A Genova

viapre

Oggi ero in via Prè a comprare amido di yuca e formaggio ecuatoriano per fare il Pan de yuca con la ricetta di una mia alunna dell’anno scorso e pensavo che mi mette di buon umore, quella strada lì, con tutte le conversazioni in spagnolo – o itagnolo – che coglievo per strada e tutta quell’aria da casbah che mi ricordava il barrio gotico di Barcellona di prima del ’92, quando era duro e puro e io ci combinavo un sacco di guai, per quelle stradine, ed erano guai talmente divertenti che ne ho fatto un mestiere, da grande, ed oggi ero una prof di spagnolo che comprava cibo ecuatoriano in via Prè, appunto, e pensavo a Barcellona, al Cairo, a certe strade attorno al mercato di Santa Cruz de Tenerife e pensavo che sono al mio terzo anno di Genova e, ancora, mi guardo attorno e penso: “Gessù, ma che genio che sono stata a venirmene qua…

A Genova una si sente come se l’avesse fatta lei: se il genovesissimo Spigoloso Signore con cui esco nota la bellezza dei miei vicoli – o la chiesa di Sant’Agostino all’alba, quando ho la prima ora a scuola e me la vedo là a riconciliarmi con la sveglia e con la giornata, a dieci passi da casa mia – io faccio la ruota come una tacchina, fiera di sentirli apprezzati. Come se li avessi fatti io, appunto, e del tutto dimentica del fatto che il genovese è lui, io non sono di qua.

Ed è che si fa presto a sentirla “casa”, ‘sta città, e non è assolutamente necessario esserci nati. Io, almeno, ci riesco benissimo. E sviluppi un’appartenenza persino un po’ difensiva, ché l’altro giorno il mio SSG mi raccontava di non so quale barista scontroso sbuffando sulla di lui genovesaggine e io mi sono agitata e ci ho tenuto a dirgli che è tenerissima, la scontrosaggine locale, e a me piace tanto e comunque in centro storico non la noti e, se c’è, si vede che è inferiore alla mia perché io non me ne accorgo mai. Il succo era che mi dà fastidio sentire parlare male di ‘sto posto. Perché, appunto, sono due anni abbondanti che mi guardo attorno e mi congratulo con me stessa per esserci finita. Ed è diventata la mia Italia: espatrierò ancora, ne sono certa, ma l’Italia dove tornare è questa qua.

Ho un triangolino di abbronzatura sotto al collo, del sole preso l’altra mattina mentre bevevo un caffè in piazza Erbe. Ho imparato a fare lo stoccafisso. So dire: “Digli di sì” in genovese ma non lo so scrivere. E l’altro giorno ho comprato del coriandolo, al Mercato Orientale, e ho chiesto scettica al fruttivendolo: “Ma saprà di qualcosa?” E lui, scrollando le spalle e rifiutando di assumersi responsabilità: “Ehhh, ma insoooomma, siamo a Genova, qua…” Ed è che io, fondamentalmente, mi innamoro delle città che mi fanno ridere. Questa ci riesce benissimo.

Mi scusi, c’è un alimentari etnico da queste parti?” Ricevo uno sguardo perplesso come risposta e il SSG mi sgrida e mi fa: “Ma quale etnico, ma parli come una milanese! Quel pover’uomo sarà ancora lì che si chiede cosa volevi!” E chiede: “Dov’è una drogheria?“, ottiene subito una circostanziata risposta e, nella drogheria, c’è tutto: il burro di arachidi per fare il Mafe, il riso giusto, l’acqua di rose per la mahallabeya. Si dice “drogheria”, non “negozio etnico”. Ecco.

Poi non l’ho fatto, oggi, il pan de yuca. Mi ero scordata che il signore a cui lo volevo fare è impegnato in questioni marittime, il lunedì sera – ed è che so’ fissati, qua, e ancora non sono riuscita ad avere un fidanzato privo di passati o presenti marinareschi, ma dimmi tu – e poi sarà stata la camminata da Principe fino a casa, l’aria di primavera che fa capolino o gli stravizi di ieri sera – no, giuro: sono stata a cena in una casa dove c’è il forno a legna per fare la farinata, che è come se io ne avessi uno per fare la pizza alla napoletana – ma sta di fatto che mi sono addormentata e adesso sono qui con tutta la casa per aria, la spesa ancora fuori dal frigo, un uomo in arrivo e sto qui a scrivere, invece di pettinarmi e dare una patina di ordine in giro.

Ma è che sono paciosa, proprio. Serena. Con un po’ di incombenze arretrate (cose di dieta e salutismo, niente di serio) ma tranquilla, tipo marmotta ottimista.

E settimana prossima si fa un salto a Istanbul, io e Marzia.

A dieta, mi ci rimetto quando torniamo. Giuro.

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Comments Closed

13 Commenti

  1. Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 07:55 | Permalink

    La marmotta ottimista mi piace ^_^ Ciao

  2. Mackley
    Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 08:30 | Permalink

    Zena forever !

  3. Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 10:02 | Permalink

    eh, venivo anch’io, come CloseTheDoor, ad intenerirmi per la marmotta ottimista .-*

  4. pina
    Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 10:21 | Permalink

    fiu..

    che sospiro di sollievo leggerti così felice tra quelle parole..

  5. Broccoli
    Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 12:25 | Permalink

    Io però ho sempre l’inquietante sensazione che le marmotte ottimiste vengan fuori per l’aumento delle ore di luce, della pressione atmosferica e dei valori ematici di serotonina, un po’ come i lombrichi dopo la pioggia. Insomma, noi esseri umani abbiamo un’anima, un barometro o una cartina tornasole? È tutto così ingiusto!

  6. Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 12:39 | Permalink

    Qualunque cosa sia, Broccoli, l’importante è che funzioni. :)

  7. Maria
    Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 14:56 | Permalink

    Istanbul, che bello! Una delle mie città preferita in assoluto.
    Hai già la sistemazione? Altrimenti ti do un suggerimento per un htl a Sultanhamet.

  8. enrica
    Pubblicato il 17 febbraio 2009 alle 18:37 | Permalink

    Vorresti un uomo genovese senza passato marinaresco? Le donne, a volte, sono proprio incontentabili.
    I genovesi sono come tu li descrivi proprio grazie al loro passato. Un passato che ci racconta una delle storie più complesse e affascinanti dell’età medievale e moderna. I genovesi, solo per fare un esempio, sono la prova che è esistito un capitalismo mercantile capace di offrire opportunità e possibilità anche a chi era straniero.
    Potrei dilungarmi, ma non voglio rischiare di essere accusata di “apologia della genovesità”.
    In ogni modo quando qualcuno inizia con il solito ritornello sull’avarizia dei genovesi rispondo sempre così: “Vi sbagliate, qui non si tratta di avarizia, si tratta di arte”.
    L’arte mercantile e imprenditoriale che Genova ha inventato in assenza di qualsiasi risorsa, che non fosse, appunto, il mare.

  9. federica
    Pubblicato il 18 febbraio 2009 alle 00:14 | Permalink

    sono molto contenta che stai bene a genova. sul fatto di sentirla tua credo sia un fenomeno che si crea quando una cosa ha una bellezza che deve essere scoperta, che non è manifesta, ostentata e conclamata, ma è una bellezza sulle sue, che non si nutre di riconoscimenti per essere, che non ti si offre, ma al contrario è una bellezza autonoma e richiede che sia tu a trovarla. quando succede così, poi, scatta il possesso come conseguenza della scoperta.
    io stessa sto parlando come se genova fosse mia, mentre invece non lo è e francamente non posso rivendicare su di lei nessun primato se non delle bellissime giornate passate lì.

  10. enza
    Pubblicato il 18 febbraio 2009 alle 09:45 | Permalink

    non venivo da queste parti da un bel pò…e percepire il tuo sorriso sulle labbra mentre racconti un quotidiano arricchito di un affetto che ti appaga fino in fondo,è proprio bello:un grazie al signore genovese che ha permesso tutto ciò.
    Un bacio
    enza

  11. Broccoli
    Pubblicato il 18 febbraio 2009 alle 11:09 | Permalink

    mmm… ma io dico, quando morrò, che gli dovrò rendere al Creatore se al posto dell’anima ho la biochimica?

  12. Pubblicato il 21 febbraio 2009 alle 19:04 | Permalink

    Tesora, è una delle più belle dichiarazioni d’amore a questa città che io abbia mai letto :-*

  13. a
    Pubblicato il 1 marzo 2009 alle 08:27 | Permalink

    io mi trovo così bene a Genova che occupo spudoratamente casa di mia sorella quando è fuori di Genova… e sto pure cominciando a trovare i miei locali…

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