Camp David 2000 e la demonizzazione di Arafat

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Mi chiedo da anni come sia possibile che, della fallita trattativa di pace tra Barak e Arafat, sia rimasta a livello di opinione pubblica la convinzione dell’indisponibilità di quest’ultimo a trattare, nonostante tutte le testimonianze dei partecipanti agli incontri che affermavano il contrario.

Adesso Ha’aretz comincia a svelare qualche retroscena che mi spiega il mistero.
Lo apprendo da Michelguglielmo Torri e, con il suo permesso, pubblico l’intervento che ha inviato al newsgroup che dirige.
(I grassetti sono miei)

Cari amici,
nei giorni scorsi in Israele sono diventate sempre più forti e hanno
incominciato ad essere raccolte da alcune parti politiche le voci secondo cui la
tesi che Arafat non avesse alcuna intenzione di trattare con la controparte
israeliana – cosa che giustificherebbe il fallimento delle trattative di Camp
David nel 2000 – è una tesi falsa, scientemente costruita a tavolino da colui
che, all’epoca, era il capo dei servizi segreti militari israeliani, cioè il
generale Amos Gilad.

Ovviamente, la tesi aveva il fine di “salvare la faccia” a
Barak e, in ogni caso, è risultata assai utile per il suo successore, cioè Ariel
Sharon, per portare avanti quello che Baruch Kimmerling ha definito il
“politicidio” dei palestinesi.
Il caso è stato segnalato alla lista da Giovanni Secco Suardi, che ringrazio
a nome di tutti. Nei successivi messaggi invierò gli articoli di Ha’aretz
comparsi finora a proposito del caso.
Qui vorrei limitarmi a fare una considerazione personale.

Quello che veramente stupisce – almeno, quello che veramente *mi* stupisce – è che la
tesi della indisponibilità alla trattativa da parte di Arafat abbia potuto essere
presa per buona dai circoli dirigenti israeliani. Prenderla per buona significa,
infatti, ignorare completamente tutta la storia della lunga e difficile
evoluzione ideologica della resistenza palestinese a partire non certo da ieri,
ma dal 1974. A parte questo, anche in assenza di documenti scritti, dopo il
fallimento delle trattative di Camp David/Taba era circolata una serie di
testimonianze e di ricostruzioni, in genere basate su testimonianze di persone
che avevano partecipato ai negoziati.

Queste testimonianze – in qualsiasi modo
le si prendesse – smentivano la tesi della volontà da parte di Arafat di
“distruggere” lo stato d’Israele. Giovanni Secco Suardi ricorda in proposito le
tesi di Hussein Agha e Robert Malley (a suo tempo fatte circolare anche dalla
nostra lista). Ma quelle di Aga e Malley non sono certo state le uniche
testimonianze e ricostruzioni ad avvalorare la tesi che la responsabilità del
fallimento delle trattative del 2000 andava, quanto meno, ripartita fra i tre
protagonisti di Camp David: non solo Arafat, quindi, ma anche Barak e Clinton.
Sempre lungo questa linea interpretativa – e definitiva assai più approfondita
e completamente basata su interviste ai protagonisti – è la ricostruzione delle
trattative di Camp David e Taba fatta dal giornalista francese Charles Enderlin.
Ma, in ultima analisi, il fatto rimane che, in Israele, circolano molte persone
che non possono non sapere come sono veramente andate le cose. Alcune di queste
persone hanno mentito, altre hanno taciuto, ma alcune hanno parlato (per
esempio, appunto, a Charles Enderlin, le cui tesi non sono mai state smentite).
Ora, infine, alcune di loro, a circa quattro anni dai fatti, stanno finalmente
venendo allo scoperto, ciò che, di fatto, ha portato all’emergere dell’affaire
Gilad.

Una volta preso atto di tutto questo, il fatto che, anche in Israele, la
tesi della “nolontà” (come dice Giovanni Secco Suardi) di Arafat a trattare sia
stata acriticamente accettata dal 2000 ad oggi, tanto da diventare parte del
senso comune del cittadino israeliano medio,
richiede una spiegazione. Forse
sbaglio, ma la mia impressione è che questa spiegazione non possa non essere
ricondotta al fatto che, fin dalla fase terminale delle trattative di Camp
David, la demonizzazione di Arafat sia stata assididuamente propagandata –
spesso sulla base di teoremi non solo non provati, ma logicamente inconsistenti
– sia dalla classe dirigente sia dalla schiacciante maggioranza degli
intellettuali israeliani.
Il problema che vale la pena di porsi è perché questo sia avvenuto.

A mio parere, si possono fare due ipotesi principali e una terza
subordinata. La prima è che i circoli dirigenti israeliani – per una serie di
motivi diversi, ma tutti assolutamente disonorevoli – abbiano scientemente,
cinicamente e disonestamente falsificato la verità. La seconda ipotesi è che la
classe dirigente israeliana sia formata da un insieme di imbecilli, una congrega
di minus habentes, senza alcuna chiara cognizione della realtà effettuale in cui
si trovano ad agire. Oppure, ovviamente – e questa è l’ipotesi subordinata -, la
verità è una mescolanza delle due prime ipotesi.

E, a parte queste, mi sembra veramente difficile formularne altre.

I link:

Military Intelligence presented erroneous assumption on Palestinians
Opposition demands probe of Gilad’s `erroneous’ evaluations
Another former MI official supports probe of assessments
Following the stretch from concept to dogma to axiom

Inoltre c’é:

L’affaire Gilad: un’importante analisi di Akiva Eldar sui suoi retroscena

In allegato troverete un’importante inchiesta, di cui è autore Akiva Eldar,
la quale dimostra come una parte consistente dalla dirigenza dei servizi servizi
segreti israeliani non abbia mai creduto – e tuttora non creda – alla tesi
secondo cui Arafat mirava (e mira) alla distruzione dello stato di Israele
.

Anzi, la tesi in questione era ed è sprezzantemente definita la konseptzia –
cioè la “(pre)concezione”, sottinteso “errata” – con riferimento alla
konseptzia (errata) che, alla vigilia della guerra del Yom Kippur, era stata
alla base dell’incapacità di rendersi conto che Sadat, se non si fosse trattato,
la guerra l’avrebbe fatta sul serio.
L’inchiesta di Avika Eldar è stata pubblicato su Ha’aretz dell’11 giugno ed
è reperibile in rete al sito

Popular misconceptions

Buona lettura.

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Comments Closed

10 Commenti

  1. Katia
    Pubblicato il 17 giugno 2004 alle 17:34 | Permalink

    bello fresco fresco me lo leggo tutto in un fiato!Comunque 10 minuti fa ? nato il mio blog http://www.inshallah.splinder.it dai contenuti leggeri e divertenti.baci. Per Lia: ovviamente ti ho messa tra i link.baci

  2. giulio romano
    Pubblicato il 17 giugno 2004 alle 19:44 | Permalink

    Finch? Israele ha i carri-amati, gli aerei, l’atomica e tutto l’appoggio politico-militare di gran parte del mondo occidentale (noi compresi..Berlusconi: “siamo il paese europeo a Voi pi? vicino ed alleato…”) oltre agli USA, e i Palestinesi gli archi con le frecce, e l’appogio “molto verbale”, non di fatto, degl’altri paesi arabi confinanti, la pace non ? possibile.
    Vista la situazione, assistiamo fermi ed indifferenti, al genocidio del popolo Palestinese; esattamente come eravamo fermi ed indifferenti al genocidio del popolo d’Israele operato dai Nazzisti e dai loro amici.
    Che schifo!
    Mi domando: dopo tutto quello che ha passato il popolo Israeliano, vittima dei nazzisti, come f?, oggi, a vestire i panni dell’aguzzino?
    Non hanno imparato nulla nemmeno loro.
    Meglio parlare di Totti!
    Ciao a tutti.

  3. qarmida
    Pubblicato il 19 giugno 2004 alle 10:58 | Permalink

    Esatto, Giulio Romano. Sottoscrivo pienamente, ed aggiungo che mi stupisce come quel signore che scrive in quel newsgroup sia cos? candidamente disgustato e stupito da quello che scopre solo ora, e che avrebbe dovuto gi? sapere da un pezzo, e cio? che tutto l’establishment Israeliano ? da sempre una congrega di falsi, ipocriti e criminali, e che il popolo ne ? per la gran parte complice, anche quando mostra di non sapere quanto il proprio staff governativo, di volta in volta, si macchi di sempre nuove e di vecchie colpevolezze, il che non credo sia possibile ignorare, se si ha un minimo di obiettivit?. Comunque ? meglio che se ne parli, anche se esce fuori ora ? meglio ora che mai, anche se nel frattempo tutta questa gran bugia ha permesso la distruzione di citt? e di campi profughi, di famiglie e di compagini politiche, di personalit? politiche e di civili inermi, in un unico calderone di iniziative di spazzinaggio etnico degli israeliani colonizzaatori.

    Ciao da qarmida

  4. qarmida
    Pubblicato il 19 giugno 2004 alle 11:22 | Permalink

    Aggiungo, poi, che questa notizia meriterebbe ben altro megafono, poich? finch? rimarr? confinata nel pur importante, ma ancora troppo ristretto spazio del web… sai quanto solletico je fa a zio Sharon e company?
    Qui ci vuol ben altro che il web! Perch? non sento ancora la voce delle tivv? e dei giornali?

    eehhhhhhh…… Santa Pazienza!!

    di nuovo smack da qarmida

  5. Anonimo
    Pubblicato il 24 giugno 2004 alle 15:15 | Permalink

    Posso proporre anch’io una testimonianza su Camp David 2000? —
    ?Il 23 dicembre 2000 fu un giorno fatale per il processo di pace in Medio Oriente. Invitai le due parti a Washington per un ultimo tentativo, e, dopo che ebbero negoziato per diversi giorni, io e il mio team ci convincemmo che se non avessimo ristretto l’ambito delle trattative, forzando le parti a scendere a compromessi sostanziali, non vi sarebbe mai stato un accordo. Arafat temeva di essere criticato da altri leader arabi; Barak stava perdendo terreno in patria a favore di Sharon. Pertanto feci ci? che non molto tempo prima sarebbe stato impensabile: invitai la delegazione palestinese e quella israeliana ad accomodarsi nella Cabinet Room e lessi loro i miei ?parametri? per l’avanzamento del negoziato, messi a punto dopo lunghe conversazioni private tenute separatamente con le due parti dopo Camp David. Se li avessero accettati entro quattro giorni, avremmo proseguito. In caso contrario, l’incontro era chiuso.
    Il 27, l’esecutivo di Barak accett? i parametri con alcune riserve, che apparivano negoziabili. Si trattava di un fatto storico: un governo israeliano aveva dichiarato che per raggiungere la pace avrebbe accettato la nascita di uno Stato palestinese in circa il 97% della Cisgiordania e in tutta la striscia di Gaza, dove c’erano insediamenti israeliani. Ora la palla passava ad Arafat. (…)
    Ancora non avevo avuto notizie da Arafat. Il Capodanno del 2001 lo invitai alla Casa Bianca per il giorno dopo. (…) Quando Arafat arriv?, mi pose molte domande sulla mia proposta. A volte sembrava confuso, come se non avesse il completo controllo degli avvenimenti. (…) Forse non era semplicemente capace di compiere il salto finale da rivoluzionario a uomo di Stato. (…)
    Quando Arafat part?, non avevo ancora idea di quali fossero le sue intenzioni. Le espressioni del suo volto e i suoi gesti mi dicevano che non avrebbe accettato, ma l’accordo era cos? buono che non riuscivo a credere che qualcuno potesse essere cos? sciocco da lasciarselo sfuggire. In una delle nostre ultime conversazioni Arafat mi ringrazi? per tutti i miei sforzi e mi disse che ero un grand’uomo. ?Signor presidente – risposi – non sono un grand’uomo. Sono un fallimento, e questo grazie a lei?. Lo avvertii che stava praticamente spianando la strada all’elezione di Ariel Sharon e che avrebbe raccolto quello che aveva seminato.
    In febbraio Sharon fu eletto primo ministro a stragrande maggioranza. Gli israeliani avevano deciso che se Arafat non avesse accettato la mia offerta, non avrebbe ottenuto proprio niente, e che, in mancanza di una controparte disposta a concludere la pace, sarebbe stato meglio essere guidati dal leader pi? aggressivo e intransigente sulla piazza. (…) Quasi un anno dopo la fine della mia presidenza, Arafat mi disse di essere pronto a negoziare sulla base dei parametri da me proposti; ma era troppo tardi: in Israele c’erano un governo che non sarebbe stato morbido con lui e un’opinione pubblica che non credeva che avrebbe tenuto fede alla parola data.
    Il rifiuto di Arafat fu un errore di dimensioni storiche.?
    La citazione sopra, com’era facile intuire ? da “My Life”, l’autobiografia dell’ex presidente Usa Bill Clinton. Da queste poche parole, emerge con chiarezza quanto Yasser Arafat sia il vero responsabile del fallimento di Camp David; quanto fu incapace di comportarsi da uomo di Stato; quanto a lui, in primo luogo, il popolo palestinese dovrebbe rinfacciare l’attuale mancanza di un proprio territorio e della pace.
    -Danny

  6. Eliogabalo
    Pubblicato il 25 giugno 2004 alle 02:47 | Permalink

    Concordo con quanto dice Danny nel post precedente. Credo che non possano essere avanzati seriamente dubbi sulla responsabilit? politica di Arafat nel fallimento delle trattative di Camp David del 2000. Questo, naturalmente, se si ? interessati alla verit? storica dei fatti, e non a fini di propaganda o ideologici.
    A quanto Bill Clinton va ripetendo da anni, potrei aggiungere, se ce ne fosse bisogno, la testimonianza di Dennis Ross, inviato speciale americano per il Medio Oriente fino agli ultimi giorni dell’amministrazione Clinton e che in quella veste segu? tutti i negoziati, sia quelli pubblici a Camp David nel luglio 2000, sia quelli riservati che si tennero nei mesi successivi fino al gennaio 2001. In un’intervista a Fox News Sunday dell’aprile 2002, Dennis Ross ha ripercorso i negoziati che ruotarono attorno alla proposta Clinton del dicembre 2000, offrendo una testimonianza di prima mano su come si comportarono le parti e in particolar modo Arafat.
    La testimonianza di Ross ? disponibile presso il sito di Fox News, all’indirizzo qui sotto:

    http://www.foxnews.com/story/0,2933,50830,00.html

    Io mi permetto di riportarne di seguito uno stralcio tradotto in italiano, sperando che ci stia tutto in questo post e che possa essere di qualche interesse.

    Dennis Ross: “Ricapitoliamo la sequenza degli avvenimenti per mettere le cose nel giusto contesto. A Camp David nel luglio 2000 noi americani non presentammo un piano complessivo. Mettemmo sul tavolo delle idee relative ai confini e alla questione di Gerusalemme. Arafat non fu in grado di accettare nessuna di queste idee. Per la verita’, nel corso di quei quindici giorni di negoziati Arafat non presento’ una sola idea alternativa. Ne presentarono alcune i suoi negoziatori, ma lui no. L’unica cosa che Arafat seppe dire a Camp David fu che non e’ mai esistito il Tempio ebraico a Gerusalemme. In pratica negava il cuore stesso della fede ebraica.
    Dopo il vertice, Arafat ci chiamo’ subito per dirci: “Dobbiamo fare un altro vertice”. Al che noi rispondemmo: “Abbiamo appena giocato le nostre carte e ci hai risposto con un no. Bisogna che ti prepari a fare un accordo prima di ripetere qualcosa del genere”.
    Allora Arafat accetto’ che venisse aperto un canale riservato fra i suoi e gli israeliani. Ci furono delle riunioni, a cui partecipai anch’io dalla fine di agosto 2000. Le discussioni furono serie e noi eravamo pronti a presentare le nostre proposte per la fine di settembre. Proprio in quel momento scoppio’ l’intifada. Arafat sapeva che eravamo pronti a presentare le nostre proposte, e i suoi gli dicevano che le nostre proposte sembravano buone. Noi gli chiedemmo di intervenire per garantire che non scoppiassero violenze il giorno dopo la visita di Sharon [alla spianata del Tempio]. Arafat disse che l’avrebbe fatto, ma poi non mosse un dito.
    Ai primi di dicembre [2000], attraverso i canali riservati entrambe le parti ci chiesero di nuovo di presentare le nostre proposte, di presentare un vero e proprio piano. Il 23 dicembre il presidente Clinton presento’ il nostro piano, che in sostanza diceva questo.
    Sui confini: annessione a Israele di un 5% della Cisgiordania e passaggio di un 2% di territorio israeliano ai palestinesi, per cui in totale i palestinesi avrebbero ricevuto il 97% del territorio. Gli israeliani sarebbero usciti completamente da Gaza. E’ falso affermare che in Cisgiordania lo stato palestinese sarebbe risultato diviso in parti: vi sarebbe stata continuita’ territoriale. E vi sarebbe stato anche un collegamento diretto fra Gaza e Cisgiordania con un’autostrada e una ferrovia sopraelevate, tali da garantire non solo un passaggio “sicuro” [come previsto dagli accordi di Oslo], ma un vero e proprio passaggio libero.
    Su Gerusalemme: i quartieri arabi della parte est sarebbero diventati capitale dello stato palestinese.
    Sui profughi: vi sarebbe stato diritto al rientro dei profughi nello stato palestinese, non all’interno di Israele. Inoltre sarebbe stato creato un fondo di 30 miliardi di dollari raccolti a livello internazionale per compensazioni e interventi di rimpatrio, reinserimento e riabilitazione dei profughi.
    Sulla sicurezza: vi sarebbe stata una presenza internazionale nella Valle del Giordano al posto delle forze israeliane.
    Il piano non era scritto, ma noi lo enunciammo alle parti come se lo dettassimo, accertandoci che ne prendessero nota accuratamente. Non lo mettemmo per scritto perche’, come spiegammo a palestinesi e israeliani, questo era il massimo del nostro sforzo possibile: se non lo avessero accettato, lo avremmo ritirato punto e basta. Volevamo che fosse ben chiaro che non si trattava di una base per ulteriori trattative: si trattava di un piano definitivo. Un piano di proposte complessivo, senza precedenti ed estremamente avanzato. Il massimo che le due parti potevano sforzarsi di accettare, in base al giudizio che ci eravamo fatti dopo migliaia di ore di colloqui e discussioni con ciascuna delle due parti.
    [Il governo israeliano accetto’ la proposta Clinton il 27 dicembre 2000 “a condizione che la accettino anche i palestinesi”].
    I palestinesi ancora oggi sostengono che Arafat accetto’ la proposta. In realta’ Arafat venne alla Casa Bianca il 2 gennaio 2001 e si incontro’ con il presidente Clinton nello Studio Ovale. Ero presente all’incontro. Arafat disse: “si’, ma?” e aggiunse una serie di obiezioni che in pratica significavano il rifiuto di ogni singola cosa che avrebbe dovuto accettare. Doveva accettare che a Gerusalemme vi fosse una sovranita’ israeliana sul Muro Occidentale che coprisse i luoghi di importanza religiosa per gli ebrei e la rifiuto’. Rifiuto’ la proposta sui profughi. Disse che occorreva una formula completamente diversa, come se la nostra proposta non esistesse nemmeno. Rifiuto’ le idee fondamentali sulla sicurezza. Praticamente respinse tutte le cose che gli avevamo chiesto di accettare.
    Ancora oggi i palestinesi non hanno detto alla loro gente in cosa consisteva davvero quel piano. Sono certo che i negoziatori di Arafat avevano capito che il nostro piano era il massimo che potessero mai ottenere. E volevano che Arafat accettasse. Ma Arafat non era disposto ad accettare.
    Perche’? Io credo che fondamentalmente Arafat non possa porre fine al conflitto. C’era una clausola decisiva, nell’accordo da noi proposto. E la clausola era che l’accordo avrebbe posto fine al conflitto. Arafat ha passato tutta la vita a lottare per la causa. Quello che ha fatto come leader dei palestinesi e’ stato lasciarsi sempre aperte delle opzioni, non mettere mai la parola fine. Qui gli veniva chiesto di porre la parola fine. Per Arafat, porre fine al conflitto con Israele significa porre fine a se stesso.
    Nel frattempo era scoppiata l’intifada. Puo’ darsi che abbia pensato di poter ottenere di piu’ con la violenza. Senza dubbio pensava che le violenze avrebbero messo sotto pressione gli israeliani e noi, e forse il resto del mondo.
    E poi c’e’ un altro fattore. Non bisogna dimenticare che Ehud Barak era riuscito a riposizionare Israele a livello internazionale: Israele era visto come la parte che aveva dimostrato oltre ogni dubbio di volere la pace, e se la pace non era raggiungibile era a causa del rifiuto di Arafat. Arafat aveva bisogno di ristabilire l’immagine dei palestinesi come vittime. Purtroppo vittime lo sono davvero, e ora si vede quanto.”.
    (Fox News Sunday, 21.04.02)

  7. lia
    Pubblicato il 25 giugno 2004 alle 16:54 | Permalink

    Forse ? il caso di avvisare il Mossad che due dei miei commentatori possiedono materiale in grado di porre fine allo scandalo che, in questi giorni, vede coinvolti importanti settori dell’Intelligence israeliana.
    Magari lo faccio io stessa.

    Ci pensate voi, a scrivere ad Haaretz?

  8. Danny
    Pubblicato il 25 giugno 2004 alle 18:53 | Permalink

    Il materiale citato nei commenti ? materiale pubblico, di fonte dell’amministrazione Clinton, consultabile nell’autobiografia di Bill Clinton e nella testimonianza giornalistica del suo inviato speciale per il Medio Oriente, Dennis Ross. Non si tratta di documenti dei servizi segreti.
    In quanto ai documenti di fonte israeliana, ? paradossale che li si ritenga affidabili solo adesso, quando da anni la posizione ufficiale di Israele ? quella di attribuire ad Arafat la responsabilit? prima del fallimento dei negoziati di Camp David.
    Com’?? fino ad ora Israele non era attendibile ed oggi invece s?? E domani magari non lo sar? pi?? Vorrei capire: quello dell’attendibilit? delle fonti ? un problema, per chi vuole fare storia e non solo propaganda, di importanza decisiva! Non possiamo, semplicisticamente, ritenere attendibili le cose che condividiamo e false quelle che non ci vanno bene!
    Non credete?
    -Danny

  9. Benedetto
    Pubblicato il 26 giugno 2004 alle 18:16 | Permalink

    Gentile Signora,
    ho letto gli articoli che Lei ha segnalato nel Suo post e li ho trovati molto interessanti.
    Tuttavia, in nessuno di loro si smentisce nei fatti la responsabilit? politica di Arafat per il fallimento dei negoziati di Camp David del 2000.
    Quello che l? si evidenzia – e secondo me risponde al vero – ? invece il fatto che Yasser Arafat non mirava alla distruzione dello Stato di Israele.
    Da questo a dire che il presidente dell’ANP in quella occasione si ? seriamente prodigato nella ricerca di un accordo con Israele, ci passa per? una bella differenza.
    Vede, io credo che quello arabo-israeliano sia un gran pasticcio soprattutto perch? ci sono, da una parte e dall’altra, gravi responsabilit? politiche di cui nessuno dei due vuole assumersi alla fine la responsabilit? (e Lei mostra di ben conoscerle, almeno da quanto ho avuto modo di leggere fino ad ora nel Suo intelligente weblog); e questo fa s? che ogni volta, anche di recente, proprio quando la soluzione negoziale sembra arrivare in porto… tutto se ne torni in alto mare: perch? a quel punto solamente un’assunzione piena di responsabilit? da parte dei contendenti (come dire, UNA VERA RINUNCIA) potrebbe definitivamente sgombrare il campo dalle autogiustificazioni, dalle delegittimazioni reciproche e dalle scomuniche.
    Tuttavia, per quanto riguarda in particolare i negoziati di Camp David, anche io la penso come la pi? ampia parte dell’opinione pubblica occidentale: che cio? Arafat non fu capace di sfruttare l’occasione d’oro che la particolare situazione contingente gli offriva. E questo non perch? lui volesse la distruzione di Israele, ma principalmente perch? (e questa ? la tesi che Bill Clinton ha sostenuto in decine di interviste) gli manc? un pizzico di fiducia in pi? nella reale volont? di Israele di addivenire ad un vero accordo.
    Vede gentile Signora, i documenti da Lei citati, e ai quali se ne potrebbero aggiungere forse anche altri che ne sostengono ancor pi? la tesi, paradossalmente confermano – se ad essi riconosciamo una effettiva attendibilit? – proprio quanto sostenuto dal presidente Clinton e dai suoi collaboratori che condussero e parteciparono a quelle trattative: che cio? fu Yasser Arafat, in quella circostanza, e non gli israeliani, a mancare di cogliere un’opportunit? veramente storica di imprimere una svolta alle relazioni tra Israele e palestinesi.
    Infatti, i documenti da Lei segnalati, e che io non faccio fatica a considerare attendibili, danno conto di uno sforzo di parte dei servizi di sicurezza israeliani, o comunque di influenti personaggi ad essi riconducibili, finalizzato a descrivere Arafat come fermamente contrario a qualunque accordo, perch? mosso dal desiderio di distruggere lo Stato di Israele.
    Questo tentativo, riconducibile o influenzato dalle aree pi? radicali della destra politica israeliana, si proponeva ovviamente di condizionare i negoziati e, nel concreto, di spingere Barak e la sua delegazione a rinunciare alla ricerca di qualsivoglia accordo con il leader palestinese.
    E sicuramente quello sforzo qualche effetto lo sort?, se non altro nelle modalit? in cui buona parte di quei negoziati si svilupp? (ad esempio, con incontri uno-a-uno di Clinton e dei suoi prima, separatamente, con una delegazione e poi con l’altra: con il risultato di estenuanti verifiche e controverifiche, attraverso quello che Clinton defin? “il trenino della pace”, che lui “capotreno” portava da una stazione/delegazione all’altra con la speranza che prima o poi i due negoziatori decidessero di salirci sopra).
    Un altro effetto, quel tentativo di far passare Arafat come “unfit” per qualunque accordo di pace, anche lo ottenne, e riguard? la formula “orale” delle “offerte” avanzate da Israele, che pure irrit? molto il presidente americano.
    Ma a parte ci?, esso non condizion? pi? di tanto la delegazione israeliana e in particolare Barak, che si sentiva ormai predestinato a segnare di propria pugno la svolta storica in Medio Oriente.
    Infatti – possiamo oggi commentare noi – se nonostante quei tentativi, ben documentati dagli articoli che Lei segnala, Barak non rinunci? a proporre ad Arafat quella che Cinton defin? “un’imperdibile occasione” (“un governo israeliano che accetta la nascita di uno stato palestinese in circa il 97% della Cisgiordania e in tutta la Gaza strip”)… beh, questo pu? solo deporre a favore dell’intenzione seria dei vertici israeliani di firmare un accordo storico.
    Vede gentile Signora, io credo che non altrettanto efficacemente fu in grado Yasser Arafat di resistere alle pressioni dell’ala oltranzista del suo partito che (non ci vuole molta fantasia ad immaginarlo) svolgeva un lavoro speculare a quello svolto dalla destra israeliana: dimostrare, cio?, che qualunque cosa gli israeliani dicessero di voler concedere costituiva una sconfitta per la causa del popolo palestinese.
    E, a mio modesto avviso, ma ancor pi? per i protagonisti di quelle trattative (Clinton, Ross, ma anche i molti deputati democratici americani amici dei palestinesi che tentarono di intervenire sulle decisioni di Arafat), l’errore del presidente Arafat fu quello di non saper resistere a quelle pressioni; di non rendersi conto, in quel momento, della sua grave rinuncia.
    Al suo ritorno da Camp David, Arafat fu salutato da folle festanti di palestinesi come un eroe che non aveva ceduto al nemico (folle festanti che non esito ad immaginare “imbeccate” dagli oltranzisti e dagli estremisti).
    Ma che non si trattasse di una vittoria Arafat forse ne era gi? consapevole. Sicuramente, se ne rendeva conto mesi dopo, quando ad un Clinton non pi? presidente chiedeva aiuto per riportare in campo l’accordo prima respinto.
    Ma “la Storia non ci chiama pi? di una volta”, ripeteva Nazim Hikmet, “e se quell’unica volta non sentiamo il suo richiamo, la Storia si dimentica di noi”.
    Cos? ? andata, credo, e molto me ne dispiace. Soprattutto per i giovani palestinesi, ai quali i loro padri dovrebbero saper offrire un futuro “dai colori diversi dal piombo, dal silenzio diverso dalla morte, dal calore diverso dal ghiaccio”.
    Grazie per lo spazio, e continui a parlare col cuore, Lei che ne ? capace.
    Benedetto

  10. Benedetto
    Pubblicato il 26 giugno 2004 alle 18:19 | Permalink

    Gentile Signora,
    ho letto gli articoli che Lei ha segnalato nel Suo post e li ho trovati molto interessanti.
    Tuttavia, in nessuno di loro si smentisce nei fatti la responsabilit? politica di Arafat per il fallimento dei negoziati di Camp David del 2000.
    Quello che l? si evidenzia – e secondo me risponde al vero – ? invece il fatto che Yasser Arafat non mirava alla distruzione dello Stato di Israele.
    Da questo a dire che il presidente dell’ANP in quella occasione si ? seriamente prodigato nella ricerca di un accordo con Israele, ci passa per? una bella differenza.
    Vede, io credo che quello arabo-israeliano sia un gran pasticcio soprattutto perch? ci sono, da una parte e dall’altra, gravi responsabilit? politiche di cui nessuno dei due vuole assumersi alla fine la responsabilit? (e Lei mostra di ben conoscerle, almeno da quanto ho avuto modo di leggere fino ad ora nel Suo intelligente weblog); e questo fa s? che ogni volta, anche di recente, proprio quando la soluzione negoziale sembra arrivare in porto… tutto se ne torni in alto mare: perch? a quel punto solamente un’assunzione piena di responsabilit? da parte dei contendenti (come dire, UNA VERA RINUNCIA) potrebbe definitivamente sgombrare il campo dalle autogiustificazioni, dalle delegittimazioni reciproche e dalle scomuniche.
    Tuttavia, per quanto riguarda in particolare i negoziati di Camp David, anche io la penso come la pi? ampia parte dell’opinione pubblica occidentale: che cio? Arafat non fu capace di sfruttare l’occasione d’oro che la particolare situazione contingente gli offriva. E questo non perch? lui volesse la distruzione di Israele, ma principalmente perch? (e questa ? la tesi che Bill Clinton ha sostenuto in decine di interviste) gli manc? un pizzico di fiducia in pi? nella reale volont? di Israele di addivenire ad un vero accordo.
    Vede gentile Signora, i documenti da Lei citati, e ai quali se ne potrebbero aggiungere forse anche altri che ne sostengono ancor pi? la tesi, paradossalmente confermano – se ad essi riconosciamo una effettiva attendibilit? – proprio quanto sostenuto dal presidente Clinton e dai suoi collaboratori che condussero e parteciparono a quelle trattative: che cio? fu Yasser Arafat, in quella circostanza, e non gli israeliani, a mancare di cogliere un’opportunit? veramente storica di imprimere una svolta alle relazioni tra Israele e palestinesi.
    Infatti, i documenti da Lei segnalati, e che io non faccio fatica a considerare attendibili, danno conto di uno sforzo di parte dei servizi di sicurezza israeliani, o comunque di influenti personaggi ad essi riconducibili, finalizzato a descrivere Arafat come fermamente contrario a qualunque accordo, perch? mosso dal desiderio di distruggere lo Stato di Israele.
    Questo tentativo, riconducibile o influenzato dalle aree pi? radicali della destra politica israeliana, si proponeva ovviamente di condizionare i negoziati e, nel concreto, di spingere Barak e la sua delegazione a rinunciare alla ricerca di qualsivoglia accordo con il leader palestinese.
    E sicuramente quello sforzo qualche effetto lo sort?, se non altro nelle modalit? in cui buona parte di quei negoziati si svilupp? (ad esempio, con incontri uno-a-uno di Clinton e dei suoi prima, separatamente, con una delegazione e poi con l’altra: con il risultato di estenuanti verifiche e controverifiche, attraverso quello che Clinton defin? “il trenino della pace”, che lui “capotreno” portava da una stazione/delegazione all’altra con la speranza che prima o poi i due negoziatori decidessero di salirci sopra).
    Un altro effetto, quel tentativo di far passare Arafat come “unfit” per qualunque accordo di pace, anche lo ottenne, e riguard? la formula “orale” delle “offerte” avanzate da Israele, che pure irrit? molto il presidente americano.
    Ma a parte ci?, esso non condizion? pi? di tanto la delegazione israeliana e in particolare Barak, che si sentiva ormai predestinato a segnare di propria pugno la svolta storica in Medio Oriente.
    Infatti – possiamo oggi commentare noi – se nonostante quei tentativi, ben documentati dagli articoli che Lei segnala, Barak non rinunci? a proporre ad Arafat quella che Cinton defin? “un’imperdibile occasione” (“un governo israeliano che accetta la nascita di uno stato palestinese in circa il 97% della Cisgiordania e in tutta la Gaza strip”)… beh, questo pu? solo deporre a favore dell’intenzione seria dei vertici israeliani di firmare un accordo storico.
    Vede gentile Signora, io credo che non altrettanto efficacemente fu in grado Yasser Arafat di resistere alle pressioni dell’ala oltranzista del suo partito che (non ci vuole molta fantasia ad immaginarlo) svolgeva un lavoro speculare a quello svolto dalla destra israeliana: dimostrare, cio?, che qualunque cosa gli israeliani dicessero di voler concedere costituiva una sconfitta per la causa del popolo palestinese.
    E, a mio modesto avviso, ma ancor pi? per i protagonisti di quelle trattative (Clinton, Ross, ma anche i molti deputati democratici americani amici dei palestinesi che tentarono di intervenire sulle decisioni di Arafat), l’errore del presidente Arafat fu quello di non saper resistere a quelle pressioni; di non rendersi conto, in quel momento, della sua grave rinuncia.
    Al suo ritorno da Camp David, Arafat fu salutato da folle festanti di palestinesi come un eroe che non aveva ceduto al nemico (folle festanti che non esito ad immaginare “imbeccate” dagli oltranzisti e dagli estremisti).
    Ma che non si trattasse di una vittoria Arafat forse ne era gi? consapevole. Sicuramente, se ne rendeva conto mesi dopo, quando ad un Clinton non pi? presidente chiedeva aiuto per riportare in campo l’accordo prima respinto.
    Ma “la Storia non ci chiama pi? di una volta”, ripeteva Nazim Hikmet, “e se quell’unica volta non sentiamo il suo richiamo, la Storia si dimentica di noi”.
    Cos? ? andata, credo, e molto me ne dispiace. Soprattutto per i giovani palestinesi, ai quali i loro padri dovrebbero saper offrire un futuro “dai colori diversi dal piombo, dal silenzio diverso dalla morte, dal calore diverso dal ghiaccio”.
    Grazie per lo spazio, e continui a parlare col cuore, Lei che ne ? capace.
    Benedetto

Un Trackback

  • Di Lawrence of Cyberia il 26 giugno 2004 alle 05:12

    “No-one To Talk To”

    There were calls last week by legislators for an inquiry into whether their country was led into war unnecessarily, on the basis of manipulated intelligence data. No, it’s not American, British, Australian or Micronesian lawmakers questioning the invas…

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