Da Haramlik al Corriere: diario di bordo
29 gennaio 2007 – 09:25
Proviamo a fare un po’ d’ordine.
Questa questione è iniziata al principio di ottobre: in un primo momento si è cercato di risolverla in ambito ristretto e personale, poi all’interno dell’islam italiano, attraverso una figura che ne è rappresentativa e che si era offerta per mediare tra la mia posizione e quella del mio interlocutore. Quando questa mediazione non è stata accettata dalla mia controparte, io ho posto la questione sul blog.
La questione è stata molto contenuta sul piano personale e molto ‘politica’, per il primo mese.
I tempi in cui giravano idee tra un po’ di donne musulmane: fare un’indagine conoscitiva della situazione, magari immaginare un contratto di matrimonio unico per tutte le moschee, cose così. Era interessante e prendeva una piega sana.
La questione personale ce la saremmo tolta di torno in fretta, pensavo io. Siamo adulti, tu mi riconosci le mie ragioni, io te ne do felicemente atto, chiudiamo ’sta storia in modo equilibrato e con due punti di principio chiariti, e chissà che la riflessione attorno a ’sti due punti di principio non abbia una sua utilità.
Il primo vero sbandamento di rotta si è prodotto tra fine novembre e inizio dicembre, un mese dopo il mio primo post.
Dacia, che si era generosamente schierata dalla mia parte con grande coinvolgimento – coinvolgimento fatto di mille chiamate al giorno, ore di conversazione e, anche, di pettegolezzi, chiacchiere in libertà, sfoghi, incazzature, ironie e tutto l’immaginabile repertorio che credo sia comune a molti e, soprattutto, a molte in circostanze simili – scrive un post che suscita profonda irritazione in alcune persone e che fa sì che un’organizzazione islamica di questo paese la estrometta in malo modo e lasciando in molti, me compresa, un senso di ingiustizia e di dispiacere.
Non era uno scherzo, come ripercussione sul suo lavoro.
Discutibile era poi l’opportunità di una simile iniziativa: da quel momento, a ciò che era una questione precisa, circoscritta e limitata a un episodio, a due persone e a una questione generale su cui trarre delle conclusioni, si aggiunge un contenzioso ben più vasto e molto meno rientrabile tra lei e un’organizzazione. La questione non è più solo mia ma diventa, di fatto, anche sua in prima persona.
Non mi sfugge che, come complicazione, è inopportuna e insensata, e cerco anche di farla rientrare come posso.
Invano.
Di fatto, da quel momento si apre il problema-certificato di matrimonio.
Il ragionamento era: “A te ti trattano bene perché hai questo documento, a me mi trattano male perché non ce l’ho. Quindi, in virtù della nostra amicizia, mandamelo.” E a me non filava, come ragionamento. Dacia aveva tutta la mia solidarietà, vicinanza etc. però non me la sentivo di dare ad altri un documento delicato su questi presupposti. Né su altri, a dire il vero: la delicatezza dell’intera questione non mi sfuggiva e tutto volevo fuorché rischiare scandali.
E il nostro rapporto ha cominciato, poco alla volta, a incrinarsi su questo: il mio senso dell’amicizia non era totale e si cominciava quindi a metterlo in discussione.
Intanto esce il primo articolo di Magdi Allam dedicato a questa vicenda e, con quello, la frittata è completa.
La parte ‘politica’ della questione va a ramengo, si comincia a parlare sui giornali di poligamia, si interrompe bruscamente qualsiasi discorso generale possibile, causa clima di strumentalizzazione, ed io metto a disposizione del mio interlocutore ogni disponibilità e ogni iniziativa in mio potere possibile per chiudere la nostra questione personale e, con essa, la possibilità di uno scandalo che comincia ad apparire concreta: un bel discorso di felice conclusione della cosa, un augurante “buon lavoro e rimaniamo a disposizione” a chi avesse voluto concretizzare le dichiarazioni di intenti del neonato Osservatorio, un pubblico omaggio a chi si poneva con sensibilità di fronte al tutto e al diavolo gli avvoltoi.
Non ho mai capito perché lui abbia rifiutato: me lo ha spiegato in modi diversi in occasioni diverse, quindi non lo so. O meglio: in fondo lo so, ma tanto a che serve parlarne.
In questa storia, il carattere dei personaggi coinvolti ha avuto un grosso peso. Non a caso l’ho definita shakespeariana, dal primo istante della bufera.
Nei giorni successivi lui fa comunque una proposta, io corro comunque ad accettarla ma, nel deterioramento generale della situazione, ci incagliamo sui modi e sulle forme.
E’ paradossale che la piega che stava prendendo la situazione abbia stroncato, in quel momento, il discorso generale su cui era partita la cosa senza però avere alcuna influenza sulla risoluzione del suo aspetto privato.
Io credo che una simile sciocchezza sia stata possibile perché, in fondo, nessuno dei due aveva nulla di serio da nascondere, se non dei nomi che avrebbero potuto essere strumentalizzati.
E’ mancato, in entrambi, il senso di colpa che ti porta a temere davvero uno scandalo. Perché lo scandalo sarebbe stato sul rapporto in sé, non sui suoi sviluppi successivi, ed entrambi sapevamo che, su quello, non c’era nulla per cui sentirsi a disagio.
Solo che lo sapevamo solo noi.
Da quel momento in poi cominciano a succedersi una serie di eventi di ben altra velocità e spessore. Si va formando un vortice, o vari vortici paralleli.
Dacia mi aveva messo in contatto molto tempo prima con un suo amico, Omar Camiletti, a cui io, senza fare nomi in un primo momento – nonostante sapessi benissimo che non ne aveva bisogno – avevo chiesto consigli e lumi sugli aspetti propriamente islamici della questione.
Lo avevo intervistato anche sul blog.
Ne erano seguite interessanti conversazioni e un progressivo rafforzamento della mia fiducia nei suoi confronti.
Condividevamo, mi pareva, un po’ di punti di vista sulle questioni di islam.
Se ne parlava e, siccome stiamo parlando di un mondo molto, molto piccolo, le chiacchiere diventavano spesso estremamente personali, da un lato e dall’altro. Io, in questo, ho responsabilità enormi. Se mi fido di una persona, mi fido e basta.
Non ho molti filtri, quando questo accade.
O meglio, ne ho solo uno: posso chiacchierare all’infinito, ma non mando documenti in giro. Ma questo l’ho già detto, credo.
Fioccavano notizie di malefatte di un mucchio di gente, fioccavano intrighi e retroscena, fioccavano personaggi attorno alla vicenda, qui si andava contemplando attonite un delirio di bruttezze in successione, si va formando un parossismo generale e, in tutto questo, scoppia la questione dell’imam di Segrate.
Il delirio senza ritorno.
Perché questo qua aveva la sua situazione familiare articolata di cui – per amor di verità – sapevamo attraverso Camiletti. Non certo attraverso me. E lui ce l’aveva raccontata in termini che di sicuro non ispiravano simpatia per il personaggio che, poco tempo dopo, si era dichiarato assolutamente monogamo in tv.
Consideravo questa cosa, per come ci era stata narrata, una spiacevolezza tra altre.
Dacia la considerava uno scandalo da denunciare.
E qui siamo andate in assoluta rotta di collisione.
Dacia riteneva che una questione morale all’interno di questo panorama andasse affrontata prendendo uno a uno i personaggi e interpreti di un’organizzazione e denunciandone le singole malefatte o presunte tali.
Io non vedevo un significato in questo approccio: condividevo certamente un disagio forte verso un panorama generale che sempre di più mi pareva non poco cialtronesco e desolante. Ero certa di un clima di ipocrisia e di doppio, triplo e quadruplo discorso che per me aveva una rilevanza non da poco. Mi sarebbe piaciuto un islam con meno dinamiche da setta, meno da partito, meno da indottrinamento dei più e furbizie dei pochi ed ero – e sono – convinta che questa situazione esistente fosse un enorme tappo che rendeva difficile lo sviluppo di realtà più sane, aperte.
Ma, comunque fosse, non ritenevo che mettersi a fare scandali avesse senso.
Lo scrissi qui: http://www.ilcircolo.net/lia/001148.php, in quello che voleva essere un tentativo di ricomporre una frattura che aveva tutti gli ingredienti dell’incontrollabilità ma che, allo stesso tempo, conteneva una dichiarazione di intenti chiara: “Come è comprensibile, noi eviteremmo. Eviteremo, anzi.”
Dietro le quinte, era la follia.
Avevamo litigato in modo furibondo sulla sua idea di denunciare questo tizio con un esposto in Procura.
Io, non capivo cosa dovesse denunciare con esattezza, visto che questo signore non aveva commesso reati. E cercavo di ragionare: “Senti, questo qua ha al massimo detto una balla in tv. Piuttosto ridicolizzalo per questo, caso mai: dillo a Striscia o a qualcuno del genere. Ma fare denunce in Procura o andare a chiamare la stampa vera non ha senso.”
Questo, le avevo detto io.
Non mi era simpatico, lui.
Non era solidarietà nei suoi confronti, neanche un po’: è solo che non mi piaccione le cose insensate, tutto qui.
Non era questa, la direzione in cui io mi riconoscevo, e poi per cosa?
Cercavo di mantenere un equilibrio, e cominciava ad essere seriamente difficile.
Lei mi accusava di non avere interesse per i figli di questo qua – solita egoista, la sottoscritta – e io mi sgolavo a spiegare che non aveva senso, per una che sta a centinaia di chilometri di distanza, mettersi a sollecitare interventi degli assistenti sociali per bambini che non aveva mai visto, di cui in effetti non si sapeva niente e che, comunque, di certo andavano a scuola e avevano insegnanti che si sarebbero accorti di eventuali problemi.
Io ci lavoro, con queste cose: le so, e mi sgolavo per spiegarle.
Manco il tempo di dirlo (”Aspetta, sta’ in linea”) e mi ritrovo in linea, a tre, con il comune di residenza di ’sto tizio e col sindaco e l’assessore e sa il diavolo. E lei che chiede lumi e questi che allibiscono: “Oddio, c’è un problema?”
E’ senz’altro un modo curioso di passare i pomeriggi, ritrovarsi in mezzo a cose così.
Ci facemmo un’interessante chiacchierata su intercultura, sinistra e islam, io e ’sto signore. Lui strappò a Dacia la promessa di aspettare non so quale assessore che era in ferie, prima di fare fuoco e fiamme, e magari di scrivere due righe per specificare meglio cosa volesse denunciare. E amen. Capodanno in arrivo, forse si può stare un attimo tranquille.
La mattina del 2 gennaio, Dacia mi chiama per dirmi che, siccome lei ha una visione politica delle cose e io no, era in contatto con Repubblica per fare scoppiare il casino.
E io mi imbestialisco, chiudo il telefono e faccio blackout, non rispondo più.
C’era la mia amica Cri, ospite da me. “Molla, e di corsa!”, mi fa.
“E come faccio?”, chiedo io.
Perché da un lato mi pareva folle ritrovarmi nel ruolo della traditrice della patria con annessi e connessi, che voleva dire perdere completamente anche il polso e il controllo della situazione, e dall’altro io avevo dei legami di gratititudine, di affetto, di lealtà e così via.
Non era una situazione facile.
Poi l’articolo esce su Libero, invece che su Repubblica.
Non che non lo avessi previsto.
Ci risentiamo sforzandoci di parlare d’altro, poi ci inferociamo come ormai d’abitudine, io tento una riconciliazione, lei pure ma, ormai, la tensione si tagliava col coltello.
Poi Magdi Allam scrive di poligamia su Ghrewati, e ancora casino.
E poi tutti i musulmani d’Italia intervistati sulla poligamia tranne Omar Camiletti, che se ne lamenta assai.
Questa storia è, come dire, piena di sensibilità personali.
Peggiora il vortice, questa mancata intervista.
A questo punto esplode senza ritorno il “Crucifige!” contro il mio ex.
Vorrei che fosse chiaro: io non ero una sua fan.
Tutt’altro.
La fase era ostile, mettiamola così.
Non me la sento, in questo momento, di dilungarmi su questo. Basti la mia parola, per favore.
Ascoltavo il veemente discorso di Camiletti, sempre molto presente: “Qua succede di tutto ma io sono tagliato fuori dal discorso, si parla di mezzo mondo tranne che di lui, adesso c’è la Consulta e a febbraio c’è il mega-congresso-ipersegreto-galattico con successiva incoronazione, onori e gloria e lui poi ne esce immacolato, se non cambia qualcosa adesso non cambia più, caccia il certificato!”
Ma a che diavolo doveva mai servire il mio certificato di matrimonio islamico? A fare uno squallidissimo scandalo?
Il certificato, tutti i giorni si parlava del certificato.
Non esisteva più nient’altro.
Che io ero scorretta perché non davo il certificato.
Che la gente si era esposta per amor mio e io non davo il certificato.
Che un domani l’ex avrebbe querelato tutti quelli che erano senza certificato e io me ne sarei fregata.
Caccia il certificato.
Ci vuole la stampa. E il certificato.
Un delirio, una pressione che mi vengono i capelli bianchi se ci penso.
Non una volta: dieci, cento volte. Telefonate a tre, a quattro.
Suadenti, comprensive, discorsive, e poi ironiche, sarcastiche, offensive: “Tu non cacci il certificato perché hai fatto tutto questo per tornarci insieme”.
Pensa che tecnica di seduzione originale, sarebbe stata…
Cerco di ragionare altrove, fuori da questo parossismo distruttivo. A prescindere.
E’ giusto che, di fronte a tutto ciò che va accadendo sui giornali, si ponga una questione di trasparenza e di coerenza generale su un’intera serie di discorsi, e fuori dai blog? E come?
E’ sensato, serve a qualcosa di sano?
E’ evitabile? Deve esserlo?
E quale sarebbe il ruolo, il significato di ’sto cavolo di certificato che mi fa orrore tirare in ballo con i suoi annessi e connessi, in una scelta di questo tipo, al di là di un pettegolezzo fine a se stesso? Al di là di un pretesto che sposta il problema?
Quale patria dovrei salvare io, in prima persona? E’ la stessa che avete voi?
Io ce l’ho, la mia critica e il mio disagio, la mia delusione e il mio desiderio di un punto di equilibrio in questo vortice.
Ma c’entra con quello che volete voi?
Esiste un modo sulla Terra per fare andare tutto questo casino in un verso che non sia né un improbabile e manco ormai giusto nulla, né una schifezza furibonda, strumentale, insensata e dannosa a tutti etc?
C’è una possibilità al mondo di fare scivolare tutto ciò – tutto quello che si era detto, tutto quello che era sorto – verso una serena discussione – e a sinistra, per dirla in termini riduttivi – sulla possibilità di una terza via, tra Magdi Allam e un supporto acritico che fa muro perché sì? Tra un lato e l’altro dello specchio?
Se ci fosse, quale sarebbe?
Quale modo esiste, chi potrebbe mai deviare questa deriva verso qualcosa di eticamente, concettualmente ed esteticamente sostenibile, oltre che dotato di senso?
Mi ci scervello.
Sono gli ultimi giorni di tempesta.
Nel precipitare degli eventi che accelerano da tutte le parti, alla vigilia di questo disastro – due, tre giorni prima della rottura – la terza via non mi pare più eludibile.
Mi pongo seriamente nell’ottica di fare scivolare ’sto nome attorno a cui va in onda lo psicodramma in un modo che ottenga due risultati: che prevenga lo scandalo strumentale prevedibile da una destra che non mi pare abbia i titoli per porre alcuna questione morale, e che allo stesso tempo ponga la domanda generale di cosa si difende esattamente, a sinistra, attraverso un sostegno troppo spesso assolutamente acritico e inconsapevole. Ma che la ponga nella pratica, non sui massimi sistemi. Andando un attimo al di là delle ovvie posizioni di politica estera, del buonismo semplificatorio.
Non è che fossi contenta, in tutto questo.
Qualcuno mi dà il consiglio migliore: “Ma buttala lì sul blog in modo appropriato, la questione dell’identità, che si disinneschi nel discorso generale.”
Magari, lo avessi fatto.
Peccato che non fossi più lucida nemmeno io.
Mentre con Dacia non riesco assolutamente più a comunicare, in un clima di assoluto dialogo tra sordi, Camiletti mi pare ragionevole e gli dico esattamente quello che penso: “Tu davvero sei d’accordo con me nel non volere un casino? E allora basta: lasciatemi disinnescare la schifezza, proporre un’alternativa perbene. Aiutami a fare questo, a spiegare la questione in termini corretti a qualcuno di cui io mi possa fidare. Spegni questa pressione, fermala.”
C’è una persona che conosco bene, della cui onestà sono certa e che, soprattutto, conosce questa storia fin dai suoi albori.
Non vedo con chi altri consultarsi, per cercare di capire se è possibile riuscirci, ad evitare una schifezza.
Gli chiedo consiglio, ipotizzo persino che si parlino. Perché Camiletti non spiega a lui il suo discorso di ‘islam verticale’, al di là dei certificati?
E invece mi richiama lui, Camiletti, e mi dice che c’è un contatto in corso con la tale giornalista famosa affinché io ci parli, e di segnarmi la sua email.
Ah.
Perbacco.
No, non ci siamo.
L’ondata di malessere che mi arriva è totale.
Il giorno dopo rompo, con una telefonata molto fredda.
Nel pomeriggio rompo con Dacia, dopo una telefonata in cui ancora cerco di ragionare e che si conclude con toni furibondi.
La situazione è ufficialmente senza ritorno, se già non lo era da giorni.
Bella, ve la raccomando.
E poi è arrivato l’articolo del Corriere e la mia email sbattuta lì.
No, non pensavo che potesse succedere addirittura questo.
Non così.
Questo era oltre qualsiasi mio fosco presagio.
Io non difendevo quel certificato per coprire chissà cosa, per oscuri disegni o per calcoli più o meno improbabili.
Lo difendevo perché, nelle situazioni di estrema tensione, uno torna alla base del proprio modo di essere.
Lo difendevo per il motivo più semplice del mondo, quindi: perché queste cose non si fanno.
Perché metterlo in ballo così voleva dire dare ad altri la possibilità di fare uno scandalo schifoso su qualcosa che mi apparteneva e che non rinnegavo nemmeno un po’, che faceva parte della mia vita.
Vallo a spiegare…
Ma che si potesse addirittura pubblicare una cosa del genere non rientrava in nessuna mia coordinata di ciò che può accadere nella vita.
Brani scelti di un’email vecchia di mesi per dire cosa? Che una è incazzata, che uno è brutto e cattivo? E a che pro, per concluderne cosa, con quale senso?
Poligamia??
Dopo che lo stesso giornale se l’era spazzolato in lungo e in largo, ’sto blog, credo, visto che già ci aveva fatto un articolo, e suppongo che già sapesse benissimo quanto fosse strumentale e insensato, infilare la poligamia in ’sta storia?
Ma che c’entra, scusa?
La scorrettezza dell’operazione giornalistica viene recepita dalla rete, che si mobilita, e i giornalisti cominciano ad affacciarsi per chiedermi cose serie: non cavolate poligamiche e simili, ma con quale autorizzazione quella email fosse finita lì.
E poi, vabbe’.
Lasciamo perdere, non ho voglia.
Ci sono dei limiti, al mondo.
C’è gente che mi ha visto vivere, in questi mesi. Dentro e fuori dai blog.
Che sa cosa pensavo, cosa mi preoccupava, e quando mi incazzavo e come e perché.
Fare le operazioni-indecenza è una questione di scelta, non di opportunità.
Anche di temperamento, sì.
Poi mi sono distratta altrove.
In certi momenti le priorità vanno tutte al posto loro, come per miracolo: ci si ascolta, come dire. Una rimette ordine nel caleidoscopio impazzito.
Reminiscenze shakespeariane, l’inevitabile aspetto comico del tutto, un dispiacere immenso, i sentimenti che vanno dove devono andare.
Sul resto, un po’ di stacco.
Sintetizzare è faticoso, su questa storia.
Io poi in genere scrivo per esprimermi, più che per comunicare: e ne ho parlato talmente tanto a voce, in questi giorni, che di scriverne non ne ho manco molta esigenza. Si fa una certa fatica – proprio nel senso tecnico – a capire da che parte cominciare, a raccontarne certe dinamiche.
Marzia era qui a cercare di convincermi, l’altra sera: “Non puoi non scrivere, non puoi non difenderti da certe accuse, guarda che tu sei una donna, fregatene di qualsiasi altra considerazione etc. etc.”
Sì, ok.
Con calma.
La verità è che non sono nemmeno particolarmente affranta per me stessa: me lo merito, di scontare un bel po’ di peccati di stupidità.
Non nutro un particolare senso di ribellione, a livello personale, anzi: c’è del sollievo nello scontare le proprie colpe senza tenersele lì in sospeso. E la stupidità mi dà un fastidio immenso, compresa la mia.
Giusto una cosa, volevo specificare.
Miguel si è espresso su questa vicenda, come è legittimo, ma dai suoi interventi molte persone hanno supposto che lui avesse una conoscenza diretta dei fatti, almeno per quanto riguardava me. Quindi forse è il caso di specificare che io e lui, che ci conosciamo solo tramite internet e alcune telefonate, ci siamo sentiti a novembre del 2005, poi a ottobre di quest’anno e poi mai più fino a dopo la pubblicazione dell’articolo.
Mi pareva opportuno scriverlo, visto che molti me lo hanno chiesto.

28 Responses to “Da Haramlik al Corriere: diario di bordo”
E’ tutto molto più chiaro.
Ci voleva.
By chiara on gen 29, 2007
“La religione (soprattutto se monoteista) è l’oppio dei popoli”.
PS Guarda che TypeKey non è ben configurato e dà un errore.
By alberto biraghi on gen 29, 2007
Che le dinamiche e le cose fossero quelle che dici lo avevo intuito. Torti e ragioni si distribuiscono in maniera uniforme su tutti i protagonisti di questa triste vicenda… la verità ha in fondo tante facce ed i mostri possono anche essere vittime. Basta semplicemente cambiare il punto da cui si osservano le cose.
Comunque continuo a pensare tenacemente che gli strumenti più importante per affrontare la vita siano equilibrio e razionalità.
Quando manca una di queste due cose si possono combinare enormi pasticci come dimostrano gli avvenimenti di cui si sta parlando.
Prendere la vita di “pancia” è una modalità che mi spaventa, per quanto possa comprenderne il fascino irresistibile.
Comunque, cara Lia è tutta esperienza. Alla fine non si finisce mai di imparare.
By Angela on gen 29, 2007
Da diversi giorni ormai seguo gli sviluppi della tua storia… dopo aver letto questo post sento un senso di inquietudine tremenda, credo che se hai vissuto questa situazione insostenibile per mesi tu ne sia seriamente provata, mi sembra un incubo interminabile. posso solo esprimerti tutta la mia partecipazione e solidarietà. spero che questo focolaio possa placarsi anche se le cose difficilmente possono tornare ad essere come prima. un abbraccio, Tiziana
By tiziana on gen 29, 2007
grazie Lia di averci raccontato. mi spiace che tu abbia dovuto attraversare tutto questo. miglior fortuna per il futuro. un abbraccio
By capsicum on gen 29, 2007
C’è una possibilità al mondo di fare scivolare tutto ciò – tutto quello che si era detto, tutto quello che era sorto – verso una serena discussione – e a sinistra, per dirla in termini riduttivi – sulla possibilità di una terza via, tra Magdi Allam e un supporto acritico che fa muro perché sì? Tra un lato e l’altro dello specchio?
Volevo solo dirti che appena si creano le condizioni di cui sopra, io, nel mio piccolo, ci sono. Questo per quanto riguarda il “livello politico”. Se invece hai voglia solo di parlare con qualcuno e scorrendo la catena degli amici arrivi al mio anello non ti fare problemi.
Coraggio.
Gio
By Giovanni on gen 29, 2007
A me dispiace, Lia, per tutto quel che è successo, mi permetto però anche di dirti, da musulmana e quindi più o meno direttamente interessata agli avvenimenti, che il tuo non è mai stato il modo giusto per affrontare le cose. Se si vuole davvero aiutare l’ Islam italiano, non è parlando dei fatti personali propri e di un noto esponente della comunità che si può ottenere un qualcosa di positivo. Anche se magari l’ intenzione di fondo era buona, il metodo iniziale era totalmente sbagliato. Soprattutto perchè, pur non avendo fatto inizialmente il nome, era da mò che si era capito che il tuo ex era Hamza. E visto gli innumerevoli nemici che il fratello, purtroppo, ha(l’ invidia è una brutta bestia…), era abbastanza prevedibile che prima o poi accadesse qualcosa di spiacevole. Mi auguro solo che il tutto si risolva presto, e che non abbia ripercussioni irrisolvibili sulla nostra già tartassata comunità. Un saluto, Aisha.
By Aisha on gen 29, 2007
Sì, Aisha. Però avrai letto che non ho mancato di affrontarla in modo diverso, prima.
Le tappe sono esplicite.
Guarda: i miei sentimenti del momento credo siano chiari. Però, se proprio me lo chiedi, penso che l’altrui problema di fondo sia stato uno: “Nafs”, mi pare che lo chiamiate.
Sulle invidie personali mi pare che non ci siano dubbi.
Quanto alla comunità: farsi dinamitare da un blog, per giunta amico, non è da tutti.
Pensa se ero un blog nemico, cosa succedeva…
Ancora non mi faccio capace che mi ha cercato pure Verissimo per farmi fare l’ex moglie in tv.
Roba da matti.
Per una cosa che è partita da un trasloco e dal relativo furgone.
No, dico.
L’imprudenza mia non si discute; ma in genere è proporzionale alle responsabilità, credo.
By lia on gen 29, 2007
Lia…ti devo chiedere di pagarmi i diritti, visto che “Diario di bordo” e’ il nome del mio blog…
Scherzi a parte, piu’ che un diario di bordo, il tuo post pare piu’ un “Cronache dal fronte”…
Spiace vedere la distorsione che si e’ creata nella tua vicenda personale, e che dimostra che viviamo sempre piu’ in una casino di societa’ sempre meno legata alla chiarezza. Hai la mia solidarieta’!
Spero di trovare il tempo per venire a trovarti per berci un’altra birra assieme! Stammi bene!
PS: Il TypeKey non riconosce il tuo blog!
By LaForge on gen 29, 2007
Lia nel fare ordine sei proprio una maestra!!!! Io ho seguito fedelmente tutte le puntate e qualcosa mi era comunque sfuggito…..specialmente verso questi ultimi giorni che mi sono beccata la famosa influenza ammazzacristiani…io però mi sono salvata.
Sono andata a leggere in giro e devo dire che rimango dell’opinione che come prendi la vita tu mi piace proprio. Se rinasciamo facciamo che i miei figli li mando a scuola da te.
So che appena finirà tutto questo baccano tu saprai dimenticare e perdonare….è un dono che non tutti posseggono… E ti riavremo fresca e felice come quando eri in Egitto
Non sto parlando del giornale che ha pubblicato cose che non avevi autorizzato….lì….giù mazzate …io ti ci invio anche il rinforzo con il cuore e con la mente.
Io ti adoro perchè sei una donna forte, una di quelle che sanno guardare direttamente negli occhi quando dice qualcosa in cui crede. Ti adoro perchè non ci metti nulla ad avvolgere le tue quattro cose nel fazzolettone legarlo al bastone e partire per verificare cosa c’è …lì…. proprio all’orizzonte… ti adoro perchè sai donare e lo fai con signorilità. Evidentemente la Consulta per la protezione degli interessi delle donne mette paura a molta gente; o forse i tempi non sono maturi….
Dai! un bel respiro profondo ogni 15 minuti e che chi ti è contrario, e sta cercando di danneggiarti, sia illuminato.
By barbara on gen 29, 2007
beh. grazie. solo questo. ciao;-) e che d’ora in avanti, siano solo telefonate tranquille;-)
By andrea branco on gen 29, 2007
Lia seguo le tue storie da molto tempo ormai. Spesso hai dato corpo ai miei pensieri e davvero avrei voluto averle scritte io certe cose. Questa storia mi sembra una schifezza in cui tu hai pensato di poter gestire il politico partendo dal privato. Mi sembrava che questa illusione fosse ormai per tutti faccenda del passato ma, se davvero ci hai ancora provato, evidentemente tu non sei abbastanza cinica o disincantata. Ma quel che mi preme dire con queste righe è che, dopo aver passato un pò di tempo a leggere interventi vari (più per affetto verso di te che voglia di capire, francamente) mi pare che tutte queste puzzolenti parti recitate dai vari interpreti proprio poco abbiano a che fare con l’essere musulmani e molto di più con l’avidità, la grettezza, i piccoli interessi di piccoli politicanti che vogliono solo imporre se stessi, a qualsiasi costo e strumentalizzando qualsiasi valore. C’è un sacco di gente attorno a questa vicenda che potrebbe essere musulmana, cristiana, o credere nei poteri della banana magica. E francamente non riesco a scuotermi di dosso un senso di nausea. Ed essere fermamente e solidamente convinta che qualsivoglia forma di culto o di etica quando esce dalla sfera prettamente personale per organizzarsi in struttura, di fatto si corrompa e dia origine a mostri. Che tristezza.
By graz on gen 30, 2007
salve,
figure Rapresentative??? dell’Islam Italiano?, ma chi sono??, chi l’ha votati??, nessun profeta dopo Maometto(S), l’Islam è di tutti….
Forza LIA.
By DelAmor on gen 30, 2007
Ciao Lia, ho letto e riletto.
Quasi tutto come pensavo. Se proprio devo rimbproverarti qualcosa è, forse, l’eccesso di fiducia che ha generato, forse, un eccesso di aspettativa. Tu parlavi e agivi per te e per il problema generale che stava a monte(e senza ulteriori secondi fini) mentre gli altri (anche l’irruenta Dacia, temo) avevano anche, o soprattutto, ALTRI interessi. Forse.
Un abbraccio e, in caso di bisogno…
Silviu’
By Silviù on gen 30, 2007
L’Islam è pubblico o privato? Esistono due scuole di pensiero.
Una, secondo cui l’islam è una testimonianza, un rapporto intimo e costante col creatore, che si rinnova nei piccoli gesti della vita quotidiana, nel dattero condiviso del Ramadan, nell’augurare la pace agli altri e cercarla per sè stessi, nel vivere in armonia con le fasi lunari, la natura, sapendo di essere solo una parte infinitesimale del Tutto. Cercare l’unità col Tutto in una sfida quotidiana per superare le debolezze e meschinità che ci rendono umani, ben sapendo che la perfezione è solo di Dio. Questo è un Islam silezioso, che non ha bisogno di proclami, non viene inquadrato dalle telecamere: è un’emozione, una sensiblità, un’impalpabile sfuggente “qualcosa”, un mistero che a volte si dischiude per un attimo, dandoti un assaggio di Infinito. Questo è l’Islam descritto nei post di Lia. Questo Islam è pura emozione senza mediazioni (ideologiche, teologiche o socio-politiche): è universale, astorico, parla al cuore dell’essere umano ad ogni latitudine, lo puoi trovare fra i beduini del deserto come nei monasteri buddisti, negli slum africani e fra gli indios boliviani, e se fai attenzione anche fra le casalinghe di Quarto Oggiaro (milano), che di nome fanno Concettina e di domenica vanno a messa, il jihad fi sabil-illah non sanno neanche cosa sia, ma credono e compiono il bene, e non rifiutano di dare ciò che utile. L’Islam è anche quella vecchiettina lì, che tutti i giorni si trascina fino ai giardini pubblici, rischiando la vita per attraversare la strada, si siede sulla panchina e dà da mangiare ai piccioni, con un’aria serena che infonde serenità, e speranza.
Poi c’è un islam pubblico. Quello secondo cui, musulmano è colui che recita una formula in arabo, compie genuflessioni cinque volte al giorno negli orari prescritti, porta un’uniforme (velo e abito lungo per le donne, barba se possibile per gli uomini), invoca Allah prima di mangiare, dormire, bere, entrare in bagno, fare qualunque cosa, mangia solo cibo halal, frequenta solo muslimun e muslimat, riducendo i contatti con i kafirun allo stretto utilitaristico necessario, si sente parte della ummah mondiale e pertanto sostiene le battaglie dei popoli oppressi (palestinesi, iracheni, afgani, ceceni) non in quanto tali, ma perchè rientrano nello schema dell’islamicamente corretto. Questo islam è completamente autoreferenziale, agisce con dinamiche da setta (o con noi o contro di noi), è arido e spogliato di ogni umanità, dell’emozione, della poesia, della creatività, della fantasia, del silenzio di chi chiude gli occhi e ascolta il respiro del mondo. Questo islam non ride mai: i suoi rappresentanti sono accigliati barbuti, irreprensibili guardiani delle moralità altrui, che seriosamente declamano la superiorità dell’etica islamica e difendono questa sacra religione dagli attacchi dell’occidente decadente, donne velate che ti vogliono convincere che con l’islam hanno trovato pace, serenità, rispetto, e però non ridono mai. Questo islam pensa che esista una sola Verità, la quale è custodita nel Corano e nei detti del Profeta, e però essendo in arabo non tutti possono capirla: deve essere tradotta e spiegata, mediata dagli esperti, gli imam, gli sheikh, che dettano le regole, i parametri e i confini dell’islam, modellandolo a loro immagine e somiglianza. Questo islam è incomprensibile, perciò occorrono sociologi, islamologi e opinionisti di ogni genere che lo traducano in italiano alla casalinga Concettina. Nel frattempo, però, tutti impegnati in disquisizioni teologiche e battaglie geopolitiche, i rappresentanti dell’islam si dimenticano di dare ciò che è utile, e perciò finisce che i musulmani in carne e ossa, gli immigrati, le donne in difficoltà, gli emarginati gravi, i carcerati, i minori abbandonati, vengano accolti ed aiutati da anonime suorine Caritas e non dai famosissimi imam contesi dai talk-show. Tutti straparlano del ruolo del Corano e della sharia nel mondo, e nessuno si occupa del mondo reale, il Corano vivente.
Tu Lia, con il tuo blog, sei sempre stata testimone dell’Islam privato, quotidiano, silenzioso; l’Islam imperfetto che ride, ironizza e autoironizza, si emoziona, si stanca, sogna, spera, si dispera, sbaglia, si innamora, soffre, vive e condivide. Loro sono testimoni dell’islam perfetto come una formula matematica, che non ride mai, che ha paura di vivere, di emozionarsi, è austero, funereo. Quel sentimento, quell’emozione indescrivibile, che alcuni chiamano Islam, nei loro cuori l’hanno uccisa e imbalsamata, e poi stanno lì a fare da guardiani alla salma. E’ ovvio che una testimonianza come la tua sia scomoda, e susciti reazioni violente da molti fronti. Sei stata stupida. Per quanto vale, ti do la mia solidarietà di stupida, e credo che molti altri stupidi seguiranno
By salaam on gen 30, 2007
Salaam, io rido, e metto il velo. Io piango e prego, io mi arrabbio per le ingiustizie nel mondo e gioco con i bimbi in moschea, ascolto le lezioni religiose e dò da mangiare alle oche e ai piccioni. Sono triste quando c’ è qualcosa che mi rende tale, sono felice quando c’ è qualcosa che mi rende tale. Adesso, per esempio, sono irritata dal fatto che tu abbia paragonato chi svolge la pratica religiosa che è una parte fondamentale e integrante del nostro credo a persone fredde, senza cuore, senza Islam vero nell’ anima. Non è così. La pratica religiosa conferisce la serenità e il buon carattere, e il buon carattere e la serenità consentono di effettuare correttamente la pratica religiosa. E, nei momenti durante la quale non la si effettua, si può anche ridere a crepapelle con la propria sorella musulmana siciliana d’ origine che fa battute in dialetto a non finire, o piangere davanti ad un telegiornale riflettendo sullo schifo che accade nel mondo. Il Profeta psl era l’ esempio di colui che svolge la pratica religiosa nel migliore dei modi, e rideva spesso con uno dei suoi compagni, così come pianse quando morirono i suoi figli. Essere praticanti non vuol dire essere insensibili, ma vuol dire, nella maggior parte dei casi, aver voglia di essere più vicini a Dio. Tutto qui. Se c’ è chi lo fa per altri scopi, peggio per lui. Ne risponderà davanti al Giudice Supremo.
Aisha.
By Aisha on gen 30, 2007
cara Lia tu ti fidi troppo.Non hai capito che sia Dacia che Omar volevano utilizzare il gioco per loro fini politici.Una per arrivare alla Consulta attraverso la IADL l’altro per far diventare piu’ forte la Rabita ed attaccare l’UCOII.Fidati poco .Quasi tutti i musulmani che hanno cariche importanti hanno avuto o hanno storie con piu’ donne.E almeno la metà non le trattano come dovrebbero.Quindi prima di fidarti conosci bene le persone e le famiglie salam
By amina salina on gen 30, 2007
Cara sorella Amina, sono d’accordo con la prima parte del tuo commento soprattutto per quanto concerne Omar camiletti. La seconda parte non la condivido.Magari sarebbe meglio fare i nomi, e in secondo luogo , che cosa ci interessa se uno ha due mogli come Abu Shweima o simili? Quando la smetterete di usare i fatti privati della gente per fare le vostre “crociate femministe” a nome dell’Islam? Lia ha sempre scritto che il suo problema non era certo la poligamia ma il rispetto dei diritti che l’Islam, non il femminismo,garantiscono alla donna anche in caso di divorzio. Della categoria delle islamo-femministe non abbiamo alcun bisogno, mi sembra che la comunità abbia già abbastanza cose da sistemare. Ahmad
By ahmad on gen 30, 2007
aisha: mi spiace se le mie parole ti hanno ferita. io non intendevo dire che chi svolge la pratica religiosa sia una persone fredda o senza cuore, ma mi stavo riferendo ai rappresentanti ufficiali dell’islam italiano (quelli contro cui lia si è battuta) che monopolizzano l’islam facendo credere che la loro interpretazione sia l’unica valida e RIDUCONO la fede ad una pratica religiosa esteriore. Vedi, ci sono quelli che pensano che uno che non prega 5 volte al giorno non sia un musulmano, e altri che pensano che sia semplicemente un musulmano che non prega, poichè sta a Dio decidere chi sia sottomesso a Lui e chi no. la mia opinione non ha importanza in materia, mi preme solo dire che entrambi i punti di vista dovrebbero essere rispettati. La pace sia con te.
By salaam on gen 30, 2007
scusa amina, spiegati meglio, cosa intendi con “Quasi tutti i musulmani che hanno cariche importanti hanno avuto o hanno storie con piu’ donne”? che hanno più mogli? in questo caso, è un loro diritto, se le trattano equamente come prescritto nel Corano. oppure, che sono adulteri? in questo caso è un’accusa molto grave, totalmente screditante, dovresti portare i nomi e le prove. ricordati che la maldicenza fine a sè stessa è peccato. pace.
By salaam on gen 31, 2007
Ahmed… scusa, ma… perchè non dovremmo avere bisogno anche delle islamo-femministe?
E perchè non lo lasci dire alle stesse donne, islamiche, preferibilmente, visto che qui si parla di islam conesso a…. tematiche varie? Quindi… connesso anche al femminismo, perchè no? Sorelle…. Lia… ne vogliamo parlare, per cortesia? No.. tanto per ricordare, soprattutto agli uomini che ci onorano con i loro interventi che… infondo… questo è ed è sempre stato un haramlik, e disordinato, per giunta! :-). Forse fino ad ora sia Lia che noialtre ci siamo astenute dal discuterne in ossequio a un principio che era quello di evitare di cavalcare, o far cavalcare ad un qualsiasi frequentatore poco simpatico (che ogni tanto ne passano, da queste parti!), la tematica islam-femminismo ai fini di strumentalizzazione politica, ma visto e considerato che ormai la frittata dell’impichment (si scrive così?)è fatta… e visto e considerato che personalmente ritengo l’intero dibattito degno di essere preservato, da quando è cominciato fino ad ora, in virtù del dialogo che ha suscitato e delle cose sensate che sono state dette, maggioritarie rispetto alle spiacevolezze che sono emerse, io proporrei di continuare la serie dei dibattiti a tematica “donna nell’islam”. Eventualmente,se si vuole, anche per sfatare dei falsi miti. Mica che gli uomini non possono intervenire, ma mi sa che in un haramlik lo decidiamo noi se abbiamo bisogno di femminismo anche nell’islam. O no? Ah… da sempre volevo dire anch’io: bellissima l’immagine dell’islam iconizzata nell’uomo che prega sereno nel deserto al tramonto, ed è forse il volto più vero di qualsiasi fede, ma… l’islam, lo si sa, e lo dicono i suoi testi, è anche unità della comunità, chiamata alla preghiera “in ranghi serrati”, file ordinate, perciò è importante l’aspetto comunitario almeno quanto quello individuale. Quindi perchè la comunità, nei luoghi in cui si da vita e convegno, dovrebbe essere, come appare ora, un raccogliticcio di diverse correnti in conflitto tra loro ed esposte a venti contrari e qua e là distruttivi? E’ vero che si dice che dai tempi del profeta una sua profezia aveva già visto l’islam dividersi in 99 correnti, tante quanti i nomi di Dio, però… In file ordinate, no? Lia… scusa… scusate tutti, ma in certi momenti mi piglia la grafomania e scriverei per ore. Non so quanto sto spendendo in questo internet point dell’interland romano…
ciao a tutte/i
By qarmida on gen 31, 2007
” poichè sta a Dio decidere chi sia sottomesso a Lui e chi no”
Giusto, salaam. Come sempre, Allah ne sa di più. La pace sia anche con te.
By Aisha on gen 31, 2007
Non so se sia necessario chiamarlo “femminismo islamico”. Comunque, mi pare, che anche in Italia qualcosa si stia muovendo, dal basso e soprattutto in ambito femminile, non in senso “innovativo”, ma in senso riformista. Non si tratta di prendere le fallimentari “conquiste” occidentali ed innestarle nell’islam, ma di studiare e di ricosprire il senso dell’islam “vero”, quello delle origini, eliminando tutte quelle bidà che, intenzionalmente o no, sono state infilate a forza nell’islam, contenendone la portata rivoluzionaria, ancora oggi attuale e più moderna e più eversiva di molte altre concezioni del mondo che invecchiano nel giro di un decennio o due.
Chiamatelo femminismo islamico o sceglietevi un termine che vi piace di più. So che certi termini creano un senso di fastidio in alcuni fratelli, ma credo che Ahmad, che ha seguito la vicenda in tutte le sue tappe, sa esattamente che questo islamo-femminismo qui affonda le sue radici nel Corano e nella Sunna e non s’inventa un islam di circostanza per far pace con il resto del mondo.
Per quanto riguarda il post di Amina, non credo che la sorella voglia fare illazioni o accuse infondate. Sappiamo che la percentuale di poligami tra i cosiddetti “rappresentanti” è molto più alta rispetto a quella dei “rappresentati”. Certo, la poligamia è un precetto coranico, un meraviglioso aiuto che Allah – SWT – ci ha dato per risolvere casi difficili e per dare dignità e sicurezza a tutte quelle donne che altrimenti non avrebbero nessuna tutela. Ma fare il poligamo non può essere, per l’uomo, solo uno status simbol. E’ invece una grande responsabilità che ha delle regole ben precise che devono essere soddisfatte e delle clausole che non possono essere omesse. E attualmente mi pare anche un argomento molto delicato, attraverso il quale si sta tentando di destabilizzare e di screditare l’unico riferimento attendibile che finora è riuscito a rappresentare l’islam in modo verosimigliante e condivisibile dalla maggiorparte.
Il “suicidio mediatico” di certe dichiarazioni fuori-luogo sarebbe, a mio avviso, da evitare. Se puntassimo alla concretezza, invece, ne guadagnerebbero tutti, credo.
Contenta, comunque, di ritrovare di nuovo il dibattito costruttivo in cui mi riconosco e vi riconosco.
Assalamu alaykum!!!
By Khadi on gen 31, 2007
l’Islam non ha bisogno del femminismo perchè è DI PER SE’ giustizia, eguaglianza diritti. ALLAH (swt) dice di Se STesso : Allah è Giusto e ama la giustizia. Il femminismo è un prodotto della diseguaglianza e della mancanza di diritti prodotta dalla mancanza di Islam e di una giusta guida tipica delle società secolarizzate e del materialismo. Se si vuole fare un discorso un po più serio si può obbiettare magari sulla scarsa autorevolezza di certi leader nostrani, ma non andare a sindacare se un musulmano abbia più di una moglie perchè questo è un diritto garantito da Allah(swt) a patto che si rispettino certe condizioni. Vorrei inoltre ricordare che non è corretto identificare l’Islam in Italia solo con l’UCOII perchè di gruppi e gruppetti (soprattutto questi ultimi) ce ne sono fin troppi e non è che questo sia un bene per la comunità.Mille volte meglio un bravo fratello musulmano, magari con tre mogli, di certi sufi che passano il loro tempo tra una bidà (innovazione proibita) e l’altra facendo la figura dei moderati solo perchè loro non si sporcano le mani con la politica.Se l’Islam non piace alle femministe, beh, chissenefrega non saranno certo loro ad abolire i versetti “scomodi” del Santo Corano come vorrebbero le suad e company. Ahmad
By ahmad on feb 1, 2007
Ahmad… tanto per intenderci: sono pressochè sulla stessa lunghezza d’onda di Khadi per quanto riguarda il dibattito che la comunità (o l’insieme delle comunità) dovrebbe prima o poi innescare, con scrupolo e serietà, riguardo al femminismo e l’islam. Intanto preciserei che secondo me la parola femminismo non dovrebbe essere interpretata in senso deteriore, come forse molti ancora la interpretano, anche da parte non musulmana. Poi, giusto per amore di documentazione, consiglierei dei testi secondo me illuminanti perlomeno di ciò che io intendo per femminismo nell’islam, e sono: “le donne del Profeta”, di Fatima Mernissi, e “Oltre il velo”, che non ricordo ne l’autrice ne la casa editrice, ma con un click…..
Con simpatia
Assalmaleikum da qarmida
By qarmida on feb 1, 2007
“Oltre il velo” è uno dei libri chiave della mia vita. :)
Leila Ahmed, La Nuova Italia.
Della Mernissi, “L’harem e l’occidente” è secondo me imperdibile: l’ho fatto leggere a mia figlia ragazzina e regalato a tutte le mie amiche, ché non serve solo alle musulmane.
Servirebbe soprattutto a chi non lo è, anzi.
Non è un’intellettuale di grandissimo spicco, la Mernissi, a mio parere, e quando esce dalle tematiche femminili si nota.
Ma quel libro lì è di una delicatezza, di una precisione e di una vitalità tali da renderlo una chiave, verso certe tematiche, da cui non si può prescindere.
By lia on feb 1, 2007
commenti interessanti,mi piace leggervi,naturalmente Lia in primis ma mi chiedo:c’è parità di diritti e doveri nell’Islam tra uomo e donna,oltre all’amore,la comprensione,l’affetto,la cura,il sesso,la fede?Qui purtroppo m’inchiodo.E’legittimo,se ben fatto,per un uomo avere più mogli…e per una donna,è legittimo avere più mariti?Se no,ritorniamo sempre alla visione fallocentrica delle culture e religioni mediterranee!
vi saluto affettuosamente tutti,
baba
By baba on feb 6, 2007
Vicenda purtroppo squallidissima, ma istruttiva.
Conferma i dubbi che, spontaneamente e per principio, si debbono nutrire su certe voci che, di fatto, operano collateralmente alla grande propaganda mediatica orchestrata con ogni mezzo contro il mondo arabo e musulmano. E, soprattutto, conferma la credibilità sottozero della stampa (ma non solo della stampa, purtroppo…).
Lia, consolati con una bella schiarita di idee sui “pacifinti” e la sinistra complice, leggendo i lucidissimi articoli di Grimaldi, per es. questo:
http://www.siporcuba.it/mc0000.htm
PS: anche a me tipke key non funziona…
By ritael on lug 3, 2007