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Segnalo un’interessante e equilibrata analisi di Al Jazeera sul trionfo elettorale di Hamas (77 seggi contro i 26 di Fatah) a Gaza.

Hamas è un movimento complesso, ideologico e pragmatico al tempo stesso, ultimamente seguito con particolare attenzione dai newsgroup seri dedicati alla questione (io seguo regolarmente Apriti Sesamo): a gennaio Haaretz pubblicò un suo documento interno che riconosceva esplicitamente i confini del ’67 (metto l’articolo nel “continua” perchè i link ad Haaretz dopo un po’ spariscono). Accettazione dei confini peraltro più volte implicita in precedenti decisioni e accordi politici dell’organizzazione. Il sostegno che sta indubbiamente offrendo ad Abu Mazen non è illimitato, come sappiamo. Vale la pena seguirla con attenzione, credo: le sue posizioni rifletteranno il sentire della popolazione di Gaza ben più di quanto non facciano quelle del presidente dell’Autorità.

L’articolo di Al Jazeera fa notare che le elezioni erano state organizzate in località considerate roccaforti storiche di Fatah e che, per giunta, i centri in cui la vittoria di Hamas è stata più schiacciante sono proprio i più colpiti dagli attacchi e dai bulldozer israeliani; a Bait Hanun, per esempio, Israele ha raso al suolo il 40% delle fattorie e ha distrutto le infrastrutture della città: strade, ponti, centrale elettrica e acquedotto, oltre alle case. Considerando che lo ha fatto affermando di stare agendo in rappresaglia alle azioni di Hamas, si direbbe che la tecnica è fallita e che, lungi dal sottrarre popolarità all’organizzazione, la ha semmai rafforzata.
Tutto ciò, come dicevo, merita un’attenzione che vada un po’ al di là dei nostri stereotipi sui “buoni” e i “cattivi” tra le organizzazioni palestinesi.

Due note sulla blogopalla, per concludere.
1. Angelo Buongiovanni esprime disaccordo verso la mia totale mancanza di fiducia in una pace che possa venire da incontri tipo quello di Sharm.
Io, in realtà, sono in disaccordo persino con l’uso e abuso della parola “pace”, in questi casi. A Sharm era in gioco al massimo una tregua e lo sappiamo tutti.
Parlare di pace in un simile contesto, oltre a sottoporre la nostra opinione pubblica all’ennesima doccia scozzese che alla lunga genera solo stanchezza e allontanamento dal problema, svilisce addirittura (e mi rifiuto di avere paura di dirlo) la portata, le ragioni e la storia stessa del conflitto.
Qui non si tratta di voler vedere sentimenti pacifici in qualche leader di buona volontà, come se fossimo di fronte a bambini che si sono accapigliati per la merenda. Si tratta di mettere, con serietà e onestà, il popolo palestinese in condizione di avere una vita degna e un futuro. Gli ostacoli sono l’occupazione israeliana e la sua ingordigia territoriale, di cui la violenza è, da sempre, effetto e non causa. Fino a quando non accadrà questo, l’uso della parola “pace” risulterà improprio. E questo non accadrà mai per scelta israeliana perchè Israele, in virtù della sua superiorità militare, può permettersi di non farlo.
Le sue azioni concrete lo dimostrano tutti i giorni: Angelo, che pure è stato il primo a denunciarla, già parla di “bloccare” l’espansione a Gerusalemme Est. Nell’uso del termine “bloccare” c’è implicita l’accettazione di un esproprio di fatto, l’ennesimo. E’ quest’Israele, l’interlocutore per la pace?
Si potrebbe parlare di pace solo se ci fosse un chiaro e concreto impegno della comunità internazionale a favore dei diritti palestinesi, tipo quello che a suo tempo ci fu in Sud Africa ma, come tutti vediamo, le cose stanno andando in senso opposto.
Parlare di “pace” adesso, quindi, mi pare che serva solo a prolungare situazioni di stallo e a confondere ulteriormente le idee di quell’opinione pubblica occidentale che, sola, potrebbe spingere la nostra politica in un senso o nell’altro.

2. La questione Hamas è una questione seria, dicevo.
Avendone io già parlato sul blog, a suo tempo, sono stata tacciata di filo-terrorista, antisemita e via dicendo.
A me piacerebbe richiamare questi miei assatanati detrattori a una maggiore serietà: non per me, quanto per rispetto verso la questione stessa.
E’ patetico andare a scrivere in giro che io avrei “pateticamente pronosticato la vittoria di Hamas” a fronte di una mia previsione che, peraltro, si è puntualmente avverata.
E’ poco serio ridurre Hamas a una frasetta tratta dal suo sito: ostinarsi a non comprendere le situazioni e i suoi protagonisti volendone tuttavia parlare è un comportamento più da giocatori di scopone al bar che da blogger “impegnati” che si permettono pure di fare le pulci agli altri.
Per contro, volere comprendere Hamas non significa necessariamente sposarla. Vuole dire cercare di comprenderla, vedendone ombre e luci. I problemi sono come sono, non come ci piacerebbe che fossero. O si guarda la realtà, e con il rispetto che la realtà impone, o ci si limita a fare ideologia di bassissima lega.

Hamas recognizes ’67 borders for first time

By Arnon Regular

Last Update: 21/01/2005 13:47

Hamas has distributed a document outlining a joint Palestinian leadership program in which the organization, for the first time in its existence, unequivocally recognizes the 1967 borders and adopts the main principle guiding Fatah: the establishment of a Palestinian state with Jerusalem as its capital.

The document, which proposes that Hamas work with Fatah and other Palestinian organizations, is a combination of internal documents prepared by Hamas over the last two years, some of which were first published in Haaretz. But changes have been made over the last few days, and especially after the meeting between Palestinian Authority Chairman Mahmoud Abbas with Gazan Hamas leaders Mahmoud al-Zahar, Ismail Haniya and Said al-Siam this week.

The new version of the document says that one of the principles proposed by Hamas for a joint leadership is “a commitment to ending the occupation and establishment of an independent, fully sovereign Palestinian state, whose capital is Jerusalem.” Until now, the organization leaders had issued similar statements about agreeing in principle to cease-fires or a long-term hudna, but it has never delivered an official document to other factions, starting with Fatah, in which they de facto recognize the political principles of Fatah.

On the one hand, the document emphasizes the “legitimacy of the armed struggle, the political struggle and all the jihadist means that the Palestinian people used and uses to achieve freedom and independence, concentrating all the efforts to condemn the occupation in all its forms in Palestine, Iraq, Afghanistan, and every centimeter occupied by foreign forces.”

But at the same time, it includes an article calling for improving relations with the world in general and the West in particular, “on a moral basis and political principles that will preserve the rights of our people and guarantee an end to the aggression.”

The document was finalized in the wake of heavy pressure on Hamas leaders by Abbas during their meeting Tuesday night in Gaza City. At the two-hour meeting, Palestinian sources said they saw Abbas tell Hamas leaders that he intends to deploy the Palestinian security services to prevent all military activity by all the organizations throughout Gaza and he demanded a commitment from them to cease all their military activity.