L’intervista a Mohamed Nour pubblicata da Il Fatto ha sollevato polemiche per mezza rete, quindi mi pare abbastanza superfluo aggiuncerci del mio.
Le dichiarazioni del leader salafita sono prevedibili, se non banali: ha ripetuto il solito discorso portato avanti dai fondamentalisti egiziani, senza dare nessuna lettura del movimento che ha portato alla caduta di Mubarak che non fosse la semplice negazione del movimento stesso: “Non sono rappresentativi“, e poi “all’inizio credevamo fosse solo caos, poi ci siamo aggregati”.
Sono saltati sul carro di una rivoluzione che li aveva sorpassati e gettati in un angolo, e ora lavorano per delegittimarne protagonisti e senso.
Non spiega come sia stato possibile che un simile movimento di popolo li prendesse di sorpresa e, d’altra parte, l’intervistatrice non glielo domanda.

Non gli chiede nemmeno dove prendano i soldi, questi qua, che invece è la domanda che va per la maggiore in Egitto. Come avranno pagato la fila infinita di autobus belli, nuovi e con l’aria condizionata con cui hanno portato al Cairo fondamentalisti da tutto l’Egitto, nel venerdì della loro prova di forza. E poi le loro bandiere saudite portate in piazza, la loro posizione ambigua e filomilitare.
Le domande mancanti, nell’intervista, sono molte.
Spicca invece, e ha causato ilarità un po’ ovunque, la spiegazione che la giornalista dà della zibiba, il segno nero che viene sulla fronte a chi prega molto: “I musulmani più osservanti, infatti, quando pregano, sbattono violentemente la fronte per terra, in modo da farsi venire questo segno.
Ma magari, guarda: si autoestinguerebbero, se così facessero, e il problema sarebbe risolto.
Vabbe’.

La stampa, al solito, va a caccia di estremi e di personaggi buoni da vendere all’estero: ecco dunque apparire la donna candidato, perfetto contraltare del salafito barbuto: Bothina Kamel che, effettivamente, è la più improbabile delle candidate alla presidenza, ma non – come parrebbe dall’articolo – perché sia una donna. E’ che è improbabile lei, proprio. Un pacchetto di politicamente corretto col timbro della candidata addosso, buono da vendere all’estero e da incassarci visibilità di quella facile.
Guardiamola insieme:

Maniche corte in un paesino a sud del Cairo. Maglietta a favore dei disabili. Croce e mezzaluna appesi al collo. Sguardo perplesso della signora che la accoglie nel suo cortile – busserà a un sacco di porte, mi raccontano, e farà discorsi per tutto il paesello accolta con garbata curiosità da tutti, ecco – ma, come dire: la presidenza dell’Egitto è un’altra cosa.
La Kamel manco ci prova, a rappresentare qualcuno. Promuove se stessa, e buon per lei.

Venerdì ci sarà la manifestazione dei sufi e delle sigle secolari e di sinistra, invece – giusto per tornare alle cose serie – che dovrebbe essere l’occasione per misurare la capacità di mobilitazione di chi chiede un Egitto laico.
Alcuni gruppi hanno chiesto di rimandarla di una settimana, tuttavia, e non sto a dire quanto una simile, sciocca, divisione a due giorni dall’evento possa essere preoccupante. Ci si augura che non si mettano a imitare la sinistra italiana, da ‘ste parti.
Vedremo.

La foto è del fotoreporter Filippo Bacciocchi che, bontà sua, me l’ha data assieme a diverse altre. Qui si pubblicheranno foto e video inediti, quindi, per i prossimi post.
L’Haramlik, commosso, ringrazia.