‘sto sbalzo di una quindicina di gradi ci sta pure.

Da Massawa, la direzione per pregare verso la Mecca è quanto mai agevole da individuare. Verso il mare, ma più spostati a destra. L’Arabia Saudita è dall’altra parte ma verso nord. Di fronte dovrebbe esserci lo Yemen. La cui cucina influenza quella locale, dicono. Vattelappesca dove, però: scoprirlo è la mia missione odierna,

Su tutto, dal mare, impera un’esagerata, mobilissima luna piena enorme che sbuca da una nuvola, sparisce dentro la seguente e va sempre più su. Le nuvole diventano bianche, quando lei è dietro. Mi chiedo quale spettacolo si nasconda sotto questo mare che pare innocente e normale, visto da sopra, e deve essere una follia di vita, sotto. Chissà se puntandogli la torcia arrivano i pesci. Forse il fondale è troppo basso, qua sotto. Penso alla Dahab di quindici anni fa, con i faretti del Napoleon puntati verso l’acqua e i Lion fish che se la passeggiavano sotto. Quindici anni fa. Intanto la musichetta africana ha lasciato il posto a una Macarena cantata con un fortissimo accento locale. E poi del reggae, sapevo che sarebbe arrivato. Il signore nordico butta un mozzicone nell’acqua e io sento di odiarlo. Lascia stare il mare, stronzo.

Schiaccio il mio mozzicone sotto la scarpa. Chiederò la terza birra Asmara.

Arriva la cameriera, le chiedo la birra e un posacenere. Mi dice “No, here!”, indicando il pavimento. “Ok, a terra ma non a mare!”, dico io. “No”, conferma lei mettendosi a ridere. Gessù, finalmente ride. “Thank you!”, mi fa, andandomi a prendere la birra.

L’Egitto è la mia pietra di paragone del mondo e la scuola che mi permette di andare a spasso per mezzo pianeta senza fare una piega di fronte a qualsiasi difficoltà o stranezza. Mi ha insegnato così tanto, quel mio paese-mamma. A essere perfettamente felice seduta sulla riva del mar Rosso, per esempio. Scrivendo, pensando, guardando, fumando. Sto bene. Così, trasformata in spugna.

Il tavolo del signore nordico è ormai un tappeto di birre e lui vuole parlare di politica con i suoi due eritrei. Filosofeggia, parla del fatto che nessuno somiglia più ai propri bisnonni. Nemmeno gli eritrei. “I miei jeans stanno a mia figlia”, dice.

E poi si passa alla Palestina, certo. Si passa sempre alla Palestina, in ogni angolo del mondo, sotto ogni possibile cielo o luna. Chiede agli eritrei cosa ne pensano, loro gli rispediscono la domanda. “Cosa ne penso io? Io sto con i palestinesi!”, dice lui. Oh, bravo.

Stanno sempre tutti con i palestinesi, sembra incredibile che si parli del popolo più solo del mondo. Accompagnatissimi, dovrebbero essere, a sentire ciò che si dice per i bar dell’universo, e invece.

Dal mare arriva la brezza, è buio pesto e non si soffoca più. Allungo i piedi sulla sedia accanto, mi stiracchio, penso a casa: non ho notizie di nessuno tranne che di Marzia, e loro non hanno notizie di me da un paio di giorni, dall’ultima volta che ho preso una virgolina di connessione internet. Speriamo che nessuno si incazzi. Mio padre, ora che è più fragile di un tempo, non ama affatto sapermi dispersa.

Il signore nordico è un consulente della FAO, è olandese. Ovviamente è toccato a me rompere il ghiaccio, sennò staremmo ancora lì a guardarci di sottecchi, a un tavolo di distanza, unici due occidentali dispersi da ‘ste parti. Dovrebbe esserci una legge contro la timidezza, quando gli occidentali solitari si incontrano in Africa. Decreto Livingstone, la si potrebbe chiamare.

Dico una cazzata qualunque, lui la afferra al volo e parte nella chiacchiera, due minuti dopo condividiamo uno zighinì da mangiare con le mani. Mi spiega che non ci sono ristoranti eritrei, in Olanda. Gli spiego che da noi è pieno, e che lo zighinì è la cosa più buona del mondo. Lo è, in effetti.

E’ qui per progettare un progetto, lui: si tratta di smaltire non so quante tonnellate di un pesticida velenosissimo vecchio di 50 anni, che non funziona manco più come pesticida ma che è ancora efficientissimo nell’avvelenare la terra e le persone. Un regalo della Bayer, manco a dirlo. Mi mostra le foto dei bidoni in cui lo conservano, molto arrugginiti. Ogni tanto qualcuno lo ruba per rivenderlo: si intrufolano nei depositi e riempiono le taniche succhiando da un tubo come si fa con la benzina. Ne muoiono 3 su 4, mi spiega, e il quarto si fa due soldi. Vendendo una cosa che uccide e non funziona.

Non si sa come smaltirla, ‘sta roba: in Europa, i nostri veleni li smaltiamo in Africa. Ma i veleni dell’Africa?

Ci consoliamo guardando le foto che ha scattato durante il viaggio da Asmara: ha incontrato un sacco di babbuini, il fortunello. Interi harem, col possente babbuino maschio e decine di femmine attorno. Me lo racconta con un pizzico di invidia, mima persino i bicipiti dei possentissimi maschi. Le foto sono stupende e io invidio lui che li ha incontrati: del resto viaggiava in macchina, lui. Io, sul mio bus sputacchiante fumo e rumore, non ne ho visto manco mezzo. Babbuini snob. Si avvicinano solo alle macchine della FAO, che il cielo li fulmini.