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Vorrei richiamare l’attenzione su questa foto.
Non sul sangue: facciamo come se non ci fosse, quello. Mi interessa la normalità che si può indovinare dall’immagine.

C’è un ragazzo attonito, quello alto. Evidentemente sotto choc.
L’altro, quello con gli occhi azzurri (già) è pieno di rabbia, invece. Urla.
Sono reazioni normali, quando hai un morto in braccio. Con quello che sta succedendo lì in questi giorni, poi.

Il morto ha dei pantaloni dignitosi e probabilmente a poco prezzo, come è d’uso tra i giovani arabi. La piccola vanità del cinturone con le borchie. La maglietta di un colore intonato ai pantaloni, da quello che si intravede sotto il sangue.
Hanno tutti i capelli corti (niente codini, niente creste strane) e l’aria di gente che, se può, lavora o studia.
Sono scuretti, due di loro: non più di me, comunque. Se mi abbronzo, anzi, è probabile che io li batta. Quello con gli occhi azzurri, poi, lo straccio, quanto a melanina.
Due di loro hanno un naso forse un po’ insolito, per l’Italia, ma assolutamente comune in quell’area, da un lato e dall’altro della “frontiera” tra la striscia di Gaza e Israele.
Il terzo potrebbe essere benissimo italiano.

Ecco: quello che io non capisco, è perchè debbano morire tra la nostra indifferenza o, persino, con nostra soddisfazione.
Cosa hanno che non va?
Che hanno fatto, oltre a venire al mondo?
Ma perchè, e lo vorrei sapere davvero, gli stiamo facendo questo?

Perchè non è Israele, badate.
Israele si sta facendo i propri affari: ha di fronte un’occasione irripetibile per risolvere il problema palestinese mediante lo sterminio dei palestinesi e, molto semplicemente, la sta cogliendo.
Siamo noi, i criminali, perchè l’occasione irripetibile consiste proprio nella nostra indifferenza.

Io vorrei che si trovasse la forza, finchè siamo ancora in tempo (siamo in tempo?) di ‘trarre le conclusioni da ciò che sappiamo’.

1. La società palestinese che vediamo impegnata nella II Intifada non è la stessa della prima: è meno articolata, meno strutturata, meno ricca culturalmente e molto, molto meno capace di comunicare all’esterno. E’ una società che, negli anni che separano le due intifade, si è impoverita a tutti i livelli. Semmai ci fosse bisogno di prove sul disastro che è stato per i palestinesi ciò che a noi sembrava la meravigliosa stagione di Oslo, queste sono rappresentate dai palestinesi in carne ed ossa.
C’è un’economista ebrea americana, Sara Roy, che ha dato il nome di ‘de-sviluppo’ alla politica seguita da Israele nei Territori palestinesi, negli anni.
(Sara Roy è una lettura che mi permetto di consigliare, in generale.)
Israele sa lavorare sulla distanza: gli straccioni che vediamo adesso, un tempo, erano l’élite culturale del mondo arabo. De-sviluppata, appunto, grazie a un’accorta politica di soffocamento quotidiano dell’economia che non va mai sui giornali ma che, sul territorio, si sente.

2. Le prime azioni militari israeliane, all’inizio della II intifada, hanno colpito e distrutto innanzitutto le infrastrutture: ricordate lo sbigottimento dell’UE quando venne raso al suolo, in modo apparentemente insensato a sproporzionato, l’aeroporto di Gaza costruito con i nostri fondi?
Poi sono andate distrutte scuole e ospedali, municipi e archivi, coltivazioni, tutto ciò che serve ad avere aggregazioni umane organizzate. Le case sono venute solo dopo. Se mai rimarrà qualcosa che i palestinesi possano difendere, non saranno città e paesi, ma campi profughi e accampamenti.
Come ad incrementare, se ancora fosse possibile, l’immagine di precarietà territoriale che offrono alla nostra opinione pubblica, tanto in contrasto con la solida stanzalità degi israeliani.

3. Sharon è stato bravissimo nel puntare tutta la sua propaganda sulle presunte motivazioni religiose dei palestinesi: non a caso l’ha scatenato proprio alla moschea di Al Aqsa, l’avvio dell’escalation che ha portato a ciò che vediamo oggi.
Il diritto di un popolo a vivere in casa propria è stato venduto come manifestazione di fanatismo religioso e la formula ha attecchito perfettamente.
Noi siamo qui, adesso, che inseguiamo fantasmi barbuti dall’Iraq all’Afganistan e, intanto, Israele va svuotando i Territori.

Mi dispiace dissentire in parte da Angelo, ma io credo che si possa parlare di tutto fuorchè di errori di Israele.
Credo che siamo di fronte a un paese dalla straordinaria vitalità e dal mostruoso acume politico che, come gli europei di qualche secolo fa, occupa terra a base di genocidi.
Una parte della sua società non lo vuole, lo so. Ma in tutte le società c’è sempre stato chi “non voleva”. Non la fanno loro, la storia.

Siamo noi che dobbiamo decidere se lo vogliamo o no.
Perchè se noi non volessimo, noi avremmo gli strumenti mediatici per aprire gli occhi all’opinione pubblica americana che è quella che, in fin dei conti, finanzia da sempre quest’avventura.
Se l’Europa si assumesse le sue responsabilità di società che può capire e può parlare, e si opponesse con fermezza e con tutti i mezzi legittimi a sua disposizione a questo scempio, lo scempio avrebbe – forse – qualche possibilità di fermarsi.
Ci lasciamo infinocchiare perchè è più semplice, invece, e perchè ogni tanto sbuca qualcuno a gridare “Antisemita!” e noi filiamo a cuccia con la coda tra le gambe.

C’è una cosa che mi fa un’enorme tenerezza, nell’immagine qui sopra: il fatto che questi ragazzi stiano mostrando il cadavere alla stampa. Lo hanno fatto anche altri.
Questo loro insistere a dire, questo denunciare. Ancora.
Convinti – sì, ancora – che la gente debba sapere. Che, se la gente sapesse, farebbe qualcosa. C’è dell’innocenza, in questo infinito sgolarsi. No?
Questa fiducia, tutto sommato. Perchè devi ancora avere fiducia nel mondo, per mostrare i tuoi morti alle telecamere.
Per mostrarli a noi, per l’esattezza.

Il “noi” si riferisce alla nostra società, al di là degli schieramenti politici.
Come ho detto altre volte, mi è capitato di vederli, i Territori occupati, e da allora mi è diventato semplicemente impossibile comprendere come sia possibile sostenere le ragioni di Israele. Non c’è nulla di ideologico, in questo. La mia è una posizione assolutamente umana, se posso usare il termine, e di difesa della mia normalissima intelligenza e del mio senso della realtà.
Io posso capire la buona fede di tante persone e, certo, non si può pretendere che l’intera Europa vada a spasso per Ramallah, per rendersi conto.
Però, al di là delle ideologie, noi siamo tutti uomini e donne. E allora, per favore, fatevi venire un dubbio.
Ponetevi il problema.
Chiedetevelo, se questo è un genocidio in atto. Provate a chiedervelo sinceramente, a informarvi senza pregiudiziali ideologiche, a prendere per una volta sul serio ciò che gli altri vi dicono.
Provate ad essere migliori di tutte quelle società che, a scempio compiuto, si sono giustificate dicendo: “Noi non lo sapevamo.”
Perchè poi, in fin dei conti, è da voi che dipende.
Voi che non la pensate come me, dico, e che siete la maggioranza.