Avevo già parlato del caso Fouad e di come mi avesse colpito il silenzio della nostra stampa su ciò che era successo. La storia (assieme al banner qui sopra) è poi girata su diversi blog e, soprattutto, è stata raccontata sul Corriere Magazine da Edoardo Vigna, ancora una volta osservatore attento e sensibile di ciò che succede nella blogosfera internazionale, al di là del nostro orticello.

Riporto, con qualche giorno di ritardo, il suo articolo. Il PDF è qui (link: fouadpdf) e provvederò a segnalarlo ai blogger sauditi e arabi che si sono attivati e continuano a spendersi per la sua scarcerazione. Poco prima di essere arrestato e prevedendo ciò che gli stava per succedere, Fouad scrisse: “But, if it’s more than three days, it should be out. I don’t want to be forgotten in jail.” Ci teniamo anche da queste parti, a non dimenticarcelo.

UN BLOGGER SAUDITA SIMBOLO (DAL CARCERE) DELLA LIBERTÀ 2008

«Perché blogghiamo? Perché abbiamo opinioni che meritano di essere ascoltate. Perché non abbiamo paura. Perché rifiutiamo la mentalità del gregge. Perché la nostra religione ci incoraggia a parlare. Perché siamo positivi». È un incredibile “decalogo del blogger”, quello di Fouad Al-Farhan (le ragioni inanellate sono in realtà 25). «Ci si sente un po’ sciocchi a leggerlo dall’Europa», mi scrive la blogger italiana Lia, che l’ha ripreso sul suo http://www.ilcircolo.net.

La ragione è presto detta: Fouad ha 32 anni, è sposato, ha due bambini, una sua società di software e, soprattutto, scrive uno dei “diari su internet” (un blog, appunto) più famosi dell’Arabia Saudita che, cosa rara, firma col vero nome. La polizia di Jeddah, un mese e mezzo fa, l’ha buttato (sequestrando il suo portatile) in cella di isolamento senza dirgli neppure con quale accusa (cosa peraltro legale lì, almeno per 60 giorni).

«Nel nostro italico e satollo mondo ci dimentichiamo che i blogger dei Paesi in via di sviluppo pagano prezzi non indifferenti per non svilire lo strumento che abbiamo fra le mani», aggiunge Lia in rete.

Nell’autoritaria Arabia Saudita, il boom dei blog (in tre anni da 300 a oltre mille, tenuti da uomini e donne, in inglese come in arabo) ha fatto fare ai “pulpiti on-line” un salto di qualità: dall’occuparsi di popstar (proprio così) e vizi privati, sono passati a un deciso impegno pubblico, contro terrorismo e fanatismo religioso, in favore della democrazia. Al-Farhan (il gioioso, in arabo), tornato a casa dopo l’università negli Usa, ne è uno dei campioni. «Il suo arresto vuole intimidirci», spiega il giovane Ahmad Al-Omran, che gestisce il sito “Saudi Jeans”.

La campagna Freefouad.com è partita con relativa petizione sul web e pagina su Facebook (nel disinteresse però della stampa).

Ma Fouad è anche un simbolo: raggiunge colleghi egiziani, tunisini, cinesi già dietro le sbarre nei loro Paesi. La realtà è che in tutto il mondo (attenti: anche quello “libero”) si moltiplicano i tentativi di limitare e censurare il web, che lo si faccia con pretesti anti-pornografici (Tokyo) o anti-terroristici.

Per il guru dei media David Weinberger, il 2008 può essere l’anno dello scontro finale per la libertà della Rete.

«Blogghiamo perché siamo sinceri», dice l’ultimo precetto di Fouad. Cosa c’è di più pericoloso?

evigna.globalist@corriere.it