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(Questo e poi basta, giuro.)

La mia amica Amparo, che è persona rigorosa, mi ha dunque spedito dallo psichiatra.
Non dallo psicologo.
Dallo psichiatra-psicoterapeuta.
E non da uno psichiatra qualunque: da uno della scuola di Cassano, nientedimeno, ovvero dalla punta di diamante degli impasticcatori italiani. Altro che chiacchiere e Freud.
Del resto, si trattava di diagnosticare una depressione, mica un complesso d’Edipo. E la depressione è cosa loro.
Io, quindi, ho preso i piedi e il libretto degli assegni e sono andata dallo psichiatra.

(Marcella: “Uddio. Ma tu lo sai, vero, che lui lavora con i farmaci?”
Io, impavida: “Pazienza.”)

Parliamo per un’ora, io e lo psichiatra, e infine lui emette la diagnosi.

“Guardi: se lei mi dicesse che ha qualche milione di euro in banca, io le prescriverei immediatamente un lungo trasferimento in Tailandia. Non dico in Egitto perché non amo molto la cultura islamica ma, insomma, un posto così. Come psichiatra, glielo prescriverei. Sarebbe proprio una prescrizione medica. Ritengo che un trasferimento in un luogo più affine alla sua weltanschauung (ha detto proprio così, testuale) e, particolare importante, soleggiato, avrebbe effetti enormemente benefici sul suo equilibrio biochimico. Sarebbe risolutivo. No, lei in Tailandia non avrebbe nessun bisogno di uno psicologo, è inutile che insista. Le consiglierei al massimo di rivolgersi a un dietologo, visto che è tanto turbata per essere ingrassata. Ma, per l’equilibrio biochimico del suo cervello, la Tailandia è più che sufficiente.

Però lei non ha i milioni in banca, giusto?
Quanto tempo ha detto che deve resistere? Due o tre anni?
Vediamo un po’ come aiutarla.

No, lei non ha nessuna depressione.
Niente di clinico.
La diagnosi è: “Lei è un po’ giù di corda”. Presenta, inoltre, dei sintomi di disadattamento, peraltro oggettivamente motivati. L’Italia non le fa bene: amplifica le sue percezioni emotive. Queste sono forme in cui, tra l’altro, la presenza o l’assenza di luce ha un ruolo fondamentale. L’inverno milanese, specie da novembre in poi, non può che peggiorarle l’umore. Lei è peggiorata da novembre, giusto?”

“Sì, dottore. Cavoli, credevo di essermi rincretinita, a pensarlo. Dunque non sono un’idiota? Dunque è vero che qui c’è troppo buio per me?”

“Certo che è vero! Il suo organismo attiva processi assimilabili a quelli del letargo, tutto in lei rallenta. Perde energia, l’umore perde tono. Con la luce, la situazione si ribalta. Attenzione: non è solo questione di durata del giorno. La cosa veramente importante è l’intensità della luce.”

Una pensa al sole sulla sabbia, in Egitto. E alla collega che mi prendeva per il culo, ché io mi sceglievo la panchina al sole pure con 50 gradi, quando stavamo lì ad aspettare il treno.
Sento di amare questo psichiatra.
Egli mi capisce.

“Che fare dunque? Perché è caso di fare qualcosa. Non mi preoccupa il suo stato psichico: mi preoccupa il fatto che stare giù può danneggiarle la salute. Invece di danneggiarsela, faccia un po’ di terapia che coinvolga il corpo. La bioenergetica va benissimo. Ma anche la teatroterapia. La danzaterapia. Quello che vuole, va bene tutto.”

Ed io non credo alle mie orecchie.
Ma come?
Una si fa un decennio di rigorosissimo Freud duro e puro.
Poi va da un trucissimo collaboratore di Cassano, di quelli “poche palle e zero umanismo, qua siamo scienziati” e lui mi manda a fare la danzaterapia??
Sono sconcertata.

E aggiunge: “Che sia di gruppo. Qualunque cosa decida di fare, si ricordi che le serve una situazione gruppale.”
“Uh?? Ah, giusto, dimenticavo di dirle che odio tutti e che ho problemi con il mondo e non sopporto nessuno.”
“Questo lo dice lei.”
“Ah.”

Poi, l’apoteosi: “Perché non si compra un cane? Le farebbe un gran bene, in questo momento di deprivazione affettiva.”
Lo guardo orripilata. Io, i cani, li ho sempre detestati. “Dottore, ma non sarebbe più pratico un fidanzato?”
E lui: “Per quanto ci siano molti fidanzati cani, ritengo che una cosa non escluda l’altra. Lei può avere un fidanzato e anche un cane.”

No, dico.
Una va dallo psichiatra e si sente dire che deve comprarsi un cane.
(Pupina: non pensarci nemmeno, a regalarmi un cane. Lo avveleno, te lo giuro. Mi manca solo di perdere la mia libertà per un botolo maleodorante. Non farlo. Dico sul serio. Molto sul serio.)

Infine, e solo alla fine, la formazione-Cassano emerge.
“Guardi, lei non ha bisogno di farmaci. Però, se vuole un aiutino da prendere come spintarella iniziale, io qualcosa di leggerissimo glielo prescrivo anche, a dose dimezzata.”
“Fa ingrassare?”
“No, fa dimagrire.”
“Uh, bello. E per quanto tempo dovrei prenderlo?”
E lui, serissimo: “Fino al solstizio. Sa, è per la luce.”

Ecco.
Al prossimo che mi dice che si può vivere benissimo in Italia e a Milano, io gli presento certificato medico.
Ce l’ho.
Dice che devo stare in un paese esotico, al sole, e che fino a quando mi toccherà stare nella per me dannosissima Italia e, ancor peggio, a Milano, sarà opportuno che io balli e che prenda qualche pillola contro il buio.

Questo è quanto.
Centotrenta euro.
Ottimamente spesi, ché un conto è che le dica io, queste cose, e un conto è che me le ordini il medico.

E, non posso negarlo: questa prescrizione di leggeri psicofarmaci “fino al solstizio” la trovo deliziosa, dai.
Una ci si riconosce.

P.S. Questo blog ha commentatori che sanno fare le diagnosi, va detto.