L’Haramlik, Magdi Allam e due chiacchiere con Sherif

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Dunque, ieri mattina presto è andata così: sono lì nel dormiveglia mattutino quando vengo svegliata dal suono di un sms e leggo: “Ma proprio da Magdi Allam dovevi andare?”
Richiamo.
Apprendo la notizia e, un attimo dopo, le sto urlando nelle orecchie che spero di averle sfondato un timpano. Ché l’avessi avuta davanti, guarda, glielo avrei lavorato a schiaffoni, il timpano. Le fondevo la faccia col velo, gessù.
Io, accusata da ‘sta patata di essere andata da Magdi Allam?? Ma come le viene in mente??

E mi tocca caracollare fuori di casa, quindi, e munirmi di caffè al bar e giornale, accorgermi che non ho le sigarette, munirmi pure di quelle, aprire il Corriere, arrivare a pagina non-so-cosa partendo dalla prima (argh!), vedere un titolo raccapricciante che parla di Mullah e ripudi, chiedermi per istintiva inerzia: “Oh, chissà di chi parlano?” e, infine, entrare nella realtà e dirmi: “Perbacco. Di me”.
A proposito: due cartoni una li dispenserebbe anche ai titolisti dei giornali, non per dire.

E poi me lo sono letto, l’articolo. Ed era il racconto del racconto ultimamente fatto da questo blog, semplicemente, senza quasi niente di cambiato e, lo devo dire, assolutamente corretto.
Quello che Magdi Allam ha fatto, in pratica, è un classico post da blogger, solo che sul Corriere: la segnalazione di un post letto altrove, con lunghe citazioni del post stesso e tanto di link. E questo blog è in copyleft e non richiede altro.
Niente da dire.
Ineccepibile, tanto dal punto di vista della normale correttezza quanto della netiquette.
Se mi prestassero la giugulare del titolista, sarebbe perfetto.

E poi che è successo.
Che sono tornata a casa e, tra un capitolo e l’altro del delirio che è scoppiato da quel momento in poi, ho pensato che bisognasse un attimo fare il punto della situazione. Una fotografia mattutina a bocce ferme, un attimo di resistenza umana e di tranquillo spazio per riflettere, magari senza scarpe e con qualcosa di caldo davanti.
E quindi mi ci sono fatta due chiacchiere con Sherif, su questa cosa, e mi pare il caso di riproporle qua.

Sherif El Sebaie, collaboratore de Il Manifesto, redattore di Aljazira.it e opinionista televisivo. Cura il Blog Salamelik, dedicato alle tematiche politiche, sociali e culturali del Medio Oriente e dell’Islam italiano.

L.: Allora, facciamoci una chiacchierata tra amici e co-blogger, più che un’intervista. Visto che tu hai seguito tutta questa storia dall’inizio, vogliamo un po’ fare assieme il punto della situazione?

S: La storia ha assunto una dimensione pubblica, direi nazionale, di fronte all’evidente rifiuto da parte dell’interessato di risolverla almeno secondo quanto sancito dal Diritto islamico. Avrei preferito che il tutto si fosse risolto diversamente, più che altro per evitare all’Islam italiano di fare l’ennesima figuraccia. Dopotutto, però, forse è un bene che sia andata così. Quantomeno fa emergere la condizione di donne che sono molto più svantaggiate di te: che magari non hanno il permesso di soggiorno, o non parlano correttamente l’italiano, o non sanno a chi rivolgersi, o sono tenute sotto ricatto per via dei figli o, semplicemente, non lavorano e non sono economicamente autonome: insomma, i mezzi per tenere le donne sotto lo stivale, soprattutto quelle immigrate, sono tanti e certi uomini non si fanno scrupoli. Quindi è giusto che chi non si trova in situazioni altrettanto tragiche, si batta affinché chi è invece in difficoltà riesca a ottenere qualche diritto, a cominciare da quelli garantiti dalla propria fede. Se di Islam si deve parlare, che lo si applichi almeno fino in fondo.

L.: Questo è ciò che io volevo fare quando abbiamo dato una dimensione pubblica alla cosa. Poi c’è stata, negli ultimi tempi, un’escalation che si è risolta da una parte in un risultato positivo che è la nascita di questo comitato promotore per l’Osservatorio di Islam e di genere. Dall’altra, però, la questione personale, anziché risolversi, è andata ulteriormente accentuandosi. Secondo te, questo perché è successo?

S: L’escalation era inevitabile, poiché sono stati sottovalutati tutti i segnali premonitori. Non è stata la serie di post sul tuo blog, i contributi di Dacia Valent o la vignetta di Mauro Biani a trasformare la storia in un caso nazionale, ma l’ostinazione a non voler affrontare la questione apertamente e con trasparenza, magari traendone morali e predisponendo una linea diversa nei confronti dei diritti femminili. Ora, la domanda che mi pongo è: perché questa storia è stata ripresa da uno come Magdi Allam? Insomma, mi risulta un po’ strano che metta in luce la storia di una donna che ha già scritto di voler tenere questa faccenda lontano dalle “disonestissime mani del Magdi Allam di turno” o che appoggi un comitato per i diritti delle donne fra i cui promotori ci sono l’On. Dacia Valent e altri membri della Islamic Antidefamation League, da lui descritti in termini tutt’altro che lusinghieri sul suo ultimo libro. Mi viene il dubbio che cotanto “spirito umanitario” derivi quindi da una volontà di strumentalizzazione politica, determinata dalla logica de “il nemico del mio nemico è mio amico”, facendo passare il messaggio – e questo lo stesso Allam lo scrive nel suo articolo – che il matrimonio islamico “è di per sé poligamico”. Ovviamente non sono d’accordo, poiché questo non è vero.

L.: Certo.

S.: Infatti, il noto versetto coranico scoraggia la poligamia e la lega ad una particolare situazione storica e a un preciso momento in cui i musulmani avevano subito forti perdite umane in guerra. Di fatto, diverse delle mogli dello stesso Maometto erano anziane o vedove che non avevano altri mezzi di sostentamento. Questa non è la realtà di oggi.

L.: Sono d’accordo. Ma comunque, poi, io sul mio blog non ho mai sollevato una questione relativa alla poligamia ma, semplicemente, ho sollevato una questione relativa al divorzio islamico.

S.: Infatti, qua torniamo al punto. Quando mi chiedo perché i media si stiano interessando a questa questione, è proprio perché vedo come la stanno buttando sulla poligamia. Eppure quest’ultima è un aspetto caricaturale della realtà islamica tanto da poterci permettere, come dicevi tu, di non ritenerla nemmeno l’aspetto più interessante della tua storia. In ballo quindi non è la cornice poligamica in cui si è svolto il matrimonio (forse più frequente fra i musulmani italiani che nel mondo arabo) bensì la gestione del divorzio. E il divorzio – o almeno i diritti che ne conseguono – sono gli stessi, sia dopo un matrimonio poligamico che dopo un matrimonio monogamico.

L.: Cerchiamo di capire insieme – anzi, aiutami a capire – come è possibile che una questione come quella che ho lanciato, che poteva da subito sganciarsi dall’aspetto personale per andare nell’aspetto generale e quindi diventare nulla altro che una battaglia per il divorzio, si sia invece trascinata fino a qui dal punto di vista personale? Quali meccanismi psicologici scattano in un uomo per arrivare a uno scontro di questo genere quando, mi pare, si è fatto di tutto affinché si potesse dire: “Questa è una battaglia generale e basta”?

S.: Sicuramente la controparte non ha colto la questione generale ma l’ha vissuta come una questione personale. Di conseguenza ha opposto una chiusura che ha portato alla situazione attuale in cui, appunto, la questione si sta apprestando a trasformarsi in una serie di puntate in cui Dio solo sa dove si andrà a parare. Quindi, come è possibile che siamo arrivati a questo punto? Ci siamo arrivati perché qualcuno non ha voluto guardare la realtà in faccia, fare un po’ di autocritica e valutare quali potevano essere le conseguenze.

L.: Senti, la situazione ha comunque un suo lato buffo: qualcuno stamattina mi ha detto che quello di oggi è il migliore articolo che Magdi Allam abbia mai scritto.

S.: In effetti non l’ha scritto lui ma l’ha riempito di citazioni tue, e siccome tu sei una blogger molto acclamata non mi meraviglia che questo articolo sia stato il migliore di Allam. Però, ecco: noi non sappiamo quali potrebbero essere i prossimi articoli. Ci auguriamo che siano sempre pieni di citazioni tue. La cosa più buffa era sentire esponenti di Forza Italia citare Allam – che a sua volta citava te – affermare che nel Corano e nei paesi islamici sono previsti dei diritti per le donne. Chi altro, se non te, poteva riuscire in questo miracolo?

L.: Oh, lusingatissima. Ma dimmi una cosa: adesso la situazione mia, personale, è abbastanza complicata, abbastanza stralunante. Nel senso che, come dicevamo prima, io sono partita col mio primo post dicendo che volevo tenere la cosa lontana dai Magdi Allam di turno – anzi, dalle “disonestissime mani dei Magdi Allam di turno”, ovvero di coloro che l’islam vogliono appunto strumentalizzarlo. Adesso può essere benissimo e, anzi, non mi stupirebbe perché è già successo stamattina, che si dicesse: “Ah, vedi: è andata da Magdi Allam!” oppure: “Si è fatta strumentalizzare da Magdi Allam!” Onde per cui, io che denuncio il problema divento la colpevole del fatto che il problema sia stato sollevato.

S.: Al di là del fatto che Magdi Allam è un internauta molto assiduo dei nostri blog alla ricerca di cosa si dice di nuovo sull’islam in Italia – ricorderai le ampie citazioni dal blog di Dacia Valent o dal mio nel suo ultimo libro – direi che il tuo blog non gli era sconosciuto per tutta una serie di motivi, a partire dal fatto che è stra-citato per tutte le cose che riguardano l’islam e l’Egitto. Lui può avere intravisto la possibilità di usare questa storia: per ora non si sa in quali termini.

L.: Be’: comunque devo dire che l’articolo è corretto.

S.: Sì, l’articolo così come è scritto va bene, ma semplicemente perché non contiene quasi niente di suo. Le tue citazioni erano abbastanza esaustive perché, già in partenza, sapendo che i tuoi post potevano finire in mani che avrebbero potuto strumentalizzarli, li hai blindati in ogni frase e in ogni singola virgola. Se Allam si limitasse semplicemente a fare della critica dal punto di vista laico su questioni inadeguate alla realtà islamica italiana, nulla in contrario. Se invece ha intenzione di strumentalizzare battaglie giuste, come in questo caso, per farne uno dei suoi soliti articoli in cui i musulmani sono “quelli che si apprestano ad invadere l’Italia”, allora non ci siamo proprio. Pur ringraziandolo molto per il suo non certo disinteressato “spirito umanitario”, speriamo che permetta ai veri laici di cultura islamica di occuparsi delle suddette questioni.

L.: Senti, io sospetto che stia un po’ succedendo questo: che si sia cioè voluto forzare la situazione, trascinandola fino a qua senza risolverne l’aspetto personale, affinché in qualche modo la cosa degenerasse ed io, che ho sollevato il problema con l’intenzione di risolverlo, diventassi invece la colpevole di averlo sollevato.

S.: E’ stato giusto che siate state voi – tu, l’On. Valent, e le donne in generale – a sollevare questo problema. Non si può incoraggiare l’omertà in nome della sindrome dei “carri in cerchio perché siamo attaccati dagli indiani”. È vero, siamo attaccati da tutte le parti, ma se continueremo, in nome dello “spirito di autodifesa” a non parlare, a non criticare, a non suscitare dibattiti interni – coinvolgendo anche settori esterni della società – be’, non andremo da nessuna parte. I diritti femminili, il divorzio, o la poligamia, sono i primi di una serie di questioni che riguardano anche gli uomini e l’intera comunità islamica. Tanto per fare un esempio: i media tendono a proporre figure folkloristiche che danneggiano l’immagine della comunità. Ma quali sono le alternative? Anche coloro che rappresentano realtà accreditate non è che brillino per diplomazia o per coerenza. Giunti a questo punto, abbiamo bisogno di ricostruire l’immagine e la sostanza dell’Islam italiano. Sarebbe bello se arrivassero segnali incoraggianti dagli interessati.

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Comments Closed

8 Commenti

  1. Pubblicato 3 dicembre 2006 alle 08:45 | Link Permanente

    Fra divorzi islamici, separazioni imposte e nuovi esodi.
    Dal mio diario di ieri, sabato
    augusta

    Ormai le notizie che non riesco a pubblicare nel mio diario e invecchiano nel mio promemoria superano quelle che pubblico.
    Non mi sento però di trascurare quella che segue perché credo sia importante conoscerla, dato che la drammatica situazione che segnala sembra essere di imminente realizzazione.
    Da parte mia ho scritto al Presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio; ora informerò anche qualche ministro e qualche parlamentare e cercherò di diffondere l’informazione, sperando ne nasca una catena.
    Non posso dimenticare che la lettera che ho scritto il 3 luglio al Ministro della Solidarietà sociale (pubblicata il 15 dello stesso mese) sulla questione dei bambini palestinesi nelle carceri israeliane é rimasta totalmente inevasa. Vorrei scoraggiarmi ma non me lo consento. Mi chiedo se lasceranno perdere anche i diritti violati dei cittadini italiani colpevoli di aver formato una famiglia in Palestina e se un governo che ha un ministro per la famiglia può consentire con il silenzio a che le famiglie italiane d’altrove siano fatte a pezzi..
    Sullo stesso argomento Ha’aretz ieri (www.haaretz.com) aveva pubblicato un editoriale che, se potrò, tradurrò.
    Si tratta di “Fall in love only with Jews By Haaretz Editorial (Editorial & Op-Ed 01/12/2006 10:05)”
    Prima di andare alla lettera al Presidente, che descrive la situazione cui poco fa ho fatto riferimento, date un’occhiata all’appello che un mio fedelissimo lettore ha inserito nei commenti del precedente diario (é il secondo).
    Naturalmente la lettera al presidente era firmata. augusta

    Al Presidente della Repubblica
    on. Giorgio Napolitano
    Palazzo del Quirinale
    00187 ROMA Udine 2 dicembre 2006

    Signor Presidente,
    sono una cittadina italiana e Le scrivo per comunicarLe una situazione drammatica, cui sono soggetti cittadini (e soprattutto cittadine) italiani residenti per matrimonio nei Territori Palestinesi Occupati.
    Certamente tale situazione Le è nota ma non riesco negarmi il diritto alla parola per descrivere una realtà che mi turba, anche perché coinvolge mie concittadine e concittadini.
    Ha scritto Amira Hass, coraggiosa giornalista israeliana corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha’aretz, “105 coniugi e bambini con carta di identità palestinese e residenti in Cisgiordania hanno di recente ricevuto dalle autorità israeliane un : entro la fine dell’anno dovranno lasciare casa, lavoro, parenti e amici, oppure trasferirsi con l’intera famiglia.
    Malgrado il risalto dato alla politica israeliana dell’ e le proteste di diplomatici statunitensi ed europei contro le discriminazioni di cui sono vittime alcuni loro concittadini, Israele porta avanti la sua silenziosa politica di espulsione”.
    Non osavo scrivere sulla base delle mie personali conoscenze in quei luoghi – da sola non posso far altro che condividere dolore che spesso amiche palestinesi mi comunicano – ma, confortata ora dalla testimonianza di Amira Hass, mi rivolgo a Lei non per porre alla Sua attenzione una situazione generale (che meriterebbe, a mio parere, l’intervento della comunità internazionale) ma per chiedere il Suo interessamento di persona che, dai discorsi che ho avuto l’opportunità di ascoltare, ho capito essere attenta a garantire anche i diritti individuali, in particolare di coloro la cui contrattualità sociale è debole.
    Vorrei poter dire ai cittadini e cittadine italiani residenti in Palestina che il Capo del loro stato li conosce e ne tutela i diritti fondamentali.
    Mi spiego: queste persone, anche se sposate da molti anni, non hanno la cittadinanza del paese –inesistente come stato- in cui vivono e ogni tre mesi devono pagare un’imposta allo stato di Israele.
    Ogni due anni circa arriva loro “l’ultimo visto”, il che finora ha significato il ritorno al loro paese d’origine per rientrare poi in Israele (a differenza di ciò che accade ai Palestinesi autoctoni possono servirsi dell’aeroporto internazionale di Tel Aviv) e ricominciare a versare il trimestrale tributo.
    Ora “l’ultimo visto” assume il significato di una condanna senza appello: temono infatti di non poter rientrare.
    Molti di loro non dispongono del passaporto perché lo hanno consegnato alle autorità competenti all’atto della richiesta del rinnovo del visto che non hanno (ancora?) ricevuto. Di conseguenza non hanno avuto in restituzione nemmeno il passaporto, né sanno dove si trovi, sperduto negli uffici (israeliani o palestinesi?), irreperibile al momento a seguito degli scioperi incrociati dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni nello stato di Israele e nei Territori Palestinesi.
    E’ importante sottolineare che la situazione di queste persone è assimilabile a quella di “turisti”, anche se vivono nei Territori da molti anni. Il passaporto quindi è la loro unica, riconoscibile identità.
    Sanno quindi di non poter uscire e di trovarsi di conseguenza clandestini nel paese in cui sono arrivati per costruire una famiglia, perciò soggetti ad espulsione e quindi condannati al non ritorno, a una sorta di separazione coatta, che potrebbe anche comportare la separazione definitiva dai figli, pur se bambini.
    Valga un esempio: una signora, madre di una famiglia numerosa, ha ricevuto “l’ultimo visto”.
    E’ fra i fortunati che hanno rinnovato il passaporto prima degli scioperi, ma il suo ultimo piccolissimo bimbo non vi è registrato (allora non era ancora nato) quindi non può uscire.
    Che deve fare questa signora, mia concittadina? Abbandonare il suo piccolo, che allatta, o farsi clandestina per assicurargli il nutrimento, a rischio di perderlo?
    Non posso ignorare il fatto che quel piccolo, dovrebbe essere garantito dalla legge 27 maggio 1991 n. 176 che ratifica la Convenzione di New York del 1989, che tutela i diritti dei minori.
    La ringrazio per l’attenzione che vorrà prestarmi e la saluto rispettosamente

  2. Pubblicato 3 dicembre 2006 alle 14:33 | Link Permanente

    Leggendo la cronaca del dott. Allam, salta all’occhio una differenza piuttosto fondamentale, rispetto ai toni dei tuoi interventi.
    Tu hai ripetutamente chiarito che non ti aspetti la creazione di un organo istituzionale italiano che vigili sui legami tra persone di fede musulmana. Si tratterebbe invece di incentivare all’interno della stessa comunità un organo di monitoraggio e di tutela circa i divorzi tra credenti, e più in generale per ciò che concerne le questioni di applicazione effettiva e coerente di tutte quelle norme sharaitiche su cui colpevolmente “si nicchia” – ed il più delle volte, a tutto discapito delle donne. Almeno, io l’ho capita così, riuscendo a leggerti a tarda notte, chiedo venia in caso d’errata comprensione!
    D’altra parte, il dott. Allam allarga molto lo spettro. La sua cronaca muove dalle premesse che va ponendo da qualche tempo, concentrandosi sul problema della poligamia, denunciata a più riprese come perniciosa, cancerogena per le radici culturali italiane. Infatti, le tue parole sono riportate appena qualche giorno dopo alla cronaca di un matrimonio di un uomo marocchino che praticamente ha infranto ogni precetto nei confronti delle proprie mogli. Va da sé: uomo additato come perfetto esempio del poligamo.
    Dunque, per il dott. Allam la tua vicenda è l’ennesimo (?) sintomo del problema-poligamia: questo apre alla necessità di un intervento legislativo specifico, e dunque la minore delle ipotesi è che la consulta per le donne sia esterna alla comunità, quasi imposta e calata come un maglio pesante.

    In fondo, concordo col dott. Sebaie: non va male che la questione assuma una crescente rilevanza, il problema c’è, e sarebbe ipocrita non porselo. Molto importanti sono i toni con cui lo si pone. E non potendo aspettarsi dal dott. Allam – come dall’on. Santanché, tanto per dire – dei toni spiccatamente concilianti e collaborativi, si fa vieppiù necessario l’intervento costruttivo del cosiddetto Islam italiano. Tanto variegato quanto silente, oggi giorno!
    La Pace su di voi.

  3. barbara
    Pubblicato 3 dicembre 2006 alle 18:18 | Link Permanente

    A meno che il nostro Allam non stia annusando aria di cambiamento e abbia deciso di salire sul nuovo carro. In fondo è già successo in passato che qualcuno sia stato illuminato sulla via di Damasco….

    Ma che c’è stata una manifestazione a Roma ieri su quest’argomento? M’hanno detto che interveniva anche Berluskoni! C’era un sacco di gente che fischiava alla bandiera e all’inno di Mameli…oddio bellissimo non è, però oramai era stato accettato da quasi tutti….

    Sherif, sono felicissima di leggerti da queste parti…. smack :)
    Lia mia cara, certo che hai sollevato un bel polverone…il tuo ex marito islamico starà brancolandoci dentro; ecco perchè non riesce a risolvere e combina tanti pasticci.
    Egregio signore, io non so chi lei sia, ma le giuro che se si mette a disposizione con umiltà per aiutare la Causa, ammettendo ovviamente gli errori fatti nei confronti di Lia, io non la insulterò mai; anzi tanto di cappello per chi dimostrasse cotanto coraggio.
    Ciao mia Giovanna d’Arco!!

  4. Pubblicato 4 dicembre 2006 alle 22:22 | Link Permanente

    Quando si getta un sasso in un contesto statico e un po’ asfittico, fortemente personalizzato e polarizzato, può bastere poco per fare delle grosse onde. Comunque non parlo dell’islam italiano che peraltro non conosco come realtà, ma dell’idea che mi sono potuto fare delle relazioni dentro la parte pubblica di quest’ultimo.
    Io penso che la pubblicazione dell’articolo di Allam sia un segnale positivo, al di là delle ragioni sue proprie, perché va preso come indicazione che si è aggiunto qualcosa di nuovo al dibattito, di fronte alla quale tutti sono bene o male portati a esprimersi. Lo considerei prima che per il contenuto e la persona proprio come un’osservazione fenomenologica: una misura di quello che si sta muovendo nell’ecosistema.

    Rispetto al rischio di strumentalizzazione ha ragione Sherif a concludere che con un giornalismo che ha nel grottesco il suo registro preferenziale si esce stereotipati anche quando non si offre nessun appiglio, perciò a volte fare la frittata può essere il male minore se contemporaneamente si fa breccia su un argomento importante.

    Sulla questione della separazione tra la tua vicenda personale e la battaglia pubblica non mi convinci granché e mi stupisco un po’ del tuo stupore. Non dico dal punto di vista della volontà che è cristallina, ma proprio a uno sguardo oggettivo. Questo è un blog personale che si è preso sempre la licenza di varcare la soglia tra le due sfere con consapevolezza, accortezza e libertà nel farlo. Mi sembra contro la logica delle cose pensare che nel momento in cui decidi di agganciare la tua ‘vertenza’, con tutti i suoi aspetti pratici e di coinvolgimento, a una questione generale e di principio la tua storia non venga proiettata in una dimensione più ampia.
    Boh, mi sembra inevitabile, di più, mi sembra dichiarato: tu stessa hai detto di volerne fare un caso esemplare. Insomma o l’una o l’altra cosa. O smetti di parlare della tua separazione, che ti assicuro incombe chiaramente, è tangibilmente presente anche quando riduci gli accenni al minimo, e la releghi a una dimensione privata e protetta o rimane avviluppata a tutto il resto. Anche per la forma blog che è un porto di mare, lo sappiamo.

    Come faceva notare un tuo commentatore in un post precedente, hai fatto un’operazione in qualche modo uguale e contraria a quella di lui. Laddove lui collega il personale al politico per farsi velo delle sue contraddizioni individuali e quindi seppellire i suoi errori dietro la corazza ideologica e religiosa, tu rendi pan per focaccia facendo leva sulla questione collettiva per snidarlo e portarlo a più miti consigli. E’ difficile che giocando su questo terreno il tuo privato rimanga privato.
    Per come la vedo io.

    Ah, la licenza creative commons in questo caso lo esclude l’uso commerciale, quale quello del corriere sicuramente è. Anche se credo che comunque entri in gioco il diritto di citazione, se ci si limita a stralci.

    p.s. vi siete visti all’acquario con Sherif?

  5. Francesco
    Pubblicato 5 dicembre 2006 alle 01:47 | Link Permanente

    a mettersi in mezzo in italia c’è solo da perderci…se non altro la faccia, occhio ;)
    non vorrei che un domani tu parlassi di mafia ;)

  6. barbara
    Pubblicato 5 dicembre 2006 alle 20:34 | Link Permanente

    Tonino, da quello che dici fai pensare di non aver letto bene tutto il blog di Lia….. ti consiglio un ripasso.

    Augusta, quanto mi è cara la causa che tu stai curando così bene… mi domando cosa possiamo fare per essere più incisivi. Io intanto copio e incollo la tua lettera e chiedo a tutti i miei contatti di inviarlo al presidente della Repubblica…. ma direi che forse sarebbe bene inviarlo anche al compagno Dalema… e chiedo che facciano la stessa cosa con tutti i loro contatti a ognuno di loro.

  7. Pubblicato 7 dicembre 2006 alle 17:10 | Link Permanente

    per barbara_

    Grazie.
    Io l’ho inviata a D’Alema, Bindi, Ferraro, presidenti delle camere,alcuni deputati e senatori.
    Finora ho avuto un segno di vita solo dalla Menapace ma cosa vuoi gli italiani in Palestina sono così pochi, elettoralmente ininfluenti …
    Quando penso allo sventolio di bandiere, patrie esibizioni per i quattro mercenari (fra cui morì il povero Quattrocchi..)…
    Mogli, mariti e figli di Palestinesi, ancorché italiani, non tutelano in armi nessuna persona importante e danarosa…. vorrebbero solo vivere con dignità nella terra che hanno scelto per amore o dove sono nati…
    Ci sono stati utili quando hanno votato, ma ora non ci sono elezioni, perché occuparci di loro?
    Per loro “non c’é posto nell’albergo” (vangelo di Luca 2, 6).
    Quando penso al papa che coccola embioni e classifica unioni e inneggia alle famiglie …
    be’ é meglio mi censuri.. penso che questo blog sia letto anche da persone per bene
    augusta

  8. Pubblicato 8 dicembre 2006 alle 23:12 | Link Permanente

    Secondo messaggio per Barbara:

    Ho scoperto che esiste un sottosegretario (min. affari esteri) con delega agli Italiani nel mondo.
    Eccone i dati:
    Sen. Franco Danieli
    sottosegretario ministero esteri, con delega agli Italiani nel mondo
    Piazzale della Farnesina, 1 – 00194 ROMA
    Tel. 06.36911
    relazioni.pubblico@esteri.it

    Ed ecco il mio indirizzo e-mail
    augusta.dep@libero.it

    Se vuoi puoi scrivermi direttamente il tuo e ti manderò la lista di coloro cui l’ho inviato

    augusta

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