Vuol dire: ?Ho la residenza?, e quella nella foto è la residenza, appunto.
Fino a Settembre 2004, e la mia soddisfazione è legittima.

Le cronache narrano, infatti, di generazioni di aspiranti residenti persi nel tremendo Mogamma del Cairo: quattordici piani fitti di sportelli e impiegati cairoti, tra cui ancora si aggirano i fantasmi degli stranieri defunti nel corso della ricerca dello sportello giusto.
Qualche custode assicura di sentirne i lamenti di notte, mentre continuano a fare la coda sbagliata, per l?eternità.

Qui al paesello è diverso: sali le scale del Mogamma locale, che ha dimensioni normali e, come in tutti i paesi, frotte di cittadini venuti a prendere documenti e certificati le salgono e le scendono assieme a te senza collassi nervosi apparenti.
L?unica differenza rispetto al resto del mondo è che qui le salgono e le scendono con un tè in mano.

Entri nello stanzone, ed hai un soprassalto nel vedere la coda. Ma (donna di poca fede?) vieni immediatamente prelevata e portata nell?ufficio di qualcuno che non sai chi sia ma pare importante, oltre che armato. Del resto, qui è la Questura, più o meno.
?Sto capitano ti indica un divano, e tu ti siedi lì.
Dopo dieci minuti ti schiarisci la voce, cerchi di attirarne l?attenzione, fai per alzarti e lui, gentilissimo, torna a indicarti il divano: ?Prego, si accomodi?.
Mi accomodo.
Altri 10 minuti, e torni a schiarirti la voce, fai per alzarti.. vorresti almeno spiegargli perché diamine sei lì.
?Prego, si accomodi?.
Mi accomodo.

Dopo essermi accomodata 5 o 6 volte, capisco: io, in realtà, sto facendo la coda, ma la faccio seduta nell?ufficio del capitano.
E infatti, quando arriva il mio turno, vengo prelevata dall?impiegato dello sportello, e portata in uno stanzino. Nello stanzino c?è una cassaforte enorme e, nella cassaforte, c?è un timbro.
L?impiegato prende il timbro, lo poggia reverenzialmente accanto al mio passaporto, e mi offre un tè.
La trattativa ha inizio.
Ho una foto? Ce l?ho.
E ora ne ho un?altra? Ce l?ho.
Ho la fotocopia? Eccola.
Ho il tesserino identificativo egiziano? Ce l?ho, è nuovo, guardi che bello!
Sono sposata? Ceeeerrrrrto!
Di che religione sono? Cattolica Apostolica Romana.
Ci sorridiamo contenti, ci siamo quasi.

Lui compila in arabo faldoni enormi, ed io osservo un poliziotto con il mitra a tracolla e la spugna in mano che lava con scrupolo le porte di un armadio cadente che deve contenere faldoni come quello in cui, tra poco, verrò archiviata pure io.
Mi immagino archiviata per sempre, lì dentro. Prima o poi non ci sarò più, ma la mia pratica vivrà per l?eternità in un armadio dell?Alto Egitto, più statica della mummia di Nefertari e chissà se, un giorno, qualche archeologo la ritroverà.
Gli do la foto, e lui la applica al faldone disegnando il timbro con la penna.

E, infine, l?altro timbro (quello vero, quello bello, quello chiuso in cassaforte: l?iqana, insomma) cala sul passaporto ed io divento residente in Egitto.

ikama.JPG

??Ayndi iqama? vuol dire, più o meno, ?Sim salabim!?
Pronunci la frase e, come per incanto, paghi un sacco di belle cose a prezzo di egiziano, non di straniero.
L?aereo per Sharm, andata e ritorno, a 30 euro.
Gli alberghi.
I musei, i monumenti, le meraviglie.
I taxi del Cairo, quelli no. Devi avere la residenza ventennale, le ferite di guerra e dieci figli egiziani, per riuscire a pagare una cifra normale a quelli lì.