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Allora: mi ha chiamato un garbatissimo giornalista di una TV straniera che sta facendo un reportage sulla poligamia in Italia e voleva conoscere la mia opinione sul tema. Abbiamo fatto una chiacchierata telefonica in cui gli ho detto quello che ho sempre pensato e che continuo a pensare sull’argomento:

1. Che l’unica differenza tra la poligamia islamica e quella cristiana/laica/atea/buddista etc. è che la prima è regolata da una serie di norme e le altre no. Questo vuol dire che si suppone che un musulmano si assuma una serie di impegni molto concreti, nel momento in cui decide di praticarla. Impegni inesistenti in ambito non islamico. Ignorare questa questione, quando si parla di poligamia islamica, è da parte dei non musulmani un’operazione razzista e ipocrita giacché proietta sui soli musulmani pratiche diffuse presso ogni comunità del mondo, omette volutamente di cogliere la diversa etica della responsabilità che c’è nell’islam e, addirittura, si risolve nell’auspicare nei musulmani – e solo in loro – una monogamia che nessuno si sognerebbe di pretendere dal ragioniere del piano di sotto.

2. Detto questo, è altrettanto ipocrita non vedere che le regole di cui sopra sono largamente disattese tra i musulmani in carne ed ossa che circolano in Europa, sia perché qua viene meno il controllo sociale che c’è nei paesi islamici e sia perché i musulmani convertiti di origine europea portano con sé un retaggio culturale che è più vitellonistico che islamico: retaggio che finisce col coincidere in una gara verso il basso con la perdita di bussola che spesso colpisce chi è alle prese con l’esperienza dell’emigrazione. Problema, questo della non applicazione delle regole, risolvibile solo all’interno della comunità islamica e di nessuna rilevanza legale per la società nel suo complesso, giacché l’adesione a delle regole religiose è, appunto, una questione che riguarda chi pratica la religione in questione o comunque ne accetta volontariamente i postulati.

Ragionamento, il mio, abbastanza banale e noto a chi segue questo blog, ma che pare interessante a detto giornalista il quale vorrebbe, appunto, includerlo nel suo reportage.

Ora: io, a suo tempo, mi sono rifiutata di andare a fare la soubrette islamica dai vari Santoro, Costanzo e compagnia, ed ho fatto benissimo. Perché il tema comporta facilmente una morbosità di approccio che mi ripugna e che non era controllabile, perché lo scandalismo mi offende oltre che disgustarmi, perché mi rifiutavo di partecipare a uno scandalone montato ad arte per dare visibilità a qualche personaggio in cerca di autore e così via.

Detto questo – e a distanza di due anni da quei fatti e con dei media più seri dei nostri e in presenza di garanzie di correttezza diverse da quelle di allora, visto che a questo giornalista non gliene frega niente di chi sia il mio ex e manco lo vuole nominare, per esempio – a me la tentazione di dire la mia sui facili luoghi comuni antislamici che certi argomenti suscitano, viene. Mi sono ritrovata ad essere donchisciottesca come sempre, mentre parlavo con ‘sto giornalista, ed è che credo sinceramente che certe cose vadano dette, se c’è gente che le vuole sapere.

Ho quindi la tentazione di accettare questa chiacchierata. O, almeno, una parte di me ha questa tentazione.

Poi, però, penso a quanto mi sono di fatto allontanata da certi temi, a quanto sono ormai alle prese con cose diverse, a quanto la mia vicinanza all’islam si è stemperata, in questo contesto che ne è così lontano, e mi dico: “Ma a me, scusa, ma chi me lo fa fare? Che me ne importa a me? E poi, per cosa?”

E non so che fare, quindi.

Non che sia molto importante – figurati, la mia è un’opinione come un’altra – ma per me è un piccolo dilemma. Con una sua carica simbolica, probabilmente.