030305.jpg

Altra giornata qualunque.

Siccome Milano è, come tutti sanno, situata appena a sud del Tropico, la sorpresa di vedere nevicare ieri sera le ha provocato un collasso da cui, mentre scrivo, non si è ancora ripresa.
E pensa che sono passate 24 ore.

Io, appuntamento alle 7 da un’amica che abita a 5 o 6 fermate di autobus da me.
Arranco in qualche modo verso la fermata: le strade, intese come luogo di passaggio delle macchine, sono state più o meno ripulite. Le strade intese come luogo di passaggio dei pedoni, invece, concentrano tutta la neve di Milano la quale, ormai, si è ghiacciata.
Fa eccezione la zona sotto i marciapiedi che invece continua ad essere un lago testardamente liquido e io, con l’acqua che mi arrivava alle caviglie, ci ho già sacrificato per sempre un paio di scarpe, verso mezzogiorno.
Ora sono al paio di scarpe n. 2 e, dicevo, raggiungo la fermata dell’autobus.
E aspetto.
Venticinque minuti.
Poi mi rompo le balle e chiamo un taxi.

Eh, i taxi.
Perché, a Milano, mica alzi una mano e ne fermi uno.
No.
Devi telefonare.
Poi ritelefonare fino a quando trovi libero.
Poi sorbirti una voce registrata che ti recita tutta un’idiotissima pappardella sul trattamento dei tuoi dati personali e a spese tue, ovviamente.
Infine, forse, prendi appuntamento con un taxi.
Che per dieci euro (ventimila lire, sì) ti porta 5 fermate di autobus più in là.

Poi, vabbe’: cinema allo Spazio Oberdan, che il cielo lo benedica, e riflessione sul fatto che l’offerta culturale di Mlano è, diciamocelo, bizzarra. Un film come, per esempio, Control Room, in cui Al Jazeera racconta se stessa, la sua copertura del conflitto in Iraq e i suoi rapporti con l’esercito USA, a Milano non è manco passato, che io sappia.
Io l’ho visto al Cairo in una sala affollata di egiziani e stranieri, con la regista che rispondeva alle domande del pubblico e parlava dei premi ricevuti.
Qua, non ho ancora trovato nessuno che l’abbia anche solo sentito nominare.
E dico Control Room perché se ne è parlato molto e anche l’Italia, mi consta, è incuriosita da Al Jazeera. Ma mi pare che su questi temi l’offerta sia poverissima in blocco, ecco.
In compenso, lo Spazio Oberdan era pieno di gente, stasera, che ha avuto il coraggio e la resistenza di sciropparsi un film spagnolo in lingua originale in cui, per due ore e mezzo, viene narrato il tentativo di dipingere un albero di melocotogno.

Ora: con tutto il rispetto verso Victor Erice (anche se, francamente, trascinare per 180 minuti l’inquadratura di una mela cotogna mi pare un po’ fine a se stesso, ecco) e per il resistentissimo pubblico tra cui mi includo, a volte mi sorge il dubbio che a Milano sia più facile soddisfare il proprio senso estetico che porsi delle domande sul vasto mondo.

E’ un’offerta culturale con delle gravi carenze, mi pare, e non a caso ho recentemente avuto modo di sentirmi sorpresa dal pubblico della Casa della Cultura, nientedimeno.
Perché eravamo tutti là, alla presentazione di un saggio sull’Islam come è vissuto in India o nelle ex repubbliche sovietiche e, quando è toccato alla platea fare domande, le domande sono state tre. Due, disarmanti: “Ci spiegate cosa succede in Iraq?”
In realtà si era lì per parlare dell’Islam in Cina o in Uzbekistan, toh. Se tu, pubblico, chiedi dell’Iraq, è evidente che c’è qualcosa che non va.
C’è che muori dalla voglia di capire cosa succede nel paese in cui l’Italia ha le sue truppe, per esempio, e i tuoi media non te lo spiegano.
Il governo italiano proibisce le conferenze sull’argomento, del resto, quindi la gente va alla Casa della Cultura e chiede lumi a chi ha scritto un libro sull’Islam indiano.
Evvabbe’.

E poi la terza domanda.
Un’elegante signora fa l’aria intelligentissima e chiede: “Vorrei sapere che rapporto c’è tra analfabetismo, religiosità e pena di morte.”
E il prode moderatore nonché direttore della Casa (Ferruccio Capelli, che ricordavo membro della segreteria regionale del PDS, guarda come vola il tempo, e che ritrovo molto più importante di prima ma sempre con quel suo tocco un po’ curiale) scuote un po’ il capo e dice: “Uhm, anche la sua domanda è un po’ fuori tema, ecco… ma capisco cosa intende. Naturalmente, capisco perfettamente il ragionamento.” E fa l’aria intelligente pure lui, ed è tutto un ammiccare.

E tocca a Michelguglielmo Torri. rispondere, e lo fa: “Che rapporto c’è tra, uhm, che ha detto? Analfabetismo, religiosità, pena di morte..? Pff. Nessuno.”
E avrebbe anche finito.
Poi, giusto perché è gentile, aggiunge un sintetico: “Le ricordo, infatti, che la pena di morte c’è anche negli USA.”
Basta.

Ed io mi innamoro di Michelguglielmo Torri.
Là.
In quel momento.
Egli si trasfigura, ai miei occhi, e diventa il primo, autentico oggetto del desiderio del mio rientro in Italia.
E’ anche bellissimo, trovo.
Sarà un amore platonico, ovviamente, ed egli non lo saprà mai. Ma lì, in quel momento, io l’ho desiderato anche carnalmente.
Dovevo dirlo.
Al punto che non sono andata a salutarlo, a fine conferenza (risparmiandogli un penoso: “Sa, sono Haramlik e la leggo da anni…”) solo perché avevo ancora i capelli impresentabili tagliatimi dal macellaio dietro piazza Napoli e ciò mi rendeva insicura.
Sì. Già.
C’è chi si innamora di Brad Pitt. Io, lì per lì, mi sono innamorata di Michelguglielmo Torri.
Che volete da me.

Sì, ma torniamo a stasera, ché a volte perdo il filo.

A mezzanotte sono alla fermata della 91 di piazzale Lotto.
Voglio dire: è un autobus importante, la 91. Pure piazzale Lotto, è una piazza importante.
Non sono in vicolo Annunziata, ecco.
E aspetto la 91. E, con me, una valanga di gente. Che solo per arrivarci, a quella fermata, ha rischiato la vita: è una lastra di ghiaccio, la strada, e ci pattini sopra anche da fermo. Camminare è un casino e io rischio il volo più volte. Ci metti minuti interi per fare un metro, giuro.
E ormai sono passate 24 ore, da quando ha nevicato.

Aspetto la 91.
Passa mezz’ora e mi rassegno a chiamare un altro taxi, anche perché sennò svengo per congelamento.
Niente taxi: i numeri sono occupati, non c’è verso.
Quarantacinque minuti dopo, il numero si libera e contemporaneamente arriva la 91.
Spengo il cellulare e monto sull’autobus.
Ormai è l’una di notte.
E, due fermate dopo, il conducente fa: “Alla prossima si scende! Fine corsa!”
Come, fine corsa??
All’una di notte, senza preavviso, in mezzo alla circonvallazione?
Sì.
E ci fa scendere davvero, e nemmeno in una piazza, in un luogo abitato.
Letteralmente in mezzo alla circonvallazione, su un minuscolo marciapiedino in mezzo a due corsie dove sfrecciano le macchine e che è totalmente una lastra di ghiaccio e, infatti, il primo che scende scivola e cade.
All’una di notte.
E la gente protesta ma non c’è un cavolo da fare, ci sta scaricando là.
E scendiamo con mille cautele, per non fare la fine del primo che è volato, e rimaniamo là, come tanti idioti.
E io non lo posso nemmeno più chiamare, il taxi: dovrei dargli piazzale Brescia come riferimento ma è escluso che io possa raggiungerlo, piazzale Brescia: non riesco nemmeno ad allontanarmi di due passi dal palo della fermata dell’autobus, si pattina sul serio. Cadrei.
Sono prigioniera su una lastra di ghiaccio in mezzo alla circonvallazione, assieme ad altri 15 compagni di sventura che si reggono al palo della fermata pure loro.
Ma non lo poteva dire prima, quel grandissimo demente, che stava caricando gente che avrebbe fatto scendere due fermate dopo?
Da piazzale Lotto una poteva ancora salvarsi, dico io.
No.
Ci ha fatto uno scherzo.
Mattacchione.

Ci ha messo venti minuti, l’altro autobus, ad arrivare.
Io sono partita da Lotto a mezzanotte e sono arrivata a casa mia che erano quasi le due.
Questo è quanto.

E pensavo che lascia perdere il Cairo, dove una simile odissea non mi è mai capitata e, sì, sarà pure un posto disorganizzato ma, santo cielo, assieme al problema ti offre la soluzione, in genere.
Ci sono i taxi, per dire.

Io pensavo al Burundi, altro che Cairo.
E pensavo che in Burundi, almeno, fa caldo.
Che non è un vantaggio da poco, guarda.
E poi se la tirano meno, ecco.
Perché io non sono una che si turba più di tanto, a stare in Burundi, giuro.
E’ il fatto di starci mentre fingi di stare in Europa e con tutti gli svantaggi dell’Europa e solo quelli, ciò che non sopporto.
Arrancare sul ghiaccio, di notte, senza mezzi e senza taxi.
Cambia il ghiaccio con la sabbia e avrai il Burundi, suppongo.
Ed io, se fosse possibile, vorrei appunto cambiare il ghiaccio con la sabbia.
Sa, sono freddolosa.

Poi, scivolando sul ghiaccio verso casa, pensi che mo’ fanno la “Milano city marathon“.
E che sei appena stata vicino alla “Fiera city“.
La Fiera city, oh yeah.
Perché qui si danno i nomi in inglese, giuro.
E mica lo fa il proprietario del bar Jimmy: no, lo fa il Comune! Lo Stato! Prendono un’iniziativa e la battezzano in inglese, dico sul serio!
Mostrando il fiero petto al ridicolo, qui abbiamo la Fiera city, lo giuro su mia figlia!
E la marathon. In the city.
Ma quasi quasi le cerco tutte, un giorno che ho tempo.
Il “nonsoché point” dell’ATM, per esempio.
Un mucchio, ce n’è.

Una si chiede che effetto possa fare ‘sta cosa agli anglofoni di passaggio.
Penoso, immagino.
Si sentiranno in una colonia di ammiccanti fessi, che altro potrebbero fare?

Ed è tutto un po’ così, mentre scivoli sul ghiaccio in the city.
“Vorrei ma non posso”, si diceva un tempo.