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Stufa di chiacchiere e supposizioni, tra gli inviti e i non-inviti fatti da una Fiera del Libro di Torino che mi pare confusionaria e poco accorta, ho spedito qualche sms al Cairo per farmi raccontare, da lì, come stessero effettivamente le cose. Poi mi sono appisolata, dopo il mio scambio di sms e i “Ti faccio sapere” del caso, e nel sonno ho perso l’orientamento e non sapevo più dove ero, esattamente. E mentre cercavo di svegliarmi ho immaginato l’odore del caffè ed ho pensato che dovevo scaldare il mio pane arabo sulla mia piastra metallica fatta apposta, e ho sentito l’odore pure di quello: del pane arabo preso dal frigo e scaldato sul fuoco, ché col caffè ci sarebbe stato bene e non infrangevo neppure la dieta, a mangiarlo, ché è sano e buono e non può fare male, una cosa con quell’odore lì.

E poi mi sono svegliata e non ero in Egitto, ero qui a Genova, e di caffè manco l’ombra e la mia piastra per scaldare il pane era lì appesa come al solito, fredda e inutile, e mi sono preparata un tè con due biscotti e ho scacciato il sogno e quell’odore immaginario dalla mia mente, anche se non se ne vuole andare del tutto e mi pare che aleggi ancora, mentre sono qui che scrivo e mi stropiccio la faccia, stordita come quando si dorme a sproposito, di pomeriggio.

Niente pane, due biscotti.

Niente aish baladì, e pazienza.