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Tra le varie possibilità di inquinamento che offre il Cairo, oltre ai banali fumi dei tubi di scappamento di milioni di macchine giammai revisionate, ci sono le polveri dei cementifici che aleggiano sull’altrimenti verde quartiere di Maadi.
Io credo che i puristi sappiano distinguere tra i diversi mal di testa delle varie zone della città, ognuno causato da sostanze tossiche diverse. Io so identificare quello di Maadi, credo: rincasando, stasera, l’ho riconosciuto. Era lui. Sento di avere polvere di cemento infilata fino all’ultimo capillare, ci si impressiona persino un po’.

A Maadi sono andata a trovare Ester, l’amica crucca dalla truculenta vita sentimentale che, nel frattempo, ha avuto un bebè e l’ha fatto cristianamente battezzare in patria, prima di riportarlo qua.
“E Mohamed non si è seccato?” ho chiesto, riferendomi al padre musulmano della creatura.
“Ma va, Mohamed è ecumenico! In chiesa era quello che rispondeva alla preghiera col vocione più alto di tutti”.
E a me si sono incrociati gli occhi per un attimo, abituata come sono a un islam italiano che mi fa sembrare i musulmani-sprint di qua esotici assai.
A volte mi chiedo se dovrei mettermi a testa in giù, per guardare il mondo: forse ne avrei finalmente una panoramica meno straniante.

Guardiamo il tramonto dalla sua terrazza e mi racconta che con Mohamed si sono lasciati un paio di volte anche quando lei era incinta. A un certo punto era persino tornata in Europa per un paio di mesi, pensando di potersi fermare là ed essere felice.
“Ma forse ingannavo me stessa”, mi dice pensierosa. “In fondo non credo affatto di potermi riadattare all’Europa, di potere essere felice lontano dall’Egitto”.
Colgo la palla al balzo: “Ecco, ma spiegamelo tu! Che cavolo ha questo paese? Ma per quale motivo ci si riduce ad essere felici solo qui, ché andare altrove pare un ripiego da profughi?”
E lei alza le spalle. Come me, come tutti: “Bah. E’ una questione di emozione, è feeling. Non si può spiegare”.
E siamo punto e daccapo, senza spiegazioni come al solito.

Al Cairo succedono cose bizzarre e, a volte, ci si diverte immaginandosi temibili Mata Hari da blog. Perché al Cairo, e solo al Cairo, può succederti che qualcuno bussi alla tua porta e ti comunichi che è un tecnico venuto ad aggiustarti il telefono.
E tu lo guardi stupita: “Ma il telefono funziona benissimo!”, gli fai, e speri anche che non ci metta le mani perché ci manca solo che te lo scassi, poi rimani senza internet e come cavolo fai.
E lui: “Mi spiace, alla centrale mi dicono che non funziona e che lo devo aggiustare”.
E tu, sempre più perplessa: “Ma no, lasci perdere. Sarà un errore, le assicuro che funziona”.
E lui: “Posso guardarlo?” E intanto segue il filo con lo sguardo, si affaccia alla finestra per vederne il tragitto, continua a cercare di convincerti in arabo e tu, alla fine, ricordi di essere una prof rompiballe e lo sbatti fuori, ingiungendogli di tornare con qualcuno che parli inglese, se proprio deve tornare.
Non è tornato, e una per un attimo ha avuto il dubbio che glielo avesse mandato – chessò, boh – magari la polifacetica Sinistra per Israele, il misterioso tecnico aggiusta-telefoni funzionanti.
Se nella notte dovessi essere investita da un’auto scura con i fari spenti, sappiate quindi che c’è un precedente e che ci si può imbastire tranquillamente un giallo.
Ma anche no: ripensandoci, qui le macchine veramente sospette sono quelle che di notte li accendono, i fari.
Insomma, vedete un po’ voi.

L’episodio mi ha fatto tornare in mente una storia raccontatami tempo fa dai colleghi spagnoli, riguardante certi loro compagni residenti in Siria.
Mi spiegavano che le intercettazioni telefoniche erano assolutamente spudorate, in Siria, e che non c’era straniero che non avesse la sua brava pulcetta nel microfono. Roba che ci si sentiva stupidi e insignificanti, se per caso scoprivi che non ti intercettava nessuno, e magari anche molto soli.
E c’era questa collega di Barcellona che, da Damasco, parlava al telefono con la mamma e, ovviamente, parlava in catalano. E mentre le due erano lì che se la chiacchieravano amabilmente, improvvisamente gli sbuca una gentilissima voce estranea dalla cornetta che gli fa: “Scusate, non è che potreste parlare in castigliano? E’ che altrimenti non capisco”.
Mi hanno giurato che è vera, ed io ci credo.

Al Cairo succede che il cervellino da passero, piano piano, mi sta tornando a funzionare, dopo i dieci mesi trascorsi in Italia a gingillarmi tra la paralisi e il delirio.
Faccio cose normali.
Non mi capitava da un pezzo.
Leggo i giornali, per esempio, che in Italia sfuggivo come la peste. Non solo li leggo: mi ci concentro anche, incamero quello che leggo. In Italia non ci riuscivo neanche se mi sforzavo: perdevo il filo e dovevo tornare indietro, le cose mi scivolavano addosso senza lasciare traccia, non ce la facevo.
Un po’ perché ero io a non stare bene, mi pare evidente. E un po’ perché, comunque, avevo sempre la sensazione di disinformarmi, più che di informarmi, e opponevo resistenza.
Immagino ci sia un che di nevrotico, in tanto rifiuto della vita in patria, ma non so che farci. Sta di fatto che adesso leggo felice e persino fiduciosa, comunque interessata.
Ed è che il punto è proprio questo: visto da qui, il mondo mi interessa. Visto dall’Italia, non me ne può fregare di meno. Rischiavo di diventare una bietola, ero persino un po’ verdina.
Me ne accorgo con spavento, visto che in Italia ci dovrò tornare.
Non so come farò.
Non è una bella cosa, per niente.
Intanto, vado in palestra, vado in piscina, cammino per strada, chiacchiero, faccio la spesa oppure me ne sto lì seduta a leggere o a pensare, semplicemente, e come sottofondo ai miei pensieri c’è un “Ma io che ci faccio, in Italia?” che si fa sempre più pressante man mano che passano i giorni.
E sono le piccole cose, quelle che mi turbano di più: fare la spesa, per esempio. Ripenso all’Unes di Milano e mi viene l’angoscia, devo scacciare via il pensiero. Persino adesso, mentre lo scrivo, rivedo le corsie dell’Unes e mi viene un dolore, un senso di rigetto.
Qua mi toccherà tornare in analisi, se continuo così.
Non può essere.

Poi c’è chi nel mondo ci sta davvero, non sta facendo prove tecniche di rientro come la sottoscritta.
Al Cairo, per esempio, ci sono state delle manifestazioni pro-Libano, nei giorni scorsi, e i manifestanti si sono radunati sotto il Collegio dei Medici e quello degli Avvocati. Ed erano, appunto, fondamentalmente medici ed avvocati. Diversi nasseriani, altri di Kifaya. Hanno scandito slogan, bruciato un paio di bandiere israeliane (qui non c’è il sacro tabù che c’è in Italia: bruci una bandiera e stai semplicemente dicendo che sei molto arrabbiato con quel paese, non diventa uno scandalo nazionale come da noi) e si sono molto arrabbiati con i governi arabi: che cavolo di fallimento politico fa sì che, davanti agli occhi del mondo intero, ogni vita israeliana venga pagata con cento vite arabe senza che nessuno, nessuno al mondo faccia un piega?

Un centinaio di manifestanti, sotto il Collegio dei Medici, circondati da una ventina di veicoli militari e da un imponente cordone di polizia antisommossa. Qui non è quel che si dice invogliante, l’atmosfera attorno alle manifestazioni.
I gruppi di ispirazione islamica non hanno nemmeno manifestato, nel senso fisico della parola: pare che la loro protesta sia consistita in una rete di sms volati da un cellulare all’altro. Come se noi, in Italia, invece di dirle in piazza, cose tipo: “Ora e sempre, resistenza!”, ce lo dicessimo via sms da casa, in un’ora e in un giorno stabiliti.
La realtà sa essere abbastanza dura, da queste parti, e i nostri neoconi si stupirebbero di sapere che si corrono meno rischi in Italia, a protestare contro la politica di aggressione al mondo arabo, che nei paesi arabi stessi.
C’è di nuovo, e di interessante, che da più parti si è parlato di fare tesoro dell’esperienza danese e di riproporla, l’arma del boicottaggio, per cercare di smuovere l’Europa dalla sua apatia.
E perché no, tutto sommato.

Al Cairo succedono cose, insomma. Piccole, quiete, ben dosate, ma succedono.
E ci si riprende, ci si abbronza e ci si fa del bene, in attesa di andare a vedere cosa succede a Dahab.