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Il mondo si divide in due categorie: quelli che prendono sul serio il mio certificato medico che attesta la mia incompatibilità con Milano e quelli che, al contrario, si sganasciano o addirittura si incazzano.

Da Biraghi c’è un tale che si è incazzato molto, per dire, e credo mi accusi di ingratitudine verso questo mio passaggio di ruolo (il quale, meglio ricordarlo, non è altro che un’assunzione regolare dopo 10 anni di contratti a termine) che, come egli dice, è “una gioia che altre colleghe tue hanno avuto a 50 anni“. Afferma che se vedessi la povertà da vicino farei meno la schizzinosa con ciò che mi “è stato dato“.

Con molto rispetto verso questo signore, che mi pare una gran brava persona, osservo che avere punti di vista diversi sulla vita e sul suo senso si accompagna, spesso, a un’assoluta incredulità verso l’esistenza dell’altro, di colui che vede la realtà attraverso occhiali che non ci appartengono.
Dice: “E’ perché non hai mai visto la povertà vera, altrimenti vedresti ciò che vedo io”.
Dico: “No, sbagliato. L’ho vista eccome, la povertà, e vorrei appunto tornare nel luogo in cui la vedevo tutti i giorni, quindi il tuo ragionamento non fila”.
Dice: “Forsennata”.

E’ un po’ come quando io penso che non è possibile, metti, che esistano davvero dei sionisti in buona fede, tanto per fare l’esempio più estremo che mi possa venire in mente.
Dico: “Se vedessi cosa succede in Palestina ti renderesti conto.”
Dice: “Ma l’ho visto, ci facevo il soldato, eppure continuo a pensare che è giusto così.”
Dico: “Non ci posso credere. Non è possibile che tu sia vero”.

Altro che scontro di civiltà: lo straniero più straniero che esista è quello che non vede ciò che vedi tu, quando guarda la vita. E’ quello che tu non ci puoi credere, che la pensi davvero come dice di pensarla, e ti fa l’effetto di una menzogna premeditata, di un errore, di una macchia sui tuoi occhiali.
Generalmente è un tuo vicino di casa, lo straniero più straniero che esista: rapportarsi con un eschimese è di solito assai più semplice, fosse solo perché ti prepari prima dell’incontro.

Oggi ero al sindacato con la mia domanda di fuga da Milano e relativo certificato medico, e il sindacalista si grattava la fronte, perplesso.
Dice: “Vabbe’, collega, ma pure io potrei farmi prescrivere che il prof Esposito è più felice se lo metti al sole e sotto una palma da cocco piuttosto che a Lambrate, scusa se te lo dico.”
Dico: “Senti, collega, tu hai una diagnosi di depressione atipica che ti viene solo qua? Tu ti impasticcavi quest’inverno per reggere il buio? Tu sei mai fuggito da Milano in cambio di 100 euro al mese allo scopo di essere felice? No? E allora non siamo nella stessa situazione, non è la stessa cosa.”
Dice: “Hai ragione”.

Poi mi guardava e gli veniva da ridere.

Gli faccio: “Ma dici che è il caso che io gliela porti direttamente, la mia domanda, al provveditorato della città che sto chiedendo? Dici che magari è più sicuro se vado di persona, anziché limitarmi a una raccomandata?”
E lui ride, poi torna serio.

Dice: “Collega, credimi, non rido per il tuo certificato. Quello, anzi, è terrificante e va preso sul serio, coi ‘seri rischi’ se rimani a Milano e tutto. E’ a guardarti che mi viene da ridere, ché mi pari il ritratto della salute, perdonami, e uno ti vede qua, bella florida, e non ti ci vede proprio, depressa”.
Dico: “Collega, non sbagliarti sul ‘florida’, ché il certificato dice chiaramente che Milano mi provoca comportamenti bulimici con relativo aumento del peso ponderale e conseguente desiderio di impiccarmi a un binario del tram. Non ti ci mettere anche tu. E’ un sintomo di depressione e credimi, una buona volta.”
Dice: “Ma sì, collega, giuro che ti credo, davvero. Però, ascolta il mio consiglio, è meglio se non ti fai vedere, in Provveditorato. Mandaglielo per raccomandata, il certificato. Con ricevuta di ritorno.”

Sono uscita dal sindacato con addosso l’eterna sensazione (ce l’ho da quando ero bambina) che bisogna essere dei tipi sensibili, per prendermi sul serio.
Deve esserci qualcosa di facilmente sottovalutabile nel mio modo di stare male, di manifestarlo e di cercare soluzioni e, di fatto, mi pare che il mondo sia pieno di gente che fa tragedie inenarrabili per qualsiasi cosa e tutti ci credono. Poi arrivo io, tutta affranta, e ai più viene da ridere.
Sono complice di questa nefasta dinamica, me ne rendo conto: se io per prima mi lascio affascinare dal lato buffo delle tragedie, non posso aspettarmi che chi mi circonda non lo veda.
Epperò, cavoli, le tragedie sono tragedie, per quanti lati buffi possano avere, e se non mi tirano fuori da questa città – e in fretta – io non so che accidenti mi viene, il prossimo inverno.
Finisce che mi ci impicco davvero, al binario del tram, e sulla lapide scriveranno che mi sono lasciata trascinare dal mio contorto sense of humour.
Come se lo vedessi, ne sono certa.

E’ stato bravo, il medico che mi ha fatto il certificato di esonero da Milano.
Professionalmente bravo: uno che sa il suo mestiere e lo sa bene, proprio.
Non si è lasciato depistare dalla mia cortina fumogena del “mi viene pure un po’ da ridere” ed è andato al nocciolo della questione, ha ascoltato sul serio.
Non è da tutti.
Per nulla.
Uno da cui imparare, questo qua.

(Qusto blog incrocia le dita, sogna nuovi scatoloni da trasloco e non scherza neanche un po’. La domanda parte giovedì: si accettano riti propiziatori.)