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	<title>Haramlik &#187; Impudico bla bla</title>
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	<description>Haramlik: parola araba che indica la parte della casa riservata alle donne. Questo è un haramlik disordinato.</description>
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		<title>Appunti su madre e figlia</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 09:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cose di Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[(Cose scritte qua e là, pensieri che scorrono, rumori dalla cucina ed è la figlia che si prepara il latte coi biscotti). Faccio, con mia figlia, delle litigate spaventose e delle chiacchierate infinite. Quando litighiamo è perché circola, tra me e lei, questa faccenda della comunicazione extrasensoriale per cui ognuna risponde alla cosa che l&#8217;altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Cose scritte qua e là, pensieri che scorrono, rumori dalla cucina ed è la figlia che si prepara il latte coi biscotti).</em></p>
<div style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-family: 'Times New Roman'; line-height: normal; font-size: small; padding: 0.6em; margin: 0px;">
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Faccio, con mia figlia, delle litigate spaventose e delle chiacchierate infinite.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Quando litighiamo è perché circola, tra me e lei, questa faccenda della comunicazione extrasensoriale per cui ognuna risponde alla cosa che l&#8217;altra ha pensato, non a quella che ha detto. E nessuna delle due ci sta, ad avere un&#8217;interlocutrice che vuole discuterti i pensieri: non è manco sano, i pensieri non sono più veri delle parole. Sono solo meno ragionati.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Quando chiacchieriamo, invece, è perché sì, perché sennò non saremmo io e lei.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Ho rinunciato a nascondermi da lei. Ci ho provato per anni, con alterne fortune, e l&#8217;epoca in cui mi perquisiva la casa fino all&#8217;ultimo angolo per beccarmi i diari è l&#8217;epoca in cui cominciai a scrivere in rete, secoli fa. Mi parve che internet fosse, a quel punto, l&#8217;unico luogo dove non avrebbe potuto scoprirmi. Certo che ne è passato, di tempo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Alla fine, di segreti con mia figlia non ne ho più. Quelli che non le ho svelato direttamente glieli hanno raccontati altri: premurose ex cognate pronte a prendersi la briga &#8211; e di certo il gusto &#8211; di narrarle le mie tempestose avventure giovanili, leggende familiari ed amicali che iniziano tutte con un: &#8220;Ma come hai fatto a crescere così assennata con tanta madre?&#8221;, e poi i miei diari, appunto, e i miei quaderni, la mia sempiterna mania di scrivere i cazzacci miei, la sua scientifica, calcolata, curiosità. Mi ha guardato molto, mia figlia. Molto a fondo. E mi conosce come nessun altro, mi decodifica da ogni singola inflessione della voce. Abbastanza impressionante, e l&#8217;unico motivo per cui non mi spavento è che la sua conoscenza di me è pari al bene che mi vuole.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Una è preparata a che la cosa sia al contrario, a che ad essere telepatica sia la madre. E invece lei ti anticipa, ti batte, prende il controllo della situazione. Pure io lo so fare, pure io so leggerle i pensieri. Ma lei ci va giù piatto, più piatto di me. Deve essere perché io le do tempo, non vedo mai nulla di definitivo. E&#8217; talmente giovane, come si fa a fotografare una che cresce? Lei mi ha fotografato a ripetizione, invece, e vede come cambio e come invecchio, anche, e come rimango uguale a me stessa, e me lo racconta facendomi pochissimi sconti, profondamente a suo agio tra i miei difetti ancora più che tra le virtù. Quando si chiacchiera, io e mia figlia, si dice sempre la verità.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Oddio. &#8216;Verità&#8217; è una parola imprecisa. Da parte sua, dico.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Credo che uno dei motivi per cui lei ci ha guardato tanto &#8211; me e suo padre, entrambi &#8211; è perché doveva imparare a torearci. Era in minoranza &#8211; l&#8217;unica bambina della casa &#8211; e doveva ridurci alle sue esigenze. Non c&#8217;è nessuno al mondo &#8211; nessuno, nel pianeta intero &#8211; capace di manipolarmi come lei. E io lo so, come è successo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">E&#8217; nata che io avevo 20 anni e suo padre 18. Pianse una notte, poi dovette capire che rischiava la vita. Passò ai sorrisi. Ed io pensai: &#8220;La Natura è saggia e dà i figli pestiferi a chi sa sopportarli. La mia ha capito che la sopportazione è pochina, qua, e per questo sorride e dorme. Lo fa apposta, ne sono certa. Lo fa per tenerci buoni.&#8221; In effetti, non ho mai avuto nessuna comprensione per chi si lagna di avere figli tremendi: penso sempre che è perché hanno comunicato ai pargoli che c&#8217;era lo spazio per esserlo, pestiferi. Magari pure la necessità. E&#8217; una bella distrazione, un figlio pestifero.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La mia, no: ci ha preso le misure e ha deciso che andavamo rigirati con le buone, fino a diventare una professionista del farsi dire di sì. E questa, poi, è la differenza vera, fondamentale, che c&#8217;è tra me e mia figlia: che io dico quello che voglio senza fronzoli e ringhio quando me lo negano. Lei ti porta per mano a darle quello che vuole, invece, facendoti credere che lo hai deciso tu. Usa tecniche contro cui io non ho difese.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">&#8220;Tu mi immagini sempre diabolica&#8221;, ride. Ed io annuisco, sentendomi scura e terrestre davanti a una svolazzante fatina bionda.</div>
<div style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-family: 'Times New Roman'; line-height: normal; font-size: small; padding: 0.6em; margin: 0px;">Faccio, con mia figlia, delle litigate spaventose e delle chiacchierate infinite.</div>
<div style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-family: 'Times New Roman'; line-height: normal; font-size: small; padding: 0.6em; margin: 0px;">Quando litighiamo è perché circola, tra me e lei, questa faccenda della comunicazione extrasensoriale per cui ognuna risponde alla cosa che l&#8217;altra ha pensato, non a quella che ha detto. E nessuna delle due ci sta, ad avere un&#8217;interlocutrice che vuole discuterti i pensieri: non è manco sano, i pensieri non sono più veri delle parole. Sono solo meno ragionati.</div>
<div style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-family: 'Times New Roman'; line-height: normal; font-size: small; padding: 0.6em; margin: 0px;">Quando chiacchieriamo, invece, è perché sì, perché sennò non saremmo io e lei.</div>
<div style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-family: 'Times New Roman'; line-height: normal; font-size: small; padding: 0.6em; margin: 0px;">Ho rinunciato a nascondermi da lei. Ci ho provato per anni, con alterne fortune, e l&#8217;epoca in cui mi perquisiva la casa fino all&#8217;ultimo angolo per beccarmi i diari è l&#8217;epoca in cui cominciai a scrivere in rete, secoli fa. Mi parve che internet fosse, a quel punto, l&#8217;unico luogo dove non avrebbe potuto scoprirmi. Certo che ne è passato, di tempo.</div>
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<div style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: #ffffff; font: normal normal normal 13px/19px Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-family: 'Times New Roman'; line-height: normal; font-size: small; padding: 0.6em; margin: 0px;">Una è preparata a che la cosa sia al contrario, a che ad essere telepatica sia la madre. E invece lei ti anticipa, ti batte, prende il controllo della situazione. Pure io lo so fare, pure io so leggerle i pensieri. Ma lei ci va giù piatto, più piatto di me. Deve essere perché io le do tempo, non vedo mai nulla di definitivo. E&#8217; talmente giovane, come si fa a fotografare una che cresce? Lei mi ha fotografato a ripetizione, invece, e vede come cambio e come invecchio, anche, e come rimango uguale a me stessa, e me lo racconta facendomi pochissimi sconti, profondamente a suo agio tra i miei difetti ancora più che tra le virtù. Quando si chiacchiera, io e mia figlia, si dice sempre la verità.</div>
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		<title>(Per me un cono Egitto e panna, grazie)</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 16:32:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[[... e quindi mi sono messa a strillare che lui mi aveva detto che mi comprava l'Egitto e che io ci avevo fatto pace apposta e che lui mi aveva ingannato e si voleva tenere la pace senza darmi l'Egitto e che non avrei sopportato di essere ingannata così. E quindi mi ha comprato l'Egitto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/06/egyptair.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/06/egyptair-300x200.jpg" alt="egyptair" title="egyptair" width="300" height="200" class="aligncenter size-medium wp-image-2750" /></a></p>
<p><em>[... e quindi mi sono messa a strillare che lui mi aveva detto che mi comprava l'Egitto e che io ci avevo fatto pace apposta e che lui mi aveva ingannato e si voleva tenere la pace senza darmi l'Egitto e che non avrei sopportato di essere ingannata così. E quindi mi ha comprato l'Egitto, partenza l'11.]</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Lasciarsi a Genova</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>
		<category><![CDATA[Patria (matrigna?)]]></category>

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		<description><![CDATA[Io, alla fine, mi sono scocciata di giocare alla donna sposata e me ne sono andata di casa. E il mio neo-ex mi ha subito mandato il conto delle spese in sospeso, fosse mai. Il dettaglio della tanica per miscela da 10 euro mi pare talmente incantevole, talmente tipico, così buffamente genovese che non posso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io, alla fine, mi sono scocciata di giocare alla donna sposata e me ne sono andata di casa. E il mio neo-ex mi ha subito mandato il conto delle spese in sospeso, fosse mai.</p>
<p>Il dettaglio della tanica per miscela da 10 euro mi pare talmente incantevole, talmente tipico, così buffamente genovese che non posso non metterlo sul blog, nella categoria dedicata a questa benedetta città.</p>
<blockquote><p><span style="border-collapse: collapse; font-family: arial,sans-serif; font-size: 13px;">Ciao,<br />
il mondo va avanti, nonostante tu sia fuggita.<br />
Ti comunico le spese relative alla barca e alla casa</span></p>
<p>1) Revisione motore fuoribordo Mercury 4 cv:  80,00 €<br />
2) Posto motore in rimessa club nautico:       59,00 €<br />
3) acquisto tanica per miscela:                     10,00 €<br />
4) miscela per prove motore:                         10,00 €<br />
Tot&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
€     159,00</p>
<p>Casa:</p>
<p>AMGA, gas bolletta di acconto 1° trim 2010 €  82,00</p>
<p>Tot generale&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;€ 241,00</p>
<p>quota parte 50%&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;€ 120,50</p>
<p><span style="color: #888888;"><br />
<span><br />
</span></span></p></blockquote>
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		<title>Lo sapessi, cosa scrivere.</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 17:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[Difficile scrivere, in questo presente improbabile in cui sto facendo tutto ciò che una penserebbe di fare quando vuole costruire e mettere dei punti fermi nella propria vita e che è, invece, un sentitissimo inno alla provvisorietà che stiamo intonando in due. In assoluta armonia. &#8220;Che bella casa.&#8221; &#8220;Vero?&#8221; &#8220;Che bell&#8217;impresa, chi lo avrebbe mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Difficile scrivere, in questo presente improbabile in cui sto facendo tutto ciò che una penserebbe di fare quando vuole costruire e mettere dei punti fermi nella propria vita e che è, invece, un sentitissimo inno alla provvisorietà che stiamo intonando in due. In assoluta armonia.</p>
<p>&#8220;Che bella casa.&#8221;<br />
&#8220;Vero?&#8221;<br />
&#8220;Che bell&#8217;impresa, chi lo avrebbe mai detto a &#8216;sto punto delle nostre vite.&#8221;<br />
&#8220;Davvero, guarda.&#8221;<br />
&#8220;Ma io lo guardo, &#8216;sto panorama pazzesco, e gli dico addio mentre lo guardo, proprio adesso sul terrazzo, senti: è tutto così improbabile da essere stonato, non ci vivo davvero dentro, pensavo di andarmene.&#8221;<br />
&#8220;Sai, anch&#8217;io.&#8221;</p>
<p>Così passano questi mesi, in un&#8217;allegria assoluta che diventa insofferenza in un attimo, o sofferenza, o semplice errore da cui fuggire per poi chiedersi cosa ti è preso, ridere e tornare indietro ed essere felice di averlo fatto, di essere tornata, per un bel po&#8217; di giorni dopo. E poi ricominciare.<br />
Ed è difficile scrivere perché cosa vuoi mai scrivere, se non qualche bestemmia quando sei arrabbiata e te ne vai o qualche risata quando ritrovi la quotidianità che ti piace, quella col mojito in terrazzo che ti fa male, ti fa ingrassare, ti rende brutta e felice e pure, in qualche modo, voluta bene?<br />
Il momento è confuso, mettiamola così, ma è presente, e fissarlo in una forma scritta è dare la caccia alle farfalle, c&#8217;è veramente poco da spiegarsi. Lo farò quando sarà il momento delle autopsie, non adesso. Non so cosa scrivere, quindi, perché la mia vita a Genova non me la so decifrare. So solo che, quando sono via, ho bisogno di tornare e sentire odore di Mediterraneo, odore di maccaia, aria di vicoli e facce serie e ironiche dei genovesi che sono il mio paesaggio e voglio la mia barchetta di Bogliasco e vorrei pescare da oggi fino a Ottobre, con la canna nella barchetta verso il Levante e poi farli alla piastra, i pescetti, ma l&#8217;uomo con cui sto mugugna e si lagna e non li vuole, i remi e i pescetti, perché lui ne sa di più e i pescetti del mar Ligure non valgono la pena e le uniche barche che vale la pena avere sono a vela, non a remi, e ci scorniamo a sangue, corna contro corna, e ci lasciamo e poi è impossibile spiegare perché a chi te lo chiede, e finisce che non te ne ricordi manco più, per quale motivo ti sei offeso così a sangue prima di lasciarti, e torni indietro e così sempre, tutte le volte.</p>
<p>Genova. Chi se la scorda più. Ed io, non so perché, sono felice. Mentre ingrasso, mi maltratto e faccio tutto quello che non dovrei fare e tutti mi cazziano e io, in certi momenti, sono così felice che me la mangerei a morsi, l&#8217;aria di questa città che non posso nemmeno dire di amare, so che c&#8217;è e basta e, soprattutto, so che sa di mare. Di mare vero, non di mari esotici. Del mare mio, nudo e crudo. Salato.</p>
<p>Non riesco a scrivere, quando sono qua, perché mi manca la prospettiva.<br />
Mi dispiace da morire. A me piace un sacco, scrivere. Se ci riuscissi mi sentirei davvero qui.</p>
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		<title>Pomeriggio all&#8217;Asmara Palace</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 15:22:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[5 aprile All&#8217;Intercontinental Hotel di Asmara c&#8217;è la piscina, apprendo, e mi ci dirigo tosto. L&#8217;Intercontinental è l&#8217;albergo più lussuoso dell&#8217;Eritrea ma l&#8217;accesso alla piscina, per i non residenti, costa 200 nakfa al giorno. Dieci euro, al mio infelice tasso di cambio. Figuriamoci a quello del mercato nero, che è 3 volte tanto. E&#8217; sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/asmarapalace.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/asmarapalace-300x225.jpg" alt="asmarapalace" title="asmarapalace" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-2678" /></a></p>
<p><strong>5 aprile</strong></p>
<p>All&#8217;Intercontinental Hotel di Asmara c&#8217;è la piscina, apprendo, e mi ci dirigo tosto. L&#8217;Intercontinental è l&#8217;albergo più lussuoso dell&#8217;Eritrea ma l&#8217;accesso alla piscina, per i non residenti, costa 200 nakfa al giorno. Dieci euro, al mio infelice tasso di cambio. Figuriamoci a quello del mercato nero, che è 3 volte tanto.<br />
E&#8217; sulla strada verso l&#8217;aeroporto, devo andarci in taxi. Chiedo al taxista quanto vuole, la risposta è sempre quella: 50 nakfa. Che io voglia fare 100 metri o 2000 non cambia nulla, ovunque io voglia andare mi chiedono sempre 50 nakfa. Per corse che invece hanno prezzi variegati per i locali, ma a me non è nemmeno permesso contrattare: appena lancio una controfferta, mi schifano e se ne vanno. Qualcuno mi diceva che soprattutto i cristiani sono impermeabili alla contrattazione, testoni come spesso sono i cristiani d&#8217;Oriente. Con i musulmani si negozia di più, dicono, ma si vede che non fanno i taxisti.</p>
<p>L&#8217;Intercontinental ha un nome incerto, nel senso che prima si chiamava così e adesso si chiama &#8220;Asmara Palace&#8221; ma la Lonely Planet ancora non lo sa. Comunque lo vogliano chiamare è un 5 stelle senza pretese esagerate e, soprattutto, senza quasi clienti, almeno a prima vista. Vuoti i ristoranti, vuoti i bar, vuota o quasi la piscina: c&#8217;è un tizio occidentale molto male in arnese e munito di stivali da cowboy che dopo un po&#8217; si toglie, rimanendo sdraiato al sole coi calzini bianchi ai piedi. Non fa il bagno, sembra avere freddo, legge un po&#8217; e se ne va. Fossimo negli anni &#8217;70, penserei a un danaroso tossico venuto in Africa a smaltire tossine. E poi c&#8217;è un africano molto atletico, invece, che si tuffa elegante, fa un centinaio di vasche, rimane in ammirata contemplazione delle mie cicce per un bel pezzo, bontà sua, e poi se ne va anch&#8217;egli, mentre io non sollevo il naso dal mio libro. Sto leggendo Gomorra, ho pensato che l&#8217;Eritrea fosse un buon posto per decidermi ad affrontarlo. E&#8217; che, da napoletana, ho bisogno di distanza.</p>
<p>Accanto alla piscina scoperta ce n&#8217;è una coperta, e lì ci si infilano due arabe velate integrali con un gruppetto di bimbi. Sempre claustrofiliche, loro: posto coperto che vedono, posto in cui si installano. Solo che, una volta dentro, si tolgono i veli senza accorgersi che le vetrate della piscina sono trasparenti e che le vedi benissimo, giovani e con i colpi di sole biondi, belline, con nasi decisi. Mi chiedo se sono saudite: poi decido di no perché i loro bambini sono magri. Boh, verranno da qualche parte del Golfo. I bambini mi indicano col dito da dietro i vetri, io sono in bikini, si staranno chiedendo perché. Solita storia.</p>
<p>Poi piove, poi c&#8217;è il sole, poi piove ancora, poi ci sono sole e pioggia insieme. L&#8217;acqua della piscina è calda, l&#8217;aria è calda e secca, tra uno scroscio di pioggia e l&#8217;altro, io ormai sono completamente sola ed ho la piscina tutta per me, o l&#8217;intero albergo. E&#8217; una specie di versione oltrecortina dello Sheraton dove andavo in piscina al Cairo: gli ombrelloni, le sdraio, la sensazione di un luogo curato, con i giardini e lo spogliatoio con le docce vere, da cui scende un mucchio di acqua. Però non c&#8217;è niente e nessuno. E&#8217; un Cairo dopo l&#8217;atomica, un Cairo in versione giocattolo dove hanno dimenticato di mettere la gente.</p>
<p>Vado in esplorazione, mangio qualcosa sull&#8217;enorme terrazza del Caffè Milano. Ci sarebbero anche un paio di ristoranti e dei pub, dentro l&#8217;albergo: Vecchia Trattoria di Bergamo, La Fontana, cose così. Tutto troppo grande per tanto vuoto. Mangio un panino, quello più semplice in un improbabile menù che promette, tra le altre cose, prosciutto di maiale (ma manco morta, guarda) e la clamorosa tentazione di un Calzone Pugliese con dentro la ricotta, come deve essere e come nell&#8217;Italia del nord non trovi mai, e invece hanno ragione gli asmarini: ci vuole la ricotta, nel calzone. Diteglielo, a quei vandali di lombardi, liguri e affini.</p>
<p>Mangio il panino, mi rinchiudo nella mia beatitudine, penso a me. Mi sento spezzettata in mille vite diverse, non comunicanti l&#8217;una con l&#8217;altra. Non c&#8217;è una continuità, nelle mie vite. Non si fondono. E&#8217; una sensazione che ho sempre avuto, fin da bambina. A volte ero figlia di una mamma senza un soldo, a volte ero figlia di un padre danarosissimo. A volte ero una brava scolara, altre bigiavo a scuola per andare a dare cristiana sepoltura ai gatti morti che avevo visto per strada. Sempre vite parallele, ma senza segreti: ero pronta a spiattellarne i particolari a chiunque me li chiedesse. Le avevo per curiosità, non per riservatezza. E&#8217; che non volevo privarmi di nessuna vita, di nessun modo di essere. A dieci anni volevo fare la contrabbandiera di sigarette, come gli scugnizzi della mia zona, ma ero anche la brava nipotina dei nonni, non mi è mai parso che le due cose fossero incompatibili. Erano bellissime entrambe, l&#8217;importante era che nessuna fosse definitiva.</p>
<p>C&#8217;è stato un momento in cui tutto si è fuso e mi sono scoperta felice, e forte: è stato durante l&#8217;analisi, quando raccogli tutto e ne fai narrazione e lo fai per te stessa, mentre la tua silenziosa analista freudiana si limita a dirigere il traffico delle emozioni, della verità che è la linea conduttrice di tutto. Una grande pienezza, l&#8217;analisi, una pienezza che ti rende leggera.<br />
Poi la vita è andata avanti e si è spezzettata di nuovo, però, e forse va bene così, ché sennò sarei rimasta ferma in quella mia conquista come una madonna in un quadro, come la vignetta di me stessa con tanti putti attorno, e i piedi poggiati tra nuvole, palme e palazzoni lombardi. O come un polpettone, con tutti gli ingredienti bene amalgamati.<br />
Sono ritornata ai miei frammenti, a dividere i miei ingredienti gli uni dagli altri.</p>
<p>Penso che ho avuto una bella vita, piena, spesso molto divertente: mi dispiace solo di averne dimenticato almeno la metà. Forse quella più divertente, appunto, e me ne rimane la sensazione mentre gli episodi mi sfuggono, so solo che ce ne sono stati un mucchio.<br />
Ogni tanto, in rete, mi sbuca una trolla che denuncia a chi la vuole ascoltare le mie avventure adolescenziali. E&#8217; una mia ex amichetta di quando eravamo ragazzine, e tutto quello che racconta è vero, in qualche modo. Poi è anche falsato, imbruttito, stravolto dal fatto di essere raccontato con un odio che si sovrappone alla realtà e la caricaturizza, trasforma la mia vita in un suo urlo isterico.<br />
Quando succede e me ne accorgo, io la ascolto. L&#8217;ho letta spesso, in commenti che parlavano di me su qualche blog. Non confermo e non smentisco ciò che dice perché il confine tra le due cose è labile e la sua narrazione finisce con l&#8217;avere vita propria, smette di parlare di me e parla solo di lei. Come si fa a smentire le emozioni di un&#8217;altra persona e, soprattutto, perché farlo?</p>
<p>Le donne sono terribili, quando odiano ciò che hanno amato. Conosco quel tipo di odio, l&#8217;ho incrociato più di una volta. L&#8217;odio maschile è diverso, più calmo ed efficace sulla lunga distanza, più pulito, più finalizzato.<br />
L&#8217;odio femminile è un gran casino, invece, e riesce ad essere spaventosamente privo di dignità e di senso estetico. E&#8217; brutto da guardare. Le donne si suicidano nell&#8217;odio: starle a guardare è l&#8217;unico modo di affrontarle, fanno tutto da sole.<br />
Le donne odiano sentendo dolore, e il ricordo del loro dolore è tutto ciò che rimane, quando hanno finito di urlare.</p>
<p>Io sono scarsa, come odiatrice: sono troppo autoreferenziale per odiare come si deve, con tutte le emozioni concentrate su altri. E poi non so concentrarmi sulle donne. So volere bene alle donne, questo sì. Ma non so amarle sviscetaramente e, di conseguenza, non so odiarle visceralmente. So rompere le amicizie, se è il caso e con dispiacere, ma non sono mai nemmeno vendicativa, con loro. Con gli uomini sì, invece: con loro ci tengo persino, ad essere vendicativa, se ce ne sono motivi. A costo di farmi un nodo al fazzoletto. E a volte è necessario che me lo faccia perché, anche con loro, la mia carica emotiva non riesce a essere ostile fino in fondo e la mia voglia di fare del male, quando la provo, è una scelta e non una necessità. Lo considero giusto, tutto qui. E sano, soprattutto sano. Perché essere vittima di un uomo è troppo disdicevole, non può succedere. Devi reagire per forza, è come ristabilire l&#8217;ordine cosmico.<br />
In realtà divento dispettosa, mi pare il termine più adatto.<br />
Con le donne non è necessario, non ne ho mai sentito il bisogno. E, guardando quelle che odiavano me, mi è sempre sembrato lampante che si stessero umiliando.</p>
<p>Deve essere il nome di un ristorante che ho visto prima, ciò che mi ha scatenato questo mare di riflessioni sull&#8217;odio, e tanti ricordi. La Trattoria di Bergamo, che mi appare ad Asmara e mi chiedo se facciano i dolcetti a forma di quaglie di polenta, come nelle pasticcerie bergamasche. Ci penso, a volte, alla mia odiatrice di quelle lande. E&#8217; la prima volta che ne parlo, dopo tanti anni in cui si è data da fare con energia ammirevole per fare una lotta che io non ho voluto fare. Penso a lei e mi viene da sorridere: eravamo così piccole.<br />
E penso che è così strano, che è tutto vero ciò che racconta, ed è tutto falso, e sarà sempre così. Perché non ci sono i chiaroscuri, nella sua narrazione, quindi non c&#8217;è realtà. Interpretare la vita senza chiaroscuri è sinonimo di follia, è proprio la stessa cosa.<br />
L&#8217;ho vista impazzire. E poi l&#8217;ho vista fare della mia vita un suo delirio.<br />
E poi l&#8217;ho visto succedere ancora, ad altre donne, nello stesso modo.<br />
Che roba strana.</p>
<p>Mi piacciono gli albergoni d&#8217;Africa, i pub di legno e cuoio dove si può fumare, gli sgabelloni al banco e l&#8217;odore della birra. Certo che potrei viverci, qui. Lo sapevo già. Posso anche non viverci, però, e questo non lo sapevo. Ho fatto bene a venire, dovevo assolutamente scoprirlo.</p>
<p>In questo viaggio mi sono scoperta le prime rughe vere: non più segni di espressione, proprio rughe. Saranno stati gli spostamenti, gli sbalzi climatici che ti fanno svegliare con le occhiaie gonfie o, semplicemente, l&#8217;interesse con cui mi guardo allo specchio. Sarà che tra poco più di un anno e mezzo faccio 50 anni.</p>
<p>Non mi dispiace avere rughe, non mi danno fastidio. Mi dispiace molto di più che i lineamenti del viso perdano fermezza, che la pelle ti tradisca. Le rughe intensificano ciò che sei mentre gli scherzacci della pelle ti sbiadiscono. E ingrassare, dio mio, che sei obbligata ad essere te stessa con tutte le tue forze, per farti riconoscere sotto le cicce che hai messo su.<br />
La cosa strana è che sei sempre tu, cambia solo la buccia.  Ed ha senso che cambi. Come le stagioni, ché sennò come fai.</p>
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		<title>Appunti oziosi da Massawa</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 07:24:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[31 marzo Mi sono svegliata a mezzogiorno, sono una bestia. Ma è che mi sono dibattuta tutta la notte nella tragica scelta tra l&#8217;aria condizionata, che mi fa malissimo ma tiene alla larga gli insetti, e la preoccupazione per l&#8217;invasione che avrei dovuto fronteggiare se l&#8217;avessi spenta. Sui letti ci sono delle robuste zanzariere, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>31 marzo</strong></p>
<p>Mi sono svegliata a mezzogiorno, sono una bestia. Ma è che mi sono dibattuta tutta la notte nella tragica scelta tra l&#8217;aria condizionata, che mi fa malissimo ma tiene alla larga gli insetti, e la preoccupazione per l&#8217;invasione che avrei dovuto fronteggiare se l&#8217;avessi spenta. Sui letti ci sono delle robuste zanzariere, ma il letto in sé è imbottito e molto sospetto, l&#8217;imbottitura è piena di buchi. Alla fine l&#8217;ho tenuta accesa, l&#8217;orrida aria condizionata, e la mia stanza pareva un igloo, gelida in questa Massawa bollente, e io sotto la zanzariera, infilata nel sacco a pelo e col lenzuolo arrotolato attorno al collo per proteggerlo dal torcicollo che mi arriva, inesorabile, quando mi espongo a &#8216;sti freddi. Ho dormito malissimo, insomma, ma in un ambiente asettico come un frigorifero. Mi sa che stanotte cambio strategia e spengo l&#8217;aria assassina. Userò gli scarrafoni come peluche, dormirò volendogli bene.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/piscina.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/piscina-300x225.jpg" alt="piscina" title="piscina" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-2669" /></a></p>
<p>Massawa è struggente, ecco. Bevo qualcosa al Red Sea Hotel, che prima della guerra era un posto fighetto e poi è stato bombardato e ricostruito. Ha un bel giardino, una bella terrazza. Oltre il giardino, in riva al mare, una piscina enorme e senza una goccia d&#8217;acqua. Accanto alla piscina vuota, su una sedia, una solitaria turista legge un libro e si abbronza. La spiaggia è impraticabile, piena di ferri arrugginiti. Saranno i pezzi di albergo bombardati, non so. Entro, ammiro i saloni deserti, chiedo una birra al bar interno che si chiama Oyster bar. Oyster?</p>
<p>Fuori c&#8217;è un imponente monumento ai carriarmati rotti. In giro rimangono palazzi bombardati, case coi buchi dei proiettili. Un manifesto commemora l&#8217;anniversario della guerra contro l&#8217;Etiopia col disegno di una bella ragazza eritrea, armata e incazzata.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/donne.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/donne-300x225.jpg" alt="donne" title="donne" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-2670" /></a></p>
<p>Pare che le donne di questo paese si siano conquistate il rispetto della popolazione tutta, durante la guerra. Hanno combattuto come gli uomini e ancora adesso fanno il militare come loro. E in effetti ne incutono, di rispetto, leggiadre e sicure come sembrano. Si direbbero parecchio libere, le vedi in giro a tutte le ore e vestite in tutti i modi. E al lavoro, nei locali fino a tardi. A fare le cameriere, le boss, di tutto. Le prostitute, anche. Mi dicono che lo fanno con l&#8217;incoraggiamento della famiglia, spesso. Uno straniero invaghito può risolvere un mucchio di problemi a molta gente, qua.</p>
<p>Io, ecco, credo che mi invaghirei, se fossi un maschio straniero. A volte, guardandomi attorno, mi pare di essere circondata dalle donne più belle del pianeta. Di sicuro, le più belle che io ricordi. Non c&#8217;è storia, proprio.<br />
E poi mi scopro a canticchiare &#8220;Bella abissina&#8221;, giuro, ma è che adesso capisco cosa intendevano dire, i fascisti in trasferta, e la mia è solo un&#8217;associazione di idee canora e spero che non mi senta nessuno e che non mi picchino scambiandomi per una nostalgica del Duce, gessù: le canzoni che ti si ficcano in testa non sono intenzionali e non ho colpa.</p>
<p>Il Central Hotel è la base per gli aperitivi di Massawa: mettono i tavolini in riva al mare e ti portano la birra Asmara, che non ha bisogno di avere etichette sulla bottiglia perché è l&#8217;unica birra eritrea. Le bottiglie, le riciclano.<br />
Incontro il consulente FAO coi suoi due eritrei. Spiego che andrò a Massawa vecchia a caccia del pesce alla yemenita. Quando ci arrivo, parecchio dopo, i due eritrei sono lì e mi fanno ampi gesti, mi porgono una sedia, bisogna cenare assieme. Uno è del ministero che lavora col consulente FAO, l&#8217;altro è l&#8217;autista della spedizione. Ed io provo una sensazione da Unione Sovietica e mi domando se sono lì per caso, per curiosità, per galanteria o &#8211; e mi pare la risposta più probabile &#8211; per farmi domande e sapere chi diamine sono. Chiacchieriamo. Uno fa un commento un po&#8217; spinto sugli etiopi, di quelli che non andrebbero fatti davanti a una signora. Il mio irrigidimento immediato e lo sguardo da prof gli fanno passare all&#8217;istante la voglia di riprovarci. La conversazione prosegue, civile e anche interessante, se non fosse per la claustrofobia che provo. Il pesce alla yemenita vale il viaggio e pure le domande, tuttavia: è cotto in un forno di terracotta, succosissimo e polposo, ed è accompagnato dal pane arabo appena fatto con una salsina al berber, piccante e fresca allo stesso tempo. Ok, chiedetemi quello che volete, io intanto mangio. Mi chiedono persino se sono mai stata in Eritrea da bambina.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/ristorantemassawa.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/ristorantemassawa-300x225.jpg" alt="ristorantemassawa" title="ristorantemassawa" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-2671" /></a></p>
<p>E poi me la svigno, spiegando che devo andare all&#8217;internet cafè perché sennò papà si preoccupa, e loro mi informano che passeranno a prendermi in macchina per riportarmi in albergo. Non rimane che la fuga lungo il ponte, approfittando del fatto che l&#8217;internet cafè non funziona, e me la batto veloce. Solo che, a metà ponte, c&#8217;è un minibus con una ruota a terra, un mucchio di ragazzi e bambini che cercano di cambiarla nel buio più pesto e senza cric, ed io ho una pila tascabile nella borsa. Una pila bellissima, tra l&#8217;altro, che funziona a energia solare e ce la regalò l&#8217;Ikea, a SMP e a me in cambio di un&#8217;intervista su non so cosa. Caccio la pila, la porgo al gruppo, mi siedo su un gradino mentre loro lavorano. Manco mi si vede, nel buio. Poi torno in albergo, inseguita dai ringraziamenti generali e sentendomi membro a pieno titolo dei pubblici trasporti di Massawa, e lì stanno i due eritrei perplessissimi, che non si spiegano come hanno fatto a non vedermi lungo la strada del ritorno, eppure mi hanno tanto cercata per darmi un passaggio&#8230;<br />
Poi glielo chiedo, al consulente FAO, quando rimaniamo soli davanti ad altre birre: &#8220;Ma questi ti aiutano o ti controllano?&#8221; Dice di no, che lo aiutano. Vabbe&#8217;, sono una tipaccia diffidente. Magari erano solo amichevoli, boh.<br />
Riparte domani, lui. Come gran parte di chi fa il suo mestiere, si sente solo e vuole bere, sciogliersi e parlare. Mi racconta delle figlie, della moglie, dei nipoti. E&#8217; una gran brava persona, mi spiega che essere nonni è un&#8217;emozione intensissima. Non so quante birre ordina, saranno una quindicina. Ci scambiamo gli indirizzi email, ci salutiamo da grandi amici. &#8220;Keep in touch whith the dutch&#8221;, mi dice salutandomi, e credo sia una sorta di grido di guerra degli olandesi all&#8217;estero.</p>
<p><strong>1 aprile.</strong></p>
<p>Massawa mi concilia il sonno, non ho altro da dire. Mezzogiorno di nuovo, con questi ritmi non riuscirò a fare mezza gita. Dovrei andare in banca a cambiare quattrini, ma sono aperti dalle 7 del mattino alle 11, troppo tardi. Eccerto, con &#8216;sto caldo chi vuoi che lavori a mezzogiorno? Riaprono tra le 4 e le 5 del pomeriggio, mi dicono. E io mi riaddormento, mi sveglio di soprassalto, arrivo alla banca alle 5 e cinque minuti ed è chiusa, merde. E domani è venerdì santo, figurati se aprono. Il poliziotto di guardia, fuori, ride e mi suggerisce di cambiare al mercato nero. &#8220;Spiritoso&#8221;, borbotto furente.<br />
L&#8217;internet cafè sembra funzionare, ci metto solo una ventina di minuti ad aprire Gmail. Viene fuori la pagina senza le vocali, ma chi ha bisogno di vocali? Chiedo il permesso di fotografarla per ricordo, mi viene accordato da un perplesso gestore del luogo che non ci vede niente di strano, in una Gmail senza vocali.<br />
<a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/ggl.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/ggl-300x225.jpg" alt="ggl" title="ggl" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-2675" /></a></p>
<p>Nella posta c&#8217;è Marzia che mi cazzia e SMP che mi dà per dispersa e pare rassegnato. Venti minuti per rispondere a uno, altri venti per rispondere all&#8217;altra. Sigarette, passeggiate e cocacola negli intervalli tra un&#8217;apertura di pagina e l&#8217;altra. Mando un vecchio post a Marzia, magari me lo carica sul blog. Mi fido sulla parola, ché aprire la mia pagina è impossibile pure ad Asmara, figuriamoci qua.<br />
Mi accorgo che non avrei mai avuto un blog, se fossi venuta a insegnare qua anziché in Egitto. Che strano, gessù. Eppure ci si abitua, a non comunicare col mondo. Non è nemmeno tanto male, me lo devo confessare.</p>
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		<title>Massawa, 30 marzo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 14:57:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[A Massawa ci sono solo io, pare. Non vedo niente altro. Entrando, nel cortile dell&#8217;albergo, c&#8217;era un coso strano. Dimmi tu cosa può essere: Il Central Hotel è piacevole, con i suoi bungalow e i tavolini in riva al mare, ma il senso di vuoto è notevole. C&#8217;è una coppietta locale seduta a un tavolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Massawa ci sono solo io, pare. Non vedo niente altro.</p>
<p>Entrando, nel cortile dell&#8217;albergo, c&#8217;era un coso strano. Dimmi tu cosa può  essere:</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/cortilemassawa.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/cortilemassawa-300x225.jpg" alt="cortilemassawa" title="cortilemassawa" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-2666" /></a></p>
<p>Il Central Hotel è piacevole, con i suoi bungalow e i tavolini in riva al mare, ma il senso di vuoto è notevole. C&#8217;è una coppietta locale seduta a un tavolo in fondo, lei musulmana osservante in nero. E poi un signore di una certa età con l&#8217;aria nordica che è uscito dal bungalow più bello, mi ha salutato compito e si è seduto a un tavolo con due eritrei. Poi c&#8217;è la cameriera con l&#8217;aria triste che ci porta le birre, ma solo se riesci a porti nel suo raggio visivo e poi basta, niente altro. Niente a nord, niente a sud, a ovest, a est. Si fa notte. Le luci di Massawa Island alla mia sinistra, che sembrano illuminare edifici vuoti. Altre più lontano, suppongo si tratti della maggiore delle Dahlak.</p>
<p>Mi lascia perplessa il ristorante: grande, illuminato, apparecchiato, totalmente deserto. Inquietante. Credo che pedinerò il signore con l&#8217;aria nordica, per cenare. Appena si alza gli vado dietro, è l&#8217;unica. Del resto, il ristorante Luna suggeritomi ieri sera dai colleghi che ne magnificavano le patatine fritte, è chiuso che più chiuso non potrebbe essere.</p>
<p>Di sottofondo, musica locale e l&#8217;odore del mare sotto di me e anche quello del mio Autan, forte. Sui letti ci sono delle zanzariere azzurre. Mio nonno si prese la malaria, da queste parti, durante la guerra. Ora dicono che non ce n&#8217;è, a Massawa, e che il compenso c&#8217;è il dengue ma chissà se è vero.</p>
<p>Prima, quando sono scesa dal taxi collettivo, ho sbagliato strada e ho attraversato il ponte, finendo a Massawa Island che ha l&#8217;aria molto più vissuta, orientale, fascinosa e male in arnese rispetto a dove sono adesso, ma altrettanto vuota. Due bimbetti minuscoli mi si sono avvicinati e, compiti, mi hanno stretto la mano. Un signore senza un occhio mi ha poi indicato la strada, anzi l&#8217;isola giusta. Che è quella di fronte, appunto, e si chiama Taulud e ci arrivi a piedi se hai una buona resistenza al caldo, e sennò muori accasciato sulla tua valigia.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/valigia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2663" title="valigia" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/valigia-300x225.jpg" alt="valigia" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Il signore nordico adesso si è alzato e gironzola qua attorno con l&#8217;aria annoiata. Forse gli attacco un bottone, se non lo attacca lui a me prima. A noi viaggiatrici solitarie tocca essere socievoli, se vogliamo orientarci in Eritrea. E sennò me ne vado a letto presto col mio libro, ché dopo tanto viaggio e &#8216;sto sbalzo di una quindicina di gradi ci sta pure.</p>
<p>Da Massawa, la direzione per pregare verso la Mecca è quanto mai agevole da individuare. Verso il mare, ma più spostati a destra. L&#8217;Arabia Saudita è dall&#8217;altra parte ma verso nord. Di fronte dovrebbe esserci lo Yemen. La cui cucina influenza quella locale, dicono. Vattelappesca dove, però: scoprirlo è la mia missione odierna,</p>
<p>Su tutto, dal mare, impera un&#8217;esagerata, mobilissima luna piena enorme che sbuca da una nuvola, sparisce dentro la seguente e va sempre più su. Le nuvole diventano bianche, quando lei è dietro. Mi chiedo quale spettacolo si nasconda sotto questo mare che pare innocente e normale, visto da sopra, e deve essere una follia di vita, sotto. Chissà se puntandogli la torcia arrivano i pesci. Forse il fondale è troppo basso, qua sotto. Penso alla Dahab di quindici anni fa, con i faretti del Napoleon puntati verso l&#8217;acqua e i Lion fish che se la passeggiavano sotto. Quindici anni fa. Intanto la musichetta africana ha lasciato il posto a una Macarena cantata con un fortissimo accento locale. E poi del reggae, sapevo che sarebbe arrivato. Il signore nordico butta un mozzicone nell&#8217;acqua e io sento di odiarlo. Lascia stare il mare, stronzo.</p>
<p>Schiaccio il mio mozzicone sotto la scarpa. Chiederò la terza birra Asmara.</p>
<p>Arriva la cameriera, le chiedo la birra e un posacenere. Mi dice “No, here!”, indicando il pavimento. “Ok, a terra ma non a mare!”, dico io. “No”, conferma lei mettendosi a ridere. Gessù, finalmente ride. “Thank you!”, mi fa, andandomi a prendere la birra.</p>
<p>L&#8217;Egitto è la mia pietra di paragone del mondo e la scuola che mi permette di andare a spasso per mezzo pianeta senza fare una piega di fronte a qualsiasi difficoltà o stranezza. Mi ha insegnato così tanto, quel mio paese-mamma. A essere perfettamente felice seduta sulla riva del mar Rosso, per esempio. Scrivendo, pensando, guardando, fumando. Sto bene. Così, trasformata in spugna.</p>
<p>Il tavolo del signore nordico è ormai un tappeto di birre e lui vuole parlare di politica con i suoi due eritrei. Filosofeggia, parla del fatto che nessuno somiglia più ai propri bisnonni. Nemmeno gli eritrei. “I miei jeans stanno a mia figlia”, dice.</p>
<p>E poi si passa alla Palestina, certo. Si passa sempre alla Palestina, in ogni angolo del mondo, sotto ogni possibile cielo o luna. Chiede agli eritrei cosa ne pensano, loro gli rispediscono la domanda. “Cosa ne penso io? Io sto con i palestinesi!”, dice lui. Oh, bravo.</p>
<p>Stanno sempre tutti con i palestinesi, sembra incredibile che si parli del popolo più solo del mondo. Accompagnatissimi, dovrebbero essere, a sentire ciò che si dice per i bar dell&#8217;universo, e invece.</p>
<p>Dal mare arriva la brezza, è buio pesto e non si soffoca più. Allungo i piedi sulla sedia accanto, mi stiracchio, penso a casa: non ho notizie di nessuno tranne che di Marzia, e loro non hanno notizie di me da un paio di giorni, dall&#8217;ultima volta che ho preso una virgolina di connessione internet. Speriamo che nessuno si incazzi. Mio padre, ora che è più fragile di un tempo, non ama affatto sapermi dispersa.</p>
<p>Il signore nordico è un consulente della FAO, è olandese. Ovviamente è toccato a me rompere il ghiaccio, sennò staremmo ancora lì a guardarci di sottecchi, a un tavolo di distanza, unici due occidentali dispersi da &#8216;ste parti. Dovrebbe esserci una legge contro la timidezza, quando gli occidentali solitari si incontrano in Africa. Decreto Livingstone, la si potrebbe chiamare.</p>
<p>Dico una cazzata qualunque, lui la afferra al volo e parte nella chiacchiera, due minuti dopo condividiamo uno zighinì da mangiare con le mani. Mi spiega che non ci sono ristoranti eritrei, in Olanda. Gli spiego che da noi è pieno, e che lo zighinì è la cosa più buona del mondo. Lo è, in effetti.</p>
<p>E&#8217; qui per progettare un progetto, lui: si tratta di smaltire non so quante tonnellate di un pesticida velenosissimo vecchio di 50 anni, che non funziona manco più come pesticida ma che è ancora efficientissimo nell&#8217;avvelenare la terra e le persone. Un regalo della Bayer, manco a dirlo. Mi mostra le foto dei bidoni in cui lo conservano, molto arrugginiti. Ogni tanto qualcuno lo ruba per rivenderlo: si intrufolano nei depositi e riempiono le taniche succhiando da un tubo come si fa con la benzina. Ne muoiono 3 su 4, mi spiega, e il quarto si fa due soldi. Vendendo una cosa che uccide e non funziona.</p>
<p>Non si sa come smaltirla, &#8216;sta roba: in Europa, i nostri veleni li smaltiamo in Africa. Ma i veleni dell&#8217;Africa?</p>
<p>Ci consoliamo guardando le foto che ha scattato durante il viaggio da Asmara: ha incontrato un sacco di babbuini, il fortunello. Interi harem, col possente babbuino maschio e decine di femmine attorno. Me lo racconta con un pizzico di invidia, mima persino i bicipiti dei possentissimi maschi. Le foto sono stupende e io invidio lui che li ha incontrati: del resto viaggiava in macchina, lui. Io, sul mio bus sputacchiante fumo e rumore, non ne ho visto manco mezzo. Babbuini snob. Si avvicinano solo alle macchine della FAO, che il cielo li fulmini.</p>
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		<title>Asmara-Massawa, con permesso</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 17:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto e Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[In Eritrea non si gira liberamente. Una volta che sei nel paese ti presenti all&#8217;Ufficio del Turismo e dici, tipo: &#8220;Voglio andare a Massawa&#8221;. Poi passi la sera o il giorno dopo a ritirare il permesso, che è un foglio pieno di timbri dove c&#8217;è scritto anche quanto tempo puoi rimanerci, a Massawa. Se però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Eritrea non si gira liberamente. Una volta che sei nel paese ti presenti all&#8217;Ufficio del Turismo e dici, tipo: &#8220;Voglio andare a Massawa&#8221;. Poi passi la sera o il giorno dopo a ritirare il permesso, che è un foglio pieno di timbri dove c&#8217;è scritto anche quanto tempo puoi rimanerci, a Massawa.<br />
Se però vuoi anche andare, chessò, a Keren, non puoi chiedere il permesso nella stessa occasione: devi PRIMA andare a Massawa e poi, al ritorno, rifare la trafila per Keren. Laborioso, sì.<br />
A me, quindi, non è stato possibile andare a Keren. Perché sono arrivata in Eritrea sabato notte, ho dovuto aspettare il lunedì per chiedere il permesso per Massawa, l&#8217;ho avuto la sera e la mattina dopo, martedì, sono partita.<br />
Pensavo di rimanere giù tre o quattro giorni e poi fare una scappata a Keren per vedere il mercato del lunedì successivo, ma nei giorni festivi l&#8217;Ufficio del Turismo è chiuso e non rilascia permessi. E siccome è Pasqua, questa settimana chiudono da giovedì a domenica, il cielo li fulmini, e impiegherei tutto il lunedì ad avere il permesso e il giorno dopo torno in Italia, quindi niente Keren. Impossibile. Soffro molto, ma non posso farci proprio nulla.</p>
<p><strong>Asmara &#8211; Massawa, 30 marzo</strong></p>
<p>Gli ambulanti salgono su questo spettacolare bus scartellatissimo in partenza per Massawa offrendo, in lingua tigrina: &#8220;Grissini, grissini! Biscotti, biscotti!&#8221; E stanno effettivamente vendendo grissini e biscotti, i prestiti linguistici sono una gran cosa. Mi beo della sensazione di capire il tigrino e arricchisco il mio vocabolario che finora comprendeva solo &#8220;mai gaz&#8221;, che è l&#8217;acqua con gas, e &#8220;mai plastic&#8221; che è l&#8217;acqua nelle bottiglie di plastica, quindi senza gas.<br />
So&#8217; poliglotta, vado.<br />
O, per meglio dire, in qualche modo si parte.<br />
Il caos non è in alcun modo superiore a quello dell&#8217;Alto Egitto, comunque. L&#8217;unica cosa è che i bus non hanno un orario di partenza stabilito o un sistema di prenotazione. Semplicemente, ti presenti alla stazione, salti sul bus in partenza e ti accaparri un posto, possibilmente tra i sedili davanti, dove l&#8217;aria è più fresca. Bisogna essere veloci e decisi, la concorrenza è spietata e ti saltano in testa, se non ti sbrighi. Per ultimo arriva l&#8217;autista, fa partire musica pop africana a tutto volume e via, in un attimo siamo fuori da Asmara.</p>
<p>Colline, distese di cactus, fichi d&#8217;India a milioni. Un cimitero di guerra, credo sia quello britannico. E poi un posto di blocco e il poliziotto che prende il mio permesso, se lo mette in tasca e se ne va. Sbircio nella sua casupola e vedo che se lo sta ricopiando a mano. Se lo sapevo, facevo qualche fotocopia. Si riparte.<br />
Il bigliettaio è un bambino dall&#8217;aria cupa, ha anche sonno. Tiene la penna infilata in cima alla testa, giusto al centro, tenuta ferma dai riccioli fittissimi. Ogni tanto appoggia la testa allo sportello del bus e si addormenta, poi si risveglia di colpo e così via, andrà avanti per tutto il viaggio.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/eritrea-009.JPG"><img class="alignnone size-medium wp-image-2652" title="eritrea 009" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/eritrea-009-300x225.jpg" alt="eritrea 009" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Dal posto di blocco, un cartello indica che Massawa è a 103 km durante i quali scenderemo di oltre 2000 metri in una successione di tornanti. Se uno soffre di vertigini, qua, se le fa passare.</p>
<p>La strada è spettacolare e, per lunghi tratti, corre parallela a un unico binario di ferrovia che si snoda giusto sotto di noi, lungo le montagne. Deve essere la Asmara-Massawa costruita a suo tempo dagli italiani, poi smantellata per usarne il ferro durante la guerra con l&#8217;Etiopia e poi ricostruita di nuovo.  Passano dei falchi, credo.</p>
<p>Sul bus, sono l&#8217;unica straniera ma non suscito nessuna curiosità. Qualcuno mi ha dato gentili suggerimenti su dove piazzare la borsa ma, per il resto, non mi si filano di striscio.<br />
Passiamo per Nefasit: Pugno di case, binario, chiesetta, moschea. Un enorme campo di calcio in terra battuta, ragazzi in tutta rossa che corrono compatti.<br />
Continuiamo a scendere piano lungo i tornanti, e del resto c&#8217;è poco da correre. La tranquillità dell&#8217;autista mi permette di contemplare le lucertole che prendono il sole su questi grossi massi tondeggianti.<br />
Da una curva sbuca un intero plotone di ciclisti, col casco e la tutina e tutta l&#8217;attrezzatura sportiva. Sembrano SMP quando va in bici sui monti liguri, solo che lui è più chiaro.<br />
A Ghinda ci fermiamo a riposare, ho fatto bene a comprare le Marlboro durante lo scalo all&#8217;aeroporto del Cairo. In Eritrea sembrano vendere solo Pall Mall.<br />
Prima di Massawa il paesaggio si fa piatto e desertico. Dalla primavera si passa all&#8217;estate piena.</p>
<p>Per arrivare dal terminal di Massawa all&#8217;albergo dove penso di fermarmi, che è il Central Hotel, devo prendere un taxi collettivo. Ne passano un paio strapieni, poi uno che si ferma e il bigliettaio mi chiama: “Sono 50 nakfa”, mi fa. “Ma dai&#8230;”, gli sibilo. Sono due nakfa, non cinquanta. Mi sono informata due minuti fa, imbecille. E un gruppo di eritrei mi passa avanti e qualcuno mi dice che non c&#8217;è più posto. Certo, mi hanno scavalcato mentre quello cercava di taglieggiarmi. “This is not nice”, dico al bigliettaio tranquilla, piantandogli lo sguardo in faccia per tirare giù il suo, mentre mi lasciano a terra. Che stronzo, gessù.</p>
<p>Io le odio, queste cose. Sono capace di farmi una giornata di marcia sotto al sole tirandomi dietro la borsa, piuttosto, ma non pagherò nemmeno un centesimo più di quanto costi la corsa. Sul mio cadavere, devono passare. Per fortuna il taxi successivo si comporta normalmente, si prende i miei due nakfa e mi risparmia di morire sciolta sull&#8217;asfalto di Massawa. Per fortuna, e sono ancora incazzata. Poi, sul taxi, una ragazzina mi si siede accanto e comincia a togliermi dalla maglietta i pelucchi, e dei capelli che ci sono caduti sopra. Mi chiede se ho caldo, ridiamo. Ok. Calma.</p>
<p>Arrivo, meritato, al Central Hotel:</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/eritrea2-001.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2653" title="eritrea2 001" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2010/04/eritrea2-001-300x225.jpg" alt="eritrea2 001" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Asmara 3 &#8211; 29 marzo</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 08:51:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Egitto e Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[(Continua il diario in differita, e&#8217; un po&#8217; come mettere a tavola minestre scaldate) Alla fine ce l&#8217;ho fatta a fare amicizia, anche se ho dovuto usare le maniere forti. E&#8217;andata che sono passata davanti alla Scuola Elementare Italiana, che è vicinissima all&#8217;Africa Pension dove adesso alloggio, e dietro al cancello c&#8217;era un connazionale che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Continua il diario in differita, e&#8217; un po&#8217; come mettere a tavola minestre scaldate)</em></p>
<p>Alla fine ce l&#8217;ho fatta a fare amicizia, anche se ho dovuto usare le maniere forti.</p>
<p>E&#8217;andata che sono passata davanti alla Scuola Elementare Italiana, che è vicinissima all&#8217;Africa Pension dove adesso alloggio, e dietro al cancello c&#8217;era un connazionale che stava caricando tavolini su una jeep. E quindi sono entrata decisa esclamando: &#8220;<em>Ciao, sei un collega, pure io, bla bla bla&#8230;</em>&#8221; Lui, un po&#8217; spiazzato ma gentile, mi ha spiegato che stava portando &#8216;sti tavolini alla Casa degli Italiani e che lo avrei trovato là dopo un po&#8217;. E quindi sono andata e ho identificato un&#8217;altra colleghina, giovane e con l&#8217;aria simpatica, e lei stava facendo vedere un film ai suoi alunni e quindi ho fatto irruzione dove proiettava il film e le ho detto: &#8220;<em>Ciao. Volevo sapere se posso offrirti il pranzo, quando finisci.</em>&#8221; E lei, guardandomi un po&#8217; stralunata: &#8220;<em>Ah, cioè così? Diretto?</em>&#8221; E poi, sorridendo: &#8220;<em>Hai proprio bisogno di informazioni, eh?</em>&#8221;</p>
<p>Gia’.</p>
<p>E così abbiamo mangiato insieme e poi la sera ci siamo visti a cena con altri colleghi alla Spaghetti House (yep) e finalmente l&#8217;ho respirata da vicino, questa benedetta scuola italiana di Asmara, e mi ci voleva.</p>
<p>L&#8217;impressione è che se lo guadagnino, lo stipendio. Lavorano parecchio, mi è parso, e soprattutto cogli dell&#8217;impegno genuino nel loro approccio.</p>
<p>Del resto, ho l&#8217;impressione che l&#8217;Eritrea lasci meno scappatoie dell&#8217;Egitto alla gente che lavora qua, nel senso che al Cairo è facile estraniarsi dal contesto e fare l&#8217;occidentale nababbo, se questo è ciò che vuoi. Ad Asmara no. Qua sei in Eritrea in ogni momento, c&#8217;è poco da estraniarsi e ancora meno da fare i nababbi. Ed è sempre chiarissimo che sei in casa di altri e che è opportuno che tu ti dia da fare. Non ti vizia, questo paese. Non quanto altri, almeno.</p>
<p>E sono enigmatici e felpati, questi eritrei, e non credo che siano gente facile. Fanno una fatica tremenda a sorridere, fanno. Sembrano un gran bel popolo, nel senso profondo del termine: fieri, orgogliosi, corretti, onesti, eleganti nei modi. Belli. Ma non sorridono, non ti guardano, non fanno caso a te, sembrano timidi o, boh, tristi. Poi, quando finalmente riesci a strappargli un sorriso, l&#8217;effetto è gratificante, proprio perché poco scontato. No, non devono essere tipi facili.</p>
<p>Pare persino che la polizia eritrea, caso più unico che raro in questo continente, sia praticamente incorruttibile. Così mi hanno detto. E non faccio fatica a immaginarli, ecco.</p>
<p>L’incontro con i colleghi italiani mi serviva per affrontare un nodo che mi portavo dietro da molto tempo, a proposito di sliding doors e tutta ‘sta roba.</p>
<p>Mi spiego, con l’avvertenza che e’ una noiosa storia da prof.</p>
<p>Dunque: succede che i prof italiani non di ruolo possono iscriversi, ogni tre anni, alle graduatorie per i supplenti all’estero di non piu’ di due paesi stranieri. Questo benedetto triennio si apri’, per quanto mi riguarda, durante il mio ultimo anno in Egitto. E io, alle prese con l’annoso problema di procurarmi uno stipendio che non fossero i 100 euro che mi pagava l’Egitto, mi feci due calcoli e chiesi l’Etiopia e l’Eritrea, puntando le mie speranze in particolar modo su quest’ultima perche’ sapevo di potere contare su un discreto punteggio. E ce l’avevo, in effetti. Peccato che, prima di me, ci fosse un misterioso siciliano che chiameremo Don Millepunti e che doveva avere iniziato a insegnare a dieci anni, a giudicare dal punteggio spropositato che aveva. Nemmeno in mille vite lo avrei superato. Se lui voleva insegnare in Eritrea, l’unico modo che avevo per prendere il suo posto era l’omicidio.</p>
<p>Desistetti dall’assassinarlo, poi mi arrivo’ la nomina in ruolo e venni richiamata in Italia. Ero da poco arrivata a Genova quando, un bel giorno, mi trovo nella casella email la chiamata dall’Eritrea. Don Millepunti non c’era piu’, chissa’ che fine aveva fatto. Volevo io andare a insegnare la’?</p>
<p>&#8220;Certo!&#8221;, direbbe qualunque persona sensata, se non fosse per un piccolo problema: che gli insegnanti di ruolo non possono accettare supplenze, pena la perdita del ruolo e il ritorno al precariato. Si poteva anche fare, guarda. Ma quello era l’ultimo anno di vigenza della graduatoria, l’anno dopo si sarebbe riaperta. E se fosse sbucato qualcuno con piu’ punti di me mi avrebbe preso il posto, lasciandomi a piedi in mezzo all’Eritrea e senza piu’ lavoro ne’ in Italia ne’, ormai, in Egitto.</p>
<p>Io non so neanche dire quanto mi lacerai nel dubbio, quanto mi chiesi se rischiare o no. Avessi avuto una prospettiva di almeno due anni me la sarei giocata, contando di mettere da parte abbastanza da riorganizzarmi in caso di sconfitta nella graduatoria successiva. Ma, con un anno solo, non riuscivo nemmeno a rifarmi di cio’ che mi sarebbe costato lasciare Genova, con la casa appena affittata e i mobili dell’Ikea da pagare. Dimettermi dal ruolo per un solo anno in Africa era un rischio folle e non me la sentii.</p>
<p>Poi, non ho praticamente piu’ smesso di chiedermi se avevo fatto bene o male. E se invece mi fosse andata bene, nella graduatoria seguente? Se avessi potuto contare su 4 anni, anziche’ su uno solo? Ci avro’ pensato mille volte, era una spina in una gengiva, avevo paura di saperlo per non morire di rimpianto, uno stress.</p>
<p>E poi e’ arrivato il momento di venirci, in Eritrea, e di andare a vedere ‘sta mano di carte del destino, di scoprire se avevo fatto bene o male.</p>
<p>L’incontro con i colleghi mi serviva a questo.</p>
<p>E cosi’ ho scoperto che quel posto e’ di nuovo di Don Millepunti, sempre lui. Era semplicemente andato a fare un’esperienza di lavoro altrove, ma poi era tornato, aveva mandato a casa la sostituta e si era ripreso il suo posto. E’ qui da tempo immemorabile, per questo ha mille punti. Ha goduto del doppio punteggio per tutto questo tempo. E inoltre ama moltissimo l’Eritrea, e’ la sua seconda casa, fa parte del paesaggio, non se ne vorra’ andare mai ed e’ persino simpatico, mi dicono.</p>
<p>Lo avrei perso di sicuro, il lavoro, un anno dopo avere mollato tutto per accettarlo.</p>
<p>Sono notizie che fanno bene, e’ come togliersi una spina da una gengiva. Fai pace con la tua vita. Io ho sentito un’ondata di serenita’, mentre scoprivo ‘sta mano di carte non giocata, e il rimpianto che si sgonfiava e spariva.</p>
<p>E’ andata bene.</p>
<p>Meno male.</p>
<p>La colleghina mi racconta di Massawa, mi dà un po&#8217; di dritte preziose.</p>
<p>Domani vado, parto per il mare.</p>
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		<title>Asmara 2, 28 marzo</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 16:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Egitto e Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Impudico bla bla]]></category>

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		<description><![CDATA[(Diario eritreo in differita, post spedito col piccione viaggiatore) Mi accorgo che quando mi chiedono da quale parte dell&#8217;Italia arrivo mi viene voglia di non dire che sono napoletana, ho già risposto di essere genovese un paio di volte. Così, istintivamente, senza pensarci. Deve essere che mi sembrano molto seri, questi eritrei, e forse temo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Diario eritreo in differita, post spedito col piccione viaggiatore)</p>
<p>Mi accorgo che quando mi chiedono da quale parte dell&#8217;Italia arrivo mi viene voglia di non dire che sono napoletana, ho già risposto di essere genovese un paio di volte. Così, istintivamente, senza pensarci. Deve essere che mi sembrano molto seri, questi eritrei, e forse temo che pensino male di me, se confesso la mia catastrofica città d&#8217;origine. Non lo faccio apposta, ovviamente, e sarà meglio che la smetta, mi devo stare rincretinendo. Tra l&#8217;altro non mi sembrano nemmeno sicurissimi di dove sia Genova, sto confondendo la gente inutilmente.</p>
<p>Scrivo da un tavolino all&#8217;aperto, nella Casa degli Italiani, sotto un provvidenziale ombrellone. Di giorno è estate, sono in maniche corte e ciabattine. Di sera no, è come in Italia e non è tempo di archiviare il giaccone. Siamo a 2000 metri, qua, e c&#8217;è un&#8217;escursione termica che si fa sentire.<br />
Continuo a litigare con i mezzi di comunicazione: niente cellulare, diversi internet cafe&#8217; ma la linea va e viene ed è lentissima, e in certe ore del giorno muore del tutto. I loro computer sono un inno a<br />
Microsoft, tra l&#8217;altro, e non mi leggono i files in Open Office e di chat c&#8217;è solo Msn e Yahoo, morire se trovo Skype da qualche parte.<br />
Sono riuscita a mandare qualche email, spero che a casa non mi diano per dispersa. Mi scoccerebbe essere cercata dalla Farnesina.</p>
<p>Asmara somiglia poco all&#8217;idea di città africana che una avrebbe in mente. A me fa pensare a qualche Avellino degli anni &#8217;50. Per la gente e per i negozi, dico, e per certi cibi italiani all&#8217;antica. L&#8217;aria no,<br />
l&#8217;aria è come quella di Tenerife, col silenzio di fondo e i cinguettii di centinaia di uccelli. C&#8217;è poco traffico e un sacco di biciclette, mi farebbe bene vivere qua.</p>
<p>La quantità di discretissimi mendicanti che sbucano dal nulla e ti tendono la mano è in nettissimo contrasto con l&#8217;ordine apparente e con i bar pieni di gente, con la pulizia che c&#8217;è in giro e che farebbe pensare a un benessere più diffuso di quanto non sia in realtà.<br />
Leggevo che la polizia scoraggia l&#8217;accattonaggio, sarà per questo che sono discreti e sussurrano. Sussurrano anche che vorrebbero cambiarti gli euro al mercato nero, ma io vorrei evitare di finire in galera, francamente, o di farmi sequestrare i quattro soldi che ho e che ho dovuto anche dichiarare all&#8217;entrata, e all&#8217;uscita mi chiederanno le ricevute dei cambi. Non ho più l&#8217;età per cercare guai.<br />
Non si vede polizia da nessuna parte, mi accorgo all&#8217;improvviso.<br />
Saranno tutti in borghese, non c&#8217;è altra spiegazione.</p>
<p>Mi guardo allo specchio e mi odio: cosa mi fa l&#8217;Italia, cielo santo? In Egitto non ero dimagrita né ingrassata di un grammo, e già mi lamentavo. In Italia è una Caporetto, non ho più nessun controllo<br />
sulla mia vita e mi dimentico, proprio mi dimentico di volermi del bene. Faccio le cose che devo fare, vivo meglio che posso e me la cavo anche bene, apparentemente, ma non ho nessun tipo di rapporto col mio corpo. Qui lo sento, invece, e soprattutto lo vedo, cosa che in Italia non riesco a fare. E mi detesto, guarda.</p>
<p>Immagino ogni secondo di vivere qui: cerco la casa in cui mi piacerebbe vivere tra le strade attorno ad Harnet Avenue, penso a quale bici vorrei avere: c&#8217;è un leggero pendio, in città, le marce non mi dispiacerebbero. Muoio dalla voglia di fare amicizia ma non so con chi farla. Gli eritrei sono gentili e amichevoli, per lo più, ma la sanno lunghissima e io sono tenerella, appena sbarcata. Ho bisogno di ascoltare, mentre loro fanno solo domande.<br />
Il mio ideale sarebbe un residente italiano anche un po’ narciso, in questo momento, di quelli che parlano e parlano e parlano e ti raccontano tutto. Gli offrirei da bere fino a stanotte, pur di sentirmi raccontare questo posto. Se almeno internet funzionasse me lo cercherei online, giuro. Sicuro che c&#8217;è, da qualche parte qua attorno, un italiano desideroso di raccontarmi cose. Se solo sapessi dove.</p>
<p>Un garbatissimo vecchietto eritreo, in giacca e borsalino, mi mostra delle monete parlandomi di Vittorio Emanuele. Mi porge una Lira, col fascio da una parte e il testone del re dall&#8217;altra. Non fa in tempo a dirmi quanto vuole, viene scacciato subito. Non ero mai stata in un&#8217;ex colonia italiana, non credevo neppure che fosse un&#8217;esperienza possibile. E invece l&#8217;ex colonia esiste, è questa. E trabocca di Italia, la senti in ogni pietra di Asmara. Non mi stupisce che gli italiani non si volessero schiodare da qua. Non mi stupisce proprio per niente. Li immagino innamorati, gli italiani di allora, e persi e<br />
senza più equilibrio, e non ricambiati. Mi sembra un posto di quelli che si amano invano.</p>
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