Avrebbe dovuto essere il Venerdì dell’Unità, questo, e le richieste politiche da avanzare assieme erano tali da rendere impossibile qualunque disaccordo tra i partiti e i movimenti chiamati a manifestare: stop ai processi militari contro i civili, velocizzazione dei processi contro i poliziotti accusati degli oltre 800 morti di gennaio e febbraio, nomina del tribunale che dovrà processare i membri corrotti dell’ex regime, esclusione dei suddetti membri dalla futura vita politica del paese e, infine, la richiesta di stabilire per legge i salari minimi e massimi. Un programma, insomma, tale da unire tutte le forze politiche del paese. Che, infatti, si erano dette tutte d’accordo.

Gli islamisti hanno deciso di andare per conto loro, invece, e di organizzare una prova di forza in piazza Tahrir che si è tradotta in una manifestazione contro la piazza stessa, provocando l’abbandono per protesta delle altre forze politiche presenti. E, in barba a tutti gli accordi della vigilia, la loro richiesta politica è stata solo una, ripetuta così ossessivamente, e per ore, che ho imparato a dirla in arabo persino io: “No allo Stato secolare, sì allo Stato islamico.”

Erano organizzatissimi, i salafiti: sono arrivati in pullman e minibus da tutto l’Egitto, pare. Io sono arrivata in piazza a piedi, dal ponte dell’Opera, e i loro pullman erano ovunque. Tutti belli numerati, affinché i passeggeri potessero riconoscerli al ritorno dalla piazza, e pieni di cartelli assai espliciti:

Migliaia, decine di migliaia. Mai viste tante barbe tutte assieme, mai. Nemmeno in Alto Egitto, da nessuna parte. Non so da dove fossero usciti ma erano ovunque. Tahrir, l’hanno riempita completamente. Tutta, tranne l’aiuola del centro dove, indomiti e assai incazzati, resistevano, tra le tende, i giovani del movimento. E vederne le facce, in mezzo all’invasione dei salafiti, era uno spettacolo. Non dei più allegri.

Non hanno cercato la rissa, per quello che ho visto. Con me sono stati gentili; alcuni mi hanno offerto l’acqua, ché c’era un sacco di gente che sveniva per il caldo e suppongo che la mia faccia fosse preoccupante. Altri ripulivano la piazza, prendendo esempio dai giovani del movimento. Ma quello slogan costante, “Islameya, islameya, la medineya“, e le bandiere saudite brandite nel centro del Cairo e l’evidente e provocatoria esibizione di muscoli, l’estremismo espresso e rivendicato e gli sguardi e i tweet sconvolti e incazzati dei laici presenti facevano venire i brividi. Io ero lì a fare pessime fotografie con l’iPhone, a girare tra le tende e a chiacchierare con chi cercava di convincermi che la piazza era unita, nonostante tutto, ma la sensazione era quella di un disastro.

Uno dei ragazzi con cui ho fatto amicizia è stato intervistato da un giornalista inglese, a un certo punto, e ha fatto un discorso pacatissimo che era un capolavoro di equilibrio: “I salafiti devono capire che siamo musulmani anche noi e che uno stato secolare non va contro i loro diritti, anzi. Semplicemente, l’Egitto è fatto di tante anime: musulmani, cristiani, gente di sinistra, nazionalisti: c’è posto per tutti. Io sono musulmano, credo nell’islam e voglio anche io una sharia, una legge di Dio. E’ sul modo di arrivarci che non siamo d’accordo. Per me passa attraverso il rispetto dei diritti di tutti, e uno stato secolare li garantisce.” Un salafita che era lì ha chiesto a sua volta la parola, per ribattere: “La gente in questa piazza vuole manipolare il pensiero della maggioranza degli egiziani. Vogliono fare una costituzione prima delle elezioni, e questo è antidemocratico. La maggioranza dell’Egitto vuole che ci siano prima le elezioni. Lì verrà fuori la nostra forza e si dimostrerà che il popolo vuole uno stato islamico.” Sono andati avanti a dibattere per un bel pezzo. Alla fine mi sono stufata io e me ne sono andata, lasciandoli lì che ancora discutevano. Non lo sopportavo più, il salafita, e mi ero pure depressa.

E poi, verso le sei, hanno sgombrato quel loro enorme palco da cui avevano passato la giornata a gridare: “Islameya” e le migliaia di barbe hanno cominciato ad andarsene. Io mi sono distratta un attimo giusto in quel momento, seduta tra le tende a fumarmi una sigaretta e a cercare di farmi passare il nervoso. E, proprio allora, è esplosa all’improvviso una valanga di musica pop e tutti, a partire dai bambini, hanno iniziato a ballare. Sono andata a vedere cosa stesse succedendo e- giuro che erano passati solo pochi minuti – di barbe non se ne vedevano più ma, in compenso, la piazza era ugualmente strapiena. Di gente normale, stavolta, che ballava e agitava bandiere egiziane sotto un altro grande palco pieno di ragazzi e ragazze – molte col loro bravo veletto – che, in mezzo alla musica, gridavano al contrario lo slogan che avevo sentito per tutto il giorno: “Stato secolare, Stato secolare! No allo Stato islamico!
Un’esplosione di vita, commovente.

Sono rimasta ancora un po’ a guardarli, poi sono andata via.

Dritta a mangiarmi un dolce, ché ne sentivo assoluto bisogno. Poi dice che una ingrassa. Per forza.

(Per chi volesse saperne di più, consiglio questo post di Zeinobia.)