L’Haramlik, che quest’anno sta attraversando una sua fase un po’ saudita, se così si può dire, ha deciso che nella vita bisogna viverseli fino in fondo, i ruoli che si scelgono.
“Se proprio saudite bisogna essere, ebbene, siamolo come si deve”, si è detta pensosa, ed è quindi corsa ad iscriversi alla lussuosa piscina di questo petrodollaresco albergo qua:

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Dal bordo della piscina osserva le varie tipologie delle sue compagne di sauditaggine, da quella che sfila via il niqab ed emerge in bikini leopardato a quella che il niqab se lo tiene e, premurosa, passa la giornata a porgere il succo d’arancia al marito che sguazza felice o a tenere d’occhio certi bambini obesi dall’aria cattivissima che fanno il bagno col salvagente e i braccioli. Tutte e due le cose. Insieme.
E mi viene in mente una frase che riportai in un mio vecchio post sull’Arabia Saudita: “Ma lo sai come vivono i bambini sauditi? Passano dalla TV al computer e dal computer alla TV, mangiano solo junk-food e quella è la loro vita. Infelicissimi, non hanno niente da fare e non fanno niente.

E infatti: viene fuori dall’acqua, il decenne obeso coperto di salvagenti a mo’ di omino Michelin, e c’è un bel piattone di patatine fritte già pronto ad aspettarlo, pensa che bella mamma premurosa si ritrova.
E, come dicevo un po’ più sotto, sono in un periodo in cui mi irritano da morire, le contraddizioni islamiche: ma che cavolo di rispetto del corpo è mai, tenerlo coperto che non se ne vede un millimetro e poi avvelenare quello dei tuoi figli, permettere che uno a dieci anni sia conciato in questo modo, non fare sport, non muoversi e rimanere per ore sotto al sole circondata da borse di Fendi?
Una si innervosisce, una. Anche perché il corpo dei figli è un po’ una diramazione del proprio o, addirittura, l’ideale del proprio: è ciò che rimane vivo quando tu sarai morta, si spera. Come cavolo fai a trattarlo così? Quando sei una che al corpo ci pensa dalla mattina alla sera, per giunta, ché segui una disciplina fatta apposta per pensarci, per non scordartelo.

E mi immagino che mi avvicino e tiro fuori il distintivo: “Salve, sono una prof. Cosa crede di fare, dando le patate fritte a questo bambino?”
Altro che Squadra Mobile. Le sequestrerei tutto il ketchup e la costringerei a presentarsi alla centrale delle prof il giorno dopo con un chilo di carote per il botolo.
Eccheccavoli.

Negli spogliatoi, poco più tardi, vedo una giovane signora infilata nel lettino dei raggi UVA, che pare una specie di macchina per fare la TAC incuneata tra la sauna e le docce.
Mi domando se non sarà il sistema per abbronzarsi usato dalle portatrici di niqab, questo, poi scaccio il pensiero: non esageriamo, dai.
Dalla mia prospettiva ne vedo la testa e il seno, in un tripudio di fosforescenza blu data dai tubi che emettono i raggi.
E mentre sono lì che penso che una dovrebbe indossare il reggiseno, là sotto, ché quei raggi invecchiano la pelle da morire ed io manco morta, mi ci infilerei sotto con tanta spensieratezza, mi accorgo con orrore che sta telefonando, la signora.
Alla fosforescenza dei tubi si aggiunge quella del Nokia.
Poi magari non c’è nessuna controindicazione, nel telefonare da là sotto, chi lo sa.
A pensarci bene, non vedo quale controindicazione potrebbe esserci. Boh.
E tuttavia mi aspetto di vederla mutare geneticamente, che ci posso fare.
Penso che la vedrò venire fuori da lì verde e con le squame, se ho la pazienza di aspettare.
Una ha delle giornate da salutista, di tanto in tanto.

In ascensore, infine, c’è la consueta scena del signore saudita accompagnato da due signore con niqab.
Nulla di strano: capita spesso che i sauditi ne scortino diverse, di signore, e una ha sempre pensato che, boh, una fosse la moglie e l’altra una parente, chennesò.
Ma stavolta osserva la scena e si gratta la fronte, il perplesso Haramlik: “Ma dai. Può essere? Ma no. Sì. No, non funziona così. Oppure sì?”
E vorrebbe inseguirli nell’atrio dell’albergo e chiederglielo: “Ehi, signore, mi scusi! Ma queste due signore sono entrambe mogli sue, per caso? E siete felici? Vi volete bene? Loro non cercano mai di sopprimersi a vicenda o di sopprimere lei?”

Poi una le reprime, queste inopportune tentazioni.
Dai.
Ché del resto è ovvio che una sarà la moglie e l’altra la cognata, sei tu che ormai vedi bizzarre triangolazioni dappertutto.
E tuttavia una non sa fare a meno di fantasticare, tuttavia.

Sento che me ne servirebbero almeno sei, di mesi fuori dall’Italia, prima di recuperare uno straccio di sguardo normale su ciò che mi circonda.
Altro che uno.

Poi per fortuna una esce dall’albergone, e in strada è pieno di ragazzini snelli che sanno sicuramente nuotare, di normalissimi coniugi che passeggiano mano nella mano, di belle ragazze di cui vedi il viso, di gente che mangia frutta e non si nutre a patatine e il tuo punto di vista torna normale – quasi – in un minuto.
Altro che sei mesi.

Un po’ di conflitto, però, stavolta me lo porto dentro.
Non è che possa fare finta che non ci sia.
Sono nel posto giusto per elaborarlo, questo è sicuro.
Quello che non è sicuro, però, è che il blog sia il posto giusto per raccontarla, quest’elaborazione.
Adesso, così.

Forse no.
Temo di no.
Non lo so.
Una non si sente del tutto a proprio agio e per la prima volta sogna di avere un blog anonimo e di ricominciare da zero.
Su Splinder, dai.
Con i lettori che fanno finta che io sia davvero, chessò, Camilla che si rielabora l’Egitto. Ché è notoriamente piena di gente che si rielabora l’Egitto, la blogopalla italiana.
Come no.
Sento un po’ di claustrofobia, dopo tanta Italia che ha materializzato un po’ delle ombre che mi leggevano quando ero via, e non mi piace sentirmi claustrofobica.
Ci sto stretta.