Il suo blog, Amal A lo presenta così:

These are improvisations: neither a manifesto nor a treatise because life is too complicated for either.
Yet, I’m improvising as an Arab–Palestinian– woman with a progressive point of view always under construction.
Since I often find myself caught between anti-Arab racism and arab reactionary politics, both of which threaten to gag me, I’m raising my voice against both and other follies, hoping in the process to contribute an improvised note to a progressive Arab blogosphere.
But I do not blog from Mars, as much as I would like to, so read what I don’t say as well as what I say–silence can be meaningful.

Qui racconta di un’interessante idea scaturita da queste due diverse visioni dell’abbigliamento femminile in Palestina:

1. Le palestinesi secondo Hamas:

hamas_women.jpg

2. Le palestinesi secondo 3000 anni di tradizione:

palestinian%2Bwomen.jpg

L’idea, tradotta dal suo blog, sarebbe questa: togliere alle palestinesi i loro vestiti tradizionali e imbarcarli (i vestiti, non le palestinesi) verso un paese neutrale che li proteggerebbe, tipo la Svizzera.
Naturalmente importando, nel frattempo, gli opportuni carichi di palandrane in stile “paesi del Golfo” (rigorosamente made in Taiwan) in modo da preservare la decenza delle palestinesi durante l’esilio dell’abbigliamento a loro più familiare.

(Se ne parlava anche in Egitto, davanti allo spettacolo di un sempre maggiore numero di donne completamente coperte di stoffa sintetica nei 40 gradi all’ombra dello smog cairota. “Almeno le donne del Golfo trovano l’aria condizionata ovunque, quando escono”. Così si diceva.)