E poi, ieri, mi è montato un senso di aggressivo biasimo che non me lo tenevo più. Lo avevo tenuto sotto controllo per giorni. E’ esploso. Ha fatto danni. Poi ho chiamato mia figlia per raccontare e fare chiacchiere tra donne.
“No, è che gli ho detto che bla, bla, bla…”
“Mamma, ma sei impazzita?? Non si dicono queste cose, come puoi?? Non empatizzo, non puoi essere cattiva, non mi piace!!!!”
“Be’, ti spiego. E’ che bla, bla, bla…”
“Aaahhhhh!!! Ah, be’, allora sì. Certo che ti vendi proprio male, però: invece di raccontare le cose dall’inizio parti dal punto in cui sei stata cattiva tu. Sei strana, sai?”
Non è che sia facilissimo farmi incazzare davvero. Sono una la cui strizzacervelli scuoteva la testa e sospirava: “Lei è troppo ecumenica.” E sono pigra. Tendo all’accomodamento, alla sfuriatina breve o all’alzata di spalle, a meno che non mi si pestino con molta forza i calli. Allora, e solo allora, divento tignosa. E così stavolta mi sono incazzata, dicevo. Con un uomo che per (boh, quanti sono?) circa tre anni ho lasciato almeno trenta volte senza, tuttavia, incazzarmi mai fino in fondo. Stavolta sì.
A me piaceva, l’idea della poligamia. Non sopportavo di viverci insieme e, pur di disfare la santa casa messa su in un momento di follia, mi ero fatta venire una depressione da cavallo con tanto di Prozac da ingurgitare con l’imbuto. Perché non è un tipo facile da lasciare, giuro. E’ estremamente insistente, tenacissimo, iperattivo, ti fa una testa così, te lo trovi sotto casa e davanti all’autobus, prima o poi ti arrendi e ti viene da ridere, ché una non è tipo da drammatizzare tanto da chiamare le brigate antistalker. E te lo ripigli, poi torni a non sopportarlo più e ricomincia tutto daccapo, uguale, ed è colpa tua come sua, che diamine te lo ripigli a fare se sai che non funziona? Come può la pigrizia inghiottirti la vita? E quindi, alla fine, ho pensato che se mi fossi messa a letto e ci fossi rimasta per qualche mese gemendo: “Non voglio vivere con te” appena lo vedevo, forse alla fine si sarebbe convinto e mi avrebbe lasciato andare senza più fare fatica. E, in effetti, aveva funzionato. Ci avevo messo quasi un anno, ma aveva funzionato.
Poi è sorta quest’idea della poligamia, dicevo, e ho pensato: “Perché no?” In fondo mi è simpatico, pensavo. Per periodi brevi ci sto bene. Cuccarselo, se lo cucca un’altra, pensavo, io ci esco ogni tanto e nessuno si fa male. Così avevo pensato. Mi era sembrata un’ottima idea, anzi, di quelle per cui tutti hanno ciò che vogliono, tutti sono felici, l’armonia regna sovrana e il mondo diventa un posto migliore. Io questo avevo pensato, dimenticando che l’essere umano non le vuole, le cose semplici. Che se non si incasina non è contento, l’essere umano. Che è, diciamocelo, un perfetto imbecille, l’essere umano.
Andiamo al dunque, alla miccia che ha innestato la mia incazzatura. Il genio di cui parliamo dà alla sua Scratte l’indirizzo del mio blog. Dio sa perché. Mi costringe per mesi all’autocensura di cui ho già parlato altrove. Poi gli scoppia un patatrac ed io intravedo una luce in fondo al tunnel: ma dai, mi si è liberato l’Haramlik? Mi sento come un galeotto che esce in cortile dopo mesi di isolamento in una cella buia. Ma allora posso scrivere? Posso persino raccontare? Posso? Davvero posso?
Glielo chiedo. Mi dice di sì. Gli mostro il post appena pubblicato dicendo che è ancora in tempo a farmelo togliere. Mi dice di tenerlo.
E dopo, solo dopo, ventiquattr’ore dopo, apprendo che la povera Scratte non sapeva che la protagonista della disavventura che narravo ero io. Che era con me, la chat incriminata. Lo apprende leggendo il mio post, Scratte. E io non volevo questo, francamente. Io volevo raccontare qualcosa che sapevamo tutti, non fare la messaggera di informazioni che non stava a me dare.
E lui me lo dice sereno, tranquillo, come se non ci fosse niente di male. Ed io rimango stupefatta, comincio ad incazzarmi ma ancora non metto a fuoco del tutto e manco lo voglio, non voglio affrontare discussioni infinite, non voglio cambiarlo, non voglio educarlo, non ho niente da dirgli.
Però, cribbio, la finisci di usare me e il mio blog? Prima ne dai l’indirizzo a una che vuole frugare nei miei pensieri, poi distribuisci informazioni ambigue facendomi fare una cosa che non sapevo di fare, ma che è? Ma che robe imbecilli, poi. Perché i drammi, con quest’uomo, non sono mai minimamente seri. Ti ritrovi alla fiera della stronzata e, boh, alla fine ci sprechi giornate intere di tempo ed energie e ti accorgi che vivi attorno a cose di cui non te ne frega niente, che non sono serie e non fanno nemmeno davvero ridere, e cosa siano non si sa. Stronzate. Il mio blog prestato a far da messaggero a due che potrebbero benissimo telefonarsi, gessù.
Poi, per giorni, ho avuto l’esclusiva di quest’uomo. E mi sono ricordata del perché non sopportavo più di viverci insieme.
Un’infinita narrazione priva di logica e coerenza in cui il pubblico – io – è chiamato a concentrarsi su tutto e il contrario di tutto, su un perpetuo “voglio questo ma anche quello e in realtà vorrei quell’altro o forse quello che volevo prima ma che in realtà non voglio e poi vorrò ma intanto vorrei e cosa avevo detto che volevo?”
Io non mi aspetto coerenze di fondo, strutturali. Non sono nemmeno una grande fan della coerenza, suppongo che il mondo sia pieno di cose più interessanti. Ma la narrazione, cribbio. Una narrazione DEVE avere un filo. Non può essere così sconnessa. Io devo avere qualcosa da rispondere, se si parla, e per rispondere devo sapere di cosa si parla. Non è possibile che la domanda cambi ancora prima che io abbia formulato la risposta e questo per giorni e giorni, senza costrutto, senza senso.
Io gliel’ho detto: “Guarda che se tu lo vedessi in un telefilm, uno come te, dopo un po’ ti stuferesti di seguirlo. Cambieresti canale. Perché un conto è contraddirsi, un conto è non avere né capo né coda. Davvero, te lo giuro, pensaci.”
E quindi è andata che, avendo cominiciato a disapprovarlo, non ho smesso più. E’ stato a valanga, gli argomenti mi si sono sommati nella mente e, alla fine, lo avrei schiacciato volentieri sotto gli stivali. Gli ho tolto l’attenuante della buona fede che avevo mantenuto in vigore per tutto questo tempo. Quella sorta di: “Vabbe’, ma è fatto così.”
Si può mentire, in cose d’ammore, ma non essere sleali, e un poligamo ha dei doveri di lealtà almeno raddoppiati. Se sei sleale con una, lo sei con l’altra. Se dai a una l’indirizzo del blog dell’altra, all’altra darai come minimo le foto della casa della prima. Per dire. Ma perché devi fare queste cose? Non puoi rispettarle tutte, le tue donne, che si fa prima? No, eh? Sarebbe troppo bello, andrebbe tutto troppo bene.
Mi sono incazzata come una biscia, e lo sono ancora. Sembra che io stia raccontando chissà cosa, e in realtà sto ancora proteggendo chili di stramaledettissime cavolate che mi tocca proteggere e su cui mi tocca mordermi la lingua, e il cielo sa se detesto farlo. L’ultima cosa che gli ho detto, ieri, è stata: “Non farti vedere mai più“. E voglio essere certa che sia così. Perché mi so’ stufata, perché i giorni di una vita sono contati, perché tutto ciò è privo di intelligenza e di civiltà e perché ha fatto strike su tutte le cose che a me non piacciono, nessuna esclusa. E basta, dai.
Dicevo a mia figlia, ieri sera: “Sì, ma tu parli pensando ai tuoi coetanei. Gli uomini di quell’età sono diversi, pensano di dovere inseguire gli ultimi fuochi, abbandonano qualsiasi scrupolo etico e precipitano in un infantilismo senile che li giustifica di fronte a tutto. E magari è anche comprensibile. Non puoi capire.”
E lei: “Ma, quindi, le tue amiche di quell’età lo capiscono e capiscono che tu ci stia assieme?”
“Ehm, no, a dire il vero no. Anzi, lo sto raccontando a te proprio per non farmi prendere a sputacchi da loro.”
“Mamma, ma pure io ti prendo a sputacchi! Lo vedi che l’età non c’entra?? Basta! Mettiti una buona volta a dieta e trovatene uno, o dieci, migliori!”
Vabbe’. E giuro su tutti gli dei del firmamento che mai più, ma proprio mai più, un mio uomo dovrà sapere che ho un blog. Ecchediamine. D’ora in poi, solo maschi che non parlino l’italiano. Non c’è altra scelta. Ché così, tra l’altro, almeno hanno un motivo per non capire un cavolo, oltre alla scemità.
Via. Sciò. Fuori. Aria.
Tagliatevi le manine, sparite dalla faccia della terra, dimenticatevi che ‘sta pagina esiste, morite lontano da qua. Prima di ritrovarvi divorati, con le ossicine sputacchiate qua e là.
Mi ci vedo, con l’ossicino altrui da usare a mo’ di stuzzicadenti.



3 Commenti
dici che ti sei accontentata, dunque? dici che viene da accontentarsi? ohi ohi. testimoni che è possibile confondere l’abbassamento genuino delle difese con l’accontentarsi? ohi ohi ohi. ma è un dubbio che ho sempre covato. sempre più difficile trovare il filo rosso della vita… : )
il titolo del post, cmq, è ambiguo : ) giusto per farti notare che l’ecumenismo forse non è passato.
poi secondo me l’ecumenismo è pratica lodevolissima. ma necessita di quel tot di distanza. nella vicinanza contano solo cose basic: sì-no, bene-male, acceso-spento
e va da sé che la vita vera è nella vicinanza. il resto è proiezione. specie per chi ha i coglioni per essere basic esistenzialmente.
hasta siempre filo rosso
Sì, mi sa di sì. Senza farlo apposta, senza volere, per uno strano mix di cose. Ché mi piaceva quella casa e lui mi disse di scendere col metro ché l’aveva presa. Ché sapevo di non avere più spazio per l’innamoramento, e già mi sembrava assai farmi una risata. Ché poi ho cominciato a chiedere sempre meno a me stessa, cosa potevo mai chiedere a un uomo?
Però non fa bene, no. Vorrei prendermi a schiaffi. Viene da accontentarsi, sì. Ma poi passa, se non sei tagliata.
Avanti il prossimo! E non dire in giro che hai un blog, gli uomini sono pettegolissimi e due donne non le sanno gestire, altro che poligamia.