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Concretizziamo pubblicamente la richiesta, va’.
Mi sa che è arrivato il momento.

Le cose possono essere raccontate in tanti modi.
Raccontare le cose personali in modo esteticamente accettabile richiede della leggerezza, si sa: l’ambito è quello dell’impudicizia, e dall’impudicizia all’indecenza il passo è brevissimo.
Per carità.

La leggerezza, d’altro canto, può certamente soddisfare le esigenze stilistiche – e non solo – di chi scrive, ma rischia anche di relativizzare fino allo svuotamento le riflessioni serie – direi serissime – a cui la storia che dovresti raccontare ti ha condotto.
Questa è una delle mille impasse in cui mi sono ritrovata, da quando è iniziata la mia vicenda divorzile, e l’ho risolta astenendomi, molto semplicemente, dal raccontarla scendendo più di tanto nel privato.

Sarei determinata a continuare così, se non fosse che sono alle prese con una piccola difficoltà che è la seguente: nel momento in cui le circostanze ti portano a dirlo, quello che vuoi esattamente, come fai a concretizzare le tue rivendicazioni senza spiegare i motivi – che riguardano necessariamente la sfera personale – che ti portano a formulare una richiesta anziché un’altra?
Posso assicurare che la cosa è complicata: non è un caso se, fino ad ora, il fatidico “Ma cosa vuoi, esattamente?” me lo sono discusso con i diretti interessati, e non certo sul blog.

E, tuttavia, le cose delicate richiedono anche trasparenza.
Io sono alle prese, da due mesi, con un negoziato che te lo raccomando. Perché la materia è rigida e vaga nello stesso tempo, con principi coranici saldissimi nella loro essenza ma anche facilmente manipolabili, e certo il problema dell’applicazione apparente dell’islam che ne snatura i contenuti non lo scopriamo su Haramlik. E’ noto, direi.
E perché una si ritrova ad impararla mentre la fa, ‘sta cosa, in una sorta di work in progress che richiede l’apporto e la consulenza di chi ne sa più di te, ché ti scoccerebbe sbagliare e non è il caso. E’ possibilissimo, ovviamente, ma se lo eviti è meglio. Molto meglio.

Io mi sono stra-ben guardata dal negoziare da sola, in tutta questa storia.
Ho avuto un’equipe di blogger filoislamici per testimoni, ho avuto la consulenza di dirigenti islamici, ho chiesto arbitri e dialogato con sheikh. Il “Sorella, hai ragione!” è diventato un leit-motiv di questi due mesi. Fino ad ottenere il mio bravo, e alquanto sudato: “Ex-moglie, hai ragione!”, indispensabile premessa all’ottenimento dei miei obiettivi.
Ok, ho ragione.
Ma quanto ho ragione?

I negoziati sono operazioni dinamiche, gli ex mariti sono creature tendenzialmente irrazionali. Riescono a fare tanti di quei guai, per motivi tutto sommato sciocchi, che una se ne sorprende sempre. Perché confondono i piani, pasticciano con le interferenze emotive, ti fanno stancare e/o arrabbiare ad ogni singolo passo e, in sintesi, causano a se stessi e agli altri un dispendio di energie che mi è sempre parso la cosa più antieconomica dell’universo, anche per la sua totale inutilità.
Sono certa che qualsiasi amministratore delegato della General Motors, quando negozia sui miliardi, si stanchi meno di un ex marito che negozia su cinquanta euro. Non a caso, gli amministratori delegati prosperano e gli ex coniugi si fanno gli esaurimenti nervosi.
Mi è sempre parsa una sciocchezza, ma che lo dico a fare.
Non ti ascoltano.

All’anti-economicità insita in questo mio negoziato, su cui aleggia una tentazione di “Tanto peggio, tanto meglio” che potrebbe apparentemente sfociare in un “Muoia Sansone con tutti i filistei” ma che, lo sappiamo, mira a tradursi in uno scontatissimo “O con me o contro di me” interpretato sulle note di “Right or wrong, it’s my country”, io direi che è arrivato il momento di opporre un sano “Stop!”.
Per tanti motivi tra cui, stavolta, io vorrei privilegiare quello della semplice salute psichica che, a mio parere, passa per una gestione equilibrata delle cose della vita.

Il mio “avversario”, se così lo si può chiamare, ha – come tutti noi – tanti pregi e alcuni difetti apparentemente funzionali. Metterei, tra questi ultimi, una visione estremamente competitiva della vita che lo espone alla tentazione dello stravincere e all’allarmata convinzione che si possa straperdere. Ne risultano dinamiche un po’ da pokerista, con vantaggi e svantaggi annessi: solo un pokerista può alzarsi dal tavolo dopo avere gettato sul lastrico l’amico e andarsene spensieratamente a casa pensando che vada tutto bene. Così come solo un pokerista può gettare per aria il tavolo quando vede che la partita lo mette alle strette. Gli scacchisti, per dire, sono più sportivi.

Io credo di essere una brava ragazza per scelta, oltre che per predisposizione naturale.
Considero la furbizia un’intelligenza a corto raggio, credo che stravincere o straperdere sia imprudente e antiestetico e temo che l’essere competitivi comporti degli obblighi di socialità che mi paiono stancanti.
Sono una prof, direi. Fino al midollo, più o meno.

E del privato di questa storia, lo vedi, non so scrivere.
Tergiverso, divago, rifletto, vado altrove.
Non mi viene, anche se a farlo mi ci intratterrei. Mi pareva che mi piacesse, raccontare.
Qui, invece, una comunica l’essenziale.

L’ho detto 40.000 volte, no? L’essenziale è che il problema non è mai stato la storia in sé, e neanche il fatto che sia finita: era insostenibile, santo cielo, e credo che mancasse il manuale delle istruzioni per farla funzionare. Forse andrebbe tradotto dall’arabo, che ti devo dire.

L’essenziale è stato la gestione caricaturale di una cosa che non si può definire “divorzio islamico” rimanendo seri.
Perché, se già era bizzarro il film del rapporto in sé, ti assicuro che il dopo-rapporto ha infranto il muro del suono, quanto a stranezza.

Non mi metterò a raccontarlo, il perché.
E’ scritto tra le righe di questo blog, in tutti i post da luglio in poi. Tutta quella faticata.
C’è che, di sicuro, per fare incavolare me al punto da spingermi a imbarcarmi in una simile impresa bisogna mettercisi di impegno. Essere degli specialisti, proprio.
Io ne sono ancora stupefatta.
E comunque ci ho messo un mucchio di tempo, a incavolarmi. Ma tanto, proprio.
E alla fine, come spesso capita alle donne, mi sono incavolata su dei particolari: una frase terribilmente inopportuna, la storia di un materasso, dettagli apparentemente secondari. E si accende una miccia e, una volta accesa quella, dietro c’è la santabarbara.

Qui tendiamo ad averle raziocinanti, le incazzature vere.
La mia ha avuto questa forma qua: “Tu, adesso, mi restituisci la serietà di un discorso islamico accettabile. Perché l’inaccettabilità di quello che mi hai proposto fino ad ora, io non la posso tollerare. Ne va di un mio impegno decennale. Mi chiedi troppo.”

E quindi si è trattato di rimetterla a fuoco dal punto di vista islamico, la vicenda, e di cercare il significato concreto di una delle frasi preferite del mio interlocutore: “I musulmani si assumono la responsabilità delle donne”.
“Ovvero?” dice una.

Per quantificare i termini di una questione di questo genere in modo armonioso ed adatto alle circostanze, l’essere umano ha saputo inventare un solo strumento capace di sintetizzare pure il mare e di stanare chiunque e qualunque cosa: è l’assegno con cui si conclude un divorzio, ahimè.
E arrivare a trasformare questo discorso nella sua sintesi è stato una cosa violenta, faticosa e pure tecnicamente difficile.

Mi ci sono scervellata: prima in modo grezzo e artigianale ma che tuttavia filava, direi, e che soprattutto aveva la virtù di aprire il discorso con una scarica di salutari schiaffoni di ‘buongiorno’, ché per imparare a stare al mondo non è mai troppo tardi, diciamocelo.
E poi cercando equilibri e inserendo o togliendo fattori nei due mesi successivi.
E’ stato un corso da self-avvocato divorzista, oltre che un divorzio. Si fa quel che si può.
E poi, infine, grazie alla consulenza di docenti di diritto islamico tra cui una persona in particolare, che ringrazio di cuore.

Entrano in ballo un mare di fattori, in una quantificazione di questo tipo: c’è il discorso che citavo nel post precedente relativo all’obbligo di mantenimento delle mogli; c’è quello che si chiama ‘idda, ovvero i tre mesi che corrispondono alla separazione prima che il divorzio sia effettivo e le cui regole sono la questione-chiave di tutta questa vicenda, c’è la durata del rapporto (in questo caso 8 mesi, compresi i tre di idda); pure lo status della moglie viene considerato, ho appreso (e ce lo mettiamo, l’Haramlik, per definire lo status di ‘sta moglie?, mi chiedevo) e altre cose così. Un mucchio di roba, già. Ma si può riassumere.

Alla fine, una farebbe il seguente calcolo sintetico: 1) mantenimento durante la ‘idda, che mi è già stato riconosciuto in linea di principio ma che non va ovviamente calcolato unilateralmente dall’ex marito e che, nella fattispecie, è di circa il doppio di quanto lui calcola (magari mi mantenessi secondo quel calcolo lì, non sai quanto ne sarei felice!) e lo provano i miei estratti conto bancari; 2) pagamento di tutte le spese del recente e laborioso trasloco, in base al principio della parità di trattamento tra mogli.
Sul mantenimento durante il matrimonio non insistiamo, va’.

La cifra che mi viene fuori, mondata da intenti pedagogici e punitivi che pure sarebbero previsti dal diritto islamico, a quanto mi risulta, sarebbe attorno ai diecimila euro.
La controproposta fattami dal mio interlocutore, che è d’accordo sulla sostanza del mio discorso ma che ne discute l’ammontare, è di circa la metà.

A questo punto possono darsi due possibilità.

A) Ci si decide in amoroso accordo per la mia proposta ed io chiedo che vengano così suddivisi:

1. il 30% a me o, meglio, ciò che rimane di questo 30% dopo il nostro valzer di trattative. Per il tempo che ci ho dedicato e il lavoro che è stato. Avessi fatto traduzioni anziché divorziare, in questi due mesi, ci avrei guadagnato di più.

2. il 70% alla Caritas di Torino (meno 500 euro che andrebbero versati al Webmaster per risarcirlo delle spese che LUI ha sostenuto per il mio trasloco) producendo, ovviamente, la relativa documentazione. E’ emerso, durante questa vicenda, che qui abbiamo le marocchine abbandonate in mezzo a una strada da “musulmani” che evidentemente non se la assumono, la responsabilità delle donne, ed è su questo blog che si è parlato del fatto che la Caritas interviene, in questi casi.
Credo che vada supportata.

B) L’alternativa è che ci si decida, sempre in amoroso accordo, per la controproposta del mio interlocutore, che per comodità arrotonderemo per eccesso. Sarebbero 6000 euro, quindi, da dividere al 50% con le succitate suorine della Caritas, fatto salvo il risarcimento al Webmaster di cui sopra.

In entrambi i casi, ci terrei a specificare che la cifra che tratterrei per me è inferiore a quella che mi è stata offerta. Per amor di precisione.

E con questo doveroso e, credo, opportuno gesto di trasparenza negoziale, qui saremmo liete di poter chiudere il discorso per quanto riguarda i suoi aspetti privati. Tranne che per dire come è andata a finire, ovviamente.
E nessuno è più curioso di saperlo di quanto lo sia io. Giuro.

Nota: io avevo postato questa cosa perché mi era stato chiesto di decidermi su quanto proposto, l’altra sera. E poi, subito dopo, ho comunicato che, massì, ero disponibile per la sua ipotesi B) e amen.
E pensavo che l’armonia regnasse sovrana sotto il cielo, a quel punto. Tu che avresti pensato, al posto mio?

E invece no. (Segue).