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Copio-incollo da Angelo di The Rat Race:

Uyulala mi chiede di partecipare a una catena, per una volta seria, e di indicare un libro sulla Shoah come mio contributo a una ideale biblioteca della memoria.
Devo dire che esito, perche’ mi pare che a volte tanta enfasi sulla memoria della Shoah nasconda — anche inconsciamente e in buona fede — il bisogno di *padroneggiarla*, di ridurla a una misura che entri nei nostri schemi mentali — e che chiudere la memoria in una biblioteca, reale o virtuale, possa diventare un modo per renderla il piu’ possibile inoffensiva.
Al contrario, la memoria della Shoah — se non si vuole tradirla — deve restare *intollerabile*. Dev’essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio’ niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche’ assolviamo al compito nobile di non dimenticare.
Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu’ inconciliati con la realta’ — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah — e sono due poeti: Paul Celan (di cui Mondadori ha pubblicato l’opera integrale nei Meridiani) e Dan Pagis (che purtroppo conosco soltanto nella traduzione inglese edita dalla University of California Press, non essendo in grado di leggere l’ebraico e mancando una traduzione italiana). Sono due libri che — onestamente — non so se avrei oggi il coraggio di rileggere — e proprio per questo sono quelli che mi sento di citare.

Passo il testimone a Lia, senza alcun intento provocatorio — perche’ credo che da lei possa venire qualche indicazione intelligente e fuori dalla vulgata; […]

Ha stile nel metterti con le spalle al muro, Angelo… :)

Lo so che non c’è in lui nessun intento provocatorio o, almeno, non c’è nel senso negativo del termine. Questo non vuole ovviamente dire che la sua sia una richiesta semplice, sia perché le mie passioni e i miei interessi sono altrove da molti anni e sono certa che ci siano libri importantissimi su quest’argomento che io, semplicemente, non conosco, e sia perché credo che la Giornata della Memoria sia, da diverso tempo, usata senza nessuno scrupolo da coloro – ed è inutile fingere di non vederlo – che dell’accusa di antisemitismo hanno fatto un manganello con cui tacitare chi si oppone agli orrori di oggi, e questo mi scandalizza, nel senso più genuino del termine, e ha fatto sedimentare in me, negli anni, una diffidenza e un disagio emotivo duri da superare. Ma di questo abbiamo parlato mille volte, su questo blog e su quello di Angelo, e i rispettivi archivi sono pieni di questo dialogo. Quello che io penso è sparso un po’ ovunque qui, e non serve ripeterlo.

Io ci sono cresciuta, con la consapevolezza dell’importanza della Memoria, e ricordo benissimo cos’era: era un momento di riflessione su se stessi in cui si facevano i conti con un male che era dentro di noi e da lì – e solo da lì – poteva riemergere. Non era la denuncia di un male esterno, di un nemico esterno. Ricordare, per me e per i miei compagni di scuola, per il mio mondo di ragazzina, non voleva dire: “Non facciamocelo succedere più”. Voleva dire: “Non facciamolo più“. Noi. Perché noi eravamo stati i carnefici o i loro complici, e chi era diverso da noi era stato nostra vittima, nostro capro espiatorio.

A me sembra che sia cambiato questo, oggi. Ci si sente nobili a poco prezzo, identificandosi con le vittime di ieri al punto da alzare barricate comuni contro mostri che, nella nostra immaginazione, non ci somigliano. Trovo che non serva a molto, una Memoria così. Credo che l’unica memoria che abbia un senso sia quella che ci insegna a conoscerci. Della memoria di un’esperienza, parliamo, e serve fino a quando la consapevolezza che se ne ricava fa da antidoto alla tentazione di farsi sconti, di cercare i mostri fuori di noi. Il contrario è un tradimento profondo del senso di ciò che ci è stato insegnato e, personalmente, me ne chiamo fuori.

Il libro che viene in mente a me, quindi – e oggi ancora di più, in questa strana giornata in cui seguiamo un po’ tutti la diretta da Roma, e più sfiduciati e stanchi che mai – è Come si diventa nazisti, di William Sheridan Allen. Che è la cosa determinante da ricordare, per cercare di non rifarlo.

[…] Fu cosí che per alcuni il programma economico fu chiave, mentre l’antisemitismo era bollato come una eccentricitá dei vertici; ad altri piacque la promessa di riarmo, ed il contorno d’odio verso la Francia, la Russia e quant’altri pareva una bonaria esagerazione retorica. Ognuno votò per un motivo, molti ebbero ragione di pentirsi – e purtroppo era troppo tardi. Al giorno d’oggi, sarebbe possibile ricadere in questo errore? Gli elettori moderni (?) dispongono di un arsenale democratico ed analitico per riconoscere un “dittatore in nuce” e negargli il consenso?
William Sheridan Allen, americano dell’Illinois, azzarda una risposta. Lo fa adottando un punto di vista non tradizionale: non giá l’alta politica coi suoi accordi interni e le sue alleanze, ma la vita quotidiana di un piccolo paesino dell’Hannover; non Hitler, Goëring e Goebbels ma il libraio, il vice-sindaco e l’operaio dello zuccherificio; non l’orrore dell’olocausto ma il disagio di cambiare di marciapiede per non obbligare l’amico ebreo a salutarti col braccio teso. Ed é cosí che nelle 279 pagine di “Come si diventa nazisti” l’autore ci racconta di cinque anni drammatici, unici e – speriamo – irripetibili: dal 1930 – anno in cui il nazismo pare solo folklore – al 1935, con la sua ormai ferrea e ineludibile dittatura.

Il resto della recensione è qui.

A chi passo il testimone? A chi lo vuole, ovviamente. Ma a me piacerebbe molto sentire la risposta di questo ragazzo.