L’islam che risponde: intervista a Omar Camiletti

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Continuiamo con le nostre conversazioni a proposito di islam e rapporti di genere.
Questa volta con Omar Camiletti, della Grande Moschea di Roma, intellettuale e studioso dell’islam.

L.: Ti sono molto grata per avere accettato di intervenire nel nostro dibattito su matrimonio e divorzio nell’islam italiano. Puoi raccontarci quali riflessioni ti hanno spinto ad accettare la mia intervista?

O.C.:Vedi: nel raccogliere il tuo appello non mi sono trovato in una condizione gradevole. Sono da tempo consapevole, infatti, che queste circostanze di epoca e di luogo – l’Europa di oggi – in cui i musulmani e le musulmane vivono, inducono a riesaminare ed affrontare degli argomenti in maniera inconsueta, riguardo ai quali non può essere possibile rifarsi esclusivamente al parere dei nostri sapienti predecessori come, invece, molto spesso accade fra gli odierni parrucconi: quelli, per intenderci, che pensano che l’islam si riduca a chi sfoggia la barba più lunga.

L.: Sorge la necessità, quindi, di trovare risposte che vadano incontro, tanto nel metodo come nella sostanza, a una realtà sociale che tende a sfuggire agli schemi precostituiti?

O.C.: Direi di sì. Però, piuttosto che di coerenza tra fede e prassi – come ha sostenuto Angela Lano – parlerei di spessore delle conoscenze. Pensiamo ai temi che sollevi: se non possiamo sottacere della grave lacuna di non disporre in lingua italiana di un elementare manuale di diritto islamico – la cui causa va ricercata nelle beghe universitarie di casa nostra tanto quanto nei ritardi di una élite intellettuale islamica nel bel paese – va aggiunto anche quanto non sia affatto semplice riversare in una situazione per molti versi “bollente” come sono i rapporti di genere in tutto il pianeta – e figuriamoci ancor di più nell’universo islamico – dei freddi materiali di giurisprudenza in cui vanno a combinarsi l’irriferibile, il narrabile e infine il sentenziabile. Perchè stiamo parlando di amore, di tenerezze e di intimità, dei casini quotidiani e di rabbia, di depressione, di diritti e di giustizia o no ? Ma non è soltanto questo: vivo con una certa lacerazione perché mi rendo conto che non bastano le pagine dei libri o i saperi che, sparsi in internet, rendono comunque aggirabili sia le vanità accademiche sia quelle degli ulema fuori luogo. No: è che ogni “stazione” di questo nascente islam europeo viene acquisita anche grazie ad attriti, disgusti e varie sofferenze; si deve, insomma, sbattere il muso contro una realtà che ci avverte che l’islam è cio che ne fanno i musulmani. Alcune zavorre devono essere scaricate, quindi, e tanto meno ci si può impantanare nel famigerato posteggio in cui i panni sporchi si lavano in famiglia.

L. : Il silenzio su questi argomenti fa più male che bene, secondo te?

Guarda: proprio qualche giorno fa leggevo, a pag 184 di quel che si appresta probabilmente a diventare il nuovo best seller di Tariq Ramadan, L’Islam in Occidente, il seguente passagio: “Degli imam legittimano “islamicamente” dei matrimoni veloci senza alcuna procedura amministrativa ufficiale preliminare, lasciando le donne senza tutela, senza diritti, maltrattate e abbandonate da individui senza scrupoli. Inoltre, l’ottenimento del divorzio è reso alquanto difficile, anche quando è chiaro che la donna vuol difendere i suoi diritti più elementari. Certe donne subiscono pubblicamente delle violenze e dei maltrattamenti avvilenti nel colpevole silenzio e nella complicità di una comunità musulmana che giustifica il suo non intervento e la sua vigliaccheria con l’esortazione a “non occuparsi di ciò che non ci riguarda”.
Francamente, leggendo ciò mi sono indignato – e non per la prima volta – con la Vedette per la genericità e superficialità con cui pensa di cavarsela in una questione tanto decisiva.
E’ avvilente che le faccende di genere, di uomini e donne, siano espresse in 5 righe! E’ poco, troppo poco! Perché, invece, non sfidare apertamente l’opinione convenzionale in Occidente e, a quanto pare, di buona parte dei musulmani stessi, che ritengono che le donne musulmane siano sempre- e che sempre lo siano state! – solo delle oppresse?

L.: A cosa ti riferisci, per esempio?

O.C.: Vorrei sapere, ad esempio, perché – caro Tariq Ramadan – in quel tuo vagheggiare il ritorno ai testi sacri non riesci a sfatare il mito secondo il quale solo gli uomini hanno diritto al divorzio nell’Islam, contribuendo, come altri sapientoni, ad accreditarlo pervasivamente e a perpetuarlo appunto come una verità sharaitica. Storicamente, invece, si deve sapere che non tutte le donne hanno accettato un tale soggiogamento. E se è vero che studi recenti ( fra cui Amina Wadud “Inside Gender Jihad”) ci istruiscono su come sia proprio nel corso di questi ultimi due secoli che le donne musulmane hanno subito una progressiva erosione dei loro diritti nel matrimonio, tuttavia proprio la documentazione registrata presso alcune Corti islamiche, in tutto il mondo musulmano, rivela che in passato molte donne furono “toste” a sufficienza per saper negoziare le loro ragioni con una strategia vincente. E ancora oggi, comunque, a dispetto di questo ciclo scivoloso e perverso, moltissime donne musulmane continuano a lottare strenuamente nelle Corti per vedere riconosciuti i diritti che Allah, swt, ha loro concesso e che non sono certo un favore avuto dai maschi. Vedere per credere lo straordinario libro a cura di Susan Hirsch, “Pronouncing e persevering”, su come le Sheherazad della costa del Kenia abbiano saputo tessere il loro filo da torcere per mariti distratti, prepotenti e quant’altro.

L.: E in Italia, invece, come è la situazione?

O.C.: Lavorando presso la Grande Moschea di Roma ho avuto modo di ascoltare incredibili storie di donne e di uomini di tutti i tipi: da astute donne di potere a poverine che, dopo essere state abbandonate, non hanno ricevuto neanche il mahr; da donne obbligate a essere tenute nascoste in quanto “seconde” mogli, ad altre sposate con la solita promessa di un divorzio dalla prima moglie e che invece passano la domenica da sole con i figli; da quelle che mi imploravano di convincere il marito a lasciare l’altra, fino anche a mogli che picchiano i mariti.
Ma procediamo armoniosamente: vorrei riportarti una suggestione che ho ascoltato in uno di questi iftar del trascorso mese di Ramadan. Ero insieme ad altri fratelli a assaporare una harira all’albanese (così qualcuno capisce di quale moschea romana si tratta) quando uno ci annuncia, contento, che gli era nato il primo figlio da qualche giorno, dopo 4 anni di matrimonio. Avendo voluto assistere al parto, ci raccontava di quanto era stato impressionato sia dalla sofferenza della partoriente, sia da come si viene al mondo. Poi, en passant, ci rivela che l’ostetrica – dopo che lui era stato al fianco della moglie esausta, tenendole senza interruzione la mano per più di quattro ore – gli aveva esclamato, ammirata di tanta dedizione: “Ma allora non è vero che i musulmani sono tutti cosi cattivi con le donne!”

L.: Qual è o quale dovrebbe essere il significato, in senso religioso, del matrimonio islamico?

O.C.: Nessuna tradizione autentica può trascurare, sia nel contesto rituale che in quello sociale, la questione centrale della relazione del genere maschile con il genere femminile. Per questo, non si può tenere il matrimonio fuori dalla sfera pubblica e confinarlo nel privato, come molti pensano debba essere mantenuta tutta l’esperienza religiosa islamica. Il problema è che, in mancanza di intesa, non c’è alcuna validità legale di un contratto islamico di matrimonio: ergo, c’è un vuoto. E tuttavia ogni essere umano ha diritto ad aspirare alla felicità, di cui quella coniugale è una parte importante: quando nell’islam si afferma che il matrimonio è metà della religione (Din) si considera l’amore tra un uomo e una donna inseparabile dall’amore verso Allah e ci viene indicato che il sesso (lecito) è un mezzo di realizzazione spirituale concessoci dalla misericordia di Dio per condurci su un piano superiore, in quel perfezionamento (la fisiologia sottile) cui si allude con l’Insan al kamil. Del resto l’autenticità del contratto implica, nella sincerità di intenzione, la volontà di purificare i propri animi (le nafs) poichè con la lussuria o la concupiscenza non si riesce ad agguantare altro se non effimeri godimenti di cui ci si
stanca presto; mentre con l’amore, il darsi all’amata/o, si ottiene la calma, nell’estinzione (fana) degli avidi ed insaziabili ego.

L.: Questi principi possono conciliarsi anche con il matrimonio poligamico?

O.C.: A parte ribadire che in Italia non è consentito avere legalmente più di una moglie, vorrei sottolineare che la facoltà alla poliginia ( più mogli contemporaneamente, mentre poligamia significa più matrimoni ed oggi in Italia è ammessa, ossia ci si può risposare più volte ) non può nell’islam inficiare tali principi. Agli occhi del marito, come ammonisce il Santo Corano, tutte le sue mogli sono eguali, altrimenti meglio desistere. Non c’è nella visione classica, al di là di una temporalità inconseguente, una prima o una seconda moglie e tanto meno questa nuova moglie deve o può essere considerata di seconda classe. Il matrimonio è un patto solenne: come ogni patto fra i musulmani, e i musulmani sono gente di onore, esso non può essere fatto con leggerezza. Si dovrebbe essere abbastanza maturi/e prima di avanzare una domanda di matrimonio (azione che nell’islam può essere fatta anche dalla donna, a proposito di pari opportunità). Il partner merita il massimo del rispetto, tanto più se la partner è cristiana. Ora: la misericordia divina ci ha dato la Shari’a che ci istruisce che per un matrimonio valido si devono verificare alcune condizioni: consenso di entrambi le parti, (ecco perche sono da ostacolare le nozze con spose bambine senza pretestuosi riferimenti al Profeta), il versare da parte del marito il ” Mahr”, dei testimoni maschi o femmine. Infine, il matrimonio deve essere pubblico e non segreto: non come esibizione di una conquista ma come fuga dai sospetti e dai vari guai che possono darsi all’interno della comunità.

L.: E quando il matrimonio finisce, come spesso accade?

O.C.: A volte succede che non si sa di quale amore stiamo parlando: sappiamo solo che rende ciechi. Di certo, basarsi unicamente sull’attrazione fisica o su fantasticherie romantiche occultando tutti i potenziali problemi della coppia porta poi, inevitabilmente, alla involuzione della compatibilità nella relazione. Giunti a questo punto, la maggior parte crede che agli
uomini basti pronunciare la parola “talaq” per pensare di risolvere il conflitto coniugale. Come nel gioco della boxe, alcuni maschi musulmani si illudono che la fine di una vita coniugale possa darsi come un colpo ben assestato da knock out. Lasciando la donna al tappeto e passando così al prossimo match.

L.: Non è così?

O.C.: Ai sensi della Sharia (che, non ci stancheremo di ripeterlo, non è il “libro nero dell’islamismo” e neanche un prontuario o mero codice di articoli ) il contratto di matrimonio può essere rescisso per azione del marito o della moglie o di comune accordo oppure mediante un ordine giudiziario di separazione su richiesta del marito o della moglie. Ci sono poi altre varie forme di dissoluzione che ora hanno scarsa rilevanza pratica come, ad esempio, quella per cui, seppur nessuno può costringere il partner a compiere “sesso”, il costante rifiuto a farlo è menzionato come motivo per cui molte donne, in passato, chiesero di divorziare dai loro mariti.
Resta da chiedersi come mai la più comune procedura adottata per la maggior parte di conflitti coniugali sia divenuto il talaq, ovvero il ripudio.
Occorre precisare che, se resta diritto del marito, il termine talaq designa comunque, secondo il punto di vista dell’essenza dell’ islam, l’arresto provvisorio di una relazione: una sorta di stand-by in cui le due persone permangono comunque in uno stesso percorso – devono trascorrere tre mesi dal momento del talaq perché il divorzio sia definitivo – e con cui si chiede implicitamente di riconsiderare la relazione fra coniugi . Questo, ovviamente, quando non si è voluto fare una sorta di matrimonio temporaneo – illecito ai sunniti – ingannando il partner. Ibn Hazm narra in Al-Muhallâ che un uomo aveva fatto tutto da sè ed aveva così ripudiato – ma per lui legittimamente divorziato – la moglie; poi si recò ad interrogare Humayd Ibn `Abd Ar-Rahmân Al-Himyarî su cosa potesse fare a quel punto; ma questi gli rispose: “Dio ha detto al suo Profeta : “Quando ti sei liberato delle tue incombenze, alzati per pregare e ricerca il tuo Signore con fervore ” ma tu…. tu che sei un uomo capace solo di giocare, continua a giocare piuttosto…”
Nessuno nell’islam può giudicare da sé, in base alle proprie passioni, preferenze o astuzie se una azione gli è lecita o meno.Quelli che si alambiccano a giustificare i loro atipici contratti di matrimonio stanno forgiando delle menzogne contro Allah. Vale la pena di ricordare che il divorzio è l’unica azione lecita che dispiaccia ad Allah. D’altra parte, l’islam ha previsto la mobilitazione dei più vicini ai due (parenti e amici) per poter impedire la degenerazione del rapporto e la la definitiva cessazione del matrimonio. I versetti coranici sono numerosi a riguardo. Non ci si può esimere dal citare i primi versi della sura At-Talâq: ” O Profeta, quando divorziate le vostre donne, allontanatevi da loro allo scadere del termine prescritto e contate bene il termine. Temete Allah vostro Signore e non scacciatele dalle loro case, ed esse non se ne vadano, a meno che non abbiano commesso una provata indecenza. Ecco i termini di Allah. Chi oltrepassa i termini di Allah, danneggia se stesso. Tu non sai: forse in questo periodo Allah farà succedere qualcosa. ”
Le ultime parole del versetto indicano la saggezza soggiacente al fatto che la donna dimori nel suo domicilio anche dopo che sia stato espresso il talaq, cioè una volontà di separarsi. Nel pronunciare il talaq, insomma, non si deve intendere una rottura definitiva della relazione: quando questa volontà è formulata secondo una intenzione sincera – e tenendo presente che, al contrario di quanto farebbe pensare il dogmatismo islamista, i musulmani non sono delle bestie in procinto sempre di «cadere» – la Sharia prevede di conservare la vita coniugale (ovviamente non quella sessuale) all’interno del focolare anche nei tre mesi che devono intercorrere dal momento del talaq al divorzio vero e proprio, nella speranza che le cose ritrovino il loro corso normale ed affinché anche i più profondi dissensi si possano stemperare e la tenerezza possa, a Dio piacendo, riguadagnare i due.
I musulmani e le musulmane sono unanimi sul fatto che a nessun essere umano è permesso oltre una certa misura fissarsi nella propria testardaggine, arroganza e orgoglio. Il talaq è una «prova» per entrambi i coniugi: «Fatele abitare dove voi stessi abitate, secondo i vostri mezzi. Non tormentatele mettendole in ristrettezze.” L’attenzione, il richiamo al superamento della prova è espresso nel versetto “questi sono i limiti fissati da Allah “. Questo sta a spronarci verso la maniera più nobile di mettere fine alla vita coniugale: «Quando poi siano giunte al loro termine, trattenetele convenientemente o separatevi da esse convenientemente”.

L.: Da un punto di vista legale, puoi darci qualche cenno su come è regolato il divorzio nel mondo islamico?

O.C.: Le legislazioni di quello che nel corso del XIX secolo è stato chiamato “status personale” e che risulta più attento ai diritti della moglie, non hanno potuto fare a meno di rilevare il ciclo di decadenza a cui si è accennato sopra e si è fatta strada una crescente tendenza a tenere a freno tale potere degenerato del maschio; tendenza spesso osteggiata dagli islamismi, peraltro.
In base ad alcune legislazioni, quindi, nessun divorzio può essere effettivo od anche ammesso se non sia stato vagliato da un terzo soggetto. Nell’islam della tradizione si discuteva a lungo dello scioglimento del matrimonio ed il qadi, spesso un anziano sufi, estenuava le controparti affinché giungessero ad un accomodamento soddisfacente per tutte le parti in causa avendo sempe a cuore il bene comune della comunità. Naturalmente tutto ciò fu visto dalle autorità
coloniali come esempio della inaffidabilità e della discrezionalità della Sharia (non mancavano nel sistema qadi casi di favoritismo e di corruzione). Insomma: ci voleva lo Stato, e così in diversi paesi si è andato sostituendo il qadi con una Corte laicamente composta.

L.: Alla luce di quanto hai esposto, come valuti la battaglia per un divorzio islamico “corretto” proposta dall’Haramlik?

O.C.: Mi sembra che il tuo obiettivo, da emancipatissima moglie che sta nel suo paese, sia quello di impegnarti al fianco delle donne islamiche in Italia affinché cessino di essere perpetrati impunemente dei soprusi reazionari ed estranei all’essenza dell’Islam.
Bisogna protestare contro prassi messe in opera senza validi o giustificabili motivi se non quelli legati a inconfessabili e squallidi capricci maschilisti, non meno esecrabili se compiuti da qualche campione dell’islam nostrano. Io sono convinto che le dissolutezze dei singoli non vadano occultate e che si debba affermare il principio e l’etica della responsabilità individuale, non perpetuare vizi privati e pubbliche virtù.

L.: Ecco: nell’ottica di un’affermazione dell’etica della responsabilità individuale, pensi che la mia proposta possa essere di qualche utilità?

O.C.: Tu dici, in pratica, che alla luce della tua esperienza di divorzio ritieni che, laddove i diritti di una donna vengono calpestati, in assenza di un qadi ci vuole una commissione che accerti le sue ragioni affinché il far west coniugale finisca e ci sia la certezza delle regole per tutti i prossimi contratti. Io non credo che si riuscirà a comporre una commissione, almeno nel senso “di omnia et super partes” che Haramlik auspica: ci sono, nell’islam italiano, moltissime differenze di scuole giuridiche e di impostazione “politica” che lo impediscono . Poi ci sono troppi passaggi da compiere prima: la figura del matrimonialista ad esempio, e un istituto di studi islamici per la formazione di esperti; il riportare, anche, quell’etica della responsabilità nelle elegibilità delle cariche, così come la trasparenza gestionale dei luoghi di culto.
Rilancerei almeno l’idea di un “Osservatorio sui rapporti di genere”, completamente autonomo dalle Organizzazioni oggi circolanti in Italia, le cui inette leadership sono sotto gli occhi di tutti. Io continuo a battermi per un islam orizzontale piuttosto che piramidale, ovvero per l’attuazione di enti islamici che si verifichino reciprocamente, piuttosto che per un verticismo ristretto che controlli tutto. Ritengo che in questo presumibile osservatorio (non dunque uno Stato nello Stato) un ruolo ed una competenza specifica dovrà spettare alle donne, ovviamente: altrimenti è meglio non fare niente.

L.: Sento di dovere ringraziarti ancora per questa intervista: hai proposto una panoramica dei rapporti di genere nell’islam molto ricca, complessa e a tratti anche dura, lontana dai discorsi correnti su questi argomenti e certo priva di facili diplomazie politichesi.

O. C.: Sono consapevole che ci saranno delle genti autoproclamatasi sapienti che si arrabbieranno di molto con me per ciò che ho detto e che, come al solito, mi diffameranno come wahabita o come moderato e via dicendo. Ma l’accordo con questi, o con i loro simili, mi lascia indifferente: ciò a cui mi attengo sono i nobili principi dell’Islam e l’interesse dei musulmani.

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15 Commenti

  1. patrizia
    Pubblicato 11 novembre 2006 alle 07:09 | Link Permanente

    Ecco Tariq in un libro precedente (Possiamo vivere con l’islam?), dove chiaramente dice che il divorzio può essere chiesto dalle donne: “T.R. La questione del divorzio ci impone di tornare ai testi fondamentali. Un giorno una donna è andata dal Profeta affermando che non le piaceva il marito e che temeva di agire contro la morale. Muhammad le ha domandato se accettava di
    restituirgli l’equivalente della dote che suo marito le aveva versato al momento
    del matrimonio (si trattava di un giardino); ella disse di sì e furono quindi
    divorziati (in certe circostanze, e secondo certi giuristi, non è obbligata a
    rendergli la dote, a seconda se egli è nel torto oppure no).
    L’idea di pensare che una donna non ha il diritto di separarsi o di chiedere la
    separazione dal marito è falsa e non corrisponde agli insegnamenti dell’islam.
    Una donna può anche esigere che i suoi diritti riguardo alla separazione vengano
    chiaramente stipulati nel contratto di matrimonio. Evita così interpretazioni
    estese o l’applicazione specifica di una scuola di diritto che potrebbe, in una
    data situazione, essere più restrittiva di un’altra.” Per il resto d’accordo in tante cose, fratello.

  2. barbara
    Pubblicato 11 novembre 2006 alle 17:30 | Link Permanente

    Ma come non ho mai conosciuto Omar?
    Tutto perfetto, però un po più di fede; e vedrai Omar che il progetto può andare avanti ….perchè è giusto ed il Divino che tutto sa e tutto può, lo permetterà ….se solo noi ci crederemo.
    Mi è piaciuto il passaggio:
    “Ibn Hazm narra in Al-Muhallâ che un uomo aveva fatto tutto da sè ed aveva così ripudiato – ma per lui legittimamente divorziato – la moglie; poi si recò ad interrogare Humayd Ibn `Abd Ar-Rahmân Al-Himyarî su cosa potesse fare a quel punto; ma questi gli rispose: “Dio ha detto al suo Profeta : “Quando ti sei liberato delle tue incombenze, alzati per pregare e ricerca il tuo Signore con fervore ” ma tu…. tu che sei un uomo capace solo di giocare, continua a giocare piuttosto…”
    Sembra scritto appositamente per l’ex di Lia.

  3. Aminah Ummzakaria
    Pubblicato 11 novembre 2006 alle 22:40 | Link Permanente

    Bismillah
    Che Allah swt benedica ‘Umar per la sua chiarezza! Alhamdulillah ! Spesso la chiarezza viene scambiata per durezza e allora cominciano a piovere titoloni del tipo “sei salafita” “sei wahabita” e altro, senza nemmeno conoscere il significato di tali definizioni, quando invece si cerca semplicemente di dire la verità sull’islam senza ambiguità, cercando la soddisfazione di Allah ta’ala. E non è vero che si manca di fede o di spiritualità, la volontà di chiarezza e verità sono sintomo di un grande amore per l’Altissimo e per il Suo Profeta e per l’Islam, la religione che Allah swt ha stabilito e definito nei principi e nella pratica come via per il raggiungimento della felicità in questa vita e nell’altra. JazakAllahu khayran ‘Umar! Aminah Ummzakaria

  4. Pubblicato 12 novembre 2006 alle 12:12 | Link Permanente

    Cara Hamlik,
    molto interessante la tua intervista a Omar Camiletti, da l’idea di un islam moderato, dal volto umano e non integralista, con la quale si può e si deve dialogare. Aggiungo una sola considerazione, qualunque cosa cerchiamo nei testi sacri ho l’impressione che la troveremo, perché essi contengono tutto e tutto il contrario di tutto; per cui basandoci su alcuni brani potremmo sostenere una tesi, e basandoci su altri brani potremmo sostenere la tesi opposta. Questo perché i testi sacri delle tre religioni monoteiste (e forse di ogni religione) sono stati scritti e cambiati nel corso dei secoli e dei millenni, più o meno a balzi o in maniera impercettibile, ma contengono davvero tutto. Ora, mi veniva in mente un passo del Vangelo in cui Cristo sostiene che non è l’uomo che è fatto per il sabato ma il sabato è stato fatto per l’uomo. Credo sia una grande verità, sono le leggi (anche quelle morali di derivazione religiosa) ad essere state create per il maggior benessere dell’uomo, e non l’uomo perché si sottometta alle leggi. E’ un concetto rivoluzionario, di cui spesso i regimi più rigidi fanno perdere la traccia o non lo capiscono (e come potrebbero?), ma è anche un concetto che può esprimere tolleranza e armonia fra i popoli e all’ìinterno dello stesso popolo. Se vogliamo poi possiamo anche aggiungervi l’atteggiamento di Gesù con l’adultera, la legge diceva che l’adultera va lapidata, Cristo li sfida: “Bene, la legge ha ragione, chi è senza peccato scagli la prima pietra”. E nemmeno lui, che nasce senza peccato scaglia la pietra. Questo deve far riflettere i credenti (in tutte le religioni) e fa riflettere anche i non credenti (come me). Mi piacerebbe conoscere brani simili nel Corano o nella Torah.
    Un saluto da Garbo

  5. Pubblicato 13 novembre 2006 alle 08:32 | Link Permanente

    Faccio mio l’articolo di Amira Hass che trascrivo. Potrà sembrare sconnesso della purezza che ora discutete ma, secondo me, il rigetto – pubblico e trasparente – della violenza é la precondizione di ogni purezza.
    Quindi perdonatemi questa intrusione.

    Amira Hass é la corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha’aretz. Nata a Gerusalemme nel 1956, è l’unica giornalista israeliana ad avere mai vissuto nei Territori palestinesi. È l’autrice di Domani andrà peggio, pubblicato da Fusi orari.
    Scrive la rubrica Il diario per Internazionale

    È possibile che non vediate? di Amira Hass, Haaretz 2006 08 30

    Lasciamo perdere gli israeliani la cui ideologia sostiene l’espropriazioni nei confronti del popolo palestinese solo perché “Dio ha scelto noi”. Non parliamo dei giudici che nascondono e ripuliscono la politica militare delle uccisioni e della distruzione. Trascuriamo i comandanti militari che consapevolmente imprigionano un’intera nazione in un recinto fatto di mura, torri d’osservazione fortificate, mitragliatrici, filo spinato e fari accecanti. Omettiamo di parlare dei ministri. Tutte queste persone non vengono considerate collaboratori. Queste persone sono autori, pianificatori, analisti, esecutori.
    Ma ci sono altri. Storici e matematici, caporedattori anziani, stelle dei media, psicologi e dottori di famiglia, avvocati, gente che non sostiene Gush Emunim e Kadima, insegnanti ed educatori, amanti delle escursioni solitarie in treno, maghi della tecnologia. Dove siete? E voi, studiosi del nazismo, dell’Olocausto e dei Gulag sovietici? Siete tutti a favore di leggi sistematicamente discriminatorie? Leggi che affermano che gli arabi di Galilea non verranno risarciti per i danni provocati dalla guerra nella stessa misura in cui invece lo saranno i vicini ebrei (Aryeh Dayan, Haaretz, 21 Agosto).
    Può essere che concordiate tutti con la razzista Legge sulla Cittadinanza che proibisce ad un arabo-israeliano di vivere con la sua famiglia in casa propria? Che approviate ulteriori espropriazioni di terra e demolizioni di frutteti, che permetteranno nuovi insediamenti o strade riservate agli ebrei? Che sosteniate i bombardamenti ed il lancio di missili nella striscia di Gaza?
    Può essere che siate tutti concordi all’idea che un terzo della Cisgiordania (la valle del Giordano) debba essere interdetta ai palestinesi? Che siate dalla stessa parte della politica israeliana che proibisce a decine di migliaia di palestinesi che hanno ottenuto la cittadinanza estera di tornare dalle proprie famiglie nei territori occupati?
    Il vostro cervello è stato lavato veramente a tal punto con la scusa della sicurezza, al punto di impedire agli studenti di Gaza di studiare terapia occupazionale a Betlemme e medicina ad Abu Dis ed ostacolare le gente malata di Rafah mentre cerca di ricevere un trattamento adatto a Ramallah?
    Anche voi troverete facile nascondervi dietro alla spiegazione “non ne avevamo idea”: non avevamo idea della discriminazione praticata nella distribuzione dell’acqua -che viene esclusivamente controllata da Israele- e lascia migliaia di proprietari di casa palestinesi senza rifornimenti idrici durante i mesi caldi estivi. Non avevamo idea che quando l’IDF bloccava gli ingressi ai villaggi, bloccava gli accessi anche alle sorgenti ed ai serbatoi d’acqua.
    Ma non può essere che non vediate i cancelli d’acciaio lungo la statale 344 in Cisgiordania, cancelli che bloccano l’accesso ai e dai villaggi palestinesi. Non può essere che appoggiate il divieto di entrata nelle proprie terre e piantagioni a migliaia di contadini palestinesi o che sosteniate la quarantena su Gaza che blocca l’arrivo delle medicine per gli ospedali, interrompe la corrente elettrica e non rende utilizzabile le fonti idriche per un milione e quattrocento mila persone, chiudendo così per mesi il solo unico sbocco sul mondo.
    Veramente non sapete cosa accade ad appena 15 minuti dalle vostre facoltà ed uffici? E’ plausibile che vediate con favore un sistema nel quale soldati ebrei, ai posti di blocco nel cuore della Cisgiordania, possono lasciare decine di migliaia di persone ad aspettare sotto il sole cocente per ore. E nel mentre decidere: i residenti di Nablus e Tul Karm non possono passare, sotto ai 35 anni, yalla (via), tornate a Jenin, i residenti di Salem non dovrebbero neanche essere qua, una donna malata che ha superato la linea e deve imparare la lezione verrà scientemente detenuta per ore. Il sito Machsom Watch è visibile a tutti: ci sono infinite testimonianze simili o anche peggiori, una routine quotidiana. Ma non può essere che coloro che sono disgustati per ogni svastica disegnata su una tomba in Francia o per i titoli anti-semiti dei giornali locali in Spagna, non può essere che queste persone non sappiano come ottenere tali informazioni, e di conseguenza resteranno spaventati ed oltraggiati.
    Come ebrei godiamo tutti del privilegio che Israele ci concede, e questo ci rende tutti collaboratori. Il punto è cosa fa ognuno di noi nelle piccole immediate situazioni quotidiane per minimizzare la cooperazione con un regime che espropria e sopprime e che sembra non averne mai abbastanza. Firmare petizioni e disapprovare non è sufficiente. Israele è una democrazia per gli ebrei. Non sono a rischio le nostre vite, non verremo imprigionati in campi di concentramento, la nostra esistenza non verrà danneggiata e le vacanze in campagna o all’estero non ci verranno negate.

  6. giulia
    Pubblicato 13 novembre 2006 alle 17:14 | Link Permanente

    l’impresa è davvero ardua Lia…cercare di far prendere vita ad un movimento di idee e opinioni che si dibbatta e si metta in discussione per giungere al riconoscimento di regole e principi matrimoniali e di coppia, comuni è dura…anche perchè guardandosi intorno mi sembra che sia difficile coinvolgere i musulmani quando queste proposte vengono da fuori.
    accendo l’idea della creazione di un osservatorio sui rapporti di genere.
    ma dovrebbe essere lo stesso stato italiano a portare avanti un riconoscimento politico e legale dell’attività matrimoniale all’interno di alcune moschee e centri culturali,
    non basta sapere dove è un luogo di culto,bisogna anche vedere cosa succede lì e quanto ciò influenza la vita delle persone una volta fuori.
    come dire che c’è bisogno di una rete tra centri religiosi musulmani e i comuni per esempio, piuttosto che solo con la questura;a livello generale tra istituzioni religiose musulmane e istituzioni di diritto dello stato italiano; così da un lato si potrebbe fare l’elenco dei presenti e dall’altra ritirare i compiti fatti a casa.
    i lavori al vertice però sono così impantanati..qualcuno ha idea del perchè??io mi perdo nell’intrigo…

    se l’islam può essere vissuto in modo autentico nel rispetto dei diritti dei suoi fedeli…tutti, allora, mi chiedo: è così difficile trovare dei paramentri comuni da fissare e quindi da rispettare?
    questo lo possono dire e fare solo i musulmani.
    e perchè ancora non si sentono risposte corali e forti??

    ho pensato che una speranza ( anche se qui è l’individuo che corre ai ripari e non una collettività tutta insieme..sigh sigh) potrebbe essere rappresentata dai pacs.
    almeno in questo caso si potrebbe registrare a livello privato ciò che è già stato celebrato dalla comunità religiosa di riferimento, tanto più che l’islam per primo riconose il matrimonio come un contratto tra due privati. ma…
    ma come si fa a spiegarlo anche solo alla metà delle probabili 40.000 donne musulmane ( almeno quelle che ce lo hanno scritto sul passaporto!!! perchè se pensiamo anche alle albanesi, alle minoranze balcaniche e quelle dell’Europa dell’est il numero cresce) che vivono qua?

    è l’interesse dei musulmani che va scosso, nel voler far riconoscere il loro operato quotidiano, non possono volersi chiudere in loro stessi, con leggi autoreferenziate, con decisioni di valore giuridico che non sono riconosciute dal diritto superiore al loro, quello della terra in cui vivono.

    penso che bisogna coinvolgere più persone a parlare di questo, soprattutto donne musulmane che siano punti di riferimento per altre ancora…ci sono figure leader in questo senso?
    vorrei tanto che qualcuno potesse darmi buone notizie…

  7. Abu Yasin
    Pubblicato 15 novembre 2006 alle 19:11 | Link Permanente

    Trovo ingiuste le critiche a Tariq Ramadan, che in un libro in cui tratta talmente tanti e complessi argomenti, che vanno dall’ ijtihad (l’interpretazione di alcuni versi Corano, o di alcuni hadith, possibile solo in determinate condizioni) al ruolo sociale dei musulmani, non può certo esaudire un tema complesso come quello del divorzio islamico. Ed oltre che ingiuste le critiche fatte le trovo anche irrispettose verso quello he è senza dubbio uno dei maggiori pensatori islamici contemporanei. Lasciamo perdere poi i riferimenti ad Amina Wadud che prende iniziative condannate dall’umma intera (come quella della preghiera mista guidata da una donna. Mi dispiace ma questa è “bid’a”, innovazione nel senso peggiore del termine, nel senso di offesa alla religione islamica, in cui invece c’è spazio per il riformismo, che è cosa diversa appunto dalla bid’a) Certo non tema il sig. Omar, nessuno lo taccerà di wahhabismo con simili riferimenti culturali.
    Poi tante belle parole, ma mi sfuggono gli sforzi riformatori del sig.Omar, visto che se non sbaglio lui è tra i “leader” di una organizzazione islamica (che poi non rappresenti nessuno, se non la sua ambasciata di riferimento è un’altra cosa)ed è (considerato?) il vice di Scialoja, eterno invitato a dibattiti TV, in cui lo vediamo battersi con fervore contro l’ora di religione islamica a favore dell’ora della “storia delle religioni” (tenuta da chi?)e condannare l’Ucoii quando deplora i crimini israeliani, per il piacere di Vespa (eh, la realpolitik!)

  8. barbara
    Pubblicato 15 novembre 2006 alle 20:19 | Link Permanente

    anche io sono in attesa che altri musulmani e musulmante italiane si facciano avanti.
    Questa commissione potrebbe anche essere il punto di riferimento per tutte quelle donne che rimangono vedove di musulmani e non vedono riconosciuti i lori diritti; e potrebbe anche occuparsi di tutti quei casi in cui il coniuge straniero torna alla sua terra portandosi i figli e non permettendo più alla madre di riabbracciarli. Insomma lo vedrei anche come la grande consulta che raccorda tutte figure(associazioni) che già esistono e che, purtroppo, poco possono fare sulle problematiche sempre più frequenti nel nostro paese così deliziosamente multietnico.
    Ci vedrei molte donne….sono geneticamente più adatte a tutelare i diritti di tutti. E’ sicuramente per questo motivo che Allah il misericordioso ha deciso di far partorire le donne e non gli uomini. Non esiste prova più grande della sua fiducia nel sesso femminile.

  9. alab
    Pubblicato 17 novembre 2006 alle 15:49 | Link Permanente

    Quali diritti non sono riconosciuti alle vedove dei musulmani in Italia?

  10. barbara
    Pubblicato 18 novembre 2006 alle 13:15 | Link Permanente

    Non conosco il numero dei casi; ma so di alcuni in cui la vedova e relativi figli sono andati per legge coranica andare sotto la tutela di un parente maschio del defunto il quale avrebbe dovuto tutelare il loro benessere. Lui, dopo aver insistito per far trasferire la famiglia presso di lui e dopo il di lei diniego, ha gestito a distanza l’eredità della vedova e degli orfani in base al suo gusto. Non c’è stato niente da fare per mettere in chiaro la cosa e dare il maltolto a chi ne aveva diritto.

  11. alab
    Pubblicato 18 novembre 2006 alle 15:09 | Link Permanente

    è successo in Italia? com’è stato possibile?

  12. barbara
    Pubblicato 20 novembre 2006 alle 18:38 | Link Permanente

    facilissimo Alab; alcuni paesi a legge Coranica non hanno accordi con l’Italia e quindi l’italiana che rimane vedova ha problemi, cioè non ha nessuna tutela, se il tutore proveniente dai quei paesi è ….”poco rispettoso” della legge Coranica per la quale le vedove e gli orfani sono sacri e guai a chi li danneggia.
    Ecco perchè una Consulta sarebbe utile. Il danneggiato non sarebbe più solo ad affrontare problemi che la legge italiana non è in grado di affrontare per assenza di accordi tra i paesi.

  13. alab
    Pubblicato 22 novembre 2006 alle 10:50 | Link Permanente

    sì ma non capisco se questi problemi avvengono in Italia o all’estero. La vedova in Italia certi diritti li ha…o no?

  14. lia
    Pubblicato 22 novembre 2006 alle 23:06 | Link Permanente

    @Gerusalem: scusa, ma non pubblico il tuo commento. Sembri sapere molte cose ma, per chiacchierare con te, io avrei bisogno di qualcosa di più di un semplice nick. Ritenta con una firma più estesa, magari in email. :)

  15. barbara
    Pubblicato 24 novembre 2006 alle 18:42 | Link Permanente

    Alab, parlo di vedove italiane che si trovano in Italia e che hanno a che fare con i parenti del compianto marito che gestiscono l’eredità situata nel paese di origine del defunto.
    Vero che magari questi parenti hanno offerto asilo a vedova e orfani, ma si da il caso che gli orfani abbiano un mondo tutto loro in Italia e abbiano qualche difficoltà a lasciare scuola,parenti ed amici per trasferirsi dove, forse, l’eredità non verrà comunque loro consegnata considerando che vedove ed orfani finiscono sotto tutela. Trattandosi di minori il ministero degli esteri italiano sconsiglia questo tipo di soluzione perchè pare che ci siano delle storie particolarmente tragiche al riguardo.
    Ma ti parlo poi di paesi che non hanno nessun tipo di accordo con l’Italia e quindi le autorità italiane non possono fare nulla nemmeno se il matrimonio è trascritto presso l’anagrafe italiana. L’unico consiglio che danno nelle ambasciate italiane è quello di affidarsi ad un legale locale; ma, proprio a causa dell’assenza di accordi tra i due paesi, aggiungono che hai ben poche speranze di poterne uscire vincitore. Quindi ti chiariscono fra le righe che rischi di imbarcarti in una spesa che ti porta solo a perdere quel poco che hai.
    Ecco perchè la Consulta è importante. Sarebbe un Organo Garante della legalità, al di sopra delle parti, al di sopra delle impotenti autorità italiane e allo stesso tempo rispettata dal Paese Islamico, che non potrebbe non riconoscerla poichè nasce nel rispetto della Legge Coranica e dall’esigenza che questo rispetto sia garantito per il bene dei più deboli… che è poi tutto il Grande Lavoro di tutta la vita di Maometto.

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