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Sono in piscina che leggo tutta tranquilla quando mi sento apostrofare: “Ehi, ma è un libro italiano, quello?” ed eccomi travolta dalla conversazione di un espansivo e socievolissimo ragazzone che arriva da Milano con un mucchio di voglia di chiacchierare e avvicina pure la sdraio e si mette a raccontarmi un sacco di cose ed è simpatico, nonostante la mia iniziale perplessità di orsa incallita.
Ha un anno più di mia figlia, una divertente autoironia ed è un energico ragazzone sano e privo di complessi o smancerie e ci mettiamo insieme ad analizzare “un donnino”, come dice lui, che passa cento volte ondeggiando sui tacchi e lanciandogli occhiatone a mandorla, e concludiamo che deve essere degli Emirati, il bel donnino, non libanese come pareva all’inizio, ma lui vede gli Emirati ovunque, ché vuole trasferirsi a Dubai.

Uno che a 23 anni, laureato da un mese in cose scientifiche (e tutto contento mi fa vedere il certificato di laurea nuovo di zecca e la prof si commuove, che deve fare?) è in dubbio se trasferirsi, da Milano, in Egitto o a Dubai.
“Così imparo la lingua.”
“Sì, ma perché un paese arabo?”
“Mi piace.”
“Non me la racconti giusta.”
“Mio papà è arabo.”
“Ah, ecco.”

No, lui non ha mai sperimentato direttamente il razzismo (“Poi mio padre non ha tratti somatici molto arabi”) e del resto è nato e cresciuto in Italia, la mamma è italiana, non parla arabo, è battezzato e cresimato, frequenta la Milano fighetta ed è pure un bel ragazzone, cosa vuoi essere razzista?
Epperò.
“Sai, non vorrei ritrovarmi bloccato a Milano senza la possibilità di andarmene più. Se ne sentono tante…”
“Già, brutti tempi.”
“Appunto! Se tutto andasse male, io me ne vengo qua.”
Un ragazzo che si prepara, non si sa mai, ed io mi sento un po’ gelare mentre lo dice, ché è come se in quell’istante ci passasse un nuvolone sulla testa.

Poi c’è Ricardo, invece.
Ricardo è spagnolo, battezzato e cresimato pure lui ma di origini ebraiche che lo avevano sempre lasciato bellamente indifferente fino a quando non è andato a stare un anno a New York.
Lì ha frequentato circoli ebraici, mi raccontano, e si è verificata la metamorfosi: al ritorno da New York, Ricardo è ormai un ebreo fervente e sionista a cui un Fato beffardo gioca il discutibile scherzo di spedirlo a lavorare al Cairo, nelle fauci del nemico.
L’ho conosciuto l’anno scorso ed era simpaticissimo, gay come quasi tutti e con un senso dell’humour sottile e un bellissimo modo di parlare spagnolo, morbido e sussurrato, e guarda che parlare uno spagnolo “morbido” mica è facile. Io ne ero affascinata.

Io sono italiana, però, e affascinarmi con un semplice accento non è difficile.
Quei ciniconi dei suoi compatrioti, invece, non erano affascinati manco per niente e lo mettevano in croce, più che altro, ché l’ispanico senso dello spirito ricorda da vicino un randello, spesso, e qui si è al 99% filoarabi e antisionisti e il Ricardo filoisraeliano che, con l’occhio estasiato, parlava di fare l’aliya in Israele col suo morbido accento di Valencia, scatenava l’ilarità e il sadismo generale ed era tutto un fare a gara a chi raccontava più barzellette antisemite, quando c’era lui, e lui si incazzava come una iena ma poi abbozzava, ché era un volersi bene un po’ da caserma ma un volersi bene, in fin dei conti, e lo sapevano lui e gli altri e persino io, lo sapevo.
Il fatto che parlasse male dell’Egitto, tuttavia, stava sulle scatole un po’ a tutti.
Questo non era bello.
Era più forte di lui, però, e giù a dire che gli egiziani sono tutti ipocriti, che l’Egitto qui, l’Egitto là, il mondo arabo che schifo, e come stava male e come se ne voleva andare da qualche altra parte, prima di fare la sospirata aliya, e che quasi quasi chiedeva il trasferimento e che qualunque posto gli sarebbe andato bene purché fosse fuori dal mondo arabo.
E così è finito a Budapest.
Salutato fazzoletto alla mano e ultima barzelletta antisemita prima di salire sull’aereo, e le sue prime email parlavano di Budapest come fosse il paradiso: qui si era pure sparso il desiderio generale di andare a Budapest a trovare Ricardo, a un certo punto, e, soprattutto, a dare una sbirciata a ‘sto paradiso di cui tanto parlava. Budapest, che meraviglia.

Poi ‘ste email sono cominciate a cambiare e, dopo un tono mano mano sempre più incerto durato qualche mese, a metà Maggio si è arrivati alla resa totale: “Budapest è uno schifo! I budapestiani sono orribili! Questo luogo è un inferno! Sono tutti antisemiti! Io ho sbagliaaaaato!!! Io sono pentiiito!!! Sono stato ingiusto con l’Egitto, ingiustissimo con gli egiziani, non li ho saputi apprezzare, solo adesso mi rendo conto, voglio rimediare al mio errore, voglio tornare, fatemi tornare in Egitto!! Aiuuuuuto!!!”
E ha fatto domanda per tornare, ovviamente, muovendo cielo e terra e con la solidarietà dei vecchi amici a cui, diciamoci tutto, non mancava un certo malizioso luccichio negli occhi nel descrivere la disperazione e il pentimento dell’esule, ma per quest’anno non ci è riuscito.
Ancora Budapest, ahimé.
Se ne parla l’anno prossimo, inshallah.
Noi ce lo immaginiamo mentre si catapulta giù dall’aereo per baciare il suolo cairota e, devo dire la verità, l’idea di perdermi lo spettacolo è uno dei molti motivi per cui soffro all’idea di dovermene andare da qui.

In Israele, invece, c’è andato X.
Niente nome né nazionalità, ché Israele è troppo piccola per raccontare i cavoli del prossimo e questo blog, anche se non sembra, ama proteggere la privacy dei malcapitati che si prendono una birra con lei.
X è andato in Israele col suo compagno, dicevo, e adesso è tornato per finire il trasloco e mi dice che è contento.
“Allora, come ti è sembrata Tel Aviv?”
“Ah, una meraviglia, con quella spiaggiona e quasi niente grattacieli, una città molto vivibile! Stiamo cercando casa verso Jaffa e stiamo benone etc.”
“Eh, Tel Aviv è bella, sì. Ma nei Territori ci siete stati?”
“No, non ancora.”
“Uhm, attento a quando ci andrai. Per me fu uno choc, cambiò completamente la mia percezione di Israele e guarda dove sono finita, poi!” lo avverto ridendo.
E lui non ride, invece. Abbassa un po’ la voce, come se ci fossero degli israeliani a sentirlo, e si fa serio: “Sì, lì me lo hanno già detto tutti, all’Istituto. Che dopo essere stati nei Territori non è più possibile vedere Israele allo stesso modo. Succede a tutti: da quel momento, ti sembra tutto uno scenario. Attraversi lo specchio.”
E fa una smorfia, ché prima o poi gli toccherà e si vede che non ne ha voglia: uno vorrebbe solo stare in una bella città con una bella spiaggia.
Sarebbe bello non sapere mai cosa c’è dietro. Lo capisco.

Io, infine.
Che mi trascino in questa Cairo d’Agosto senza andare da nessuna parte, ché avrei il trasloco da fare e, mentre giaccio stroncata dal caldo e dalle formiche che hanno preso d’assalto la città, cerco di capire cosa ci sia che non va, nel mio rapporto con le imprese di trasloco.
Perché ne ho già contattate due ed è persino arrivato un signore a guardare di persona la mia roba e a prendere nota, e tutti mi hanno promesso un preventivo.
E poi sono scomparsi.

Ora: non capisco se fa troppo caldo per fare preventivi alla gente o se è proprio il mio trasloco, ad essere antipatico alle imprese che ho contattato.
Quest’ultima ipotesi mi riempirebbe di meraviglia: mi sento una traslocatrice abbastanza innocua, non mi pare di avere nulla che non vada.
Eppure mi spariscono i traslocatori, come un tempo mi sparivano le donne della pulizia.
Boh.

Giaccio tra il letto, il computer e la piscina, dunque, inciampando qua e là negli scatoloni disseminati per il soggiorno.
Faccio pensieri cupi sul check in dell’Alitalia (“Signora, lei ha un eccesso di peso di 300 chili”) e poi mi distraggo e giaccio un altro po’, sempre tra il letto, il computer e la piscina.
Io dico che si risolverà da solo, il problema.