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Era malato di leucemia da anni, ma la notizia della sua morte coglie di sorpresa, che certe figure sembrano immortali, non te lo riesci ad aspettare sul serio.
Ed è una perdita particolarmente grave in questo momento, vorrei dire: con Said se ne va uno dei più lucidi, onesti, coraggiosi e prestigiosi tra gli intellettuali palestinesi.

La sua vita era un distillato della questione palestinese: cristiano, ma impegnato con tutto se stesso a combattere i demonizzatori dell’Islam.
Con la sua famiglia, espropriata di tutti i beni con la nascita dello stato d’Israele, aveva vissuto a lungo qui in Egitto.
Poi era andato negli USA e, diventato professore alla Columbia University, si era dedicato alla causa palestinese con una passione e un rigore che avrebbe molto da insegnare ai tanti intellettuali cialtroni che lui non ha mai smesso di denunciare.
Sempre nel posto sbagliato, aveva intitolato, non a caso, la sua autobiografia di esule.

Qualcuno scopre adesso la corruzione di Arafat… Said la denunciava da anni.
Come denunciò gli accordi di Oslo, in cui vide sancita la debolezza della leadership palestinese e, nel contempo, la sua incapacità di comunicare efficacemente all’esterno.
La questione della comunicazione, enorme handicap del mondo arabo e, parallelamente, l’abuso, lo stravolgimento del linguaggio da parte dei leader e dei media occidentali. E’ questo, il meccanismo da scardinare se si vuole uscire dal delirio che sembra aver colto il mondo, e questo era il campo di analisi di Said.
Si sentirà, la sua mancanza.

Il sito che raccoglie i suoi articoli (è il primo dei miei link) ne dà la notizia all’inizio della pagina.
Io l’ho scoperto aprendo il mio blog: ne parla l’articolino di EI che ho qui di fianco e, nello stesso sito, c’è un interessante intervento di Nigel Parry.Immagino che ne stiano parlando tutti i media del mondo, ovviamente… è che io, qui, sono abbastanza tagliata fuori dalle notizie del mondo.

Mi dispiace tanto.

(PS. Il link al NY Times è attraverso www.unfogged.com, sperando non gli dispiaccia.)