Divorzio islamico: intervista ad Angela Lano

Angela Lano è un’orientalista, studiosa di mondo arabo-islamico, sostenitrice dei diritti dei musulmani, giornalista e autrice di diversi libri tra cui Islam d’Italia e Voci di donne in un hammam.

D: Tu sei una studiosa dell’islam italiano e un’osservatrice della condizione femminile nel mondo islamico. Quali differenze vedi tra la condizione delle musulmane che vivono nel mondo arabo e quelle che vivono in Italia?

R: :Per quello che io ho potuto constatare viaggiando e studiando in diversi paesi islamici, e posto che ognuno di questi paesi ha una propria via all’islam, trovo che questi paesi abbiano una visione diversa rispetto a quella che vediamo in italia. Qua mi pare che ci sia una sorta di islam fai-da-te in cui le comunità immigrate portano le proprie consuetudini locali aggiungendoci il proprio bagaglio personale e familiare. Lo stesso accade per quanto riguarda la condizione femminile, con tutte le varie differenze a secondo delle diverse comunità. Ti faccio un esempio: in Marocco c’è un grande fermento a livello di società civile che è stato recepito anche a livello politico e legislativo: sono state promulgate delle leggi che si sforzano di affermare e difendere i diritti femminili, in materia di divorzio ma anche di matrimonio. Il nuovo ordinamento toglie agli uomini il diritto di ripudio, per esempio, e gli impone finalmente di pagare gli alimenti alle ex mogli. Queste innovazioni, però, non arrivano in Italia. Le coppie marocchine, qui, si arrangiano, e l’uomo marocchino in Italia si gestisce il divorzio alla vecchia maniera: magari mandando via la moglie senza garantirle nessuno di quei diritti che probabilmente in Marocco le verrebbero assicurati. Magari la rimandano addirittura in patria, lavandosene le mani. Qui si verificano situazioni in cui non c’è nessuna tutela per le mogli, quindi, mentre là questa tutela ci sarebbe. Non arrivano, in Italia, queste innovazioni. Lo vedi anche nell’abbigliamento: in Marocco vedi convivere, fianco a fianco, donne vestite in modo diverso, da quelle velate a quelle in jeans, e non si percepiscono atteggiamenti critici o censure particolari. Viceversa, qui in Italia la comunità è molto rigida, molto più critica di quanto non sia la società marocchina nel suo complesso. Questo è tipico delle realtà di immigrazione. Succedeva anche con i nostri calabresi in Germania, per esempio: ricordo bene che i calabresi emigrati vivevano in modo più arretrato e chiuso di quanto non si vivesse in Calabria. Questa situazione, per la donna, sicuramente non è positiva.

D:I vertici delle comunità islamiche in Italia contrastano questo trend conservatore e di chiusura o lo assecondano?

R: Poni una domanda complessa: chi sono i rappresentanti delle comunità islamiche? Se parliamo dell’Ucoii, che è la più rilevante numericamente, parliamo di quella leadership: le altre sono più minoritarie. Certamente questi vertici dovrebbero farsi carico di questo problema.

D: Quali sono i principali problemi delle musulmane in Italia?

R: Sicuramente quello di non avere una prassi di rappresentanza concreta, che non si limiti ad esistere solo sulla carta ma che discuta dei problemi che emergono nei momenti in cui ci si incontra. Io vedo che nelle occasioni di socialità emerge una situazione di diffuso scoraggiamento. Ricordo una giovane donna che, recentemente, mi diceva: “Chi posso mai sposare, io? Un uomo che non mi lascerà lavorare, che non mi consentirà di avere un’autonomia?” C’è una situazione di sofferenza che viene fuori in modo estemporaneo ma non organizzato: viene fuori tra amiche, davanti al caffè. Certo, ci sono tentativi di donne coraggiose di farla emergere, ma sono tentativi che vengono scoraggiati, messi a lato, non apprezzati. Si viene considerate ribelli e messe da parte, ma un movimento c’è e andrebbe valorizzato: queste donne, se ne avessero l’occasione, potrebbero cambiare molte cose.

D: Quali sono i problemi concreti, quotidiani?

R: Sono tanti: dall’abbigliamento delle donne osservanti che può creare problemi presso il datore di lavoro e fare perdere loro l’impiego, pasando per ill matrimonio che, in genere, è soprattutto endogamico e limita la scelta sia dell’uomo che della donna. Sono
pochi i musulmani che sposano il compagno dell’università o il/la collega di lavoro: ci si sceglie in una cerchia ristretta, con tutti i limiti del caso. Il divorzio, poi, è un macello, perchè per quanto il Corano e tutta l’impalcatura sharaitica sia più concessiva che in altre religioni (una moglie dovrebbe potere persino divorziare perchè il marito non ha rapporti con lei, per dire, o perchè non la mantiene come è dovuto) la realtà è che invece, nella prassi, spesso subentrano delle sovrastrutture di tipo tribale, forse addirittura preislamiche, per cui una donna divorziata diventa una specie di svergognata, e il divorzio pesa su di lei come un marchio. Anche qua in Italia è la stessa cosa. Questo problema prospera all’interno di una situazione matrimoniale che è caotica: ci sono tanti matrimoni di diverso tipo, dai ricongiungimenti con mogli sposate nei paesi di origine a quelli contratti qua, religiosamente o civilmente, in aggiunta a matrimoni preesistenti o no: c’è una casistica assolutamente varia e non c’è, mi sembra, nessuno che controlli, che monitorizzi la situazione. E, decisamente, ci sono molti più matrimoni islamici, quindi registrati solo nelle moschee, di quanti non se ne registrino a tutti gli effetti.

D: Che problemi comporta questa situazione?

R: Ne comporta uno serio: chi ha potere di controllo su questa situazione, da chi va la moglie divorziata? Va dall’avvocato, va dall’imam che di mestiere fa il macellaio? Qui in Italia non ci sono figure giuridiche riconosciute, a livello di islam: non è come in Francia dove ci sono figure giuridiche riconosciute a livello di comunità (penso al muftì di Parigi, o a quello di Marsiglia). In Italia non c’è nulla. Per figura giuridico-religiosa, ovviamente, io intendo la persona che abbia studi accademici e sharaitici attinenti alle spalle, studi in ambito giuridico-teologico. Qui in Italia non me ne risultano: poi magari ci sono dei giovani, non lo so, ma di fatto è per questo che da noi si parla di islam fai-da-te. Da noi ci sono leader politici, professionisti in ambiti totalmente diversi che poi, per forza, si devono improvvisare di volta in volta esperti di riferimento in ambito religioso. Questa è la peculiarità dell’islam italiano rispetto a quello francese o inglese. E stiamo parlando di vertici. Non parliamo poi della base: gli imam macellai, con la macelleria islamica e la moschea affianco; i commercianti di generi arabi gestiscono anche il culto, fanno le prediche al venerdì: sono le stesse persone: Poi magari sono assolutamente in buona fede, bravissime persone che si ritrovano però a ricevere i casi sociali: la donna picchiata dal marito o magari ripudiata che non sa dove andare. Loro devono gestire questi casi e non sanno da che parte girarsi. Per forza queste donne poi finiscono alla Caritas.

D: Una situazione molto più arretrata di quella che normalmente si vede nel mondo arabo, come anch’io dicevo in qualche mio post.

R: Sì. Se ci pensi, anche sulla poligamia c’è, in Italia, un’inversione di tendenza rispetto ai paesi islamici: in Tunisia è vietata, in Egitto sconsigliata e malvista socialmente. Nei paesi del Golfo c’è, ma perché viene attuata con molti soldi, acquistando case ad ogni moglie e così via. In italia, invece, la poligamia sembra decisamente essere diventata trendy rispetto ad anni fa, quando c’erano pochi ed eclatanti casi, perlopiù sguaiati. Pensa all’ imam di Carmagnola, che faceva i turni tra camera e cucina con le mogli: una follia che nel mondo islamico non si vede ma che qua, adesso, esiste.

D: Sì: recentemente parlavo con una dirigente islamica, donna e italiana, che difendeva l’idea che un uomo potesse avere più mogli in una stessa casa, qui in Italia. La ascoltavo e cercavo di immaginarmi la scena in un bilocale italiano. Impensabile, nel mondo arabo che ho conosciuto io.

R: Negli ultimi anni sta venendo fuori una certa allegria in questa pratica. Perché? Perchè, da quello che ho visto, è una pratica usata soprattutto dai convertiti: tre anni fa feci un’intervista a una sorta di setta sciita e ricordo un ragazzo italiano, un trentenne, che mi diceva con orgoglio di avere avuto già 10 mogli. Se ne vantano perchè lo trovano permesso, i convertiti. Mentre nei paesi islamici la poligamia viene usata con cautela, qui da noi il neofita la usa con piacere, creando situazioni in cui emergono, ovviamente, una serie di conflittualità che, di nuovo, non possono essere gestire da nessuno. Da chi va una prima moglie a lamentarsi, se non vuole accettare questa situazione? E una seconda moglie maltrattata, a chi si rivolge? Sono situazioni complesse e non affrontate.

D: Ci sono storie di divorzio islamico, qui in Italia, che meriterebbero di essere conosciute e denunciate?

R: Questo è soprattutto il problema della donna con scarsi mezzi economici e culturali: pensiamo che i nostri immigrati sono generalmente maghrebini, che
arrivano all’80% da un triangolo del Marocco estremamente depresso. Queste persone arrivano qua con un bagaglio culturale che spesso esula dall’islam vero e proprio, e lo ripristinano in Italia. Mettici anche l’emarginazione: uomini con lavori precari, che bevono e picchiano la moglie, c’è una forte situazione di questo tipo. Queste donne maltrattate, da chi vanno? Alcune
dagli imam, sennò alla Caritas: a Torino mi raccontavano che ricevevano donne in situazioni devastanti, malmenate, senza supporto economico, magari sbattute fuori di casa. Donne arrivate in Italia con il ricongiungimento familiare che si sono trovate qua la co-moglie, magari. C’è una situazione di degrado e sofferenza molto forte vissuta tra le pareti di casa, e quando una ha la forza va dalle strutture cristiane, da chi vuoi che vada? Se una donna italiana è maltrattata, sa da chi andare: esiste una struttura, ci sono asl, c’è il tribunale. Anche le donne musulmane, certo, potrebbero andare in tribunale: se hanno il permesso di soggiorno, se sanno farlo, se ne sono capaci. Ma non sempre è così, e non c’è una struttura resa accessibile a
loro. Anche per quanto riguarda la violenza psicologica, di cui la poligamia è parte, finiscono col doversi rivolgere agli imam, ma gli imam sono figure maschili. Non ci sono figure femminili di riferimento. Eppure, su un milione e 300.000 musulmani in italia, il 40% di sono donne. Meno visibili degli uomini perchè sono a casa, generalmente, ma ci sono. Sono moltissime.

D: Quali vantaggi e/o svantaggi vedi nella mia proposta di una commissione che si occupi di tutelare queste donne?

R: Secondo me potrebbe essere un’ottima proposta. Dovrebbe essere una commissione mista, però, con rappresentanti donne del mondo islamico insieme a rappresentanti delle istituzioni italiane, o una specie di consulta, però operativa, che
mettesse sinceramente sul tavolo tutti i problemi che ci sono. Bisognerebbe monitorare la situazione: oggi non c’è un corpo di studi, un’indagine della realtà con cui abbiamo a che fare. Andrebbe fatta, per poi discutere su come aiutare queste donne. Bisognerebbe consultarsi con le mediatrici che ci sono nelle varie asl, per esempio: io avevo scritto due articoli sulla prostituzione magrebina, quindi musulmana, intervistando anche delle mediatrici. Era emerso che molte delle donne che fanno le prostitute erano separate o divorziate. Un’altra fetta, invece, era costituita da donne marocchine diplomate che trovano in questa strada un mezzo veloce per fare soldi ma anche – e questo è interessante – per sdoganarsi dalla figura maschile, per gestire il proprio corpo sottraendolo all’autorità di un marito. Alcune dicevano: “Prima dovevamo fare sesso per forza col nostro marito, adesso decidiamo noi e veniamo pure pagate.” C’era del rivoluzionario, in questa loro visione. C’è, insomma, tutto questo sottobosco di cui nessuno si occupa.

D: Io ho l’impressione che il femminismo islamico – poco conosciuto in Italia ma di lunga tradizione nel mondo arabo – abbia subito una seria battuta d’arresto nei paesi islamici e che – nonostante le ottimistiche dichiarazioni di Tariq Ramadan nel suo ultimo libro – non riesca a dare mostra di sé in Europa. Tu cosa ne pensi?

R: Sì, sono d’accordo. Se pensiamo al femminismo dell’Egitto dell’inizio
del ’900, mamma mia! Erano una élite, ma hanno cambiato moltissime cose. E anche in Palestina negli anni ’70, le donne erano un’avanguardia rispetto ai paesi vicini. Qualcuno vede nella ripresa dell’islam politico negli anni 80′ la causa dell’arretramento della posizione femminile. Altri la vedono nel rinnovato scontro tra islam e occidente e nella conseguente chiusura dei paesi islamici in se stessi. Altri ancora ne vedono la causa nell’arretramento culturale dei paesi arabi, che è il risultato dell’arretramento economico: so che in Egitto la situazione peggiora sempre di più, come anche in Palestina: lì vivono sotto assedio quotidianamente, le scuole vengono chiuse, si crea una situazione di sofferenza sociale e
culturale che va a pesare sulla condizione femminile. Donne e bambini sono l’anello debole delle società, e i primi a pagare nelle situazioni di guerra e precarietà.

D: E in Europa, il femminismo islamico dove è?

R: Se le femministe arabe sono quelle alla Suad, io non vedo un movimento alle loro spalle. Saranno persone che magari ricevono delle lamentele da parte di alcune donne, ma non sono leader. Lo vedi subito che non possono essere leader di un movimento femminile islamico, non sono all’interno della comunità. Bisogna scindere il concetto di “arabo” da “islamico”: ci vorrebbe un forte movimento all’interno dell’islam. Le laiche non riescono a diventare leader, rappresentano una piccola fetta di borghesia slegata dal loro mondo. Certo: storicamente sappiamo che le rivoluzioni le hanno fatte i borghesi, ma per iniziare un movimento di femminismo islamico ci vorrebbe una borghese musulmana, non una laica di origine musulmana che è difficilmente seguibile dal punto di vista di una musulmana praticante.

D: Ti faccio una domanda che mi tocca da vicino: in un modo o nell’altro, molte persone sono impegnate, da tempo, accanto a un mondo, quello islamico, debole e fortemente aggredito dall’esterno. Cosa è corretto che facciamo, noi che cerchiamo di opporci all’islamofobia dilagante, quando incappiamo in evidenti storture all’interno di questo mondo?

R: Secondo me, i paesi araboislamici minacciati dall’espansionismo americano e dalle guerre del petrolio vanno sostenuti. E’ stato creato a tavolino questo scontro di civiltà, questa contrapposizione fortemente voluta e ampliata dai mezzi di informazione che veicolano messaggi tesi a farci odiare i musulmani e gli arabi. Gli intellettuali italiani, consapevoli di questi meccanismi finalizzati all’acquisizione di risorse naturali, dovrebbero ribellarsi a questo tipo di propaganda e guardare in modo diverso il mondo arabo-islamico, non come un nemico. Chi ha capito questo meccanismo, alla fine sostiene questo mondo. Però è vero che sorge in noi, spesso, una sorta di istinto di protezione che ci porta a fare scudo contro coloro che soffiano sul fuoco dello scontro di civiltà. A fronte di gente che soffia sul fuoco e fa emergere solo il peggio del mondo islamico, noi ci sentiamo in dovere di fare quadrato. Questo è in buona parte giusto, perchè è il mondo islamico ad essere vittima di questo meccanismo guerrafondaio; però io ed altre persone, spesso – ho scritto libri, sono passata spesso per filoislamica tout court – ci chiediamo se sia giusto e utile doverli difendere su tutto o se sia più giusto fare controinformazione contro certe manipolazioni mediatiche ma, nello stesso tempo, mettere in luce ciò che nell’islam italiano non va: per esempio, appunto, la condizione femminile.

D: Infatti.

R: Certo. Ci si fa spesso scudo di versetti coranici che ribadiscono la parità tra i sessi, ma sappiamo che la prassi è diversa. Di fronte a questo, limitarci a difenderli perchè sono assediati, dire che non è compito nostro mettere in luce le cose negative, non so
quanto possa giovare. Non è giusto fare maternage a vita, proteggere, coprire, fare finta di non vedere gli aspetti negativi. Non trovo che sia un comportamento positivo. Io ci sto rifllettendo da parecchio tempo, da dopo che è uscito il mio ultimo libro e mi sono resa conto che, rispetto ad anni addietro, c’era stata un’involuzione. A questo punto mi sono detta: “Tu vuoi difenderli, ma è giusto che, scrivendo, non si mettano in evidenza altre cose?” Così si fa buonismo, ma il buonismo è anche una cosa un po’ stupida, è strumentalizzabile. Lo studioso non può farlo, lo studioso deve prendere posizione, è giusto che lo faccia, ma deve anche vedere, mettere in evidenza i limiti, grossi, che ci sono nell’islam italiano. Io li frequento, e vedo le discrepanze nette che ci sono tra i principi e la prassi: il Corano dice una serie di cose, ma nella pratica queste cose dove sono? Ci si trova a fare il loro gioco, alla fine. E’ una riflessione critica, questa che sto facendo, lacerante. E non ho trovato una soluzione, se non rilevare,
quando posso, anche le cose negative.

D: Esiste lo spazio perché si sollevino problemi e si eserciti della critica costruttiva – e dell’autocritica – all’interno della comunità islamica italiana? C’è una volontà di ascolto, secondo te?

R: Ci sono studiosi bravissimi, come Stefano Allievi, Paolo Branca o Renzo Guolo: sono sociologi o islamologi, accademici che, pur stando dalla parte dei musulmani, sanno essere critici. Trovo che questo sia molto stimolante: che da una parte si smascherino le manipolazioni esterne ma che, dall’altra, si smascherino anche i grossi limiti che ci sono all’interno. Questo ad Allievi è permesso: è un uomo di potere, un accademico. Ma le critiche che possono partire da una persona come me, da una donna, non so se verrebbero accolte. Magari non te lo dicono, ma in fondo si pensa: “Sei donna, non sei musulmana, che vuoi?” Invece sarebbe importante accogliere anche queste critiche. Se una dice: “L’islam italiano è un islam autogestito, spesso un po’ improvvisato su tante cose, con delle peculiarità specificamente italiane e in controtendenza rispetto ai paesi araboislamici” e se, insomma, emergono aspetti negativi, questo va scritto, raccontato, messo in evidenza. Certo: non con la cattiveria che tanto spesso vediamo all’opera da parte di gente che si costruisce una carriera
screditandoli, ma per amicizia: “Io vi rispetto, sono dalla vostra parte, ma vedo delle cose che non vanno e ve lo dico”. E’ un discorso da non confondere con le manipolazioni, con le Santanchè o i Magdi Allam. Qui non si dice che l’islam italiano è il portavoce di Bin Laden o di Al Qaeda: queste sono scemenze. Noi diciamo che ci sono delle cose che non vanno. Diciamo che esistono i diritti delle donne, e che non è sopportabile questo maschilismo imperante e imperversante. Rendiamoci conto che, nei paesi islamici, le donne vengono fuori: sono
nei parlamenti, in Iran, in Marocco, in Tunisia; anche in Palestina, dove hanno fatto una campagna politica attivissima. Qui no: dove sono? Sono pochissime, e sempre le stesse: saranno due o tre, quelle che dicono cose anche in contrapposizione rispetto ai discorsi maschili. Poi, invece, ci sono quelle che, con i loro discorsi, non fanno altro che avvolarare le linee maschili in modo assolutamente acritico: sono le portavoci femminili della linea maschile, questo è tutto. Basta sentirle parlare di poligamia o di divorzio.

D: E’ una situazione deludente, allo stato dei fatti. Ne possiamo trarre un bilancio conclusivo?

R: Io direi che, visto che in Italia e in Europa
c’è una fortissima laicizzazione, un profondo allontanamento da tutto ciò che è spiritualità, religiosità praticante, l’islam italiano – che al 30, 40% è un islam praticante (una percentuale molto più alta dei cattolici praticanti) – è una risorsa che con i suoi valori potrebbe dare un esempio di etica e di spiritualità: potrebbero essere veramente un modello. Però devono essere coerenti, affinché questo accada. C’è una grande forza in questa loro spiritualità che ne permea la giornata, che scandisce tanti aspetti della vita quotidiana. E’ qualcosa che potrebbe insegnarci moltissimo. Però, se poi vedi che le donne sono messe a lato e che i maschi si fanno le regole di condotta a loro uso e consumo, privilegiando dell’islam gli aspetti di impianto assolutamente patriarcali, privilegiati in Italia quando sono sempre più tralasciati nei paesi d’origine, allora è scoraggiante. Deve esserci una coerenza, tra fede e pratica. Se ci fosse, loro potrebbero essere un modello valoriale – di corretteza, di onestà – per la nostra società. Questa coerenza, però, non ci sarà finop a quando non ci sarà una attenta analisi critica della situazione attuale, reale, delle fasce deboli della comunità. Fino a quando non si affronterà seriamente la situazione delle donne, quindi.

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