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Ma sai che c’è di nuovo?
C’è che sono stanca.

Antisemita-faziosa-razzista-violenta-nazista-feroce-ignobile-comunista -islamica e, insomma, tutto tranne che “catara”, e in questo sono ancora molto indietro rispetto a Miguel, temo. Eretica semplice, deve essere il mio grado attuale. A “catara” ci arriverò con il tempo.

C’è che ho ripreso a leggere robe minacciose verso la sottoscritta, ed era un po’ che non ne leggevo più. Era un po’ che non parlavo di Israele, del resto.
C’è che sul sito tot c’è chi chiede che si approfondisca la mia identità e il perché torno in Italia “proprio quando l’Egitto stringe le corde intorno al terrorismo”. Ma, del resto, sul sito talaltro c’è la solita pazza che è una vita, che cita cose scritte da me per poi dire che “chi le ha scritte” dovrebbe essere indagato per fiancheggiamento o chissà cosa. Forse abigeato, non ricordo, anche se mi permetto di suggerire un inedito “turbamento di incapace”, vedendola tanto scossa.

C’è che in genere osservo questa galleria di mostri con rassegnata curiosità e mi sembrano talmente antiestetici che li ignoro proprio per questo, non ho motivazioni più “politiche”. E’ che sono brutti, e tanto basta.

C’è che stasera non ho voglia di riderci su, invece.
Voglio semplicemente contemplare i mucchi di odio che questo post ha suscitato e fare il mio mestiere, venire a patti con il mio disagio d prof, ancora prima che di persona.

C’è molta gente che non sa leggere, intanto.
A destra e a sinistra, è lo stesso, e non mi riferisco solo al post che ha scatenato i deliri attuali. Lo vedo succedere spesso, e anche a persone dal livello culturale molto meno umile di quello dei protagonisti degli sproloqui che cito sopra.

Questo succede per due motivi, credo:

1. Perché scrivo post lunghi, e la capacità di attenzione di molte persone ha tempi sempre più limitati. Uno può “credere” di avere letto tutto un post ma, in realtà, da un certo punto in poi non riesce più a capirlo.
Ricordo benissimo che questo deficit di comprensione nella lettura era denunciato, da me e da moltissimi colleghi della scuola, come un problema molto grave che si estendeva a macchia d’olio, ogni anno di più, tra gli studenti. E all’università idem, stessa cosa.
Si è data la colpa alla TV, ai videogiochi, a sailcavolo. Non lo so, ma so che il problema esiste.

2. Perché mi è stato detto e ripetuto fino alla nausea che il mio modo di scrivere “trasmette emozioni” e, a questo punto, comincio a crederci.
Il fatto è che io in genere scrivo provandole, le emozioni, che si tratti di gioia, tristezza, incavolatura o quant’altro, ed è normale che queste si riflettano in ciò che scrivo. Non potrebbe essere altrimenti, a meno che io non mi metta a scrivere solo quando ho uno stato d’animo neutro, ma allora mi sfuggirebbe l’utilità di avere un blog.
Le mie emozioni si trasmettono al lettore, dunque, ed egli reagisce con emozioni uguali, simili o contrarie. Benissimo.
Solo che, per quanto permeate di emozioni, io scrivo delle cose concrete, dotate di un significato. Posso dire cose intelligenti o sciocche, giuste o sbagliate, ma ci sarà sempre un punto A), un punto B) e un punto C), in quello che scrivo. E chi mi legge può strepitare fino a domani per il fatto di essersi preso la scossa quando le sue emozioni hanno toccato le mie, ma ciò che io avrò scritto rimarrà, fino alla fine dei secoli, quanto espresso nei suddetti punti A), B) e C).
E non altro.

Questo secondo punto mi induce a tre considerazioni:

1. Che i miei futuri studenti verranno sottoposti a dosi massicce di analisi del testo con un’attenzione più che speciale alla divisione in sequenze. Dosi massicce, proprio, e da subito, ché prima si prende l’abitudine a leggere così e meglio è. L’ho già scritto mille volte ma lo ripeto: è una questione di igiene mentale, prima ancora che di cultura.

2. Che, più in generale, la prevalenza delle emozioni dinanzi a un messaggio, rispetto al significato effettivo del messaggio stesso, è cosa da consumatori, non da interlocutori.

Ora: uno può benissimo leggere un mio post prestando attenzione solo a ciò che prova nel leggerlo, a prescindere da ciò che effettivamente dice. E’ più che legittimo.
Se però decide di esternarmi le sue emozioni mi mette in difficoltà: io non posso intervenire nel vasto campo delle sue associazioni, paure, sogni, rimozioni, rifiuti e via dicendo. E mi dà anche un po’ fastidio che qualcuno si metta a cercare di farlo con me.
Io posso solo rispondere a proposito di ciò che ho scritto.
Posso rispondere, quindi solo a un interlocutore.

Credo che questo sia il motivo fondamentale per cui ho chiuso i commenti. Perché certi commentatori ti rimandano continuamente ad altro, ti spintonano per farti coincidere con i loro incubi, visto che sei in disaccordo con i loro sogni, e a me non interessano né i primi né i secondi: sono fatti loro, mi pare.

Su questo blog è successo di tutto, in questi due anni, ma l’episodio più nonsense di tutti, adesso che mi ritrovo a fare un bilancio complessivo, per me rimane sempre il putiferio che si scatenò la volta in cui, tutta serena, raccontai che a una festa mi era toccato insistere per convincere il fidanzato palestinese della padrona di casa che, no, io non ero israeliana.
Successe un finimondo, qui sul blog, e, attonita, mi ritrovai accusata di crimini che andavano dall’antisemitismo semplice a quello aggravato, con gente che mi chiedeva se ero favorevole alla reintroduzione della stella gialla sulle giacche degli ebrei.

Ecco: io, con queste cose, non c’entro.

Avendo fatto 10 anni di analisi posso chiudere gli occhi e provare a supporre le associazioni mentali che possono presentarsi in immaginari formatisi in modi che grosso modo conosco, ma che senso ha?
Per me, il punto della questione è che ho spiegato a un palestinese che non ero israeliana perché, appunto, non sono israeliana. E, visto che sono anche a casa sua, sono contenta che mi creda.
Punto. Non ho altro da dire.
Sono priva di messaggi subliminali.
Io posso e devo rispondere di quello che scrivo, e basta.
Il resto, lo dico con assoluta franchezza, non mi riguarda. Non lo capisco, non potrei capirlo e, soprattutto, non sono affari miei.

3. Una volta stabilito che molta gente ha difficoltà a comprendere un testo scritto e che, comunque, il consumatore medio ti decodifica in termini prevalentemente emotivi e irrazionali, rimane il fatto che, in linea di massima, questo blog vive tranquillo a condizione di non nominare Israele.
Non appena decide di scriverne, peraltro proponendo informazioni o considerazioni normalmente conosciute, trattate e condivise in contesti seri e rispettabili nonché diffusi nel mondo intero, questo blog si ritrova ad avere a che fare con fenomeni che vanno dalla riprovazione insinuante buttata lì alle accuse e minacce più ostentate e inverosimili, passando per tutti gli stadi intermedi.

Questo mi pare un problema di cui è bene che siano consapevoli tutti, non solo quelli a cui tocca ‘sta croce.
Perché è un fenomeno estremamente spiacevole la cui normale conseguenza è l’autocensura, ovvero la più efficace tra le forme di censura. E uno ci può anche vivere, in un mondo che censura o si autocensura, non dico di no: l’importante, come sempre, è esserne consapevoli.

Per quanto mi riguarda, sarà dura che io mi autocensuri: non per altro ma perché io, in fondo, sono una tipa semplice.
A me va spiegato con chiarezza, cosa si può dire e cosa non si può dire, perché altrimenti non lo capisco.
E, giuro, non sto facendo ironia. E’ proprio così.
Fino a quando qualcuno non si siederà a spiegarmi per bene cosa ci sia di nazista-feroce-antisemita-ignobile-terroristico-e prima o poi anche cataro, in quello che scrivo (non in quello che altri leggono: in quello che io scrivo) io non riuscirò a capirlo.
E, non capendolo, non riuscirò nemmeno a capire come autocensurarmi.

Fatemi un disegnino.

P.S. Ma fatemelo, davvero, ché sennò qua finisco come una John Lennon dei blog, che qualcuno mi spara in Cadorna.