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Sono dell’idea che il tema “donne arabe” sia un po’ come lo specchio di Biancaneve, per noi signore occidentali.

Lo si impugna per cercare conferme e sentirsi rassicurate: chi è la più libera, la più capace, la più intelligente, la più tosta, la più combattiva, la più moderna e la più evoluta del mondial reame?
E lo specchio, appositamente programmato, sussurra: “Tu, mia signora!”

Eppure, pochi temi come questo riflettono con spietata chiarezza il fallimento politico, culturale e a volte anche umano di buona parte delle donne d’Occidente che, invece di rivolgersi direttamente a queste ‘sorelle’ arabe che sembrano star loro tanto a cuore, per sapere chi sono e come stanno, se lo fanno spiegare (indovina?) dagli uomini. Di qua.
Giornalisti, politici o opinionisti che siano.
(E questo se va bene: altrimenti c’è la Fallaci ma allora, francamente, forse è meglio stare a sentire gli uomini, che se non altro tendono ad essere meno isterici.)

E’ un vero peccato: il percorso delle donne mediorientali in questo secolo è appassionante, a volerlo scoprire, decisamente spiazzante dal punto di vista dei nostri schemi e rappresenta – tra le altre cose – una buona cartina di tornasole dei risultati delle nostre battaglie, del prezzo e della maggiore o minore appetibilità delle nostre vittorie e della vastità delle nostre sconfitte.
Siamo impegnate a non vederlo, però, e del resto è terribilmente femminile usare gli specchi per esserne rassicurate e oscurarli quando ci possono fare male.

Compatire le donne arabe, quindi, tanto a destra quanto a sinistra, obbedendo alle consegne dei media come tanti angeli del cacciabombardiere e con buona pace di qualsiasi sorellanza che non sia quella che ci viene detto di avere.
“Le donne arabe non hanno voce!”. Per forza: a loro non domandiamo mai niente.
E l’articoletto sull’iraniana picchiata dal marito fa il giro di internet, perfetto per rafforzare i nostri stereotipi mentre, chessò, a due passi da noi le donne spagnole vengono uccise dal marito o dal compagno al ritmo di una alla settimana.
Ci si chiede come mai, e che fare, e come interpretare questo fenomeno che va aggravandosi parallelamente all’evoluzione di una società tanto vicina alla nostra?
No: questo vorrebbe dire porsi delle domande, cercare di individuare malattie nella nostra società.
Preferiamo fantasticare su arabe che non abbiamo mai visto e di cui non ci interessa, in fondo, sapere nulla.
Oppure, non so: esiste da qualche parte una seria riflessione femminile sulla cosiddetta “generazione senza padre”, ovvero sui figli delle 35/45enni di oggi?
Chiedo, eh. E’ un tema che ci riguarda o no? No, eh? Meglio parlare a vanvera delle povere arabe, musulmane loro, per giunta fraintendendone bisogni, aspirazioni e lotte.
Bene: a me pare che la cosa denoti una certa inettititudine politica di cui non c’è molto da andare fiere, ma forse è che sono strana io.

Tornando in Medio Oriente: non esiste, ovviamente, una cosa chiamata “condizione della donna araba”.
Tanto per dire: non c’è paragone tra la condizione della donna in Siria o nell’Iraq pre-invasione (paesi nostri ‘nemici’) e quella in Arabia Saudita o in Kuwait, paesi ‘amici’. Nel senso che stanno molto meglio dai ‘nemici’, intendo dire.

Oppure l’Egitto, laboratorio culturale d’Oriente: dotato di un movimento femminista fin dagli anni ’20, dà per scontate buona parte delle conquiste di cui noi ci beiamo come tanti dischi rotti da decenni: le signore studiano, lavorano, guadagnano e, anzi, con l’inflazione che c’è qui sarebbe un bel guaio, se non lo facessero.
Hanno voce, le donne egiziane? Direi di sì: sono in politica, nei giornali, nelle università, nelle imprese e dappertutto.
Questo fa dell’Egitto un paese ‘femminista’? No, assolutamente. E’ un paese robustamente maschilista. Lo vorrebbero più ‘femminista’, le donne di qui?
Onestamente? Non credo.
Mi pare che le preoccupazioni politiche delle donne, qui, seguano percorsi di tutt’altro genere.

Ieri era tutta dedicata alle donne, la rassegna cinematografica di El Manial.

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Dardasha Nesaaeyah
(Chiacchiere tra donne) è un documentario che raccoglie le storie di quattro generazioni di donne egiziane.
E segui i racconti di questa bisnonna severissima, uguali a quelli della mia bisnonna – inclusa la proibizione di bere caffè che c’era anche nella mia famiglia e queste analogie non smettono mai di colpirmi.
Poi la nonna spigliata e disinvolta, capello all’aria come sua madre, che racconta della sua battaglia per andare all’università e diventare la prima laureata di casa sua, ed è la più occidentale di tutte.
Filmini d’epoca, lei in costume da bagno, il padre che bacia la madre e potrebbe essere l’Italia.

Poi sua figlia, che invece ha combattutto contro marito e famiglia per poter indossare il velo. Comincia il risveglio islamico e questa figlia lo prende in pieno e ne fa una bandiera e, qui, cominciamo a perderci: finiscono le analogie, noi non l’abbiamo vissuto, il percorso che questa qui ha imboccato con tanta decisione.
Ed è una conservatrice da spavento, questa figlia, e la madre e la sorella la prendono in giro ma solo la madre rimane ferma sulle sue barricate: la sorella è a metà strada e, intanto, si è lasciata convincere e velarsi.
E infine la nipotina ventenne e universitaria, velata anche lei (e ti raccontano di quel povero padre, prima contro la moglie e poi contro la figlia, sconfitto da entrambe) che racconta di un suo viaggio in Olanda e del razzismo contro il suo velo.
“E questo non ti ha fatto dubitare della tua scelta?” “Ma va’! Semmai l’ha rafforzata!”
E la nonna (l’occidentale) guarda queste giovani generazioni e, santo cielo, secondo noi la modernità è lei: la nonna!
E appaiono altre storie: l’intellettuale femminista che spiega come l’ideale della donna chiusa in casa sia molto più di origine vittoriana che araba. La storia di quella che è chiamata apertamente “l’interferenza” occidentale lungo il percorso del femminismo arabo.
E Hala Shukrallah, attivista dei diritti umani che racconta i suoi anni ’70, le manifestazioni di piazza e le sue battaglie odierne.
E la donna del popolo con i suoi due divorzi perchè: “Non ero felice.”

E poi cambiano film e clima.
Si passa dalla pace alla guerra e da un mondo arabo all’altro, con il documentario seguente:

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Terre de Femmes, film libanese girato – anche – con i contributi del’UE e la cosa mi ha fatto molto piacere.

E’ ambientato nell’ex carcere israeliano di Khiam, Libano del Sud, raccontato da una militante palestinese che si chiama Kifah Afifi (nella foto qui sopra guarda fuori dalla sua vecchia cella) e che è, per grinta, gioia di vivere, passione e controcoglioni, la dimostrazione vivente di quanto si dovrebbero andare a nascondere, quelli che blaterano di “liberare le donne arabe dalla schiavitù”.

Nel tentativo di liberarsi dalla schiavitù che lei non sopportava, ovvero quella inflitta dagli israeliani, Kifah si è fatta sei anni in questo carcere che pare fosse famoso proprio per la sua sezione femminile.

Non ha peli sulla lingua nel raccontare cosa le hanno fatto: le ore passate nuda, le minacce di stupro, i “gesti osceni” compiuti su di lei durante la tortura, l’ufficiale che le piscia addosso, l’elettricità, il ricovero in ospedale perchè stava morendo di polmonite, ché la cella gronda acqua e si vede, nel film, e il ritorno nella stessa cella e il direttore che va da lei e le spegne una sigaretta sulla schiena mentre lei è paralizzata dalla febbre.

Ma anche le canzoni cantate di nascosto con le compagne, l’insegnare a leggere a chi non sapeva farlo usando un pezzo di sapone a mo’ d penna, l’uncinetto improvvisato con un pezzo di ferro, le risate, la solidarietà tra donne, l’amore e la voglia di vivere che non possa mai.
Ora ha due bambini, Kifah, ma la grinta non le è passata e si vede.

E viene fuori un movimento femminile, all’interno della resistenza palestinese, fatto di donne di acciaio e, allo stesso tempo, commoventi. Dal 1948, con Umm Khalil, ad oggi.
Abbiamo poco femminismo da insegnare, a queste qui.

Il giorno dopo il ritiro degli israeliani dal Libano, la popolazione della zona si lanciò sul carcere per liberare i detenuti.
Fu filmato tutto ed è emozionante, vale la pena vederlo.
I collaborazionisti libanesi (restituiamo alla parola ‘collaborazionista’ il suo significato, dai) furono processati. Il direttore di quel carcere ebbe sei anni, mi pare.

Una mia amica portoghese mi ha raccontato di esserci stata, a Khiam.
Ora è diventata un museo ed è possibile visitare le sale delle torture e vedere le celle e i filmati.
Dice che non c’era nessuno, quando andò lei.
E poi sbucarono due vecchietti guardiani e le aprirono tutto e gliela fecero visitare per filo per segno.
Il carcere di Khiam tutto per lei, e aveva i brividi mentre me lo raccontava.

Tra qualche settimana entrambi i documentari saranno in vendita, qui al Cairo.
Li comprerò.
So che il secondo ha goduto di un fugace passaggio a Milano e, forse, in qualche altra città, ma suppongo che l’abbia visto poca gente.
Bene: sappiate che io lo avrò, nel caso interessasse a qualcuno.

(Ok, basta: ho finito, giuro.)