Raccontare cosa?
8 December 2006 – 16:09
Si capisce, no, che qui ci si parla, si discute, si negozia e così via?
Dai primi di ottobre, e siamo a dicembre.
Poteva essere meno estenuante e meno casinara, ’sta cosa, ma che vuoi. La gente, al dunque, è quello che è.
Quando è nata, ’sta storia?
Da molto presto, da prima che questi esotici divorzi subentrassero agli esotici matrimoni.
Quando ho cominciato a non scrivere più, e a primavera il blog era fermo e a inizio estate pure.
Guardavo il film.
L’8 luglio scorso scrivevo, appena sbarcata al Cairo, che ero felice di ritrovare un islam che non fosse “la cosa che fa impazzire la gente” a cui pensavi ultimamente domandandoti quanto fossi impazzita tu.
Mentre adesso parlo, discuto, negozio e assisto al casino generale, vado prendendo le distanze da questo mondo di cartongesso che, da lontano, pareva reale.
E che invece non esiste, non c’è.
Ancora l’altro giorno dicevo, scema: “Ma la responsabilità verso la comunità, non la senti?”
Diceva, scocciato: “Guarda che la comunità non esiste”.
Ed è vero, non esiste.
Si fa finta che esista, si fa come se esistesse ma, in realtà, non c’è.
C’è una sorta di magma informe, suppongo, fatto della carne e ossa di quel milione di musulmani che circolano da noi, e che funge da piattaforma dello scenario, di queste casette di cartongesso davanti a cui andrebbe in onda l’islam patrio e dove tutti sono eroi, compresi i suoi nemici che chiedono la scorta.
Se ci pensi, è geniale.
Io non so quali doti di scrittura ci vorrebbero, per raccontare bene questa vicenda.
Non credo di averle. Continuo a cadere vittima di un’afasia cosmica, la maggior parte delle volte che ci provo. Me lo ricorderò come “il periodo in cui ero muta”, questo.
Pensa se avessi parlato, il casino che montavo.
Penso alle scene su cui si è andata formando quest’impasse da cui non sarei mai più uscita, se non prendevo l’accetta.
Cos’era, Maggio?
Era ad Amsterdam, quel bar lì, e lo recupero in un vecchio post scritto quest’estate, appena sbarcata al Cairo.
E’ un post non finito e mai pubblicato in cui cito un altro post scritto in precedenza e pure lui non finito e mai pubblicato.
Pensa come era messo bene, ’sto blog.
Lo recupero adesso, va’.
Che vorrei scrivere e ancora mi riprende l’afasia, e allora tanto vale ripescare gli ammutolimenti vecchi.
L’utile idiota (Cairo, luglio 2006)
Tavolino di un bar, Europa, qualche tempo fa.
Io: “Certo che qua si pensano, dicono e fanno cose, a proposito di questione femminile, che vi guardereste bene dal dire in pubblico.”
Il mio interlocutore: “Be’, diciamo che si opera una certa mediazione verso l’esterno.”
Io: “Altro che mediazione. Questo è mettere il vestito della festa alle parole, altro che mediazione.”
E lui annuisce e sorride, tranquillo.
Davanti alle scene del bombardamento di Beirut, ieri sera, Pepe era fuori di sé: “Fanno schifo tutti. Gli israeliani. E gli arabi, con i loro governi e i loro leader che li ubriacano di frottole. Balle. Cazzate. E qua si muore soltanto, non si fa altro che morire.”
E io ripensavo ai miei mesi di standby, in Italia. Tanto guardare, tanto ascoltare. Parlare, poco. Interferire, ancora meno.
La mia ambivalenza, l’effetto ipnotico della follia.
La telefonata di qualche mese fa all’amico accademico che ne sa più di me: “Senti, sono un po’ in crisi. Dimmi una cosa: l’islam fa impazzire la gente, secondo te?”
E lui: “No. Ma anche sì. Noi comunque abbiamo il dovere di stare dalla parte dei più deboli.”
Standby.
Ho scritto qualche post più sotto che mi ha messo abbastanza in crisi, quel po’ di islam italiano che mi è capitato di scoprire in patria. E che mi pare che ci sia un problema femminile, in particolare, che forse andrebbe un attimo affrontato.
Provo a spiegarmi meglio, attingendo a uno dei mille post scritti negli ultimi mesi e mai pubblicati, ché ero appunto in standby.
Mettiamola così, diciamola in modo soft: fate in modo che non sia una mia alunna, la ragazzina musulmana di 16 anni che va a sposarsi in moschea - contro l’opinione del giudice tutelare, il quale non le ha dato il permesso di farlo in Comune - con uno che “le permetterà di continuare a studiare”.
Non fatela succedere in una mia classe, una roba simile, perché io chiamo gli assistenti sociali.
Subito.
Perché è mio dovere e perché sono convinta che sia giusto farlo.
Anche se la ragazzina “vuole sposarsi”, come dici tu.
E cosa facciamo, a quel punto?
Lo scontro di civiltà?
I prof contro i musulmani?
Scrivevo: “Sto discutendo da due giorni con un signore determinato a convincermi del fatto che sarebbe normale, opportuno e sacrosanto che la legge italiana permettesse a ragazzine di sedici anni di sposarsi anche senza i “gravi e comprovati motivi” che il Tribunale dei Minori è attualmente chiamato a valutare prima di autorizzare il matrimonio dei minorenni.
La discussione ha aspetti interessanti: sul piano personale, è curioso sentirsi accusate di etnocentrismo da uno che ti spiega, all’alba del 2006 e dei tuoi ultimi 30 anni vissuti zompettando da un paese all’altro, che “bisogna andare oltre i limiti dei propri schemi culturali nel valutare certi fenomeni“.
E ne riparlo adesso, in Egitto, e mi guardano straniti e mi fanno: “Le egiziane si sposano verso i 26 anni, a dire il vero.”
Eh, lo so.
“I limiti dei propri schemi culturali”…
Come se, chessò, i vescovi cattolici canadesi aspirassero a vedere riprodotto il modello di società cattolica espresso dai Quartieri Spagnoli di Napoli, dalla Vucciria a Palermo.
Che esiste, non dico di no, ed ha pure un senso. Lì, in quel contesto.
Ma la ragazzina dei Quartieri Spagnoli che emigra in Canada, forse, ha il diritto di essere aiutata ad uscire dalla sua condizione di sottoproletaria, fosse solo per tutti i chilometri che si è sciroppata.
La ragazzina musulmana che emigra in Italia, idem. E se la fate sposare a 16 anni, io chiamo gli assistenti sociali e me ne fotto, che la comunità islamica a cui appartiene si dispiace.
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Me lo ricordo, come stavo mentre scrivevo ’ste cose, poi mi interrompevo e poi pensavo di chiudere il blog. Quella ragazzina lì è stata un bel mal di pancia, guarda. Uno dei mille. Ma anche uno dei più asettici, dei più lontani.
Bleah.
Era luglio, siamo a dicembre.
No, non è un problema d’ammore. Vai tranquillo, non lo è.
One Response to “Raccontare cosa?”
Lia, sei l’essere umano più tenero che io abbia mai incontrato nella mia vita. Forte come un leone e tenera come un petalo di viola del pensiero.
Sei una Donna eccezionale e veramente lui non meriterebbe nemmeno più di essere menzionato…. nemmeno di striscio ….
La forza sia con te Sorella. Tutto ciò che hai fatto non sarà stato fatto invano.
By barbara on Dec 8, 2006