Istantanea, click

Poi, quando si fa tutto ‘sto casino appresso a un uomo e ci si ritorna insieme, si scopre che la normalità annoia ancora più di prima, e già prima non annoiava poco.

I discorsi girano attorno a una ricerca di piccole emozioni che si fa sempre più bolsa e finisce che manco più lo Scratte-gioco ti dice nulla, che lei ci sia o meno, e se cerchi di tirarle fuori ancora un po’ di sugo ti accorgi che è un sugo di replica, buono a fare stare male lei ma non a divertire te. E non ne vale la pena, allora: io non ho mai scientemente voluto fare stare male Scratte. Al massimo volevo insegnarle a entrare qui dentro in punta di piedi e con paura, non con la sicumera di chi viene a spiarti credendosi nascosta. Poi, vabbe’, il suo malessere è stato un danno collaterale e un po’ mi dispiace. Poco, ché per altri versi me ne frega pochissimo.

Le ho portato via l’accappatoio rosso che teneva a casa di SMP. Me lo sono preso a mo’ di bottino di guerra, spoglia del nemico, queste cose qua. Una reminiscenza classica, una citazione. Chissà quanto avrà strillato. Io me lo porto a Cuba per ricordo, se riesco davvero a partire. Qualcuno preghi per me, ché se non ci riesco è una tragedia.

E quindi io e SMP non avevamo più niente da dirci dopo tante emozioni, ho pensato l’altra sera, e adesso mi chiedo con cosa emozionarmi ‘sta primavera e mi rispondo che farei bene a emozionarmi con una bella presa di coscienza delle cosette che dovrei fare per la mia salute, ché uno degli effetti di SMP è stato quello di farmi ingrassare e Dio sa se non ne avevo bisogno. Ci rifletto mentre mi preparo uno spritz.

Ho letto “Togliamo il disturbo” della Paola Mastrocola, in questi giorni, e ci ho trovato dentro tutto il mio malessere scolastico e le cose che penso quando me li vedo davanti, ‘sti studenti analfabeti dopo 13 anni di scuola, e ne ho parlato un po’ con tutti e adesso sono tutti convinti che io sia diventata di destra, ché vedo ciò che vede la Mastrocola, e sui socialini mi cazziano, la collega mi dice che sono molto stanca, il collega mi porta articoli di riviste che ne confutano le tesi.

No, non credo che il problema sia un mio eventuale slittamento a destra. Il problema sono i ragazzi, è la scuola, oppure il problema è la mia stanchezza e un senso di inutilità che è cresciuto anno dopo anno e che sta per travolgermi e se non ricarico le pile mentali – intellettuali, usiamo ‘sta parola – finirò col perdere ciò che resta della mia identità professionale e, di conseguenza, personale. Sono una prof senza benzina. Penso che forse potrei ancora salvarmi, professionalmente, ma solo se tornassi a studiare, a rifare il pieno, a rimettermi in condizione di avere qualcosa da dare. Sennò finisce che mi rottamano. La scuola può annientare.

Scrivo dalla cucina con il computer piccolo e scomodo, ma è che mi piace sentire l’odore dello zenzero nel mio agnello che cuoce, e il calore dei fornelli accesi e le mie canzonette che nessuno mi lascia mai ascoltare quando sono in compagnia (Velazquez di Vecchioni, adesso, e zitti e non ditemi niente) e sento la felicità di quando sono libera e a mio agio e, allo stesso tempo, un pizzico di solitudine che non mi spiego, che non conoscevo, che non ha mai fatto parte di me. Io della solitudine ho sempre avuto bisogno, cos’è questo piccolo malessere, questa minuscola fitta?

Potrei telefonare a qualcuno e non lo faccio per non interrompere questo pigrissimo flusso di vaghi pensieri. Immagino che qualcuno suoni al mio citofono e mi viene un brivido, mi romperebbe le balle da morire. Eppure mi sento sola e non so di che si tratti. E poi, di colpo, lo capisco: su Facebook c’è Julia che annuncia che domani torna al Cairo e si informa sul vento di khamesin, vuole sapere se ce n’è. E la fitta si fa molto più forte ed è nostalgia, solitudine da nostalgia. Non nostalgia del Cairo, o non solo. Nostalgia della pienezza, della felicità, di quel po’ di amore che a me è dato di sentire. Nostalgia di qualcosa di bello. Non di piacevole, di carino: di bellissimo. Ho bisogno di qualcosa di bellissimo.

Invecchio. Ho iniziato a invecchiare cinque anni fa, a quarantacinque anni. Prima ero ancora giovanissima, traboccavo di freschezza. Poi no. Per adesso è una sensazione solo mentale – oltre che estetica, naturalmente – e credo che serva a preparare, piano piano, a quando il corpo smetterà di obbedirmi e comincerà a punirmi per tutti questi spritz e sigarette. E mi godo la fortuna di esserci arrivata, ad intuire cosa sia invecchiare – chi lo avrebbe mai detto – e mi sembra una cosa naturale, logica, sensata, anche rilassante.

Sicuro, un po’ dispiace: oggi ho avuto paura, per la prima volta, di potere non riuscire fisicamente a viaggiare come piace a me. No, dai. Se dimagrisco un po’ ce la faccio. E invece con gli uomini, mi sono accorta, non è un grande problema. Passiamo la vita ad avere paura di quest’età e poi, pensa, scopriamo che non cambia quasi nulla: le dinamiche sono le stesse, i casini sono uguali, le risate pure e cambia solo che siamo tutti un po’ più vecchi ma la testa di cazzo rimane immota, invariata, inscalfibile. Il mondo continua ad essere pieno di uomini – un po’ più grandi ma questo è un bene, ti offrono più volentieri la pizza – e tu continui a trattarli bene o male e a farti trattare bene o male ed è sempre la stessa cosa. E’ cambiata la circonferenza del tuo culo, questo sì, ma non ne vedi il problema: prima, il tuo target erano quelli a cui piaceva il culo di prima. Ora è quello a cui piace il culo di adesso. Non cambia niente. Gli uomini, a differenza del tuo culo, rimangono sostanzialmente sempre gli stessi.

Sono un po’ felice e un po’ triste, contemporaneamente. Posso considerarmi fortunata, stasera: la vera paura è quella di non sentire niente. Finché senti due emozioni alla volta, puoi stare tranquilla.

 

Questo articolo è stato pubblicato in A Genova, Impudico bla bla e ha le etichette , , , . Aggiungi ai preferiti: link permanente. I commenti ed i trackbacks sono attualmente chiusi.

Comments Closed

9 Commenti

  1. Pubblicato 18 aprile 2012 alle 21:25 | Link Permanente

    (premesso che se mai potranno essere ascoltate le preghiere di un’agnostica, da qui si fa il tifo con cori da stadio e trombette per Cuba, sia chiaro) Ciò detto, leggerti in questo periodo della mia vita è una delle cose che mi fa continuare a pensare come questo mondo (l’online, con tutti gli annessi e connessi), nonostante tutto, gli scazzi e i fastidi, rimanga una fonte preziosissima e perenne da cui non posso fare a meno di attingere spunti e stimoli meravigliosi, di parole, scritte da altri che rispecchiano cose di cui a volte hai coscienza, altre volte no, e leggendole si manifestano in tutta la loro immediata lucidità. guarda: dinamiche, riflessioni, pure la paura di vedersi più a destra di quello che si è, in questo momento, combaciano anche se su matrici sicuramente differenti. e, leggendo te, capisco me.

  2. Lucrezia
    Pubblicato 19 aprile 2012 alle 07:38 | Link Permanente

    Già. Anch’io ho letto la Mastrocola. Insegno da pochissimo e quello che vedo non mi piace. L’insistenza sulla “motivazione”, il costante richiamo all’empatia, la sostituzione dei contenuti delle materie con le orride strategie di apprendimento (molto gettonati qui la cartellonistica e i lavoretti di gruppo, in un liceo!) mi suscitano un rigetto profondo.

    A scuola si va per imparare e stop. E si deve leggere, sissignore.

    Comunque, a me la Mastrocola non pare di destra. Quel che è vero è che piace a pochissimi.

  3. Pubblicato 19 aprile 2012 alle 17:24 | Link Permanente

    Troppe, tra le cose che hai scritto, descrivono la mia stanchezza in questo periodo. Ho fatto fatica, per questo motivo, ad arrivare fino in fondo: gli specchi sanno mettere paura. Ciao, Davide.

  4. Broccoli
    Pubblicato 19 aprile 2012 alle 17:40 | Link Permanente

    Io ho sempre avuto ‘sta tara, che ero figlia di operai ma studiavo normalmente. A casa se c’era da comprare un libro erano smadonnamenti a catena, non per i soldi ma per l’andarlo a cercare in libreria. A scuola al paesello ero figlia di ricchi perché tutt’e due i miei genitori lavoravano. A Milano, i primi tempi, ero la cugina di campagna che al massimo poteva puntare al nozionismo perché la cultura era cosa loro. All’università nessuno si azzardava più a uscirsene con la storia del nozionismo, ma in compenso mi facevano figlia di industriali (sic) – sarà che parlavo di lavoro in fabbrica – e mi spiegavano che le disuguaglianze sociali ci sono perché i figli degli operai non possono pagarsi le costose ripetizioni (sic). E invece no. Agli operai semplicemente importava – e dagli torto – di prendersi tutti i privilegi che i padroni tenevano per sé e la scuola era uno di questi. Poi è stata per tutti e allora non l’ha voluta più nessuno, soprattutto gli operai, che in ogni caso dopo averla provata la vedevano come una cosa inventata dai ricchi, che avevano così poco da fare da perdere pure tempo con le guerre puniche e le radici quadrate e riuscivano pure a usare ‘ste cazzate per far sentire stupido chi invece andava a lavorare. E non avevano neppure tutti i torti, forse, se una volta che una alle medie le imparava, ‘ste guerre puniche e radici quadrate, doveva sentirsi dire che sapeva sì le cose ma solo a livello di nozionismo (già, ché gli altri a 14 anni invece cacavano cultura).
    A quella gente istruita, a Milano, guai a toccargli l’icona dell’operaio… purché sia ignorante e non possa pagarsi le ripetizioni! E agli operai, guai portargli via il sogno di vedere il figlio dottore… purché non serva che studi per questo!
    E’ roba di destra e sinistra? Nah. E’ roba di gente che non sa di che cosa parla.

  5. Francesca
    Pubblicato 19 aprile 2012 alle 19:45 | Link Permanente

    Cara Lia,
    mi piace sempre da matti leggerti, e mi consola sapere da te che, invecchiando, certe cose non cambiano poi tanto, e che la vita può continuare a regalare giravolte e montagne russe, emozioni e delusioni, stanchezza, ma pure entusiasmo e voglia di ripartire.
    Pure io insegno, quest’anno alle medie, però per fortuna, dopo mesi di lotte durante i quali ho rivestito con grande fatica i panni della strega cattiva, devo dire che ora raccogliere i frutti sotto forma di rapporto con i ragazzi, loro progressi e rispetto dei genitori mi gratifica assai. Lo so che chi si loda si sbroda, ma mi pare di aver fatto quanto meno il mio dovere il meglio possibile, e già questo mi dà soddisfazione.
    Sarà anche che i ragazzini delle medie possono essere molto buffi e affettuosi, e la cosa rende il lavoro un luogo di rapporti umani spesso belli, e sarà pure che ho dei colleghi in gamba, che mi hanno reso la scuola un posto piacevole.
    Ecco, non vorrei dipingere un quadro troppo rosa, ma solo dire che per me non è sempre tutto così nero, e che la qualità dei rapporti umani rappresenta un valore aggiunto fondamentale.
    Ciao!

    F.

  6. mirella
    Pubblicato 20 aprile 2012 alle 23:04 | Link Permanente

    Lia ma è chiarissimo che Cuba sarà la soluzione di tutto: tu non sei fatta per restare in Occidente. Da qualsiasi parte puoi vivere, ma non nella nostra geo-cultura. Qui (non importa se a Milano, a Genova, a Napoli) ci saranno sempre i pretesti che copriranno il grande rifiuto primario, ma basta sentirti anche soltanto vagamente accennare ad una futura Partenza che già si sente un primo felice accenno di quella brezza vitale che noi (tue lettrici da anni) ben conosciamo. Tutto bene, dunque, anzi, tutto benissimo!

  7. susanna
    Pubblicato 21 aprile 2012 alle 22:37 | Link Permanente

    L’anno prima del mio “anno sabatico” che sto trascorrendo qui all’estero, ero davvero stremata:ogni giorno o settimana che passava mi sembrava sempre piu pesante e inutile:entrare in classe, spiegare, ripetere, interrogare ,correggere.Parlare con gli alunni e ripetere sempre le stesse cose.Tutto mi sembrava di un inutilita enorme.Un vero girare a vuoto.Non vedevo l’ora che l’anno finisse presto in modo da iniziare il percorso che mi ero prefissata.La misura era colma, la scuola mi stava davvero enormemente stretta:mi sentivo come se davvero non avessi piu niente da dire come docente.O comunque niente di nuovo da dire.Adesso che sono gia al secondo anno lontano dalla scuola per dottorato di ricerca, mi sento rinata, un altra persona.Da due anni studio cose nuovissime e interessantissime e sento nuova linfe scorrere nelle mie vene di “insegnante”.Si sono molto soddisfatta e da qualche tempo penso che non vede l’ora di poter trasferire le mie nuove conoscenze e le mie esperienze di vita agli alunni che verranno.Oddio, prioprio non vedere l’ora….diciamo no.Ma so che sara cosi prima o poi.Colleghi , l’anno( o gli anni) sabatico che in Usa e in Inghilterra, sono obbligatori a cicli di dieci anni nella carriera di un insegnante, sono davvero quello che ci vuole quando ci sentiamo svuotati,Quindi tu auguro buona Cuba o qualsiasi altra nazione cara Lia!

  8. Pubblicato 21 aprile 2012 alle 22:44 | Link Permanente

    Dita incrociate davvero: io non voglio nemmeno pensarci a cosa ne potrebbe essere di me, se non mi pigliassero. Settimana prossima dovrei saperne di più.

  9. Pubblicato 18 maggio 2012 alle 15:27 | Link Permanente

    grandissime, le considerazioni esistenziali. Provo esattamente le stesse cose.

  • Email

    haramlik at gmail.com
  • Pagine

  • Commenti recenti

  • Categorie

  • Archivi

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported License.