uh

Dice:

lavoro per un’agenzia web che si occupa di viral marketing: facciamo campagne di buzz marketing per monitorare e migliorare la brand awareness dei nostri clienti e promuovere in rete video virali.

E le si incrociano un po’ gli occhi, a una, e pensa: “Gessù, ma come parla questa???” mentre si domanda allarmata cosa cribbio sia un “video virale”, certa che non possa essere nulla di buono.

Poi capisci che ti stanno chiedendo di scrivere dei post a pagamento per pubblicizzare della roba (senti come suona bene: “Vi preghiamo di mettervi in contatto con me, in modo da poter parlare anche della retribuzione che ritienete opportuna per la vostra collaborazione“, slurp) e, infine, ecco la frase destinata a lasciarti sveglia per l’intera nottata:

Nel caso in cui un cliente ci sottoponesse un prodotto affine all’argomento del tuo blog, noi vi contatteremmo […]

Me lo chiedo con una certa angoscia, quale potrebbe mai essere il prodotto affine all’argomento del mio blog. Ombelichi portatili? Pesto alla genovese, piramidi di alabastro? Manualistica per divorzi-fai-da-te? E se mi propongono un aspirapolvere, sai come ci rimango male? Si pone un serio problema di identità del proprio blog, credo, nel momento in cui si è minacciati con proposte simili.

Io, ecco, credo che mi piacerebbe essere individuata come affine a una nuova credenza per la cucina. Se me ne mandano una, giuro che la recensisco anche senza retribuzione.

(Anche se metterla proprio in cucina, una roba virale, fa un po’ impressione.)