Mi scrive il prof che Sabato, In Shaa Alla (e, tra parentesi, traduce con ‘se Dio vuole’, per essere sicuro che io abbia capito) porterà il mio fax a destinazione.
Il Sabato arabo deve essere come il nostro Lunedì, mi pare.
In Shaa Alla sta per ‘se Sabato sono ancora vivo’, a voler essere proprio precisi. Anche se, poi, il concetto è lo stesso.
Io ho una versione dello stesso concetto che mi gira per la zucca da settimane.

Attraverso un periodo di rara impopolarità, in famiglia.
Mio padre non mi parla.
Mio fratello mi tratta gentilmente e mi aiuta a divorziare ma, in fondo, mi serba un rancore infinito, probabilmente perchè mi reputa un’abbandonatrice di madri.
D’altra parte, lui mi serba rancore da quando aveva 6 anni; siamo tenaci, in famiglia. Lui è tenace nel giudicarmi male, io sono tenace nel dispiacermene, da 30 anni.
Il mio ex marito, ieri sera, mi diceva che spesso gli sembro un mostro.
Non capisce perchè io non mi dedichi a risposarmi, invece di andarmene nella provincia egiziana.
Dice che sono fredda e che non penso all’amore. Dice che sono la donna più fredda che lui abbia mai visto. Un mostro, appunto, con sporadiche virtù.
E tutti in coro, tutti questi uomini importanti, mi dicono che sto facendo qualcosa di molto più definitivo di quanto io creda.
Mi dicono che non ho l’età, in fin dei conti… è commovente vederli mentre mi prendono così sul serio, sostituendosi alla mia presunta testa di cazzo.
Un funerale affettivo, mi stanno celebrando.

Mentre mi gratto le palle, io giro per ospedali a farmi tutte le revisioni possibili, che mi sembrava un’idea saggia.
Poi, come al solito, i check up mi scatenano i pensieri più funesti e, a secondo dell’esame, colleziono fantasmi di malattie incurabili un po’ ovunque.
Suppongo sia normale…. tengo a bada i sensi di colpa, in apparenza, e quelli mi ritornano addosso come boomerang, travestiti da malattie, sciagure e autopunizioni varie.
Alla fine, concludo che, forse, l’Egitto è ancora troppo vicino.
Un solo mare potrebbe non essere sufficiente, tra me e la mia amorevole famiglia, e mi sorprendo a contemplare con interesse l’idea di trasferirmi nella Papuasia occidentale.

La signora del blog Living in Egypt è tornata, dopo una lunga assenza.
Racconta di una sua amica che si è appena schiantata sull’autostrada di Saqqara.
Mi rigratto le palle.

Poi mi viene in mente una sensazione assolutamente dirompente che ebbi durante il mio primo viaggio in Egitto, mentre giravo in un mercato: mi sentii, di colpo, nelle mani del fato, e sentii come se mille nodi mi si stessero sciogliendo dentro in quell’istante.
Mi resi conto che Milano ti mette in testa (ma ti convince proprio, è tremenda…) che tu sei padrona e responabile del tuo destino, e questa è una tensione innaturale, disumana.
Ti viene questo bisogno di prevedere, per essere all’altezza di tanta responsabilità, e con la smania di prevedere arriva la paura.
Sei arbitro della tua vita e della tua morte, nientemeno.
Come se una non lavorasse già abbastanza, a Milano.

Non è che voglia misticheggiare, non è il mio stile.
Però l’illusione di avere il controllo delle cose ti disarma di fronte agli imprevisti, non ti rende più forte.
Più vuoi controllare, più hai paura.
Siamo un mondo di terrorizzati.
E, insomma, risentii il fatalismo, quella volta nel mercato, e non me lo sentivo più dentro da anni.
E fu bellissimo, mi si spianò la fronte, fu un momento di piacere, di relax assoluto. Di forza assoluta, oserei dire. Soprattutto, non fu una sensazione nuova, ma il ritorno di parte di me che avevo soffocato per anni, chissà perchè. Per Milano.

Tutto il lavaggio del cervello che ci stanno facendo su quest’identità prêt-à-porter detta ‘identità occidentale’ non basta a soffocare quella che a me pare un’evidenza persino stupida, ovvia come il giorno o la notte: se io sono napoletana, io sono più vicina all’Egitto che agli Stati Uniti d’America. A me sembra evidente.
Se io cammino per il Cairo e, di colpo, ritrovo una sensazione che è mia, che appartiene a me dalla notte dei miei tempi, è perchè ciò che vedo ha delle risonanze enormi, nella mia mente.
Mi è familiare.

Io, in Nord America, mi stupivo. Mi divertivo. Ammiravo.
Ma non ritrovavo nulla di me stessa, era solo e sempre idea di futuro.
Al Cairo era come se, di colpo, io ritrovassi le mia braccia, le mie gambe, le mani, dopo averne dimenticato l’esistenza per anni.
Mi completava.
Quel senso di interezza che si prova, in certi fortunatissimi e preziosi momenti, tra le braccia di un uomo amatissimo, che sei lì e ritrovi te stessa intera.
Come, forse, si sentono i neonati tra le braccia della mamma…:)
Altro che America.

E, insomma, divagazioni a parte, sto cercando di schivare il lutto che mi buttano addosso da ogni parte.
E più cerco di schivarlo, più lui mi aggira per prendermi alle spalle.
La mia unica salvezza è darmi alla scaramanzia, suppongo, e munirmi di un possente ferro di cavallo, o alzare le spalle e non sentirmi troppo importante, con la mia piccola vita e il mio piccolo futuro e il mio piccolo tutto che, in fondo, siamo uno sputacchietto nello spazio e non è il caso di farla tanto tragica.

La verità è che se, per pura sfiga, mi dovesse succedere qualcosa (chessò… morire per indigestione di anguria…) nessuno me lo perdonerebbe.
Verrei letteralmente odiata da tutti coloro che hanno il compito istituzionale di volermi bene.
E questa è, francamente, una responsabilità che non ho nessuna intenzione di prendermi.
Che mi lascino mangiare la mia anguria in santa pace.
Se l’anguria, In Shaa Alla, è buona, tanto meglio.
E sennò, gli lascio la mia Treccani e la collezione di coltelli tirolesi, e che si spartiscano il tutto senza sgridarmi ancora, che non ne posso più.