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(In riferimento alle mirabolanti avventure matrimoniali dell’imam di Segrate, e della poligamia fatta a base di ragazzine importate minorenni dalle campagne arabe.)

Questa cosa qua, chiariamolo, non è che sia granché “islam”, inteso nel senso di civiltà.
Non ricordo simili situazioni tra i miei colleghi, amici o conoscenti egiziani e nemmeno tra i protagonisti di quel mondo arabo rurale che mi pare essere il modello ispiratore dell’islam teorizzato da questa dirigenza. Il mio portinaio Bastawi non le faceva, ‘ste cose, né le vedevo accadere nell’Alto Egitto profondo, roccaforte e luogo di nascita dei Fratelli Musulmani, dove ho vissuto e dove ho insegnato per un rilevante pezzetto della mia vita.

Questa cosa qui, se proprio devo trovare un’analogia nella mia esperienza mediorientale, mi ricorda al massimo il turismo sessuale dei sauditi in Egitto: i fissati con le ragazzine erano loro, normalmente, e lo squilibrio economico che c’è tra Egitto e Arabia Saudita faceva sì che ci fossero famiglie locali disposte a consegnargliele, le loro figlie, normalmente con l’escamotage di farle passare per “donne delle pulizie”. Fuori dalle sacche di miseria a cui appartenevano queste famiglie, comunque, diciamo che la cosa non era ben vista.
Qui si parla di ragazzine venute in Italia a fare le seconde mogli, non le colf. Non sta a me dire cosa sia meglio: dal punto di vista della dignità del tutto e dell’impegno affettivo contratto, sarà senz’altro meglio così. Dal punto di vista della tutela legale ed economica, invece, forse un contratto da colf sarebbe preferibile. Non lo so.

So che queste cose qui non rientrano in un quadro di multiculturalità – tantomeno di interculturalità, visto lo scoglio etico contro cui ci si infrange – perché, appunto, non si rifanno a un modello culturale importato dai paesi d’origine di chi le pratica. Anzi: quei paesi, normalmente, hanno sviluppato già da tempo solidissimi anticorpi – legali e/o sociali – contro questi modi di fare famiglia.

Queste cose sono il prodotto – e ci dispiace essere ripetitive ma la faccenda è importante – di un islam semplificato da esportazione che, nella sua versione italiana, risente dei limiti e dei vizi datigli dal fatto di essere prodotto e proposto da una classe dirigente che dicono che si rifaccia ai Fratelli Musulmani ma che a me, te lo dico col cuore in mano, ricorda più che altro i Mubarak e compagnia, quando non direttamente Alberto Sordi.

Il mio giovanissimo nuovo amico musulmano me lo ulula, di fronte al mio ennesimo stupore da ingenuona: “Ma lo vuoi capire o no, che questi si fanno l’islam come gli fa comodo?”
“Hanno l’islam soggettivo”, dice ridendo, e mi sa che ride per non piangere.

Quest’ibrido islamico, questa specie di islam-Frankenstein che si va forgiando sotto il benintenzionato naso di un bel po’ di utili idioti come la sottoscritta (ahimè, e poi dice che una è presa dal mal di pancia: ma per forza…) sarebbe anche teorizzato, bada bene:

[…] la differenza culturale, etica, religiosa, politica dell’islam plurale è percepita come fattore di “devianza dalla fede autentica”. La distruzione di queste comunità reali, e la delegittimazione delle culture concrete che esse esprimono, in nome dell'”autentico Islam” diventa, così, il loro principale obiettivo.
Le culture originarie vengono in tal modo negate in nome di un’identità fondata su un’ideologia politica e religiosa unificante […]
L’islamismo agisce, dunque, nell’esperienza migratoria, come fattore di deculturazione; come marcatore di una neoetnicità che presuppone che tutti i musulmani condividano la stessa cultura, indipendentemente dalla loro cultura concreta. Una concezione dell’islam, questa, possibile solo nell’esperienza dell’immigrazione […]

Non è detto che sia un male in sé, questo fenomeno che pure è di quelli delicati.
Diciamo che è fondamentale capire chi diamine sono, coloro che propongono il loro “vero islam” deculturizzante e sostitutivo di quelli vissuti nei paesi d’origine.
E diciamoci pure che sarebbe fondamentale chiarirselo, a sinistra, ‘sto fenomeno, ché sennò il balletto dei malintesi non finisce più: qua ci ritroviamo, per dire, con benintenzionate giunte di sinistra che avallano geometrie familiari che sono esibizioni di puro e semplice potere da parte di parvenu islamo-europei,e lo fanno convinte di stare esercitando multiculturale tolleranza verso esotiche consuetudini d’oltremare.
Pensa te.

Il problema è che il discorso che sorge attorno alla teorizzazione di questo italo-islam finisce puntualmente – e clamorosamente – fuori strada.
Perché qui si è schiacciati tra una destra che urla: “Sono terroristi! C’è Al Qaeda!” e l’obbligo di sensatezza di gridare, di rimando: “Non è vero! E’ una sciocchezza!”
Ne risulta un gioco delle parti in cui ognuno si ritaglia un proprio ruolo che è, tutto sommato, comodo per tutti e che fa sì che non sorga mai la necessità di chiedersi chi cavolo siano, in realtà, ‘sti tizi.

Perché si legittimano a vicenda, loro da una parte e i Magdi Allam e le Santanchè dall’altra.
Mi pare logico: non diventi vicedirettore del Corriere della Sera se scrivi che ‘sta gente è una desolazione di incoerenza o un manipolo di improvvisatori, di mestieranti dell’islam e di piccoli intrallazzatori.
Diventi vicedirettore e miliardario se scrivi che sono dei pericolosissimi sovversivi dai quali TU difendi l’Italia. Se straparli di fatwe e simili e, intanto, ti guardi bene dal tirargli fuori i panni sporchi veri che, proprio perché veri, li spoglierebbero della loro aura di eroi del Male che permette a te di passare per eroe del Bene.

Viceversa, ‘sti due trucidoni a cui l’islam garantisce gonnelle e mantenimento economico si ritrovano letteralmente miracolati da cotanto accanimento mediatico della destra: te li ritrovi trasfigurati in mitici Che Guevara con la kefia e acclamati dalla sinistra antimperialista tutta.
Me compresa, sì.
Poi, quando hanno finito di giocare a Che Guevara in pubblico, si tolgono la kefia ed eccoli là: chi importa ragazzette, chi mena le mogli, chi abbandona economicamente i figli, chi fa il giocoliere fiscale, chi teorizza l’inferiorità strutturale degli stessi kuffar da cui si fa sostenere in pubblico e chi, tanto per sintetizzare, fa tutte queste cose contemporaneamente acclamato dalla sinistra antimperialista tutta.
Me compresa, già.

Non è una situazione facile da risolvere e non la si risolve, credo, confidando nella capacità di comprensione della cosiddetta opinione pubblica che legge i giornali.
Questa, nei cinque minuti al mese di riflessione che dedica alla questione, si aspetta già tutto il peggio se è orientata in un certo modo ed è già acriticamente disposta a sostenere qualunque bizzarria se ha un orientamento diverso.
Le è stata proposta da qualche anno una certa dicotomia, e quella si segue.

Temo che vada risolta su tempi più lunghi, ‘sta tragedia: facendo gradualmente capire ai famosi kuffar benintenzionati che l’islam italiano merita qualcosa di meglio di questi baratri di ipocrisia, e che i musulmani da sostenere a sinistra sono quelli che lavorano, e lavoreranno, in questo senso.
Facendolo capire ai media capofila dei suddetti kuffar, che al momento sono pigramente sdraiati sulla loro tranquillizzante visione delle cose, e cercando di dare voce a quella parte del mondo musulmano che ci sta male, nella situazione attuale.
In questo senso, sì: credo che sia la umma, a doversi fare carico di questa situazione.

Non sarà un lavoro facile, non sarà un lavoro breve e dubito fortemente che partirà dai media: appiattiti come sono, qua si rischia di finire su Libero o da Magdi perché gli altri ti censurano, più per pigrizia mentale che per altro.
Come è comprensibile, noi eviteremmo.
Eviteremo, anzi.

Se così deve essere, meglio persino che parta dai blog, quest’operazione.
In questo, personalmente, ci credo, nel senso che sono convinta che non esista strumento di controinformazione migliore dei blog, di questi tempi.
Purché non ci si aspettino gratificazioni immediate, risultati eclatanti, meraviglie e fuochi di artificio.
Certe volte bisogna essere formiche, temo. O api.
E, per dirlo io, deve essere proprio così…

Io credo che le battaglie che vale la pena di combattere siano quelle che ti consentono di vincere rimanendo te stessa.
Se devi cambiare, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Ci tengo, a questa cosa.
Non mi tiro indietro: voglio solo farla bene e senza perdermi per strada.
Ci sono, sto qua.
Ci sono talmente tanto che non ho nemmeno urgentissime e incontenibili frette.
Tanto ci arriviamo, a mettergli uno specchio come si deve davanti al muso, a questi.
Io non ho proprio dubbi.