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Io osservo che, quando parliamo di scuola (mi riferisco alle superiori, di elementari e medie non so nulla), il mondo si divide in due categorie: quelli che parlano associando la scuola al liceo e quelli che parlano associandola al professionale. O, più genericamente: quelli che parlano di scuole con un’utenza borghese e quelli che hanno in mente scuole dall’utenza disagiata. Ne consegue un dialogo tra sordi, tutti convinti di descrivere la realtà a dei pazzi con le traveggole.

Nella scuola superiore dall’utenza di provenienza borghese, gli stranieri che non sanno l’italiano manco ci entrano. Si riversano tutti nella scuola disagiata, e sono anni che i famigerati insegnanti oggetto del linciaggio del giorno fanno fronte come possono all’emergenza.

Intanto, imparando il mestiere. Perché insegnare l’italiano agli stranieri tende ad essere compito dei prof d’italiano, no? Solo che l’italiano per stranieri è una lingua straniera, appunto, e non si insegna come i colleghi di lettere sono abituati a fare. Ne conseguono situazioni avvilenti, improvvisazione, disperazione generale e risultati scoraggianti. Ricordo un test d’ingresso mostratomi da una fiera collega, tempo fa, che per saggiare il livello di italiano dei suoi giovani marocchini aveva ritagliato dei disegni a cui i suoi allievi dovevano poi dare un nome. Benissimo, ma gli oggetti raffigurati nei disegni erano, sì, oggetti comuni, ma del genere che difficilmente appare in una conversazione, specie di un 15enne: un mestolo, un colino, cose così. Poco significativo, quindi, per ragazzi che magari sanno dire “obliterare” perché sennò prendono la multa sul tram, ma che quando mai hanno dovuto dire “mestolo” fuori casa?

Ci sono i colleghi che si sono messi a studiare, quindi (costo di un master sull’insegnamento di Italiano L2: sui 4000 euro. Sennò ti fai 30 ore di corso in provveditorato se ti va bene), e quelli che hanno cercato di galleggiare armati di buona volontà .

Come sempre, ce ne sono di bravissimi che si sono inventati l’accoglienza dal niente. Ricordo una collega di Milano che, da sola, si era inventata i libri di testo in italiano semplificato per gli stranieri, e creava ‘ste dispense di scienze, diritto e storia in lingua semplice e colloquiale. Utili anche per certa utenza italiana, devo dire.

Poi ce ne sono di volenterosi ma confusi: quelli che vorrebbero che tu gli traducessi in spagnolo i termini scientifici e matematici per i loro studenti ecuatoriani. Ma benedetti colleghi: non è che dicendogli “teorema di Pitagora” o “glicidi” in spagnolo quello capisce. Anche perché in spagnolo suona uguale, quindi forse la comprensione si gioca su altri campi, o no?

E poi ci sono quelli che non è mestiere loro, evvabbe’. Perché, come sempre accade quando la scuola viene lasciata ad arrangiarsi, si fa quel che si può, e quel che si può è lasciato alle capacità e alla voglia del singolo.

Riassumendo, quindi:

A) Insegnare l’italiano agli stranieri richiede formazione specifica. B) Ci sono scuole, situate nei quartieri popolari, che traboccano di ragazzi che non sanno l’italiano, e poi ce ne sono altre che non vedono il problema manco col cannocchiale.

Le scuole ad utenza disagiata sono solitamente già molto problematiche in partenza, e popolate da studenti italiani ad elevato tasso di teppismo. I ragazzi stranieri, invece, solitamente vengono da paesi dove la formazione culturale sarà anche scarsa, ma la società è più gerarchizzata e la scuola e i prof sono presi molto sul serio. Quando vedono il casino che fanno i nostri, quindi, ‘sti 14enni non credono ai loro occhi e, festosi, si lanciano a emulare i compagni con l’aggravante di essere, appunto, stranieri. Di non cogliere i codici sotterranei, quindi, tra cui quello del “dove fermarsi”. E di non capire che, per loro, farsi bocciare o comunque sprecare l’opportunità di una formazione decente è più penalizzante che per i coetanei italiani. Cosa che, a 14 o 15 anni, non è semplicissimo capire. E dispiace, lo dico con certa amarezza, vedere questi qui che adottano le modalità di comportamento di una società satolla e viziata che sputa sulle opportunità che le vengono offerte, quando non sono né satolli né viziati e stanno semplicemente emulando chi lo è. (Questo discorso meritebbe un approfondimento serio, ma lo rimando ad altro post).

Di fatto, si creano nelle classi delle situazioni assolutamente demenziali, per cui chi vuole studiare se ne scappa, da certe realtà, e chi rimane sta lì per strappare un diploma che non è se non la certificazione del fatto che nessuno si aspetta davvero che sappiano qualcosa, ‘sti ragazzi. Italiani e stranieri, senza differenze.

Ora: io non capisco il linguaggio dei nostri giornali. Quindi, al secondo articolo che ho letto (su Repubblica, per la precisione) mi sono incazzata e ho smesso. Ho pure un mucchio di problemi già di mio, in questi giorni, non ne posso più di cattive notizie.  Che vuol dire, comunque, classi diverse? Vuol dire che per qualche ora alla settimana i ragazzi stranieri vanno a fare italiano L2 separatamente? Ma questo già si fa, nelle scuole che hanno i fondi e i prof a disposizione per farlo. Nei professionali dignitosi, quindi. Non si fa nei ghetti, e lì ci pensano le associazioni, fuori dall’orario scolastico e se riescono ad acchiappare i ragazzi.

E mi pare sacrosanto che si faccia. Così come mi pare sacrosanto (e la Spagna lo fa da sempre) che ci sia un limite al numero di studenti che non parlano italiano in una classe. Perché, altrimenti, tanto vale prendere la classe e buttarla a mare. Didatticamente cambia poco. E’ chiaro che, in questo momento in cui si parla di accorpare, chiudere scuole e aumentare il numero di ragazzi per classe, mettere questo limite che fino ad ora manco c’era mi pare di difficile realizzazione.

Nel momento in cui il limite non lo metti, però, le classi differenziali si creano DI FATTO. Solo che, siccome non si chiamano così, nessuno se ne accorge o, meglio, tutti preferiscono non accorgersene. Se invece metti questo accidenti di limite (chennesò, 25%?) COSTRINGI tutti a prendersi la loro quota di problema. Perché possiamo metterla come vogliamo, ma avere in classe ragazzi che non capiscono una parola di quello che dici E’ un problema.

Quindi: ore di italiano per stranieri fatte a parte rispetto al gruppo-classe e limite numerico nelle classi sono due cose che mi paiono ineludibili.

Diverso è fare corsi “scolastici” completi appositi per stranieri, per giunta con l’insegnamento di cose demenziali come “rispetto per la cultura italiana” o boiate simili viste sui giornali. Se la proposta è davvero questa, non merita manco risposta.

Chiedete a chi ci lavora, in certe realtà: ognuno sarà in grado di stilare liste di studenti italianissimi – altro che stranieri – a cui farebbe solo un gran bene fermarsi un anno a studiare i rudimenti della nostra lingua e del vivere civile. Tenerli fuori da una simile esperienza formativa sarebbe, ne sono convinta, altamente discriminatorio.

Per loro, per gli italiani. Per gli  zulù nostrani.

(Sullo stesso tema, Leonardo su Piste).