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Faccio tardi a scuola.
Nel senso che la scuola è aperta fino a sera e io mi attardo a fare cose, ché la sala prof è grande quanto tre case mie e si sta bene e c’è un piccolo gruppo di prof, sempre gli stessi, che ci vivono dentro. Tutti al pc.
No, non a bloggare. A programmare, a scrivere verbali, a fare cose fino a sera. Uno potrebbe anche non smettere mai di lavorare, giorno e notte, se a un certo punto non decidesse di andare a casa.
Sta di fatto che io, a scuola fino a sera, ci sto bene.

Comincio a fare una cauta pace con l’Italia lì dentro, imbozzolata dentro l’edificio.
Forse non mi dispiace, questa mia scuola che pensavo di non amare e, anzi, mi pareva di essermi disamorata proprio della scuola in sé e ancora lo penso, ogni tanto.
Ma forse no, invece.
Ha gli alunni più sgarrupati che io abbia mai visto ma l’insieme è, a modo suo, un microcosmo che trasmette dell’intimità. Ti può anche venire voglia di toglierti le scarpe e metterti comoda, se non stai attenta.
E’ proprio scuola, grande grande e piena di corridoi e molto accessibile, molto senza fronzoli, tutta là.
Un gigante intimo.
Una cosa, boh, scuolosa.
Densa.

Mi ha inglobato e ormai mi sento un po’ che le appartengo.
Di sera teniamo chiusa la sala prof per non fare entrare il freddo, come se fosse il tinello.
Esco fuori a cena e mi accorgo di avere pezzi di gesso in tasca, gesso ovunque.
Mi arrampico sulla sedia per raggiungere il mio cassetto, in cima a un mobile altissimo, e dentro il cassetto ho già casino, verbali da consegnare, registri che non dovrei avere.
Ho gli spiccioli, l’euro e dieci per il panino col prosciutto cotto, e associare un edificio a un cibo è, definitivamente, casa.
E ieri sera era buio, fuori, e i corridoi erano illuminati appena, azzurrini, e in fondo al corridoio c’era la fotocopiatrice spenta e l’ho accesa per preparare i compiti e in tutta quest’immensità vuota di atri, corridoi, bandiere della repubblica e odore di panini e lisoformio io mi sono sentita, per la prima volta, al mio posto.
Quelle cose che tu sai che, prima o poi, ne avrai nostalgia.

I ragazzi. Ragazzi, poi: i bambini, per meglio dire, ché così piccoli non li avevo avuti mai.
Ho le prime, cielo santo. Il mio vecchio preside non me le dava per principio: diceva che già ero terrorizzante per il triennio, figuriamoci coi piccolini. “Capace che si suicidano!” mi diceva sornione, e mi ha cresciuto professionalmente facendomi credere che ero prof per grandi.
E invece, boh: forse è che sono cresciuta anch’io, ma coi piccolini ci sto bene. Un po’ perché me lo scordo, che sono piccoli, e molto perché mi disarmano ed io do il meglio di me quando sono disarmata.
Sospetto – ma ora non vorrei esagerare – di stare sviluppando qualche puntina di istinto materno, qua e là.
Ma è che è una scuola particolare, la mia.

Non piangono: ti sfidano.
Nei licei piangono, di solito. Li interroghi un po’ a fondo e cominci a vedere le lacrime.
All’università, non ne parliamo: ci ho fatto abbastanza esami da cambiare l’acqua al Ticino, con le lacrime che ho visto versare per i motivi più tonti: “Signorina, le avevo detto di non sottolineare il modello d’esame!” e la signorina ti scoppia in singhiozzi.
Tipico.
E c’era quella che, siccome un docente l’aveva pubblicamente sgridata a un esame, era diventata anoressica e aveva certificato medico per essere esaminata solo in privato e dovevi darle appuntamento apposta.
Giuro, ne’.

Questi, come gli egiziani, sono dei buoni incassatori, se ti incavoli.
La differenza con gli egiziani è che cercano di fare piangere te, piuttosto che piangere loro.
Il risultato è che sono arrivati a vedermi così esageratamente truce, a volte, che ormai ci scappa da ridere, e comunque sono buffi che ti sganasci, certi giorni, e da rotolare sotto la cattedra, ché sono buffi sul serio.
Come il tatuato Paciocco con la testa tonda, di estrema destra, che ha deciso di essere un omino tutto ammodo, con me, ché io sarei quella che dovrebbe portarli in gita e lui è la peste della classe e, di conseguenza, si sente investito in pieno della missione di non farmi arrabbiare e si esibisce in comportamenti – del tutto innaturali – di una tale irreprensibilità da mettermi a disagio e, scusa tanto, ma avere un’intera terza che scatta in piedi all’unisono quando entro in classe è un’esperienza curiosa.
E non so cosa gli ho detto, all’irreprensibile Paciocco (una cosa tipo che sarebbe caduto giù dalle scale, se non si allacciava le scarpe coi lacci ciondolanti) e lui, che era in piedi per l’alzata di benvenuto, si è automaticamente e visibilissimamente grattato le palle, lì sull’attenti e con la faccia seria, e io ancora un po’ e mi capotto dalla sedia e per poco non mi è venuto il singhiozzo dal ridere, ma è che bisognava filmarlo, serissimo e compreso ma grattandosi, ed è che i miei alunni sono così.

Come la Spiritella di seconda, ultima della classe e col 3 fisso, che quando ho detto: “… se l’anno prossimo sarò ancora qui…” è sbottata: “No, prof, lei ci deve essere! Se cambio prof pure l’anno prossimo, io mi sparo!”
Ma ha tre, cavoli.
Fa niente, vuole la stabilità.

Che, poi, ‘sta seconda è la mia croce e mi ha fatto talmente arrabbiare, ma talmente arrabbiare, che ho appioppato il corso di recupero a 14 di loro e adesso viviamo insieme, praticamente, e io sono una specie di colonnello che urla: “Il neurone!! Forza con quel neurone!!” e loro fanno la faccia tutta contratta per farmi contenta e si strofinano la fronte e, in qualche modo, siamo riusciti a imparare il presente e ieri gliel’ho dovuto dire: “Ragazzi, caspita: comincio ad avere la sensazione che siate una classe vera” e loro erano tutti contenti: “Ha visto, prof?” e speriamo che duri.
La verità è che so’ simpatici, sono.

Un mucchio di guai.
Una girandola di insegnanti di sostegno, tutti con le ore dimezzate dalla Moratti, e ‘sto sostegno non basta mai, ché non è che una bimba dislessica nell’ora di matematica smetta di esserlo nell’ora d’inglese, ma alla bimba spettano solo otto ore di sostegno e per il resto si deve arrangiare, ché l’Italia deve risparmiare grazie a lei, e così si perde in inglese e non la riacchiappi più però, in compenso, l’italia ha risparmiato e la Moratti ha risanato, brava lei.

Che poi, davvero, mi convinco sempre più che i ragazzi con handicap siano una risorsa enorme, per la scuola.
Perché creano solidarietà, intanto: i miei sgarrupati giovani teppisti sono tranquillamente abituati a fare scendere le scale al compagno cieco, a stare nel banco con quello ipercinetico, a soccorrere con gli appunti quello che ha difficoltà di apprendimento e a togliere gli ostacoli da davanti alle carrozzelle.
E questo lo sapevo, me lo aveva già detto la mia formatrice al corso abilitante, anni fa: “Dalla nostra scuola usciranno ragazzi preparati e altri che lo saranno meno, come ovunque. Ma quello che vi posso sicuramente dire è che, dopo cinque anni passati a caricarsi la carrozzella del compagno paralizzato su per le scale, nessuno di loro parcheggerà mai la macchina davanti a uno scivolo per invalidi, da grande. Mai, statene certi.”
Lo sapevo, ma vederlo è un’altra cosa: assisti a qualcosa di veramente formativo e, santo cielo, capita di essere fiere della scuola.
E poi, guarda: la scena dell’altro giorno, con Peppe – il mio alunno Down – che incrocia la sua compagna dell’anno scorso e lei gli salta addosso per la contentezza di rivederlo e se lo abbraccia tutto e lui, piccolo piccolo, sparisce tra le immense tettone dell’esuberante compagna e lei è felice e vedo contentissimo pure lui, travolto da un vortice di capelli biondi e dalla nuvolona soffice di una quinta di reggiseno, ed io scendo le scale ridendo e penso che come mi è mai potuto venire in mente, di pensare che la scuola non mi piacesse più.

Compito in classe, oggi.
Altra classe, altra ultima della classe, ostica, scura scura, rinunciataria e sbuffante.
Me lo da e poi: “Senta, prof.”
“Di’.”
“Non so, uhm. Non è venuto tanto bene.”
“Uhm.”
“Però, volevo dirle…”
“Eh.”
“Che, sa, stavolta ho studiato.”
“…”
“Davvero.”
E mi guarda seria.
“Mi stai dicendo di mettermi una mano sulla coscienza, prima di correggertelo?”
“Sì. Vorrei passare dal tre al quattro.”
Ci guardiamo.
“Uhm.” e annuisco.

Mi sono lasciata appioppare un altro corso, oggi.
Avere una casa comincia a sembrarmi del tutto superfluo, stasera.
Una branda e un pigiamone di lana e quell’affascinante corridoio azzurrino e vuoto con la fotocopiatrice spenta nella semioscurità, in fondo, che aspetta solo me.
Avrebbe senso.