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Frequentare spagnoli è pericoloso: ti danno idee inverosimili, e tu le prendi pure sul serio.
Sul terrazzo a casa di Pepe, al Cairo, la situazione era la seguente: birra Stella che emergeva dal frigo a getto continuo, tapas di formaggio egiziano, carciofini e simili, e le mie sempiterne lamentele che Julia, a un certo punto, mi fa: “Mujer, pero deja ya de quejarte!”, ovvero: “Ma la piantiamo con le lagne??”
Poi mi ha assicurato che io prima (prima= nella vita precedente, quando il raccapricciante rientro in patria non mi aveva ancora ghermito) non ero lagnosa. Pensa quante virtù avevo. Prima.

Eravamo su ‘sto terrazzo, dicevo, in attesa delle pizze (e, francamente, la pizza egiziana di Thomas crea assuefazione e ti manca pure quella, quando torni in Italia, e guarda che è il colmo) quando mi fanno, lei e Pepe: “Ma scusa: perché non fai il concorso spagnolo, mentre aspetti quello italiano?”
E io sono rimasta lì, immobile.
Folgorata.

Ce li ho, i titoli per farlo. Ho la laurea omologata, causa colpo di genio che mi feci venire al Cairo (e te pareva) quando, un giorno che non avevo niente da fare, me ne andai quatta all’ambasciata di Spagna e misi in moto il virtuoso meccanismo che, oggi, fa di me una che può insegnare spagnolo in Spagna.
Sì, suona strano. Lo so. L’ho detto anche a Pepe e a Julia: “Ma dai. Che faccio, insegno spagnolo agli spagnoli??”
E Julia: “Ma guarda che il prof di letteratura di Juan, alle superiori, era tedesco!”
E’ un popolo con pochi tabù, quello spagnolo.
E comunque, in effetti, l’Unione Europea è dalla mia parte.
Posso.
Mi è mancato persino il fiato, mentre l’idea mi folgorava.

Il collega italiano mi fa: “Ma te ne vuoi stare un po’ tranquilla? Non fare cazzate! Non pensarci nemmeno, a dimetterti dal ruolo italiano! Quieta! Ferma lì!!”
Sì, anche.
Ma, se en passant una fa ‘sta cosa, che male c’è?
Intanto la fa, poi decide.
Ti si apre un pezzo di mondo a cui non avevi pensato, comunque.
E i vantaggi sarebbero parecchi. Non sto a elencarli per scaramanzia, ma ci sono.
C’è, soprattutto, il fatto che sono rimasta folgorata, appunto.
Ero là e, di colpo, mi sono ritrovata con un obiettivo che mi piaceva.
Un formicolio che non sentivo da tempo.
Da un mucchio di tempo, proprio.
Inchiodata sulla sedia, nella notte cairota, che li guardavo e pensavo: “Minchia! Ma ci hanno ragione, ci hanno!”
Come ho fatto a non pensarci prima.

Tornare a casa non è stato nemmeno doloroso: avevo da pensare a ‘sta cosa, durante il viaggio.
E non so cosa mi sia successo alla chimica cerebrale, alle endorfine e alla serotonina e al non so cosa, in questa settimanina, ma sono tornata a Genova fischiettante e con quel buon umore privo di ragioni apparenti che è il miglior buon umore del mondo.
Stanotte ho sognato il temario del concorso.

E mi è venuta persino voglia di comprarmi gli occhiali, una buona volta, ché ormai sono mesi che non vedo più un piffero, da vicino, e ho gli alunni che mi disegnano mappe e cartine per indirizzarmi verso Ottica Sparviero e simili, e prima o poi faranno una petizione affinché me li metta e basta, ché la prof orba è pericolosa e corregge fischi per fiaschi.
Resisto da mesi, appunto.
E atterrando, invece, pensavo: “Dunque, il temario, il concorso, un paio di occhiali, presto!”
E una catenella per appenderli al collo, ché già mi vedo che ne perdo a decine.

Non mi è venuta voglia di scrivere, mentre ero al Cairo: avevo da stare adagiata sul divano di Julia a chiacchierare, e poi avevo da vedere gente che mi mancava, avevo da fare la pasta italiana per gli spagnoli, da andare in posti che avevo voglia di rivedere, da ascoltare petteguless e novità e da raccontarne (e ne avevo, da raccontare!) e, insomma, avevo da stare là, semplicemente, e non c’era spazio per scrivere.
Ma è che sto avendo un rapporto bizzarro con lo scrivere, comunque: non sono in un’ottica da post, ma questa è un’altra storia.

Non ho perso di vista Genova, mentre ero via.
Sbirciavo sullo Zenacamp, da quel del Cairo, e ho visto che si è coperta di gloria, la mia attuale città di adozione.
Non ne dubitavo.
L’Haramlik, che tiene molto alla sua identità di blog genovese adottivo e, soprattutto, anche molto adottato, a modo suo ci ha pure partecipato, allo Zenacamp, nonostante la trasferta egizia: abbiamo contribuito alla logistica dell’evento mettendo a disposizione la casetta per tanta ottima causa e, in premio, mi sono ritrovata con un mucchio di bottiglie di vino sul tavolo (pure il Duchessa Lia, giuro) e coi pomodori freschi in frigo, che è un bel trovare, quando si rincasa di notte dall’Egitto affamatissime.
Bello, e un “Grazie!” agli Zenacampers che mi hanno rifocillato a distanza.

Faccio pace col mondo, quasi quasi.