Tentativi di socializzazione all’Avana

1. Con tempo da perdere e desiderosa di fare quattro chiacchiere, mi lascio abbordare nella hall di un lussuoso albergone da due cubani che – ma dai? – mi invitano a bere qualcosa, nel senso che assicurano che pagano loro. Raggiungiamo il rinomato giardino, prendiamo posto sugli appositi divani, beviamo il mojito e finalmente mi accorgo che il portafoglio mi è sparito dalla borsa che era tra me e uno di loro. Ahia.

Controllo, ricontrollo, ricontrollo ancora e mi arrendo, infine, e sospiro: “Su, il mio portafoglio, amigo.” Faccia scandalizzata di rigore da parte dei miei accompagnatori, proteste di innocenza che culminano in un accorato: “E io che mi stavo innamorando di te, e io che ti volevo per fidanzata…

Mi avvicino al bancone, faccio cenno al cameriere più anziano e gli sussurro: “Quei due hanno preso il mio portafoglio. Se lo faccia ridare, per favore, così evitiamo scandali, guardie e spiacevolezze.” I camerieri vengono da noi e cominciano a guardare tra i cuscini, sotto il divano, ed è tutto molto tranquillo mentre i due partecipano alla ricerca. Io mollo di nuovo la borsa sul divano e mi allontano, torno al bancone e giro le spalle. Dopo un po’ il capo cameriere mi chiama: “E’ questo?” Sì, è quello. Riapparso nella borsa. Bene.

Offro i drink ai due ladruncoli frustrati, porgo lauta mancia al cameriere e mi allontano abbastanza divertita, nonché lieta di avere salvato la carta di credito, ché se la perdevo a Cuba erano dolori.

L’operazione mi è costata ma è stata un’esperienza.

2. Qualche giorno dopo. E’ sera, cammino verso casa, c’è un filo di arietta fresca e mi piacerebbe bere un’ultima birra prima di coricarmi. E’ tutto spento tranne un bar all’angolo tra calle Infanta e San Lázaro. Ha l’aria abbastanza sgarrupata ma, del resto, cosa non ha l’aria sgarrupata in Centro Habana? Soprattutto ha – cosa che io adoro – gli sgabelli davanti al bancone e quindi mi ci appollaio, chiedo una birra e – oh, mannaggia – una serie di evidenti ubriaconi si materializza dal nulla e devo fargli l’effetto di un sacchetto di soldi poggiato su uno sgabello, l’interesse che suscito è lo stesso. Un vecchietto anticipa tutti, si presenta, mi porge una mano che non ho alcuna intenzione di stringere, lo dribblo con tutta la decisa gentilezza di cui sono capace, lui va fuori e ritorna dopo un minuto con una rosa in mano. Dove caspita avrà trovato una rosa nel buio della fatiscente e cementificata calle San Lazaro, lo sa solo lui. Si inginocchia davanti al mio sgabellone, agilissimo per i suoi circa ottant’anni, e me la porge. Ha vinto, prendo la rosa e dico al cameriere di dargli da bere.

Mentre finisco la mia birra pronta a fuggire, timorosa del resto dell’assedio, una voce si leva e, con un marcato accento romanesco, esclama: “Ma tu sei italiana!” E tale Enzo, tarchiato e ridente, corre a presentarsi, mi saluta con due baci, disperde l’assedio, mi parla di sé ed eccomi a fare amicizia con questo tale che, dice, è a Cuba da diciannove anni ed esporta carbone per barbecue in Italia, e me lo dice serio. Altro giro di birre, intanto, ed è evidente che pago io.

Il personaggio è chiaramente un cialtrone ma sono affascinata dalla sua abilità linguistica. Mentre mi racconta un mare di balle tutte in contraddizione l’una con l’altra, passa da un perfetto francese (“Mia madre è francese!”) a uno spagnolo cubanissimo (“Mia madre è cubana”), tira fuori l’italiano spigoloso dei madrelingua ispanici e, quando sto per convincermi che è un cubano che mi sta imbrogliando, torna al suo accento romanesco e non è possibile, è italiano, con questo accento ci nasci, non puoi simularlo.

No, non voglio andare a ballare la salsa. No, non voglio fare l’ammore, per carità. E un momento è il rampollo di una ricca famiglia che lo ha diseredato, l’attimo dopo è figlio del clan dei Casalesi. Socchiude gli occhi e rivela: “Sai, sono stato sette anni in carcere.” E a me viene voglia di rispondergli, soave: “Io venti, per sequestro di persona e omicidio” giusto per vedere la faccia che fa, poi penso che questo è pur sempre un paese da prendere molto sul serio, e che le autorità cubane potrebbero non comprendere il mio senso dell’umorismo e la mia reputazione di limpida prof risentirne.

Mi mostra una scritta in spagnolo che ha tatuato sul braccio. Contiene un maldestro errore di ortografia ma non glielo faccio notare. Poi chiede un’altra birra al cameriere, e lì lo fermo: “No. La birra te la offro solo se lo dico io.” Il cameriere posa la birra sogghignando, lui cerca di farsela dare a credito, gli rispondono picche, lui si incazza con me e mi dà della sporca capitalista venuta a Cuba a dettare legge a un compagno come lui.

Me la svigno e, per il resto della strada fino a casa, sono lì che scuoto la testa perplessa: voglio dire, ma davvero ho beccato un jinetero italiano? Non bastavano quelli cubani? Soprattutto: perché a Cuba c’è un jinetero italiano? No, davvero: ma che connazionale ho beccato, ma dai. Ma come vive, questo qua?

Quando imbocco calle Soledad sono ancora tutta piena di adrenalina, proprio non potrei mettermi a letto senza un’altra birra, e la luce dal vicino che fa i pupazzi con la carta di giornale è accesa, passo davanti alla sua finestra e lui è lì che guarda la tv, sdraiato sul divano. Meraviglie delle finestre a pian terreno.

Gli faccio toc toc sul vetro, mi dice: “Ehi, entra!”, gli dico: “Ehi, ti va una birra sul malecón?” e lui mi dice ok, mi fa entrare, sparisce di là e io rimango seduta sul suo divano, davanti alla sua tv accesa e, per ingannare il tempo in attesa che torni, mi metto a fare foto.

Riappare fresco di doccia e con la maglietta pulita e via, finalmente una serata con due chiacchiere normali, la brezza che arriva dal mare e il sentirsi a proprio agio. Lui si offende un po’, quando gli dico che avevo voglia di normalità dopo le stranezze del connazionale jinetero: “Ma io non sono normale, sono strano pure io, sono il tipo più strano di calle Soledad.” “Sì, ma tu sei uno strano pacifico”, gli rispondo. “Uh, me lo diceva sempre la mia seconda ex moglie, quella di Miami, che ero uno strano pacifico…”, riflette, colpito.

E così abbiamo fatto amicizia, adesso, e quando ci incrociamo sui rispettivi portoni lui mi lancia un bacio e io sorrido tutta contenta e mi sento integrata nel mio nuovo tessuto urbano.

Comincio a ambientarmi, mi piace.

Soprattutto, ho imparato che non ti devi lasciare abbordare, a Cuba. Se proprio non se ne può fare a meno, è meglio che abbordi tu.

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Un Commento

  1. Pubblicato 20 ottobre 2012 alle 16:22 | Link Permanente

    …e io sorrido felice leggendo questo post, soprattutto le ultime dieci righe.

Un Trackback

  1. Scritto da Incontri all’Avana | Haramlik il 7 dicembre 2012 alle 20:31

    [...] un tale che stava insegnando a una giapponese i primi rudimenti di spagnolo. Si è girato, ed era il tizio che aveva cercato di rubarmi il portafoglio al Nacional qualche settimana fa. “Tu!!”, ho detto io. “Tu!”, ha risposto lui. E poi mi ha presentato [...]

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