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“Quanto le do?”
“Ma niente!”
“Ma sì!”
“Ma no!”
“Ma assolutamente!”
“Ma perché?”
E avanti così, nel minuetto della banconota fluttuante che ho imparato a padroneggiare in Egitto, grazie al cielo, e che qui a Genova mantengo fresco e allenato come se fossi ancora lì e a me piace tanto, ma proprio tanto, scendere a chiamare gli operai che lavorano nel palazzo, chiedergli ogni sorta di buco nel muro e altre meraviglie del bricolage e vedermelo fare in tre-minuti-tre senza dovermi né scervellare a caccia di costosissimi operai chiamati per la bisogna, né – tantomeno – diventare l’incubo di amici e conoscenti a cui chiedere: “Per piacere!”.

E poi mi ispira sicurezza, questa legione straniera di lavoratori delle costruzioni che impera nel mio palazzo, e ne ho osservato le abitudini durante il Ramadan, giungendo alla conclusione che sono bravi e affidabili (io, sì, continuo a farci caso, a certe cose, e il mio istinto prende nota) e sono assai felice di questi lavori di ristrutturazione che promettono di durare anni, e mi vanno benone che meglio non si potrebbe.
E’ un po’ come avere dieci babwab in giro, invece di uno.
Ché poi, notoriamente, io adoro potere strillare: “Aiuto!” ed essere salvata.
Sono qui che mi rimiro il porta-scialli nuovo e appena installato con le viti da 5, quindi, e sono soddisfatta assai.

Un balsamo per la mia nostalgia, la sempiterna scenetta arabeggiante del “Prenditi i soldi!” e del: “Ma no, giammai, io per lei lavoro gratis, ovviamente!”, che tutti sappiamo benissimo come andrà a finire e tutti la ripetiamo sempre uguale e io mi ci diverto piena di gratitudine, come se un genio della lampada, ogni tanto, apparisse a casa mia a farmi giocare all’Egitto per qualche minuto, per poi lasciarmi qua sorridente e col cuore più caldo, a ripensarci.
Malata di nostalgia, sono. Ancora. E non mi passa mai.

Ho un mio habitat essenziale, su misura.
I miei bisogni primari (non fare fatica, stare in un mondo amichevole e non avere rotture di balle) sono perfettamente soddisfatti e il mio senso estetico, con questo cielo genovese che non sta fermo un attimo e butta giù luce che non se ne potrebbe chiedere di più, è acquietato e mi permette di vivere contenta quanto basta anche se non me lo scordo mai che questi anni in Italia sono di limbo, fino a quando non riuscirò a ripartire.

Ogni volta che attraverso piazza De Ferrari mi guardo le insegne delle banche, ed è tutto un Liguria, Genova, Riviera Ligure, e faccio mente locale e mi situo sulla cartina del mondo e, puntualmente, me lo chiedo: “Ma che ci faccio, qui?”
In questa regione sconosciuta, mai pensata e mai sognata, mai nemmeno immaginata, e adesso casa mia.
“Pero ¿qué se me ha perdido, a mí, aquí?”
Boh.
Niente, suppongo.
Niente mi tiene qua, niente mi ci ha portato, niente mi ci lega.
Ma la ricorderò con gratitudine, un giorno.
E’ stato un buon incontro.

Io che cerco di rimanere seria mentre l’amico con cui devo andare al cinema protesta perché mi faccio chiamare sul cellulare anziché sul fisso, mugugna perché al cinema si dovrebbe andare di mercoledì, ché di venerdì è più caro, e si lancia in complicate analisi sul bar più economico dove prendere l’aperitivo.
Serissimo, lui, e a me pizzica un angolo della bocca e lo tengo fermo, non rido, e poi mi chiedo se imparererò qualcosa sulla salute finanziaria, in questa benedetta città, e penso che, in fondo, lo sto già facendo: investo la tredicesima nel risanamento-conti, quest’anno, astenendomi dal saltare sul primo aereo per Damasco, e vorrei che si prendesse nota del progresso, ché di questo passo si diventa giudiziose, qui, e sarà solo perché assorbo le atmosfere, io, e Genova non è città dove rovinarsi festose, come d’abitudine.
Non c’entrerebbe niente con il contesto.
Sarebbe culturalmente inappropriato, peccato che qui consideriamo imperdonabile.

Mi piace Canneto il Curto, la stradina nella foto qui sopra.
Tutta incasinata, con le macellerie halal e il succo di guava in vendita, le verdure sciupate e l’arabo duro dei marocchini, che non capisci una parola manco a piangere e, in confronto, l’egiziano ti pare una lingua vicina.
Gli amici che mi vengono a trovare, quando passano di lì sorridono: “Be’, qui non ti ci senti di sicuro, lontana dall’Egitto”.
Vero.
E’ familiare.

Però soffro di nostalgia, nonostante tutto.
Nostalgia della sabbia, della terra, del sole secco che ti entra nelle ossa e ti rende più forte, e dello smog, della polvere, di tutto quel rosso ovunque, di quel verde raro, polveroso, che viene fuori a fatica ed è transitorio, e tu pure.
L’amico di ieri diceva che c’è gente a cui piacciono i paesaggi di terra ed altri a cui piacciono quelli fatti di alberi.
Direi che non ho dubbi, io: gli alberi mi ostacolano la visuale, mi sa.
Voglio luce, io. Spazio. Terra, tanta.
E soffro di nostalgia pure per ciò che non conosco: l’Eritrea. Ho nostalgia dell’Eritrea e non ci sono mai stata. E certe foto di Khartoum, gialla e sgarrupata, coi tetti bassi. O l’Etiopia.
C’è un sacco di mondo dove dovrei essere.
Sogno l’Africa come si sogna un cibo buono quando si ha fame, per stare meglio.

Guarda tu che effetto mi fa, un po’ di cerimoniale all’egiziana con due operai venuti a piantarmi un chiodo in casa. Il cuore in un pugno e una voglia di Africa che potrei ammalarmi, se non penso subito ad altro.
A qualcosa di bello, qua.

Io odio non potere avere tutto, e subito.
Un formicolio insopportabile, l’impotenza.
Chi lo sa se ne varrà la pena.
Fidarsi del tempo. Gessù, che cosa rischiosa.