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Mi chiedo da anni come sia possibile che, della fallita trattativa di pace tra Barak e Arafat, sia rimasta a livello di opinione pubblica la convinzione dell’indisponibilità di quest’ultimo a trattare, nonostante tutte le testimonianze dei partecipanti agli incontri che affermavano il contrario.

Adesso Ha’aretz comincia a svelare qualche retroscena che mi spiega il mistero.
Lo apprendo da Michelguglielmo Torri e, con il suo permesso, pubblico l’intervento che ha inviato al newsgroup che dirige.
(I grassetti sono miei)

Cari amici,
nei giorni scorsi in Israele sono diventate sempre più forti e hanno
incominciato ad essere raccolte da alcune parti politiche le voci secondo cui la
tesi che Arafat non avesse alcuna intenzione di trattare con la controparte
israeliana – cosa che giustificherebbe il fallimento delle trattative di Camp
David nel 2000 – è una tesi falsa, scientemente costruita a tavolino da colui
che, all’epoca, era il capo dei servizi segreti militari israeliani, cioè il
generale Amos Gilad.

Ovviamente, la tesi aveva il fine di “salvare la faccia” a
Barak e, in ogni caso, è risultata assai utile per il suo successore, cioè Ariel
Sharon, per portare avanti quello che Baruch Kimmerling ha definito il
“politicidio” dei palestinesi.
Il caso è stato segnalato alla lista da Giovanni Secco Suardi, che ringrazio
a nome di tutti. Nei successivi messaggi invierò gli articoli di Ha’aretz
comparsi finora a proposito del caso.
Qui vorrei limitarmi a fare una considerazione personale.

Quello che veramente stupisce – almeno, quello che veramente *mi* stupisce – è che la
tesi della indisponibilità alla trattativa da parte di Arafat abbia potuto essere
presa per buona dai circoli dirigenti israeliani. Prenderla per buona significa,
infatti, ignorare completamente tutta la storia della lunga e difficile
evoluzione ideologica della resistenza palestinese a partire non certo da ieri,
ma dal 1974. A parte questo, anche in assenza di documenti scritti, dopo il
fallimento delle trattative di Camp David/Taba era circolata una serie di
testimonianze e di ricostruzioni, in genere basate su testimonianze di persone
che avevano partecipato ai negoziati.

Queste testimonianze – in qualsiasi modo
le si prendesse – smentivano la tesi della volontà da parte di Arafat di
“distruggere” lo stato d’Israele. Giovanni Secco Suardi ricorda in proposito le
tesi di Hussein Agha e Robert Malley (a suo tempo fatte circolare anche dalla
nostra lista). Ma quelle di Aga e Malley non sono certo state le uniche
testimonianze e ricostruzioni ad avvalorare la tesi che la responsabilità del
fallimento delle trattative del 2000 andava, quanto meno, ripartita fra i tre
protagonisti di Camp David: non solo Arafat, quindi, ma anche Barak e Clinton.
Sempre lungo questa linea interpretativa – e definitiva assai più approfondita
e completamente basata su interviste ai protagonisti – è la ricostruzione delle
trattative di Camp David e Taba fatta dal giornalista francese Charles Enderlin.
Ma, in ultima analisi, il fatto rimane che, in Israele, circolano molte persone
che non possono non sapere come sono veramente andate le cose. Alcune di queste
persone hanno mentito, altre hanno taciuto, ma alcune hanno parlato (per
esempio, appunto, a Charles Enderlin, le cui tesi non sono mai state smentite).
Ora, infine, alcune di loro, a circa quattro anni dai fatti, stanno finalmente
venendo allo scoperto, ciò che, di fatto, ha portato all’emergere dell’affaire
Gilad.

Una volta preso atto di tutto questo, il fatto che, anche in Israele, la
tesi della “nolontà” (come dice Giovanni Secco Suardi) di Arafat a trattare sia
stata acriticamente accettata dal 2000 ad oggi, tanto da diventare parte del
senso comune del cittadino israeliano medio,
richiede una spiegazione. Forse
sbaglio, ma la mia impressione è che questa spiegazione non possa non essere
ricondotta al fatto che, fin dalla fase terminale delle trattative di Camp
David, la demonizzazione di Arafat sia stata assididuamente propagandata –
spesso sulla base di teoremi non solo non provati, ma logicamente inconsistenti
– sia dalla classe dirigente sia dalla schiacciante maggioranza degli
intellettuali israeliani.
Il problema che vale la pena di porsi è perché questo sia avvenuto.

A mio parere, si possono fare due ipotesi principali e una terza
subordinata. La prima è che i circoli dirigenti israeliani – per una serie di
motivi diversi, ma tutti assolutamente disonorevoli – abbiano scientemente,
cinicamente e disonestamente falsificato la verità. La seconda ipotesi è che la
classe dirigente israeliana sia formata da un insieme di imbecilli, una congrega
di minus habentes, senza alcuna chiara cognizione della realtà effettuale in cui
si trovano ad agire. Oppure, ovviamente – e questa è l’ipotesi subordinata -, la
verità è una mescolanza delle due prime ipotesi.

E, a parte queste, mi sembra veramente difficile formularne altre.

I link:

Military Intelligence presented erroneous assumption on Palestinians
Opposition demands probe of Gilad’s `erroneous’ evaluations
Another former MI official supports probe of assessments
Following the stretch from concept to dogma to axiom

Inoltre c’é:

L’affaire Gilad: un’importante analisi di Akiva Eldar sui suoi retroscena

In allegato troverete un’importante inchiesta, di cui è autore Akiva Eldar,
la quale dimostra come una parte consistente dalla dirigenza dei servizi servizi
segreti israeliani non abbia mai creduto – e tuttora non creda – alla tesi
secondo cui Arafat mirava (e mira) alla distruzione dello stato di Israele
.

Anzi, la tesi in questione era ed è sprezzantemente definita la konseptzia –
cioè la “(pre)concezione”, sottinteso “errata” – con riferimento alla
konseptzia (errata) che, alla vigilia della guerra del Yom Kippur, era stata
alla base dell’incapacità di rendersi conto che Sadat, se non si fosse trattato,
la guerra l’avrebbe fatta sul serio.
L’inchiesta di Avika Eldar è stata pubblicato su Ha’aretz dell’11 giugno ed
è reperibile in rete al sito

Popular misconceptions

Buona lettura.