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Perché poi, a dire il vero, io di assenteismo nelle scuole non è che ne abbia visto tanto. E parlo anche di quelle frequentate da mia figlia o dai figli dei miei amici. Non siamo una categoria particolarmente toccata dal fenomeno, mi pare. Le Grandi Assenteiste, tra di noi, sono quelle che fanno i figli e, di conseguenza, vanno in maternità. Poco altro, mi pare.

Il fenomeno che si verifica tra di noi, caso mai, è quello che definirei Assenteismo Interiore, ovvero del tirare i remi in barca. E’ un fenomeno che può assumere diverse gradazioni, e va dall’insegnare all’acqua di rose promuovendo tutti purché respirino e dando dieci a chi articola mezza parola, fino alla manifestazione più estrema, ovvero all’impazzimento bello e buono. Cosa non infrequente nella mia categoria:

 Nel corso di dieci anni di studi, abbiamo analizzato l’incidenza delle patologie psichiatriche su quattro macrocategorie professionali di dipendenti dell’Amministrazione Pubblica (insegnanti, impiegati, personale sanitario, operatori) e proprio tra gli insegnanti si registra una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori. In generale sono più soggette al logoramento psicofisico le cosiddette helping professions, cioè le professioni di aiuto (psichiatri e psicologi, anestesisti, rianimatori, infermieri, assistenti sociali, preti). I più affetti, in misura drammatica, sono però gli insegnanti. Addirittura il 50% delle loro domande di prepensionamento è per una psicopatologia (il 30% tra il personale amministrativo, il 25% tra gli operatori sanitari, mentre il 16% tra gli operatori).

Ad impazzire nel vero senso della parola, per quanto ne so io, sono soprattutto le donne. I colleghi maschi si fermano prima: meno condizionati dalla mentalità del “dare”, sono più veloci a mettere in atto strategie di autodifesa quando cominciano a stare male. E infatti sono loro, spesso, quelli che promuovono a raffica. E’ la prima cosa che fa un insegnante quando non sopporta più di avere problemi. Promuove. Tutti. E, come per incanto, i ragazzi non ti contestano più, i genitori si tolgono dalle balle, il preside è contento e tu, poco alla volta, smetti di essere ossessionato dalla scuola. A quel punto, per quanto ti riguarda, i ragazzi potrebbero pure morire domani, tutti quanti. In compenso, tu sopravvivi.

Io ci ho pensato spesso. Non credo sia possibile spiegare quanto diavolo è difficile fare arrivare il messaggio che tu, la sufficienza, la dai a patto che lo studente abbia davvero conoscenze sufficienti del programma che deve sapere. E una non può non pensare che se decidesse di risparmiarsela, tutta quella fatica – fatica coi ragazzi, coi loro GENITORI, coi presidi che vorrebbero tutti promossi etc. – il suo stipendio non cambierebbe di una virgola e la sua salute invece sì, e in meglio. Una glielo chiede, certe volte, ai ragazzi: “Scusate, ma secondo voi perché mi accollo la fatica di mettervi 5? Sarebbe così facile mettervi subito 6, non ci pensate?” Poi, vabbe’. E’ come camminare. Finché uno ce la fa, cammina. Quando non ce la farà più, si metterà in poltrona.

[] In letteratura sono state descritte e analizzate le reazioni di adattamento (coping strategies) che i singoli insegnanti adottano per far fronte al burnout, nel tentativo di reagire a una situazione che, se non affrontata per tempo e adeguatamente, può degenerare in malattia psico-fisica.

Una classificazione delle coping strategies è stata proposta diversificando le stesse in azioni:
dirette, miranti cioè ad affrontare positivamente la situazione
diversive, cioè tese a schivare l’evento assumendo un atteggiamento apatico, impersonale, distaccato nei confronti di terzi
di fuga o abbandono dell’attività, per sottrarsi alla situazione stressogena

palliative cioè incentrate sul ricorso a sostanze come caffè, fumo, alcool, farmaci.

Ecco: la reazione “diversiva” è tipica dei colleghi maschi, secondo me.

Personalmente, nei periodi di crisi tendo al “palliativo”, mi sa: raddoppio le sigarette, mi mangio un pezzo di pizza gigante all’uscita di scuola, esco con l’amica e le racconto le terribili vicende della Terza C davanti a una bottiglia di vino. Poi mi passa, ma è che io a scuola mi diverto ancora. Poi so’ scema e, se basta poco a farmi stare proprio male e a farmi imbestialire che penso che non mi passerà mai più, poi basta altrettanto poco a disarmarmi e a farmi tornare a casa tutta contenta.

Ad alcuni colleghi, invece, non passa. O, almeno, ormai non gli passa più. Forse è questione di tempo o, anche, di fortuna: le scuole non sono tutte uguali e i presidi nemmeno. Può andarti malissimo, se sei sfortunato.

BURNOUT
– sindrome di natura multidimensionale- dipende da particolari fattori stressogeni legati all’attività professionale- fenomeno a eziologia complessa e multifattoriale – caratterizzato in specifico da:

1. AFFATICAMENTO FISICO ED EMOTIVO
2. ATTEGGIAMENTO FREDDO ED APATICO verso studenti e colleghi e nelle relazioni
3. SENTIMENTO DI FRUSTRAZIONE DOVUTO ALLA MANCATA REALIZZAZIONE DELLE PROPRIE ASPETTATIVE
4. PERDITA DELLA CAPACITA’ DI CONTROLLO DEGLI IMPULSI

Insieme di manifestazioni psicologiche e comportamentali che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente e che possono essere raggruppate in tre componenti: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale.

MANIFESTAZIONI CORRELATE:

senso di rabbia, fallimento, colpa o vergogna – incapacità a gestire il quotidiano – trasandatezza e trascuratezza – crisi di panico e d’ansia, facilità al pianto – fobie – disforie – caduta dell’autostima – diffidenza, sensazione di essere spiato / osservato – mania di persecuzione – cinismo – apatia – pessimismo cronico – dereismo spazio temporale – rivendicazioni – collasso delle motivazioni – perdita di autocritica e autocontrollo – evitamento di impegni, resistenza al lavoro, disinvestimento – ossessioni e compulsioni – sensazione di essere vittima di MOBBING

E poi, come è ovvio, se uno sta male è perché non è un bravo prof. Così dicono. Poi invece, ai corsi di aggiornamento ti spiegano le possibili dinamiche di classe, tra cui c’è quella della creazione, tra i prof, di un capro espiatorio. E ricordo il formatore che ci diceva che spesso è il prof più bravo, il capro espiatorio. Perché il gruppo si difende (dalla fatica che lui vorrebbe fargli fare?) attaccandolo, e attaccandolo dai lati. Come i lupi coi leoni, qualcosa di simile. Comunque sia, non c’è lupo o leone che tenga: se tu stai male a scuola ti senti un verme, professionalmente parlando. L’autostima se ne va a mare, proprio. Ci credo, che ti vergogni a dirlo. Molto più facile impasticcarsi in silenzio, credo, o bere fino a sfinirsi. O, più virilmente, decidere che te ne fotti:

 “Burnout” significa in inglese “scoppiato” o “bruciato”. Si parla di sindrome quando a causa del lavoro si entra in una spirale discendente prodotta da un accumulo cronico di stress e caratterizzata da sintomi quali l’affaticamento fisico ed emotivo. Un atteggiamento apatico e distaccato nei rapporti interpersonali, nel caso degli insegnanti con studenti e colleghi. Un sentimento di frustrazione dovuto alla mancata realizzazione delle proprie aspettative. Infine, un ultimo aspetto è la perdita di controllo degli impulsi (autocontrollo).

A scuola non puoi imbrogliare, sul tuo stato emotivo. I ragazzi lo sentono lontano un miglio e ti studiano, ti scrutano con la lente d’ingrandimento: “Prof, lei non ride. Prof, lei prima ha sorriso. Prof, lei pensa questo e quello e quell’altro. Prof, lei ce l’ha con me perché, mentre mi guardava, si è grattata un orecchio. Prof, ma che le prende? Ho solo urlato/picchiato il compagno/fatto volare palline/bruciato il quaderno, non c’era bisogno di arrabbiarsi così. Lei è troppo nervosa, prof.”

Quali sono i “fattori usuranti” nell’attività di un insegnante?
In primo luogo ci sono i rapporti e le relazioni con colleghi, studenti e genitori. In particolare oggi questi ultimi non sono più alleati dell’insegnante. Anzi, il genitore è diventato il “sindacalista” del figlio, spesso unico, rivelando in modo più o meno smaccato il cosiddetto “narcisismo genitoriale” e confinando il docente dietro il banco degli imputati. Poi ci sono gli aspetti legati alla società multietnica e multiculturale che richiede uno sforzo continuo di comprensione e aggiornamento. La conflittualità con i colleghi dovuta al fatto che non si è abituati a lavorare in squadra, la situazione di precarietà di molti insegnanti. Inoltre l’aumento della presenza in aula di studenti portatori di handicap ha aggiunto un ulteriore fattore di complessità. Infine la delega educativa della famiglia, frequentemente monoparentale, ha contribuito a rendere più pesante e responsabilizzante l’insegnamento.

A me fa paura, tutta quest’aria alla Brunetta, perché riconosco nei fattori usuranti altrettante mie sfide personali che, fino ad ora, ho vissuto come prospettive stimolanti. Le classi piene di ragazzi stranieri, metti: io credo che sia la sfida per eccellenza di questi anni, per la mia categoria. Se c’è un campo in cui abbiamo tutto da imparare, valanghe di roba da studiare, esperienza da fare e così via, è quello. Se la viviamo bene, è la prospettiva più fertile che il mestiere possa offrirci. Solo che, per viverla bene, devi metterci un mare di lavoro e di entusiasmo tuo, che nessuno ti chiede di avere e nessuno ti retribuisce. E in un clima come quello che si percepisce, come fai? Ti senti una demente, viene solo voglia di entrare in classe, dire quello che devi dire e poi uscire. Solo che, se la prendi così, poi finisce che non impari nemmeno a gestire certe situazioni. Col risultato che poi ‘ste situazioni ti mangiano, se ci incappi.

FASI DI EVOLUZIONE DELLA PROBLEMATICA
1. ENTUSIASMO IDEALISTICO
Caratterizzata dalle motivazioni che hanno indotto gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale:- motivazioni consapevoli – motivazioni inconsce
2. STAGNAMENTO
L’individuo continua a lavorare ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto i suoi bisogni. Si passa spesso in questi casi da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno.
3. FRUSTRAZIONE
impressione di non essere più in grado di aiutare alcuno, con profonda sensazione di inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali bisogni dell’utenza; scarso apprezzamento da parte dei superiori e degli utenti; convinzione di una inadeguata formazione per il tipo di lavoro svolto
4. “MORTE PROFESSIONALE”
graduale disimpegno emozionale conseguente alla frustrazione, con passaggio dall’empatia all’apatia


Madonna, che nome: “morte professionale”. Voglio dire: so’ cose serie, queste. Tenersi a galla, lavorare meglio che si può non è una cavolata. E’ fondamentale, proprio. Una invece ha la sensazione che da un lato la stiano distruggendo, la scuola – e con lei le tue possibilità di lavorare decentemente – e dall’altra che nessuno se ne accorga e/o nessuno se ne fotta. Tutti lì a sperarti “finalmente punito”, e chissà mai per cosa. Perché io, davvero, non ho la più pallida idea del motivo per cui dovrei essere punita, per dire. Ma sinceramente, proprio. Questa situazione demenziale per cui mi vengono tolti soldi e peggiorate le condizioni lavorative mentre mezza Italia applaude, io non la capisco. Con tutta la buona volontà, non riesco a capire cosa posso mai avere fatto per meritarmela. No, davvero.

E come si reagisce, dinanzi a una cosa del genere?

1. BURNOUT CLASSICO O FRENETICO
il soggetto di fronte allo stress reagisce aumentando a dismisura la propria attività lavorativa fino all’esaurimento psicofisico

[…]
3. BURNOUT DA SCARSA GRATIFICAZIONE
dovuto a un lavoro ritenuto troppo stressante rispetto al riconoscimento che lo stesso comporta. L’individuo riduce il proprio ritmo lavorativo col preciso fine di prevenire il sopraggiungere dell’esaurimento.

Non lo so. Io, una cosa che faccio spesso è scendere dall’autobus alla fermata della Darsena. Scendo e vado sparata verso il mare, grata di ritrovarlo lì. Mi cerco uno spicchietto di sole, mi siedo sulla banchinetta di legno davanti alle barche dei pescatori e lì, con le gambe penzoloni, me ne sto a fumarmi la mia sigaretta e ad aspettare che mi scivoli di dosso, la giornata con tutti i suoi annessi e connessi. Non penso, sto solo lì. Guardo l’acqua e lo assorbo, lo spicchietto di sole che mi arriva addosso. Poi vado a casa. Oppure, nei giorni proprio neri, decido che non ho voglia di andarci, a casa, e mangio lì vicino, dove fanno la pizza davanti al mare. Che la pizza è una mezza schifezza ma la birra no, e mi tolgo il maglione (alle 7 di mattina, quando esco, fa freddo) e cerco di abbronzarmi ancora un pelicchio, mentre aspetto la pizza e prima che sia proprio inverno.

ALCUNI CONSIGLI PRATICI

Puntare verso una COMUNICAZIONE EFFICACE tenendo presenti gli effetti della comunicazione sul comportamento umano

Giusto livello di distacco rispetto alla vita scolastica

Giusta distanza personale e interpersonale (EMPATIA)

Distinguere il personale dal professionale

Saper dire di no senza sentirsi in colpa

Tentare la condivisione con le famiglie

“Tentare”, già.

Bello, quel “tentare”.

Qualche link sul Burnout:

Qui (in pdf), qui, qui, qui e in tanti altri posti ancora.