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Non riesco a giudicare la mia nuova casa in sé (e forse è pure un bene) ma solo comparandola a ciò che ho visto nel gruppo dei 700 euro al mese (non mi ci far pensare) in questi giorni.
Cose che voi umani, eccetera.
Io sono ancora incredula.

Ho visto un monolocale con le pareti verde ospedale e le porte verde pisello. “Il proprietario ha appena tinteggiato!” “Vedo”.
In cucina mancava una piastrella.
Mi sono affacciata e ho contemplato l’estrema periferia sud di Milano sotto la pioggia. Quella che negli ultimi anni sta smettendo di essere smaccatamente proletaria e si dà un tono con certi malinconici condomini rossi col giardinetto e due alberi, e a me pare che ne stiano spuntando ovunque. Ne avevo uno di fronte.
Il palazzo del monolocale verde ospedal-pisello era vecchio stile, però. Di quelli grigi, pieni di piccioni.
L’unico negozio in tutta la via vendeva insegne al neon.
600 euro al mese.

Poi ho visto un altro monolocale con vista su dei garage che a prima vista parevano arancioni e poi mi sono accorta che erano semplicemente arrugginiti.
Questo era lievemente più centrale, sulla traiettoria del 15.
In 25 metri quadrati, la stanza da letto ospitava uno spaventoso armadio che arrivava fino al tetto, un frigorifero che in “cucina” non c’entrava e una tendina per nascondere il rientro della lavatrice.
600 euro al mese pure quello o forse 650, non ricordo.

Dello scantinato a 700 euro e della stanza finta sul soppalco di legno compensato ho già parlato, ma erano più sui Navigli.

Poi mi hanno parlato di una casetta in “uno stabile Vecchia Milano” e io ho detto: “Ah, con la ringhiera!” e l’agente immobiliare mi ha guardato con l’aria che faccio io quando boccio qualcuno. “Mica tutte le case Vecchia Milano hanno la ringhiera”, ha sospirato.
Lo stabile era un antro buio senza ascensore e, dopo avere arrancato per diversi piani, ci siamo trovati davanti a una grande porta e, oltre la porta, in una specie di grossa cripta con altre due porte. “Quell’altra è del suo eventuale dirimpettaio”, mi ha spiegato l’agente immobiliare mentre ne apriva una. Io, intanto, cercavo di combattere contro l’odore di piccione e sentivo la mancanza del mio scialle egiziano, che per difendersi dalle puzze è una meraviglia. Ho messo un piede dentro, ho visto un insieme di pareti e pavimento arancione sozzissimi e un secchio e uno scopettone in mezzo alla stanza e mi sono rifiutata di contemplare il bagno.
Uscendo, ho detto al tizio: “Senta: io lo so che lei non ha colpa e che fa solo il suo mestiere, ma mi spiega come è possibile proporre una cosa del genere a 700 euro al mese?”
“Perché qui siamo su viale Tibaldi!”, ha esclamato il tizio.
“Io direi che questa è un’aggravante” ho osservato io, contemplando la strada.
“Eh, ma qui ci sono diverse università vicine. Gli studenti le prendono, queste cose.”
“Gli studenti sono disposti a pagare 700 euro al mese per una roba simile?”
“Ah, sì. Loro sì.”

E la mia collega mi diceva di avere dato in affitto il suo monolocale per 600 euro.
A Bollate.
E Gianni mi scriveva nei commenti di una cosa a 500 euro.
A Gorgonzola.
E io mi facevo tutti i giorni la strada Mi3-Milano, passando davanti a tutti i Quinto Stampi e affini di questo mondo, e pensando: “No! Io, fuori Milano, non ci vivo più nemmeno uccisa. No.”

Poi c’era l’ennesimo cartello “Affittasi” e una me scoraggiata che chiama il numero di telefono segnato sul cartello, l’agente immobiliare che risponde e mi dice che adesso non può, e una gentile signora che interviene per dirmi che lei ha le chiavi ed è la portinaia e così entro in un palazzo dignitoso dall’atrio dignitosissimo e una dignitosa portineria dotata di gentile portinaia, appunto, e cartelli di “Vietato fumare”, “Vietato introdurre biciclette”, “Vietato questo e quello”, e finisco in ascensore e poi scodellata in una casetta di 40 metri quadrati tutta linda e pinta, con una cucina tutta nuova che sembra quasi abitabile, un bagno in cui si può contemplare senza paura l’idea di lavarsi nelle mattine d’inverno e una grande stanza tutta nuova con un pavimento tranquillamente guardabile e porte-finestre che danno al balconcino che corre lungo la casetta e puoi passare dalla stanza da letto alla cucina via balcone.
E’ assolutamente mussoliniano, il balcone, e mi affaccio immaginandomi mentre esclamo: “Italiani!” all’indirizzo del gruppetto che aspetta il tram, là sotto.
“Quanto?” “680 comprese spese e riscaldamento.”

Torno in strada e la strada è allegra, piena di negozi utili. La profumeria, la pasticceria, i bar, il mercato comunale, un posto da happy hour pieno di gente, duecento fruttivendoli, la tintoria, la macelleria halal, venti rosticcerie e il tram che porta ai cinema del centro che si ferma esattamente davanti al mio portone. La metropolitana a due passi, Fastweb di fronte.
Soprattutto, giro l’angolo e scopro che è giorno di mercato e c’è la bancarella dei canarini, quella dei vestiti e tutte quelle della frutta tra cui quella determinante, che aveva i mazzetti di coriandolo fresco.
E ho pensato che ci potevo vivere, lì, e mi sono tornata a sentire di buon umore, e non mi capitava da giorni.
Quindi io, domani, andrei e la prenderei.

Poi non saprei dire che effetto possa fare, la mia casetta, se la si vede senza tutte queste premesse.
Le mie amiche hanno espresso giudizi positivi e hanno lodato con entusiasmo l’angolo di strada che già aveva entusiasmato me, ma una di loro – esteta raffinata e donna di grande sensibilità – ha dichiarato che l’armadio della camera da letto era incompatibile con la vita umana.
Vedremo di toglierlo.

A me, questa faccenda di costi e prezzi, fideiussioni e stipendi, anticipi e caparre e spese varie entusiasma abbastanza, dal punto di vista dell’espressione via blog.
Lo trovo un argomento degno di grande nota e mi scatena un irrefrenabile desiderio di raccontare.
In fondo mi diverte: è un gioco nuovo un po’ horror, ma pur sempre un gioco. Quando sono entrata in banca a trattare il tutto ero talmente polla e alle prese con l’ignoto che mi piacerebbe da morire, narrarlo a futura memoria.
Dell’esistenza di una cosa chiamata ‘fideiussione’ avevo appreso per sbaglio due giorni prima, per dire. Perché un aspirante padrone di casa mi aveva detto che me ne avrebbe accettata una ed io ne avevo conseguentemente dedotto che era una cosa che potevo fare in prima persona, e non più una semplice parola strana di quelle che a volte vedi sul giornale.
“Pensavo ad una fideiussione”, ho quindi detto al direttore della banca, ovviamente accavallando le gambe, e lui mi ha detto qualcosa sull’1% e io: “Aspetti che me lo segno. Il 10%, ha detto?”
E lui, stranito: “No, veramente ho detto l’1%”
Sempre avuto problemi con i numeri, io.

Solo che l’anno scorso presentai un mio intervento sull’interculturalità, ad un congresso organizzato dalla mia ex università in Alto Egitto.
E, tra le cose che citavo nell’intervento, c’erano gli argomenti-tabù nei diversi paesi e le considerazioni di Balboni, che li ha enumerati in un suo libro in cui spiega che, se nei paesi arabi è considerato estremamente sconveniente parlare di sesso in società, in Italia il tabù analogo è dato dal tema dei quattrini.
Questo vuol dire che, nel momento in cui do sfogo all’elaborazione via post di questo mio sentirmi intrigata dalla macchinosità della gestione di un’economia individuale a Milano, io devo fare lo stesso effetto, ai miei lettori italiani, di una blogger araba che decidesse di raccontare le sue prodezze sessuali alla blogosfera mediorientale.

In nome del doveroso rispetto che nutro per i tabù e le sensibilità ad essi legate nelle diverse culture, quindi, ho deciso che cercherò di limitarmi al massimo nella trattazione del tema “quattrini” nei miei prossimi post, esattamente come evitavo di ostentare scollature in giro per l’Egitto fino a una settimana fa.
Se una cosa non sta bene, non sta bene e amen.

Al massimo, potrei aprire un piccolo blog in spagnolo, per dire, e inaugurare il filone delle ‘istruzioni per l’uso dell’Italia’ a beneficio degli aspiranti expat nel Bel Paese.
Io, insisto, trovo che l’argomento sia molto fertile, degno di riflessioni a decine.
Che l’affitto di una casa normale (non il mio monolocalino da sgarzella: una casa normale, dico) possa consistere nell’80, 90% di un normale stipendio di docente delle superiori, ecco, mi pare interessantissimo, e così mille altre cose.
Altro che scervellarsi su, chessò, i veli in testa alle arabe.
Deve essere che non mi rassegno a questo fatto, che uno vive a Milano e poi magari pensa che “quelli strani” siano gli altri.