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Una prende una zattera e, avanzando a fatica tra i cavalloni di lacrime sollevati dagli italici media, approda sulla stampa spagnola. E lì, mentre riprende fiato, lascia che i panni impregnati di pianti e mocci si asciughino al sole di una prosa asciutta e sobria, di un linguaggio teso a comunicare e non a commuovere, di un modo di pensare razionale, di un argomentare che tratta il cittadino da adulto e che parte dall’osservazione dei fatti e non dal desiderio di happy end.

Una cosa così:

Quale Gaza?

Editoriale non firmato, EL PAÍS, 15-08-2005

Per storica che sia la prevista evacuazione israeliana da terre palestinesi occupate per generazioni, l’uscita da Gaza, protetta da decine di migliaia di soldati e filmata dalle televisioni di mezzo mondo, cambia di poco i dati del conflitto israeliano-palestinese.

E’ vero che stabilisce un precedente e che Ariel Sharon, per attuarla, ha dovuto vincere la fiera resistenza dei politici conservatori più arrocati. E’ anche vero che i palestinesi avranno, adesso, la responsabilità di base di un territorio sovrappopolato e misero da cui cominciare a progettare l’embrione di uno Stato possibile. Tuttavia, quando gli 8500 coloni israeliani avranno abbandonato la loro ultima zolla di terra, continueranno a sussistere gli elementi essenziali di uno dei conflitti più durevoli e più dolorosi del mondo.

Sharon, appoggiato dalla maggioranza dei suoi concittadini e dalla Casa Bianca, ha adottato una decisione intelligente. Per proteggere un pugno dei suoi in un territorio popolato da 1.300.000 nemici, Israele ha speso ingenti somme di denaro e di capitale politico ed emozionale.
Se la ritirata riesce biene, il primo ministro avrà compiuto un passo decisivo rispetto al suo rivale nel Likud, Netanyahu, in previsione delle elezioni del prossimo anno.
Se i palestinesi usano Gaza come piattaforma militare contro Israele, Sharon manderà di nuovo i suoi carroarmati ed elicotteri, stavolta senza il freno rappresentato dai coloni.
In ogni caso, mantiene l’asso del mazzo, la Cisgiordania, dove risiedono illegalmente quasi un quarto di milione di israeliani.
In Cisgiordania, la politica degli insediamenti ebraici continua ad essere granitica.
Nulla permette di supporre che il territorio, essenziale per la configurazione di uno Stato palestinese fattibile, arrivi ad essere oggetto di negoziati. E nemmeno Gerusalemme Est.

La sfida sarà, d’ora in poi, per Mahmud Abbas, il successore di Arafat. Il politicamente debole presidente palestinese deve imporsi ai fondamentalisti armati nel suo stesso schieramento – e con un’agenda propria, come Hamas – e controllare, inoltre, forze di sicurezza in preda al caos.
E, al di sopra di ogni altra cosa, Abbas deve andare incontro alle aspettative di una popolazione martirizzata e drammaticamente impoverita. La ritirata di Israele rappresenterà un passo verso la pace solo se i palestinesi percepiranno che il controllo di Gaza migliora le loro vite.
In questo campo, quello economico, il mondo esterno ha un ruolo cruciale da svolgere.

Dopo cinque anni di violenza inaudita, il Medio Oriente ha bisogno prima di tutto di una speranza e sarebbe impagabile che Gaza potesse svolgere questa funzione. La ritirata che sta iniziando, tuttavia, non è il risultato di un accordo tra nemici né rappresenta alcuna promessa verso l’agognato Stato proprio.
Il valore finale di questo gesto dipenderà da ciò che succederà nel territorio parzialmente liberato – Israele continuerà a controllare il flusso di persone e merci – e questa è un’incognita per entrambi i protagonisti della vicenda.

Scritto sei giorni fa.
Quando le lacrime dei coloni erano alle stelle ma, a quanto pare, non riuscivano ad offuscare la serena, persino banalissima, capacità di osservazione di un giornale normale.

Se compariamo un editoriale così all’editoriale medio apparso sulla nostra stampa negli stessi giorni e proviamo ad attribuire un’età ai rispettivi autori, quello italiano apparirà come un adolescente o un nonno paternalista.
Questo, come un adulto.

E, vorrei ribadirlo ancora una volta, il problema che mi preme sollevare in questo momento non è quello di ciò che succederà a Gaza, ma quello della nostra informazione.

(La versione originale dell’editoriale, nel “Continua”.)

Histórica como lo es la prevista evacuación israelí de tierras palestinas ocupadas durante generaciones, la salida de Gaza, protegida por decenas de miles de soldados y filmada por las televisiones de medio mundo, cambia poco los datos del conflicto palestino-israelí. Es cierto que sienta un precedente y que Ariel Sharon ha debido vencer para ponerla en marcha la resistencia fiera de los políticos más ultramontanos. También lo es que los palestinos tendrán ahora la responsabilidad básica de un superpoblado y mísero territorio desde el cual comenzar a proyectar el embrión de un Estado posible. Pero cuando los 8.500 colonos israelíes hayan abandonado su último terruño, subsistirán los elementos esenciales de uno de los contenciosos más duraderos y dolorosos del mundo.

Sharon, apoyado por la mayoría de sus conciudadanos y la Casa Blanca, ha adoptado una decisión inteligente. Para proteger a un puñado de los suyos en un territorio con 1.300.000 enemigos, Israel ha gastado ingentes sumas de dinero y capital político y emocional. Si la retirada sale bien, el primer ministro habrá dado un paso decisivo respecto de su rival en el partido Likud, Netanyahu, con vistas a las elecciones del año próximo. Si los palestinos utilizan Gaza como plataforma militar contra Israel, Sharon mandará de nuevo sus tanques y helicópteros, esta vez sin las ataduras de los colonos. En cualquier caso, mantiene el as de la baraja, Cisjordania, donde habitan ilegalmente casi un cuarto de millón de israelíes. En Cisjordania, la política de asentamientos judíos sigue roqueña. Nada permite suponer que el territorio esencial para la configuración de un Estado palestino viable vaya a ser objeto de negociación. Ni Jerusalén oriental.

El reto será a partir de ahora para Mahmud Abbas, el sucesor de Arafat. El políticamente débil presidente palestino tiene que imponerse a los fundamentalistas armados de su propio campo -con agenda propia, como Hamás- y controlar, además, a unas caóticas fuerzas de seguridad. Y, por encima de todo, Abbas debe satisfacer las expectativas de una gente martirizada y dramáticamente empobrecida. Sólo si los palestinos perciben que su control de Gaza mejora sus vidas, la salida israelí representará un paso hacia la paz. En este terreno, el económico, el mundo exterior tiene un papel crucial por representar.

Tras cinco años de inaudita violencia, Oriente Próximo necesita por encima de todo una esperanza, y sería impagable que Gaza pudiera cumplir esa función. Pero la retirada que comienza no es producto de un acuerdo entre enemigos, ni representa promesa alguna hacia el soñado Estado propio. El valor final del gesto dependerá de lo que suceda en el territorio parcialmente liberado -Israel seguirá controlando el flujo de personas y mercancías-, y ésa es hoy una incógnita para los dos protagonistas de la historia.