Casi umani II: il soldato Salamelik alla Guerra dei cent’anni

Io credevo che la bizzarra vicenda con Salamelik fosse finita, a dire il vero, e che con questo post e i relativi commenti avessimo detto tutto ciò che c’era da dire.
No, invece. Egli continua a combattere contro l’Haramlik in Egitto, dalla sua sponda del Po, e nulla sfugge al suo vigile sguardo di vedetta.

Io scrivo un post da un bar davanti al quale c’è una manifestazione? Ed eccolo che tuona: “L’Egitto va a rotoli e l’Haramlik si fa una birra!” Sono collegata da un decimo piano mentre faccio un post sul livello di sicurezza medio al Cairo di questi tempi? Pronta è la sua replica: “L’Egitto è sicuro solo visto dall’alto!

Se scrivessi che sto bene, lui replicherebbe che è solo perché sono straniera, giacché possiamo incrociare i dati sullo smog cairota e quello sull’incidenza dei tumori in Egitto per verificare che al Cairo si sta malissimo, invece, e che lui – ovviamente – è stato il primo al mondo a dirlo.
E siccome non c’è locale pubblico al Cairo da cui io possa bloggare senza che lui tuoni sulla mia dissipatezza da occidentale che, nientedimeno, sta in Egitto e va al bar, sto cercando delle alternative.

L’Haramlik: “Ciao, sto bloggando seduta sul marciapiede, sotto un semaforo del centro …
Il Salame-lik:”Ecco! Lei si mette solo sotto i semafori del centro, non come i veri egiziani che in periferia manco ce l’hanno, il semaforo!

L’Haramlik: “Ciao, sto bloggando dalla guardiola di un babwab del periferico quartiere di Shubra…
Il Salame-lik:”Vedi? Approfitta dell’innata ospitalità degli egiziani per sottrarre al babwab la sua guardiola!

L’Haramlik: “Ciao, sto bloggando stesa a terra sulla statale che porta in Alto Egitto…
Il Salame-lik:”Basta con questi stranieri che si permettono di disturbare la viabilità sulle statali egiziane: che la disturbino a casa loro!

L’Haramlik sta valutando la possibilità di salire a bloggare su un frondoso albero di mango, ma poi Salamelik verrebbe a contare tutti i manghi per vedere se me ne sono mangiata qualcuno. Non c’è soluzione.

Il Cairo visto da Salamelik

Il Cairo descritto da Salamelik, intanto, è una curiosa metropoli di 20 milioni di abitanti le cui forze dell’ordine sono impegnate, in tutti gli angoli, a segnarsi instancabilmente i numeri di targa dei taxisti che caricano stranieri.
Io, che di taxi ne prendo cinque o sei al giorno da quasi un mese, sto immaginando i circa 200 foglietti che mi riguardano, tipo: “Straniera riccia e culona segnalata sul taxi di Ahmed a Taalat Harb.” Pensavo di fare un esperimento: “Buongiorno, ho scordato la borsa sul taxi che ho preso ieri, me lo rintracciate? Mi chiamo Straniera Riccia e Culona.
Verrei prontamente identificata come Riccia e Culona n. 382.491, salita all’angolo di una via che io manco mi ricordo ma loro certamente sì, e mi riconsegnerebbero subito la borsa, ne sono certissima. Anzi, seguite il suo consiglio e provate anche voi, vi troverete benissimo.

Il Cairo descritto da Sherif riesce ad essere ancora più nonsense di quanto non sia già di suo, e non credevo che fosse possibile.

Il Cairo visto da Salamelik II

Nel Cairo visto da Sherif, infatti, mentre la polizia è occupata a vegliare sugli stranieri in taxi per la città (che, a proposito, quest’estate sono in gran parte fotografi e giornalisti) è in corso una specie di guerra civile che, miracolosamente, si interrompe non appena uno di questi taxi sbuca all’orizzonte. Gli egiziani allora, per non fare “brutta figura”, smettono immediatamente di spararsi e ricominciano non appena la macchina straniero-munita svolta l’angolo.
Il Cairo visto da Sherif assomiglia molto alla Sharm assediata da Al Qaeda vista da Il Giornale, ora che ci penso. Magari Sherif, ora che non informa più Allam, ha cominciato a informare loro.
Nel Cairo visto da Sherif, del resto, i morti e i feriti sono dovuti a scontri che scoppiano “per futili motivi o per faide tra bande in diversi quartieri della capitale“, mica a motivi politici. Come ad Abbasiya, certo.

Ma alla fine, Il Cairo è sicuro oppure no?

Ribadisco quello che ho già scritto: la paura della delinquenza comune, su cui i giornali egiziani stanno parecchio soffiando, è risibile vista dagli standard europei. Se un’ipotetica nostra città di venti milioni di abitanti avesse visto la polizia sparire dalle strade per sei mesi, si sarebbe trasformata in un inferno, altro che “non rubiamo ai turisti sennò è la nostra fine“. Qui, per quanto furti e simili siano aumentati – ne conosco due, a cui è sparito il portafogli, ed entrambi erano stati parecchio imprudenti – la sensazione di insicurezza diffusa non è minimamente paragonabile a quella che si respira nella mia Genova o a Milano, per non parlare di città come Napoli.

La comparsa dei baltageya (mercenari, li chiama giustamente Sherif, e infatti sono notoriamente legati ad apparati dello Stato deviati, stando alla stampa egiziana e non solo) che si infiltrano nelle manifestazioni e provocano scontri, è un altro discorso. E non pulitissimo.
Per un’analisi del fenomeno, vedi qui: The Baltageya: Egypt’s Counterrevolution

Del resto, come è noto, i discorsi del tipo “Con Mussolini i treni arrivavano in orario” o “Con Franco estas cosas no pasaban” non sono esattamente nuovi, né disinteressati.

Altro discorso ancora è il rapporto dei cittadini con lo Stato: le stazioni di polizia sono sempre state un luogo da cui tanto gli egiziani come gli stranieri stanno volentieri alla larga, ché i diritti civili vi trovano poca cittadinanza. Non a caso, il comportamento della polizia in Egitto è stato uno dei fattori che hanno scatenato la rivoluzione.

Io non ho mai amato parlare male di questo paese di cui sono, da quasi vent’anni, un’ospite – residente e/o viaggiatrice – riconoscente e, spero, garbata. Relativizzo le cose brutte che mi sono successe o che possono succedere e preferisco concentrarmi su quelle positive: vengo da un pezzo di mondo che, quelle negative, le enfatizza, le manipola o addirittura se le inventa. Non c’è bisogno che mi ci metta pure io e, comunque, non è quello che mi interessa fare.
Racconto quello che vedo. A volte preoccupata o dispiaciuta, spesso sorridendo. Lo faccio dal 2002 – questo è un blog vecchiotto, per non usare il termine più garbato speso da Puliafito l’altro giorno – e continuerò a farlo. Se il buon Salamelik – come altri prima di lui, dai neocon di un tempo a qualche matto – si è dato la missione di fare il controcanto ai miei post, può mettersi comodo e preventivare di dedicarci molto tempo.

Io, invece, di tempo a Salamelik preferirei non dedicarne. Come mi diceva qualcuno: “Ignorali, schivali, bannali, togliteli di torno, non servono a niente!

E tuttavia alla fine ci casco, come oggi, perché in fondo mi viene da ridere. Lo leggi e pensi: “Ma dai, è troppo scemo!” E te lo immagini lì, tronfio, con tutti i suoi premi presi alle elementari e alle medie esposti su Flickr alla voce “Premiazioni”, con la sua Mezzaluna d’Oro farlocca, con i suoi post plumbei, banali e scopiazzati dai giornali, costellati dai “Lo avevo detto! Sono stato il primo a dirlo! Modestamente lo avevo predetto!” e la voglia di prenderlo per il culo diventa irresistibile.

E poi si ferma a metà strada, però: non riesci mai ad affondare davvero, non è materiale da sberleffo duraturo o deciso. Perché è, non so come dire, poco. Ridacchi per tre righe, poi ti stufi e passi ad altro. Credo che la sua mediocrità assorba il ridicolo come una spugna: alla fine, le sue autocelebrazioni smettono di apparirti per quello che sono – una buffa deformazione dell’autopercezione, una vanità che lo caricaturizza invece di esaltarlo come vorrebbe – e diventano parte di una sua realtà stagna, immobile.
Sherif è questo: uno che, a 23 anni, pareva studiare per farsi strada, e che oggi, a 30, replica le stesse modalità di sgomitamento di allora senza accorgersi che più si fa tronfio e più si confessa inadeguato.

Bulletto o adulatore secondo la convenienza del momento, gregario perennemente intento a “arrimarse al sol que más calienta“, finto Dottore, scodinzolante name-dropper, eterno Pisellino che non cresce mai perché gli basta una carezza sulla vanità per dirsi soddisfatto, in perenne oscillazione tra la sinistra che sembrava potergli essere utile e la destra che invece gli è congeniale, totalmente incapace di autoironia e, di conseguenza, poco intelligente nonostante qualche capacità che usa male, è l’emblema del portaborse che, una borsa sua, non è capace di farsela.
Passa pure la voglia di prenderlo per il culo, alla fine.

Che si fa, allora? Forse smetto di rispondergli. O forse gli rispondo ancora, non lo so. Magari qua sotto: faccio diventare questo post il deposito delle risposte a Sherif. O gli rispondo sotto l’altro, boh. Da qualche parte dovrei metterle, le eventuali risposte alle sue cazzate e, in homepage, francamente mi scoccio.

Boh, vedremo.

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Un Commento

  1. Lucrezia
    Pubblicato il 9 agosto 2011 alle 07:48 | Permalink

    Non rispondere, che t’importa?

    Perdere tempo così…

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    haramlik at gmail.com
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