Sì, è tutto giusto, l’idea di tornare a sentire odore di Middle East mi fa del gran bene.

Però, se parlare d’amore si deve, Il Cairo fa caso a sé.
Non è Medio Oriente, è la luna.
E’ un altro posto.
E non per motivi grandi (non politici, non ideali, non religiosi, non di formazione, non di chissà cosa) ma piccoli-piccoli, basici, essenziali, e pure negoziabili, dubitabili, discutibili, epperò irresistibili che mi arrendo, e sarà che arrendersi si deve.
Ma sì.

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Non è tanto bella, Il Cairo.
Fotogenica sì, molto.
Ma bella, quel che si dice bella, no: Napoli è più bella, per dire. Di molto.

Il Cairo è sublime, che è diverso.
Sa essere orribile: quartieri immensi di una bruttezza lacerante, sopraelevate da incubo per tutta la città, polvere che torni a casa nera, pulcette onnipresenti, un’aria che sai che, se respiri, muori giovane.
E la gente che la strozzeresti, spesso: solo che poi strozzi sempre quello sbagliato, quello che non ti ha fatto niente, e finisce che al Cairo vivi mortificata, ché sei una stronza e lo impari là.
Il tempo di impararlo e ti inchiappettano.
Ma solo un po’.
Pochino.
Perché, poi, è facile difendersi, al Cairo.
Molto, molto più facile che qua.
Uh, con differenza.

Ché poi una sembra l’esperta di Cairo, in giro per blog, ma mica è vero: se ho penetrato mezzo strato dei mille strati del cipollone è pure assai, ma ti rendi conto del mostro che è?
Nah, conoscerla non mi è dato, o mi è dato solo pochino, appena appena.
Usarla, però, sì.
Una città tutta femmina, chissà quante volte l’ho scritto. Usarla è una bellezza. Si presta senza limiti. Puoi sognarti come vuoi, lì con lei.

Cosa vuoi, cosa ti serve?
Io non ricordo frustrazioni, al Cairo. L’idea stessa mi era ignota. Persino il mare, dopo un po’, mi stufava, e ricordo un ritorno alla stazione di Ramses, dopo una gita ad Alessandria, e scendere dal treno, ripiombare nel caos della Madre del Mondo e sentirmi a casa, ché come avevo fatto a starmene via per ben due giorni, due giorni in una stupida città normale?
E fammi respirare il fumo di milioni di macchine, fammi combattere ‘sta guerra ad ogni passo in cui nessuno si fa male, fammi ridere, fammi stare viva.
Fammi camminare per il mondo senza mai scordarmi che devo guardare dove metto i piedi, tienimi sveglia.
Proteggimi, mettiamola così.

Fammi stare viva, dicevo, ma senza fare nulla di speciale, dopotutto.
Magari tornavo subito a casa, mi toglievo le scarpe e aprivo uno yogurt, tutto qua.
Non facevo niente dell’altro mondo.
Davvero.
Mi succedevano cose piccoline, sciocchezze.
Divertenti.

Questo fatto di guardare sempre dove mettevo i piedi mi piaceva un sacco: parliamo di questo.

Io, stamattina, ho investito in bici una passante.
L’ho presa in pieno o, forse, lei ha preso in pieno me.
Non lo so.
Le ho frenato in piena pancia, comunque, mentre non volavo per miracolo e perché lei mi ha tenuto: ci siamo praticamente abbracciate tra la ferraglia e i rispettivi spaventi.

E poi: “Lei è sul marciapiedi in bicicletta”.
E io: “Ne convengo. Ho torto. Però devo dirle che non è sicuro, uscire dal portone e sbucare sul marciapiedi a passo di marcia e senza guardare. Poteva schiantarsi contro un bimbo coi pattini, un cagnone festoso, una carrozzella col motorino, un rapinatore in fuga. Perché non guardate mai dove andate, voi passanti di Milano?”
E lei: “Vabbe’. L’importante è che non ci siamo fatte niente”.
In effetti.

Ma io non glielo riesco proprio a perdonare, a questa città, il fatto che ti induca ad andare a spasso senza guardarti attorno.
Ti spinge a fare cazzate.
Ti toglie interi pezzi di vita interessantissima.
Ti abitua ad accontentarti di così poco, santo cielo.
Ti addestra ad aspettative di felicità talmente mediocri, talmente rutinarie.

Ricordavo che là era fondamentale, guardare dove mettevi i piedi: attraversavi la strada, metti, e sapevi che saresti morta, se solo ti fosse venuto in mente di inciampare in una buca, di scivolare su un tacco.
Scivola su un tacco mentre attraversi Gamat el Dowel, se hai coraggio: ti riconsegnano ai tuoi cari in un barattolo di marmellata.
(Se potesse essere una marmellata di guava, a proposito. Almeno l’etichetta, dai. Tanto io credo di poterlo rendere, quell’arancione chiaro.)

Riflettendo sul dove si mettono i piedi, comunque, mi sono ricordata che la prima cosa che ho fatto, tornando a Milano, è stato appunto non guardare dove li mettevo, con relativo volo, visita al Gaetano Pini e fasciatura settembrina.

E sono andata a rileggermi il post.

Ma ero davvero io?
Io che non prendo casa per 20 euro, io indignata perché un’immobiliaria non mantiene la parola data, io che mi aspetto un mondo gentile?
Ma dai.
Ma come ero messa?
Come ero strana, come ero fuori posto?

Ora mi mimetizzo meglio, direi.
Non mi rompo quasi niente: a uno sguardo superficiale devo sembrare una che va dritta, chissà dove.

Sono talmente stanca.
Talmente fuori posto, talmente stufa.
Talmente lontana da casa, e così profondamente che non c’è rimedio.