Giocavo con Youtube, poco fa, e sono capitata su qualche vecchia rumba spagnola e, guardando un vecchio video de Los Chichos, mi è tornato in mente: “Uh, quella mia vecchia notte di passione con costui!” Mi è venuta voglia di raccontarla, quindi, ma prima ho pensato che fosse opportuno chiedere il permesso a Pupina.
“Pronto, Pupina, ciao, volevo confessarti che un millennio di anni fa misi un cornino a tuo padre. Piccolo. No, non quello con lo yugoslavo, un altro. Col cantante de Los Chichos. E dai, smettila di ridere. Sì, te lo giuro. Infatti, mi era venuta voglia di farci un post per ricordo ma prima volevo consultarmi con te. Sai com’è, tuo padre non lo ha mai saputo, potrebbe apprenderlo leggendo il blog.”
Suo padre, detto Torero, ha recentemente avuto qualche discussione con Pupina e, in particolare, l’ha accusata di essere troppo borghese.
“Evvabbe’, è un modo come un altro per scoprirlo“, mi ha detto lei. Ed è che forse è da rivedere, l’accusa di eccesso di borghesia rivolta alla Pupina, ma bando ai discorsi intelligenti. Siamo qui per cazzeggiare.
La verità è che nulla, nella vita, mi ha mai attratto quanto l’etnico, e negli anni in cui ero una ragassuola in Spagna non c’era niente di più etnico de Los Chichos.
Le canzonette spagnole, l’ho già scritto una volta, mi folgorarono e ne divenni un’appassionata adepta. Il filone gitano, in particolare. Una specie di Radio Sing Sing, nel senso del carcere, con storie di emarginazione dal realismo raccapricciante: l’amore con la prostituta, il tizio che si rovina con l’eroina, quello che la donna se ne va e si porta via il bambino, corni e stracorni, la polizia che insegue tutti, un certo senso dello spirito che cospargeva l’insieme e io ne ero incantata, letteralmente. Lo sono ancora.
Eravamo a Melilla quando fecero un concerto, Los Chichos, e corsi a vederlo entusiasta. Il mio entusiasmo raddoppiò nello scoprire che si alloggiavano nello stesso albergo in cui stavamo noi e, la sera dopo, me li vidi lì, tutti e tre, che fumavano seduti su un muretto davanti all’entrata. Per un’ispanofila in erba era come incappare nei Rolling Stones e, con la memoria, mi rivedo aggiustarmi i capelli, raddrizzarmi petto in fuori e fare flap flap con i ciglioni per, infine, avvicinarmi ancheggiante a chiedere una sigaretta. Rivedo anche loro che, per quanto nel mio immaginario fossero l’essenza della Spagna concentrata attorno a un muretto, nella realtà non erano diversi in nulla da qualunque gitanazzo andaluso e mi squadrarono a mo’ di radiografia e si affrettarono a offrirmi sigaretta, accendino, chiacchiere e invito a fare un giro per la città.
Non aspettavo altro.
Una serata memorabile: io, unica donna attorniata da ‘ste tre rumba-star in giro per tutti i locali della Melilla by night sollevando scalpore tra gli indigeni. Persi completamente la cognizione del tempo, dimenticai di non avere avvisato che uscivo, metà di me si divertiva come una matta e l’altra metà non perdeva una virgola della bizzarria del tutto. Non erano “gitani”. Erano proprio zingari, gessù. Non c’era nulla in loro di edulcorato, di finto, di show business alla spagnola. Ruspantissimi, erano, con l’unghiona del mignolo lunga un metro, delle camicie abbaglianti, gli stivaletti a punta, le catene d’oro, erano i primi zingari ricchi che vedevo nella mia vita ed erano esattamente come me li sarei immaginata, munifici e rumorosi, tamarrissimi ma, soprattutto, mostruosamente simpatici. Rincasammo a piedi in una Melilla ormai tutta spenta e me li ricordo che ancora cantavano in piena notte, tutti in coro e ubriachi, io ormai da un’ora mano nella mano con il più contento di tutti che, in mio onore, ballava pure, tutto flamenco in mezzo alla carreggiata.
Mi sembrò di prendere il passaporto spagnolo, quella sera: di più, per integrarmi nel paese, onestamente non potevo fare.
I miei mi videro tornare verso l’alba: “Ma che hai fatto, dov’eri????” “Oh, sono uscita con Los Chichos…”
Mi guardarono tutti in silenzio. Il più scafato dei cognati, con un sopracciglio alzato. Nessuno disse niente: la famiglia de’ Toreris sapeva tacere, quando era il caso.
Non ne parlammo mai più ma oggi, dopo tanti anni, lo posso dire: quanto, ma quanto mi divertii, gessù!


11 Commenti
Dio buono che mestizia.
Ahahaha, e perché mai? Perché sono una donna che racconta un’avventura avuta da ragazzetta? Tu non ne hai avute? Bah.
Perché “mestizia”? Secondo me anche il tamarro ha conservato un bel ricordo!
Frughi nei cassetti della memoria perché ti chiedi se ancora è rimasta in te quell’energia seduttiva di cui sei stata ampiamente dotata da madre natura? Dì la verita, stai affilando le unghiette…
eh, sei sempre stata acuta, Vagato’. ;-)
Chissà se mi ripiglio, coi prossimi trasferimenti.
:D Fue la noche de Santiago y casi por compromiso?
chissà, ma posso assicurare che se portó como quién era.
Como un gitano legítimo. :)
Un’allegrissima invidiuccia mi pervade… Ma quale mestizia, tesorilla.. poche persone riescon afarmi sorridere come te.
baci
stavo pensando che le cose che fanno sorridere dopo tanti anni sono sante, ecco.
Sì, sono sante! La parola scelta è perfetta.
Grandiosa!! Come sempre :)
Niente di male, ma spero di non avere mai cognati “collaborazionisti del corno” come quelli… ;)
P.S: tutto bene? Saranno 4/5 anni che nn ci si sente :)